La Siria e la macchina da guerra della (dis)informazione

 

Kosovo, Afghanistan, Iraq, Libia e adesso Siria. E poi? Iran, Libano e forse la stessa Russia? Come non vedere la sequenza e la terribile e aberrante volontà di potenza geopolitica che la articola? Ciò nonostante, anche i filo-atlantisti più fanatici ed ottusi devono riconoscere che in Siria la partita, benché difficilissima, non è ancora decisa a favore dei “ribelli”. L’esercito siriano si dimostra un osso duro per le decine di migliaia di terroristi e tagliagole salafiti e qaedisti che vorrebbero creare un emirato del Levante nel Vicino Oriente. Ma se la storia si ripete – e così frequentemente e in così poco tempo – questo è possibile solo per la sistematica opera di disinformazione del circo mediatico occidentale, una vera e propria macchina da guerra al servizio della oligarchia atlantista. E per comprenderlo ci pare sufficiente fare qualche breve considerazione, a partire dalla guerra d’aggressione contro la Giamahiria.
Nessun singolo Paese sarebbe in grado di far fronte ad un’ondata migratoria come quella che da anni investe la Libia, né a maggior ragione potrebbe risolvere i problemi del continente africano. Nondimeno, la Giamahiria – che perfino secondo le statistiche della Banca Mondiale era lo Stato africano più avanzato economicamente e socialmente – non solo si era impegnata per cercare di realizzare, nel quadro istituzionale dell’Unione africana, una Banca Centrale africana (sede in Nigeria), un Fondo Monetario africano (sede in Camerun), una Banca d’Investimento africana (sede in Libia) ed un satellite africano per telecomunicazioni, ma ospitava centinaia di migliaia di lavoratori stranieri, africani e non, cui garantiva diritti sociali ed economici. Certo la questione dei migranti, soprattutto quelli che vogliono venire in Europa, è una realtà tragica, di cui si può ritenere, in qualche misura, responsabile anche la Libia di Gheddafi, ma, al riguardo, le responsabilità degli Usa e dei Paesi europei, in particolare della Francia, sono sempre state di gran lunga maggiori. E per rendersene conto basterebbe studiare la storia africana recente (neocolonialismo delle multinazionali occidentali incluso).
Eppure, per i media mainstream tutto questo non esiste o sarebbe così marginale, da poter mostrare un frammento come se fosse l’intero. Non sorprende allora che – quando fu firmato il Trattato di Bengasi, che valeva per il nostro Paese centinaia di miliardi di euro e che, tra l’altro, avrebbe permesso di affrontare la questione dei migranti in modo nuovo, realistico e pragmatico, avendo la stessa Ue, sia pure tramite l’Italia, la possibilità di fare finalmente qualcosa di concreto per i migranti – gli Stati Uniti e alcuni Paesi europei, in primo luogo la Francia e la Gran Bretagna, non abbiano avuto difficoltà a trovare dei pennivendoli (al soldo dei soliti gruppi editoriali della sinistra sedicente antifascista, ma in realtà visceralmente antisocialista), che descrivessero la Giamahiria come un immenso lager e che strumentalizzassero la terribile fine di alcuni migranti allo scopo di coprire le vergogne dell’Occidente. Quindi nessuna analisi, nessun riferimento al contesto geopolitico, ma il tutto “abbellito” con bufale e mistificazioni di ogni genere, poiché la Libia era già nel mirino delle “forze occidentali”. Vale a dire di quei gruppi dominanti e di quei potentati economici che com’è noto non esitano a fare a pezzi l’intero continente africano (anche per contrastare la presenza sempre più significativa dei cinesi), generando spaventose ondate di immigrazione come quelle cui doveva appunto far fronte la Giamahiria, che, pur non essendo un Paese di “mammolette”, ben poco poteva fare senza una effettiva collaborazione dei Paesi occidentali(1).
