“Il migliore amico”? La CIA considera Israele una delle principali minacce nel campo dello spionaggio

 

Mentre i politici americani vantano forti legami con Israele, funzionari della CIA avvertono che Israele è una delle più grandi minacce per gli Stati Uniti nel campo dello spionaggio. Con sistemi “spyware” che rivaleggiano con quelli degli Stati Uniti, è difficile scoprire l’estensione di quest’attività spionistica a dir poco sconcertante.

Basti pensare che una classifica della CIA relativa alle agenzie di intelligence del mondo e alla loro volontà di aiutare gli Stati Uniti nel combattere la cosiddetta “guerra al terrorismo”, Israele viene addirittura dietro… la Libia.

Parlando alla Associated Press a condizione di mantenere l’anonimato, funzionari dell’intelligence USA, sia in servizio che fuori, incolpano Israele di alcuni fatti che evidenziano tentativi di acquisire dagli statunitensi informazioni segrete.

Un capo stazione CIA in Israele ha notato che l’apparecchiatura per le comunicazioni che utilizzava per contattare il suo quartier generale era stato manomesso, anche se si trovava in una scatola chiusa. E un altro ufficiale della CIA in Israele ha trovato la sua residenza violata.

Oltre alle intrusioni nelle case e alle manomissioni delle apparecchiature, i funzionari della CIA nutrono anche il sospetto che una fuga di notizie operata da Israele abbia portato alla cattura e alla presumibile uccisione di un importante agente degli Stati Uniti infiltrato all’interno del “programma siriano per la produzione di armi chimiche”.

Gli Stati Uniti sospettano poi che i servizi segreti all’estero di Israele, il Mossad, e il suo equivalente dell’FBI, lo Shin Bet, abbiano cercato di carpire dagli americani vari segreti nell’ambito del controspionaggio. Dalla “Divisione Vicino Oriente” della CIA, che sovrintende allo spionaggio nella regione, Israele è considerata addirittura la principale minaccia di controspionaggio. Ciò suggerisce che gli agenti del controspionaggio statunitensi sono più al sicuro da altri governi del Vicino Oriente che da quello di Israele…

Tuttavia, questo calo di fiducia tra le intelligence di Stati Uniti ed Israele è in corso da decenni. Diversi anni fa, due agenti donna della CIA sono stati licenziati per aver mantenuto un contatto non dichiarato con gli israeliani. Una delle donne ha ammesso una relazione con un membro del ministero degli Esteri israeliano, il quale l’aveva introdotta ad una persona che aveva lavorato per lo Shin Bet.

Nel 1987, Jonathan Pollard, un analista dell’intelligence della Marina americana, è stato condannato per spionaggio a favore di Israele e condannato all’ergastolo.

Nel 2006, un ex analista del Dipartimento della Difesa ha ricevuto 12 anni di carcere per aver condiviso informazioni “classificate” con un diplomatico israeliano e due lobbisti pro-Israele.

 

Inoltre, la fornitura di servizi di high-tech nel settore dello spyware proprio da parte di ditte Israeliane rende ancor più difficile individuare l’entità di eventuali azioni di spionaggio. Con attrezzature all’avanguardia e il pieno accesso ai più alti livelli del governo degli Stati Uniti concesso a militari e servizi segreti, Israele detiene una grande capacità di “monitorare” il suo alleato.

Questo pone talvolta problemi per la politica estera degli Stati Uniti. Così, anche se gli Stati Uniti e Israele hanno stretto un rapporto di amicizia, i due paesi a volte hanno contrastanti interessi all’estero, soprattutto per quanto riguarda le “ambizioni nucleari dell’Iran”.

Inoltre, il rapporto dell’America con Israele può anche influenzare il modo in cui i paesi musulmani percepiscono gli Stati Uniti.

“È un rapporto complicato”, ha affermato Joseph Wippl, capo dell’ufficio della CIA per gli affari del Congresso. “Hanno i loro interessi. Noi abbiamo i nostri interessi. Per gli Stati Uniti, è una questione di compromesso”.

Ma mentre i due paesi sono forti alleati, Washington continua a diffidare di Israele al riguardo delle informazioni sensibili sulla sicurezza nazionale. I suoi alleati più fidati sono la Gran Bretagna, l’Australia, il Canada e la Nuova Zelanda. Insieme, i ‘cinque occhi’ s’impegnano a non spiarsi l’uno con l’altro, sebbene condividano informazioni “sensibili”.

Il rapporto tra Stati Uniti e Israele è noto come “Friends on Friends”, che deriva dalla frase: “gli amici non spiano gli amici”. Ma questo patto è stato ripetutamente rotto, pertanto funzionari della CIA continuano a diffidare di Israele dopo ogni nuovo caso di spionaggio da parte dell’alleato.

