Andare avanti ad ogni costo

Esiste ancora qualcuno che vorrebbe riportare indietro le lancette del tempo in un’epoca qualsiasi del passato. Di nostalgici è pieno il mondo, ed in fin dei conti quando la memoria assume una dimensione storica consente di recuperare lezioni importanti dal passato, per capire il presente e ipotizzare il futuro. Tuttavia, diverso è il caso dell’Italia e dei Paesi latini in generale, laddove ogni questione del passato riemerge puntualmente come se fosse di stringente attualità, impedendo così di analizzare il presente e di costruire qualunque presupposto per il futuro. Il dibattito si trasforma di punto in una guerra civile tra divergenti opinioni caotiche e confusionarie dove ognuno rifiuta di costruirsi un proprio ruolo, limitandosi, e di rispettare quello altrui, dove ognuno insomma pretende di giudicare universalmente ed imporsi sugli altri.
Questa volontà di rinunciare ad ogni criterio di oggettività e ad ogni rigore metodico, non è solo dovuta ad una scarsa propensione alla disciplina ereditata dalle scorribande levantine nei territori sud-europei, ma anche ad un vizio terribilmente postmodernista. Nell’era del dominio quasi indiscutibile del pensiero debole, qualunque idea-forza, qualunque idea che anteponga il generale al particolare e qualunque riferimento collettivo diventano immediatamente l’immagine illiberale di un totalitarismo fuori dal tempo. Eppure, ad essere fuori del tempo ancor più di qualunque forma di vecchio totalitarismo è proprio questa combriccola informe di personalità che si ergono a classe intellettuale, pensando di innalzarsi al di sopra delle masse popolari: in realtà il tempo medio a disposizione di questi idioti non supera il paradigmatico quarto d’ora di gloria, e la loro fama scade quasi subito nell’angusto spazio della più assoluta autoreferenzialità.
Un passaggio caotico e confusionario di idee, presunte analisi, diverse visioni di uno stesso fatto, parole eclatanti, slogan imponenti, immaginario trasgressivo: elementi così cacofonici e monocorde nella loro ridondanza che nemmeno lasciano più il segno in un terreno “popolare” ormai completamente solcato da venti anni di talk-show inutili e di opinion-making all’americana.
Al di là di questo, esiste comunque un mondo in evoluzione, un mondo che non segue affatto le logiche globali immaginarie narrate dai principali opinionisti occidentali, bensì un mondo che continua a procedere in funzione delle classiche dinamiche storiche di sempre sebbene sotto aspetti e forme chiaramente inediti, secondo lo schema a spirale che il filosofo Giambattista Vico definiva dei “corsi e ricorsi storici”. Si viene così a creare un effetto di “sdoppiamento” del reale tra i fatti così come sono e lo scenario narrativo così come viene percepito dall’opinione pubblica. Questo sdoppiamento segue livelli di alienazione diversi, su piani diversi fondati su diverse morali: non esistono dunque una realtà ed una sola percezione alterata della realtà, ma una realtà (comunque poliedrica, molteplice, mai chiara e univoca) e molte percezioni alterate della realtà.
Il tasso di confusione che si registra è altissimo: quanto maggiore è il margine di interpretazione consentito dei fatti tanto minore è la capacità di comprensione dei fenomeni sociali e politici che ci circondano e che necessariamente ci coinvolgono a 360 gradi. Questa amplissima possibilità di interpretazione, che molto spesso sfocia nella più totale arbitrarietà quando non nella manipolazione del reale, viene definita in Occidente quale massima libertà di espressione. Tuttavia, la libertà di espressione potrebbe mai consentire la falsificazione della realtà? E in generale potrebbe dirsi autenticamente libero un sistema d’opinione e informazione che sacrifichi in modo così schiacciante l’aderenza della notizia rispetto ai fatti così come sono effettivamente avvenuti o l’omogeneità dei criteri valutativi rispetto a fatti analoghi?
