Se nun so’ Pussy (Riot) nun le volemo…

 

E’ endemico della stampa di ogni dove l’adozione periodica di gruppi di parole d’ordine con cui comporre sfavillanti arabeschi di notizie capaci di attrarre il più possibile l’attenzione dell’opinione pubblica. Questo mese devo dire che madama Fama si è proprio superata: in volo per i cieli occidentali ha martellato i suoi uditori a suon di “pussy”, “rivolta”, “condanna”, “severità”, “Putin”, “diritti umani” e via discorrendo.

A nessuno è sfuggita la recente condanna a due anni di detenzione per “teppismo religoso”di tre componenti del collettivo femminista punk-rock Pussy Riots (letteralmente “femmine in rivolta” ma pussy è generalmente tradotto con “fica”).

La storia inizia lo scorso Febbraio in occasione dell’elezione di Putin alla presidenza del paese (prima era soltanto capo di governo): le tre ragazze inscenano nella cattedrale ortodossa di Cristo Salvatore a Mosca una punk-preghiera per chiedere alla Madonna di mandare via il neoeletto presidente. Dopo un mese d’indagini vengono arrestate e sottoposte a processo dapprima due componenti e successivamente una terza. Tutto questo avveniva sullo sfondo delle proteste generalizzate contro la vittoria di Putin e non ebbe perciò molta risonanza.

Quasi sei mesi dopo, in attesa del verdetto finale emesso il 17 di Agosto,  attorno alla vicenda si è addensato tutto il fumo d’indignazione dell’opinione pubblica occidentale. Foraggiati dai grandi della musica mondiale, le organizzazioni per i diritti umani, le autorità europee e il governo americano, femministe, attivisti, intellettuali e mediocrità varie si è mobilitata per protestare contro l’imminente sentenza, giudicata severa e liberticida ancor prima di essere emessa.

Mentre le toghe russe preparavano il verdetto la giustizia texana eseguiva la condanna a morte su un disabile mentale e la polizia newyorkese faceva tiro a bersaglio su un nero troppo baldanzoso che fumava marijuana e correva per la strada, la polizia sudafricana soffocava nel sangue le richieste dei minatori (tutti rigorosamente neri) di un salario migliore e qualche diritto in più con un bilancio finale di 34 morti (in stile Bava Beccaris) e l’ONU ammetteva che i ribelli siriani sostenuti logisticamente e politicamente da tutti i governi occidentali stanno violando i diritti umani.

E’ chiaro il motivo del doppiopesismo che si fa quando si tratta di denunciare violazioni dei diritti umani: degli amici non si parla, dei nemici si sparla anche troppo. Si chiama realpolitik ed esiste dai tempi in cui Cesare descriveva i galli assediati come mangiatori di donne, vecchi e bambini.

Meno chiaro è perché un individuo aderisca a una protesta piuttosto che a un’altra. Qui finisce il discorso geopolitico ed inizia quello sociologico. La triste verità è che anche le battaglie politiche sono diventate una merce. Prima una protesta serviva a realizzare un’idea, adesso in molti casi è un modo per soddisfare un bisogno sociale: sentirsi impegnati in qualcosa, assumere una posizione e sentirsi approvati. In una parola: crearsi una forma (politica) con cui apparire per soddisfare il nostro ego.

Chi doveva farlo ha capito queste dinamiche e le ha sfruttate aprendo il proprio supermercato di “battaglie politiche”: la gente accende i televisori, apre i giornali e sceglie la battaglia con la confezione più colorata. Con il minimo sforzo vi aderisce: due passi in piazza con uno striscione, un click su una petizione o un commento su un social network. A sforzo concluso si torna alla vita di tutti i giorni fino a quando non viene commercializzata una nuova protesta. Risultato teorico: l’individuo ottiene un po’ di soddisfazione personale mentre i governi ottengono il consenso dell’opinione pubblica per le loro politiche estere. Risultato pratico: ben pochi si sono lamentati del fatto che per difendere i civili libici dal “dittatore sanguinario” Gheddafi si bombardassero i civili stessi.

Di nefandezze per cui protestare il mondo è pieno ma non tutte sono “fiche rivoltose” per giunta punk e russe.

Cristian De Marchis

Fonte

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