Perciò, lo scorse ottobre, quando Gheddafi venne linciato da un gruppo di “ribelli” – che in gran parte erano (e sono) al servizio delle petromonarchie del Golfo – non potemmo fare a meno di scrivere: «Non è possibile non provare nausea per gli articoli di coloro che ficcano le dita nel corpo insanguinato di Gheddafi e nei corpi della centinaia di migliaia di civili massacrati dagli americani e dai loro sicari in questi ultimi 20 anni. Ma sono proprio loro, i gazzettieri occidentali, a essere in una buca. E gli occhi dei bambini iracheni, dei bambini afghani, dei bambini palestinesi , dei bambini libici e di tutte le altre vittime del terrorismo occidentale, di cui sono complici, li guardano e continueranno a guardarli. Questa è la loro condanna. Non quella di Gheddafi, che nel momento più drammatico della storia del suo Paese era tornato ad essere il giovane ufficiale nasseriano che aveva messo fine alla monarchia di re Idris, ovvero ad un protettorato angloamericano, e che aveva saputo dar vita alla Giamahiria. Oggi invece la canaglia al servizio della North Atalantic Terrorist Organization festeggia»(2).
Parole di cui non solo non ci pentiamo, ma che, in qualche modo, trovano una drammatica conferma proprio in quel che sta accadendo in Sira. Non a caso si assiste di nuovo al solito film hollywoodiano, in cui i buoni combattono a mani nude (o quasi) contro i cattivi. Del resto, se cambiano gli attori, sceneggiatori e registi sono i medesimi. Ed ancora una volta il circo mediatico e i gazzettieri embedded svolgono un ruolo decisivo in quella che si potrebbe definire la strategia atlantista della disinformazione. Una strategia che non può destare meraviglia se si tengono a mente tutte le menzogne che gli Stati Uniti e i loro alleati, complici numerosi e volenterosi sicari e carnefici “mediatici”, hanno raccontato in questi ultimi anni per giustificare le loro guerre umanitarie: dalle “fantomatiche” armi di distruzione di massa possedute da Saddam, ai “fantomatici” aerei di Gheddafi che bombardavano pacifici manifestanti, dal bunker in cui si sarebbe nascosto il leader iracheno (mentre vi erano oltre 1000 civili – e gli americani ne erano perfettamente informati – che furono arsi vivi dalle bombe “intelligenti” del generale Schwarzkopf), alla giovanissima infermeria volontaria che prestava servizio presso l’ospedale di Kuwait City” e che testimoniò che i soldati iracheni avevano strappato i neonati dalle incubatrici, lasciando che morissero per terra (com’è noto, la giovane poi si rivelò essere la figlia dell’ambasciatore del Kuwait negli Usa; infatti l’intera “storia” era stata ideata dall’agenzia di public relations Hill and Knowlton).
Ciò che però forse è ancora più grave è il fatto che il circo mediatico occidentale pretenda di “ridurre” anche questo conflitto alla questione della democrazia liberale (trascurando peraltro differenze culturali fondamentali), ovvero del tiranno che deve essere abbattuto. Sicché, l’opinione pubblica occidentale (ormai abituata, più che a pensare, a sbarrare caselle di quiz a risposta a multipla) finisce spesso con l’ignorare quel che invece dovrebbe ritenere essenziale per prendere posizione con cognizione di causa. Si pensi, ad esempio, al regime di Saddam. Sarebbe facile sostenere che era un regime autoritario e feroce. Eppure è indubbio che gli scopi della guerra d’aggressione degli Usa contro l’Iraq erano di carattere geostrategico e geoeconomico. Un guerra che ha causato centinaia di migliaia di vittime civili e che ha visto gli statunitensi (e gli inglesi) compiere ogni nefandezza (dalle torture agli stupri, dai massacri agli omicidi – e cosa ancor più nauseabonda spesso facendo compiere il lavoro più sporco agli stessi iracheni). Il vero problema quindi non consiste tanto nell’esprimere un giudizio sul regime di Assad, quanto nel domandarsi se Assad oggi – come ieri Gheddafi – sia o non sia il “principe” che difende il suo Paese da un’aggressione straniera. Si può non condividere nulla o quasi nulla della politica di Assad (ma la si dovrebbe conoscere bene, anche se sotto questo aspetto si contano sulle punte della dita di una o due mani i giornalisti ben informati ed onesti intellettualmente, gli altri essendosi specializzati nel confezionare bufale più o meno piccanti o raccapriccianti, secondo lo stile di quel giornalismo angloamericano tanto stimato dal ceto medio “semicolto”), ma non si può non tener conto del contesto geopolitico e degli interessi che sono in gioco.
