(Ripensare) Il totalitarismo oggi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parlare oggi di totalitarismo, dopo le tragedie che hanno segnato il secolo scorso, comporta una ricerca che non si fermi a quelle tragedie come rappresentazione e messa a distanza (all’esterno per lo più) del male, ma significa evidenziare la presenza del male nella “normalità” , nel quotidiano che abitiamo, trovare le declinazioni del concetto che circolano ancora e che sono sopravvissute alla caduta dei totalitarismi del Novecento.

Non si tratta di opporre a una democrazia come regime politico, installato in un’identità con se stesso, il totalitarismo come mostro politico che assumerebbe il valore di un contro-tipo. Non esiste nessuna muraglia, ne giuridica, ne istituzionale, ne tanto meno filosofico-culturale, che separa la democrazia dal regime totalitario.Il totalitarismo, lungi dall’essere quel mostro che minaccia dall’esterno la democrazia, è invece l’indesiderato ospite che bussa di continuo alla sua porta. Esso è una risposta estrema alle questioni che la modernità politica pone e non può risolvere. Non solo allora il totalitarismo è, e può unicamente essere, un’esperienza moderna, ma è, e continua a essere, un possibile sbocco della democrazia. Una forma di società che reagisce alla debolezza costitutiva dell’invenzione democratica, alla sua indeterminatezza, alla sua apertura verso il vuoto, all’avvenimento, a ciò che non è ancora, in una parola alla libertà”.

Come ben evidenzia Simona Forti nel passo citato, il nesso centrale del totalitarismo è quello con la libertà, meglio, con l’esercizio della libertà all’interno delle istituzioni o, meglio ancora, con la tentazione totalitaria esistente all’interno di ogni istituzione.

Infatti la logica del funzionamento dell’istituzione crea la possibilità di un esito totalitario in relazione alla compattezza e al conformismo che sono mobilitati intorno all’Ideale, allo scopo, e al gruppo di soggetti che mobilita.

Questo ci permette di introdurre le direttrice lungo le quali muoverci nell’analisi oggi del totalitarismo, tenendo presenti le lezioni del XX secolo, ma evitando di fermarci compiaciuti a rimirare la nostra estraneità, come se il fenomeno fosse definitivamente superato, ricercandone invece la presenza attuale, che più è occultata più agisce. Solo questa consapevolezza ci potrà permettere di evitare di situare il pericolo totalitario all’esterno, attribuendolo al nemico, all’Altro, senza renderci conto di quanto questo atteggiamento sia già all’interno alla dinamica totalitaria.

Le tre direttrici che abbiamo scelto sono quelle del consenso, della violenza e dell’appartenenza.

Quello che noi chiamiamo di solito l’aspetto criminale dei regimi totalitari e autoritari, sopratutto nei confronti del comunismo- ma io penso che riguardi anche il nazismo- comporta anche un fenomeno che è abbastanza noto come autogiustificazione dei colpevoli. Si sostiene che le decisioni non sono frutto di una scelta personale, che vi è una sorta d’impersonalità della responsabilità, che il sistema era organizzato contando sulla complicità di molti cittadini, che per conformismo o per paura erano convinti a dare il loro permesso, il loro appoggio anche ai crimini. A questo proposito basterà ricordare le manifestazioni organizzate a Mosca per chiedere la pena di morte degli imputati nei processi del 1936-38, quelli del Grande terrore, prima che il tribunale emettesse il suo verdetto. Individuare un responsabile, o i responsabili individuali, o una categoria di responsabili e ritenere in questo modo di fare giustizia, è in realtà un modo di fare giustizia sommaria, un modo di scaricare tutto il resto dei cittadini dal peso e dalla colpa del loro conformismo e della loro corresponsabilità, accusando solo alcune persone.

Questa citazione di un intervento di Karol Modzelewski a un convegno a Siena nel marzo del 2000, mi pare utile per introdurre un tema spesso sottovalutato nello studio del totalitarismo, il tema del consenso di cui godettero i regimi totalitari.

