Il potere totale sulla vita

Secondo Levinas, Arendt e Foucault, ciò che distingue un sistema totalitario da un sistema autoritario non è soltanto l’intensità dell’oppressione, della sofferenza derivante dalla mancanza di libertà, dalla coercizione. Ciò a cui il totalitarismo mira- scriveva Arendt nelle Origini del totalitarismo- “è costruire una nuova umanità, dalla quale estirpare ogni tratto di spontaneità che non sia riconducibile a una legge storica”.  Se scopo del dominio totalitario è modificare e riplasmare l’umano, gli assunti ideologici, le pratiche di verità, si dimostrano altamente necessari. Sono i suoi punti di forza, non tanto perchè giustificano e legittimano la distruzione del sistema giuridico e legale. L’ideologia non è solo instrumentum regni per ottenere consenso e obbedienza. Se così fosse, il potere si muoverebbe ancora secondo una logica consueta, di mezzi idonei in vista del perseguimento di un determinato fine. Piuttosto, essa è l’ idea- forza, che permette di smontare e rimontare le definizioni che perimetrano la natura di ciò che è umano. In altri termini, è come se il potere totalitario oltrepassata una soglia puramente strategica, mirasse all’edificazione di una nuova ontologia umana. Nei regimi totalitari ci troviamo di fronte non semplicemente ad un abuso di potere che ha calpestato i diritti dei singoli. Non abbiamo soltanto a che fare con un sovrano che oltrepassa i limiti della legge e delle sue prerogative statali. I regimi totalitari, infatti si propongono e si percepiscono come la forma più autentica dell’osservanza della legge. La legge a cui il totalitarismo ritiene di ottemperare ha perso la sua funzione di limite e di divieto, così come non esercita più una mera funzione di interdetto. La legge si è elevata a eterna norma di movimento: il movimento della natura e il movimento della storia, in cui la storia acquista un significato naturale e la natura un significato storico.

Un totalitarismo davvero realizzato si ottiene nel momento in cui il sistema riesce a ridurre l’eterna cittadinanza a massa oggettivabile, a trattare la popolazione come un dato naturale, un materiale normabile e regolabile. Ecco perchè il cuore del funzionamento del totalitario si colloca nel campo di sterminio. Per l’Arendt il vero e proprio “laboratorio” in cui si sperimenta gli assunti ideologici del regime. Il Lager è la cifra del potere totalitario, la sua verità ultima, poichè è il luogo in cui si mette in opera la modificazione della realtà umana: il vero imperativo “ontologico” di questo tipo di potere.

In L’origine del totalitarismo la differenza tra i campi di concentramento e campi di sterminio sembra giocare un ruolo determinante nella definizione di totalitario:  “le fabbriche di cadaveri” diventano il vero e proprio spartiacque tra il totalitarismo e la semplice dittatura, quel punto di non ritorno in cui un regime dittatoriale si trasforma in regime totalitario.

E’ nel campo di sterminio che l’uomo è ridotto a “materiale organico” a semplice vita.

Il dominio totale, che mira ad organizzare gli uomini nella loro infinita pluralità e diversità come se tutti insieme costituissero un unico individuo, e per questo soltanto se ogni persona viene ridotta a un’ immutabile identità di reazioni in modo che ciascuno di questi fasci possa essere scambiato con qualsiasi altro. Si tratta di fabbricare qualcosa che non esiste, cioè un tipo d’uomo simile agli animali, la cui unica libertà consisterebbe nel preservare la specie.

Il lager non servono solo a sterminare ma anche a sperimentare la produzione in serie del nuovo esemplare umano. Essi rappresentano ” l’ideale sociale del regime”, poichè in essi, e in essi soltanto, è possibile il dominio totale. E se il terrore totale si scatena davvero quando è stato eliminato il problema ” ancora relativamente reale” degli oppositori, significa che il mezzo è diventato il fine e che per tanto la relazione mezzi-fini non è più una categoria in grado di spiegare la ratio di tali regimi.

I campi vogliono agire sulla natura umana riducendo il corpo a materiale organico, ma non necessariamente a cosa morta, inanimata.

Tre passi sono necessari per la dominazione totale, potremo dire per giungere alla formazione dell’Uomo indistinto, della nuda vita. L’uccisione del soggetto giuridico- che si ottiene sia  opponendo alcune categorie di persone al di fuori della legge sia collocando i lager al di là del sistema giuridico e penale ordinario-; l’uccisione della personalità morale- grazie alla creazione di situazioni in cui la coscienza individuale non è più rilevante; e infine la cancellazione della singolarità perfino di quella somatica di ognuno. Solo così può essere instaurata la “società dei morenti”, l’unica forma di società in cui sia possibile impadronirsi interamente dell’uomo.

Che cos’è , in ultima istanza, per l’Arendt, il totalitarismo che ha la propria verità nel campo di sterminio? Potremo dire che ai suoi occhi appare come una tragicomica uguaglianza realizzata. Perchè gli uomini “nella misura in cui sono qualcosa di più di un fascio di reazioni animali è un adempimento di funzioni, sono del tutto superflui per il regime. E il regime non è sicuro finchè tutti gli esseri umani non sono resi egualmente superflui”.

Nel totalitarismo ” non è in gioco la sofferenza, di cui ce n’è stata troppa sempre sulla terra, ne il numero delle vittime, è in gioco la natura umana in quanto tale”.  Si tratta infatti di costruire un nuovo uomo dal quale estirpare ogni tratto non sussumibile sotto una legge universale. Grazie sopratutto all’esercizio di potere sperimentato nei campi di sterminio, sembra inverarsi quella che era una pura astrazione del pensiero: l’Umanità universale, indistinguibile nelle sue diverse componenti. Come se quell’ipostasi, che rivestiva il ruolo del Soggetto collettivo nelle filosofie della storia sette-ottocentesche smettesse di essere una finzione. Nei campi di sterminio, gli esseri umani, ridotti a nuda vita biologica, sono davvero diventati meri esemplari intercambiabili della specie.

Ecco il “male radicale” rappresentato dal totalitarismo e dallo stravolgimento di ogni legge, di ogni limite, di ogni distinzione, sino a quella estrema che separa la vita e la morte. Il male è radicale innanzitutto, perchè il potere totalitario rende gli uomini superflui nella loro unicità, nella loro irriducibile differenza l’uno dall’altro e conferisce statuto di esistenza all’unico e vero essere: il grande corpo della Nuova Umanità, a se stesso immutabilmente identico. Ma, come si sa, solo ciò che è morto- ciò che è sottratto al tempo- è identico a se stesso e solo se ridotti a cadaveri viventi gli uomini diventano l’Uomo universale; uniti dal tratto più profondo che li accomuna in una specie: il mero sopravvivere senza altre specificazioni.

Tratto da: Forme contemporanee del totalitarismo, a cura di Massimo Recalcati.

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