In particolare, non ci si deve dimenticare che in ogni Paese ci sono, per così dire, delle “linee di frattura” di carattere ideologico, etnico o religioso, sulle quali non è difficile far leva, per potenze straniere, che dispongano di risorse e mezzi cospicui, allo scopo di rovesciare un regime “non amico”. Ed è innegabile che in Siria si siano infiltrati bande armate e gruppi terroristici, finanziati e supportati soprattutto dal Qatar, dall’Arabia Saudita e dagli Usa, e che possono contare sulla presenza anche in Siria di un forte nucleo di fratelli musulmani, nemici storici di tutto ciò che il regime di Assad rappresenta e resi ancora più forti e determinati dalla caduta di Gheddafi. Tanto è vero che (almeno finora) gli scontri più violenti sono avvenuti in un’area ristretta e che la situazione in gran parte del territorio nazionale della Siria sembra tranquilla e sotto il controllo di Damasco. D’altronde, l’esercito siriano, essendo un esercito di leva, non può non fare affidamento sul sostegno del proprio popolo e di conseguenza è alquanto dubbio che possa massacrare i civili per sconfiggere i “ribelli”, i quali invece devono puntare tutto sulla guerriglia urbana, gli attentati e il terrore per indurre i siriani a “staccarsi” dal regime di Assad, ma soprattutto al fine di creare le condizioni per un intervento umanitario della comunità internazionale (ossia delle “forze occidentali”). Facile capire allora perché il nuovo clero occidentale (intellettuali e giornalisti embedded), debba far apparire Assad come il macellaio del suo popolo e i “ribelli” come combattenti per la libertà e la democrazia (quasi che i loro protettori arabi, il Qatar e l’Arabia Saudita, non fossero veri Stati canaglia sotto ogni punto di vista – politico, economico e religioso)(3).
Tuttavia, Russia e Cina hanno già usato per tre volte in nove mesi il loro potere di veto per bloccare le risoluzioni dell’Onu contro il regime siriano, rivelandosi assai più mature e consapevoli della vecchia Europa. Ma si deve pure prendere atto che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia hanno dichiarato che cercheranno soluzioni al di fuori dell’Onu, che sono cioè disposti a tutto pur di difendere un sistema internazionale che è funzionale solo agli interessi dei cosiddetti “mercati”; disposti perfino a scatenare una guerra tra sunniti e sciiti, di modo da puntellare i regimi dell’Arabia Saudita e del Qatar. E adesso si deve pure tener presente la “geofollia” sionista che punta l’indice contro Hezbollah e l’Iran. Eppure Russia, Cina, Iran ed Hezbollah, se non cedono possono, grazie alla determinazione della Siria, infliggere una sconfitta decisiva alla prepotenza atlantista e sionista.
Naturalmente non è facile fare previsioni. Il panorama internazionale si evolve rapidamente e poche sono le informazioni attendibili. In ogni caso, vincere una battaglia non equivarrebbe a vincere la guerra. Quest’ultima continuerebbe. Lo sappiamo. Ma il “contraccolpo” sarebbe notevole, non solo sul piano internazionale e ovviamente in tutto il mondo islamico, ma anche in Europa, se il sistema della disinformazione, su cui si basa in buona misura la politica di potenza dell’Occidente, questa volta “facesse cilecca”. Perché se l’infezione occidentale è profonda, non è ancora così profonda da non permettere a nessuno di rendersi conto che il circo mediatico è parte costitutiva di quel sistema che sta trasformando gli europei in sudditi dei “mercati”. Ecco perché, posto che si voglia davvero comprendere quello che sta accadendo in Siria, si devono considerare innanzi tutto quali sono gli attori geopolitici che manovrano la macchina da guerra della disinformazione e che il vero obiettivo strategico delle forze atlantiste non può non essere quello di impedire la formazione di un blocco di alleanze eurasiatico, in quanto un tale blocco di alleanze sarebbe l’ unica reale alternativa al mondialismo atlantista. Non è difficile allora capire che la battaglia per liberare la Siria dai “ribelli” concerne anche quegli europei che sono ancora disposti a lottare per un’Europa affatto differente da quella che l’oligarchia occidentale vuole imporre con lo spread e la macelleria sociale. In questo senso, essere solidali con la Siria significa non sostenere una dittatura (ammesso e non concesso che il regime di Assad sia una dittatura), bensì schierarsi dalla parte di chi si vuol veramente battere contro la dittatura del mercato occidentale.

 

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