Prima ancora di addentrarci a valutare la specificità che caratterizza il totalitarismo, dovremmo cercare di comprendere come mai i regimi così violenti ebbero un appoggio di massa, anche più diffuso di quel che può apparire a prima vista, persino di fronte ai loro crimini peggiori. Basti ricordare come Bauman in Modernità e Olocausto, sfatando la retorica che voleva gli ebrei acquiescenti nel lasciarsi condurre alle camere a gas, cita episodi di fuga dai campi di concentramento e sottolinea come i fuggiaschi venissero catturati dalla popolazione civile, spesso non tedesca, e riconsegnati ai loro carnefici. Oppure pensare al cordoglio suscitato dalla morte di Stalin tra le masse dell’Occidente, che piangevano la morte del loro “piccolo padre”. Facile dire che non si sapeva, più difficile accettare che non si era voluto sapere, visto che di elementi conoscitivi ve ne erano in abbondanza, come ben ricorda Todorov rammentando il destino di isolamento e ostracismo cui andarono incontro coloro che denunciarono la natura del regime sovietico.

Riconsiderare il totalitarismo tenendo presenti questi aspetti comporta pensare al totalitarismo come un concetto definito da un insieme di caratteristiche che attraversano le esperienze politiche contemporaneee. Significa cogliere la domanda che presiste al totalitarismo, consci che

dalle esperienze totalitarie non si esce innocenti, ma neppure si entra privi di responsabilità. I totalitarismo strutturano un suddito che con fatica conquista una dimensione libera. Ma il suo itinerario verso la sudditanza non è l’effetto di un regime politico. La mentalità totalitaria non è solo la misura del successo del totalitarismo. Più spesso li presume, li precede e li predetermina.

Per semplificare potremmo individuare due dimensioni attraverso cui afferrare il concetto di totalitarismo.

Da una parte la configurazione dell’ordine gerarchico in quanto salvezza per cui apparentemente l’esperienza totalitaria tende ad assimilarsi ad una dimensione religiosa attraverso l’affidamento di sè al capo supremo assunto come redentore. Dall’altra, la fondatezza della gerarchia totalitaria come domanda di sicurezza, come espressione di una mentalità che trova nella forma del totalitarismo una risposta.

Se nel primo caso vengono privilegiati gli aspetti coercitivi e di creazione del consenso, nel secondo il totalitarismo è l’esito di una richiesta. In breve, nel secondo caso la mentalità totalitaria non è un prodotto del totalitarismo, ma è la condizione per cui il totalitarismo possa esprimersi.

Probabilmente le esperienze totalitarie sono il risultato delle intersezioni tra questi due percorsi, ma è solo scomponendoli che a nostro avviso è possibile capire il nesso del consenso, capire il processo che per un verso si origina a partire della domanda di ordine che dà forma a una mentalità totalitaria, e per l’altro verso è il presupposto attraverso il quale si rimodella il rapporto tra libertà e politica.

Proprio il legame tra libertà e sicurezza può determinare una specificazione del nesso tra libertà e istituzione, permettendo una lettura del rapporto tra le masse e i capi meno superficiale.

Il consenso si fonda su una inclusione, un far parte del gruppo che rimodella il rapporto con la libertà, che produce dei confini tra chi sta dentro e chi sta fuori, tra inclusione ed esclusione.

Inclusione ed esclusione che mostrano una solidarietà più intima di quel che appare a prima vista; infatti la prima è assicurata dalla presenza della seconda, che fonda l’appartenenza respingendo il male all’esterno e rassicurando verso il bene rappresentato dall’Ideale. La figura dell’ebreo sotto il nazismo è in questo senso esemplare: egli è il nemico indipendentemente da quel che fa, lo è per origine e nascita. La figura del leader si salda con quella del nemico, l’appartenenza viene garantita dall’espulsione, dalla soppressione del nemico.

Inclusione ed esclusione che vengono ribadite e garantite con il ricorso alla violenza, all’arbitrio nel muovere e spostare questi confini ritagliando sempre e rinnovando le appartenenze. Lungo questi spostamenti va ricercato il ruolo della violenza sulle vittime, la loro criminalizzazione, la loro esclusione.