Eppure, sebbene le intrusioni nelle case degli agenti degli Stati Uniti in Israele proseguano ed i casi di spionaggio non facciano che aumentare la diffidenza, gli Stati Uniti continuano a… elargire ingenti quantità di denaro ad Israele, mentre il presidente americano proclama un “impegno incrollabile per Israele”. Venerdì, il presidente Obama ha promesso ad Israele altri 70 milioni di dollari in “aiuti militari” affinché possa produrre un sistema di difesa missilistica a corto raggio.

Riferimenti: http://rt.com/usa/news/cia-mossad-israel-espionage-311

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Non è facile stabilire dove si situi la linea di confine tra finzione e realtà in questa “diatriba” tra i due “alleati”. Alcuni sostengono che gli Stati Uniti abbiano ricercato l’alleanza con Israele solo a partire dal 1967, dalla “Guerra dei Sei giorni”, poiché avevano bisogno di un solido alleato nella regione vicino-orientale. Altri, all’esatto opposto dell’interpretazione, ritengono invece che il governo statunitense sia più che altro espressione della “lobby sionista”, o addirittura che l’America sia una “creatura ebraica” (Hollywood porterebbe solo acqua al mulino del Sionismo ecc.). L’ipotesi più verosimile – se solo ci si sofferma sulla genesi degli Stati Uniti ad opera di “puritani” imbevuti di spirito biblico (ma non talmudico!) e al diffuso sentimento antiebraico (attenzione, non “antisraeliano”) in quella “America profonda” che crede nella “missione escatologica dell’America” – è quella di una serie di obiettivi condivisi, i quali, fintantoché perdureranno, contribuiranno a non inficiare questa “sacra alleanza”. Si tratta di un “tandem Us-Israel nel Vicino Oriente”, come ha brillantemente commentato l’analista A.B. Mariantoni. Il che non esclude contrasti in altri scenari e tentativi più o meno riusciti di “fregare” l’alleato. La platealmente ostentata “amicizia per Israele” potrebbe infatti rappresentare anche la “scusa” per giustificare, di fronte ad un’opinione pubblica abituata ad una propaganda giudeofila, ogni tipo d’azione armata e/o sovversione nell’area vicino e mediorientale, al grido di “difendere Israele!”.

Negli Stati Uniti non poche sono state le voci di coloro che, scettici di fronte alla versione ufficiale dei fatti dell’11 settembre 2001, hanno visto quantomeno un coinvolgimento dell’intelligence israeliana: si pensi ai famosi “israeliani danzanti”, felici di veder crollare le Torri gemelle e per questo individuati e fermati dalle autorità statunitensi; oppure la questione delle migliaia di addetti ebrei in servizio nelle Torri gemelle e che non si sarebbero recati al lavoro la mattina dell’11/9. Tali “indizi”, però, potrebbero essere visti anche in un altro modo: mettere in circolazione “controinformazione” falsa per indurre un pubblico, perlopiù anti-israeliano, o addirittura anti-ebraico, ad addossare la responsabilità della strage ad un comodo “bersaglio polemico” che funge da schermo e parafulmine, poiché, com’è noto, ogni critica a ciò che è israeliano o ebraico, se non proveniente da qualche ‘pulpito autorizzato’, viene tacciata dai media di regime come “antisemitismo”. E poi, sinceramente, non sono un po’ troppe migliaia di persone da “avvertire” di una cosa così enorme come il crollo delle Torri gemelle, o comunque da tenere a casa con qualche scusa, perché qualcosa non trapeli e mandi in fumo il piano?

Sia come sia, una semplice ricerca su Google alla voce “Israel spies on America” dà tantissimi risultati, segno che il dibattito su questo tema negli stessi Stati Uniti è aperto e non crea “scandalo” come nella vassalla Europa, dove è perennemente allo studio una qualche “legge” (assente in America) per zittire ogni critica ad Israele, anche se esiste pure laggiù un lobbismo che non risparmia nemmeno le università, ed anche i media statunitensi omettono di riferire, in determinati frangenti, gravi fatti che vedrebbero scendere di molto la “simpatia per Israele” tra gli americani (nel 1981, per esempio, un attacco in Libano dell’aviazione israeliana provocò il danneggiamento di raffinerie di proprietà americana, ma i media statunitensi tacquero la cosa).

Un’altra interpretazione ancora dello stretto rapporto tra le élite statunitensi ed israeliane – ma qui non vi è lo spazio per approfondirla – rimanda invece alle “affiliazioni”, alle “obbedienze occulte”, ovvero non palesate da appartenenze partitiche di facciata o dall’adesione a “scuole di pensiero”, le quali spiegherebbero perché al momento giusto l’alleanza tra Stati Uniti ed Israele funziona sempre bene. Si tratta, cioè, di piazzare gli uomini giusti al posto giusto, con la possibilità sempre aperta che qualche ‘uomo sbagliato finisca nel posto sbagliato’, il che spiegherebbe la fine cruenta di alcuni presidenti degli Stati Uniti, essenzialmente per aver creato problemi nel settore monetario, la leva principale utilizzata dai “mondialisti” (qui non v’è distinzione tra “americani”, “israeliani” ecc.) per realizzare il loro sogno di un “Governo Unico Mondiale”. (E.G.)

 

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