Ma quella della violenza non è solo una partita a due; essa presuppone l’esistenza di un terzo, uno spettatore cui viene rivolto lo spettacolo della violenza dell’escluso, la teatralizzazione del terrore. Questa teatralizzazione ha caratterizzato il totalitarismo comunista come quello nazista, ma ha radici più lontane anche se a lungo rimosse. Gli studi di Gibelli e Leed sono esemplari nel situare all’interno del primo conflitto mondiale un mutamento antropologico che la guerra lascia in eredità, in particolare in coloro che hanno vissuto in trincea, e che muta il valore della vita. A proposito di rimozioni, basti pensare a come le decimazioni siano state a lungo rimosse, e come i soldati decimati non abbiano avuto diritto ne alla memoria pubblica ne ai riconoscimenti pensionistici per le famiglie. Testi come Plotone d’esecuzione di Monticone e Forcella, o film come Orizzonti di gloria o Uomini contro, hanno subito per lungo tempo una sorta di messa al bando, funzionale alla rimozione di quella teatralizzazione della violenza che a guerra finita non era più necessaria, ma che continuò a dare i suoi frutti nell’immaginario collettivo proprio con la fine della guerra. Questa violenza svolge nei confronti dei sudditi una duplice funzione: consente di chiedere la loro collaborazione per contrastare la presunta minaccia verso la comunità di cui si erge a difensori, e nel contempo presenta la possibile sanzione cui essi andrebbero incontro se venisse meno il consenso.

La violenza assoluta è un fatto antisociale sui generis. Ha un senso solo nei confronti di un terzo. E’ a lui che è indirizzata. Chi commette violenza necessita di ammirazione, vuole spronare i propri seguaci, dimostrare la propria forza. Ulteriore nemici devono essere intimiditi, i sopravvissuti devono rimanere paralizzati dalla paura. La morte del secondo è una minaccia del terzo. L’efficacia sociale del terrore si fonde su questo. In altre parole: se vogliamo analizzare la violenza non solo come azione fisica, ma sociale, allora dobbiamo considerarla come un avvenimento figurativo. Anche qui la società comincia non con il secondo ma con il terzo. Quindi non si può affatto limitare l’analisi al rapporto a due, alla diade colpevole- vittima, ma si deve sempre includere il terzo, gli spettatori, i sopravvissuti, le vittime future. 

Tutte le dinamiche contemporanee fondate sul terrore presuppongono la presenza di questo terzo, che costituisce il destinatario della teatralizzazione, ma nel contempo ne esce trasformato, rimuovendo quella stessa rappresentazione e facendola propria, come hanno ampiamente dimostrato gli studi sulla prima guerra mondiale.

Ma su che cosa si fonda questa accettazione anche della violenza che annulla l’Altro? Come mai i moti di solidarietà per le vittime sono rari, tanto da venir additati a esempi eroici? Credo che alla base occorra cercare che cosa lega nel contratto sociale, in quel tipo di contratto sociale, le condizioni di incertezza e la domanda di sicurezza e di garanzie che spinge verso il contratto.

La possibilità di salvaguardare la propria vita si trasforma nella perdita definitiva della possibilità di affermare la propria persona e anche nella impossibilità di rompere il patto fiduciario. Dal che discende che l’esperienza politica è totalitaria non solo sulla base delle forme in cui qualcuno ottiene l’esercizio del potere e lo mantiene o perpetua, ma in funzione della domanda che legittima il patto. Ovvero in relazione alla domanda che rende legittima l’offerta. Più precisamente per ciò che si chiede all’agente investito di far rispettare il contratto. Perchè si dia esperienza totalitaria occorre che si costruisca una figura nemica, che questa sia irreducibile non riformabile e soprattutto che minacci costantemente la nostra stabilità o tranquillità.- Ma questa dinamica non si colloca per sua natura lontana dal campo della democrazia. 

Questo problema della costruzione del nemico ci porta alla terza direttrice e al problema dell’appartenenza. […..] Nel nazismo la violenza esibita cementa le masse intorno al leader, nel comunismo serve a ribadire l’Ideale di redenzione e salvezza, e quindi attraversa all’interno i soggetti, li rende dei potenziali traditori dell’Ideale e la violenza è finalizzata a ribadire l’ortodossia rispetto all’Ideale. L’Ideale porta a interrogarsi sull’appartenenza, a seguire percorsi labirintici tra il bene e il male, dove il male è il tradimento, e così la violenza esibita nel nazismo ribadisce collettivamente i confini, e mentre li ribadisce traccia la differenza tra dentro e fuori, e per opporsi occorre correre il rischio estremo, mettere a repentaglio la propria vita. Nel comunismo la differenza è più sottile, attraversa il soggetto stesso mettendolo alla prova, invade il quotidiano e lacera i soggetti.

Un testo di Elvio Fahinelli di parecchi anni fa, Gruppo Chiuso o gruppo aperto? ci può essere utile come filo per capire questi processi, per soffermarci in modo più puntuale sulla genesi dei percorsi di appartenenza. Al termine di una discussione faticosa all’interno di un gruppo di analisi sulla possibilità di aprirsi all’esterno, o chiudersi agli estranei, venne presa la decisione di proseguire il lavoro in un gruppo sostanzialmente chiuso. La barriera contro l’intrusione degli estranei era dunque stata creata. Ma, creato il gruppo chiuso il processo di differenziazione dagli estranei, o dagli elementi di estraneità presenti nel gruppo, continuò con quasi intatta violenza; e a parallelo ad esso, intimamente collegato, il processo di progressiva adeguazione ad un’immagine di gruppo omogeneo, perfettamente fuso nella unità dei suoi membri. L’estraneo, il diverso, concreto tangibile, doveva essere eliminato, così pareva, per far posto a un uguale sempre più perfetto, e dunque sempre più intangibile quanto più vicino a chi lo ricercava. Si venne così chiarendo la modalità privilegiata utilizzata per raggiungere questo scopo. (….)

Il processo comincia con la rivelazione, fatta dal leader di un elemento effettivo di difformità, di diversità dal gruppo, presente in uno dei suoi membri. Per essere efficace, cioè per dare inizio al processo, la rivelazione deve essere acuta ed esatta, il che è di solito. Si tratta di un dato concreto, percepibile da tutti dopo la rivelazione (….).Di questo dato, nell’atto stesso della sua rivelazione, viene data un’interpretazione che è esclusivamente negativa – perchè si basa sullo scarto esistente tra il dato concreto di difformità e il modello ideale di gruppo, di comportamento e così via. Se il confronto fosse fra il dato concreto da un lato, e la norma concreta del gruppo dall’altro, l’interpretazione dovrebbe anch’egli in un certo senso entrare nell’interpretazione, dovrebbe tener conto del suo essere egli stesso concreto, parziale, difforme dunque rispetto al modello ideale. L’interpretazione sarebbe allora costretta ad integrare in sè una maggiore o minore ambiguità, o bivalenza, del dato rivelato. Si otterrebbe un giudizio più “giusto”, più “ragionevole”, o meno “spietato”,, ma in ogni caso un giudizio che non riuscirebbe mai a creare nel gruppo la tensione specifica creata dal giudizio che appare facilmente “ingiusto” e “spietato” agli occhi di chiunque non appartenga al gruppo.

Difatti, chi fa la rivelazione del dato di diversità presente in uno dei membri, proprio perchè si pone dal punto di vista del modello ideale non coglie, non vive, l’aspetto discriminante, escludente, del suo intervento: e ancor meno lo coglie il resto del gruppo, nella misura in cui anch’esso si pone dallo stesso punto di vista e contemporaneamente riconosce l’esistenza “oggettiva” della diversità- Da questo lato, il processo tende dunque ad essere vissuto esclusivamente come un’azione di salvezza del bene più alto, e da tutti condiviso- tranne che da colui che si è rivelato, nei suoi atti, un amico sospetto, se non un nemico, del bene comune e quindi del gruppo. Si tratta perciò di un’azione “santa”, che è volta a “purificare” il gruppo di un elemento “impuro” che si è insinuato in esso: il “falso” amico o compagno, il “falso” dottore (….)Nel concorso simultaneo e violento di ciò che si può chiamare la fuga dall’estraneo e la ricerca dell’uguale si manifestava un’esigenza profonda che sembrava costretta, si sarebbe detto, a consumare il gruppo dopo averlo creato.

Evidenziamo come il fondamento sia il richiamo all’Ideale quale parametro centrale, richiamo che mentre sottolinea la difformità dei sospetti, è funzionale a creare una nuova e più sentita conformità, una rinnovata appartenenza attraverso il richiamo all’Ideale.

Questi eventi si verificano nel quotidiano di un piccolo gruppo, a sottolineare la continuità tra eventi minuti nel quotidiano istituzionale e fenomeni di massa, dove i secondi trovano nei primi la loro radice. Ma questa dimensione rimarrebbe astratta se non valutassimo il rovescio della medaglia, e cioè quella supposta uguaglianza che l’istituzione introduce, un’uguaglianza supposta perchè mai pienamente realizzabile (si pensi alle catastrofi di società che reclamano l’uguaglianza totale come scopo e fine della redenzione degli oppressi) , ma comunque posta come orizzonte condiviso e sempre rimandato, senza rendersi conto che il rinvio è proprio indice dell’impossibilità strutturale a realizzarla.

Quella di uguaglianza è una relazione di tipo formale che può generalmente stabilirsi tra entità che siano state preliminarmente rese omogenee e confrontabili attraverso un processo di astrazione che elimini, o dichiari irrilevanti molti dei tratti che le rendono diverse.

Questo processo di astrazione è sempre fragile, e soprattutto calato nel concreto mostra delle crepe, lo rende un percorso disumanizzante. La letteratura dei paesi del blocco sovietico è lì a ricordarcelo, col suo carico di sofferenze e l’assenza di senso. Questi limiti impongono la discesa nella concretezza, la declinazione del termine della pratica, il confronto tra il dato e la norma che è disfunzionale rispetto al richiamo all’Ideale e interrogherebbe sulla figura del leader e dei suoi limiti.

La fuga dall’estraneo e la ricerca dell’uguale verrebbero così a caratterizzarsi nella loro parzialità e nella loro funzione difensiva dell’esistente, mascherata da un continuo rinvio al futuro, alla purezza da raggiungere che nel frattempo provoca la replica all’infinito dell’esercizio della violenza.

Questa riflessione che si adatta perfettamente ai totalitarismo e ai processi di coesione interna e di appartenenza dei regimi totalitari, ha una validità ben più ampia visto che questi processi sono più diffusi di quanto si possa supporre, e meno lontani.

Fare i conti con l’alterità, con il mancato padroneggiamento di noi stessi, con il senso di spaesamento che ci attraversa, è l’unico punto di appiglio possibile per trovare a sottrarsi all’omogeneo. (….)

(….) Ritrovare nella storia un ambito di possibilità ed esperienze in cui la presenza dell’Altro sia foriera di interrogativi sulla nostra presenza al mondo, cercare di far sì che le appartenenze siano una risorsa per aprirsi all’esterno, e non barriere erette a difesa dell’ortodossia di un’unica salvezza, sono solo buoni consigli, se non vengono calati in una pratica che parta dagli insuccessi delle buone intenzioni nel quotidiano, se non si trova il coraggio di sperimentare e interrogare l’agire, senza reti, anzi, facendo i conti con i buchi che smagliano la rete che ci costituisce come soggetti. Un modo di essere e di agire possibile, che alcune figure hanno incarnato e che hanno saputo attraversare il male senza pensare di essere la personificazione del bene.

Tratto da : Forme contemporanee del totalitarismo- Ambrogio Cozzi.

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