Il dominio che gli Stati Uniti esercitano nei principali canali d’informazione del mondo occidentale è pressoché totale. Ogni notizia che riguardi la politica internazionale, nel Nord America e in Europa è completamente filtrata e setacciata dalle agenzie di comunicazione della macchina propagandistica di Washington. Tutti i telegiornali delle prime sei reti nazionali non fanno altro che ripetere in modo ossessivo una versione pressoché identica di uno stesso fatto, lasciando spazio a sfumature diverse tra le opinioni costruite nel dibattito successivo. Nel caso di quello che fu presentato quale il “massacro di Timisoara” nella Romania comunista, e dell’analogo e ben più recente accaduto di Houla in Siria, nessuno si è preoccupato di verificare l’attendibilità della fonte da cui provenivano le notizie e le ricostruzioni cronachistiche degli eventi: la versione è unica. Ceausescu doveva essere processato e condannato, Assad deve esserlo entro breve.
Quando poi, ad anni di distanza dai fatti, giunge la smentita e la precisazione secondo la quale qualcuno avrebbe frettolosamente ritenuto assolutamente vera una notizia falsa, tutto viene sistematicamente riportato in uno squallido articolo di fondo che, solitamente, tende a rimediare alla figuraccia attraverso il ricorso ad ennesime riflessioni autoreferenziali. Le armi di distruzione di massa in Iraq, mai trovate, avevano costituito il pomo della discordia e la principale motivazione dell’intervento contro la nazione di Saddam Hussein. Quando nel 2006, Colin Powell fu costretto ad ammettere l’errore e la manipolazione di un dossier diffuso al mondo per tre anni, il leader del Ba’ath iracheno era già stato massacrato in un ameno luogo del Paese dai tagliagole locali, come è avvenuto l’anno scorso ai danni del colonnello Gheddafi. Anche in questo caso, siamo pronti a recepire entro qualche anno la smentita in merito alle repressioni che il leader libico avrebbe perpetrato ai danni della sua popolazione tanto da costringere l’ONU ad intervenire, per poi assegnare un mandato alla Nato che ha distrutto e messo in ginocchio il Paese nordafricano.
Ci diranno che con Gheddafi la Libia aveva il maggiore reddito pro-capite dell’intero Continente Nero, che la politica di sicurezza di Gheddafi garantiva una certa stabilità sul Mediterraneo e che, ora, al suo posto regnano il caos e l’estremismo islamista. Ma noi lo sappiamo già. Sappiamo come funziona la macchina bellica di Washington e di Londra e – all’occorrenza – degli alleati subalterni di Parigi, di Berlino, di Ankara e di Roma.
Non si spiegherebbero altrimenti i completi rovesciamenti di giudizio rispetto a governi quali quello di Mubarak in Egitto o quello di Ben Alì in Tunisia, ritenuti sino a due anni fa dei modelli di democrazia di primo piano dagli stessi Paesi occidentali, e poi improvvisamente presentati al pubblico internazionale come decadenti dittature che i popoli arabi avrebbero dovuto lecitamente sostituire. Idem per la percezione dell’Islam come realtà politica: dopo otto anni di spaventoso terrore mediatico e di controlli a tappeto in ogni città per tutto quanto concernesse possibili attività sovversive e terroristiche in Occidente, oggi Obama dà persino il suo assenso all’apertura di un’ambasciata talebana in Qatar e celebra la vittoria del neoeletto presidente egiziano Morsi, un “fratello musulmano” che pretende la liberazione di uno dei terroristi responsabili degli attentati al World Trade Center del 1993, attualmente condannato all’ergastolo negli Stati Uniti.
In pochi mesi, grazie all’abile regia dei principali mezzi d’informazione occidentali, la percezione del complesso mosaico politico e geografico dell’Islam è completamente cambiata. Tuttavia il mondo musulmano in questo brevissimo lasso di tempo che ci ha condotto alle “primavere arabe” (2008-2010) è rimasto sempre lo stesso, anzi oggi è persino aumentato il pericolo che le organizzazioni islamiste transnazionali (wahabite e salafite) tornino a colpire, potendo contare sull’eventuale appoggio di molti più governi che in passato.
Così, mentre gli equilibri internazionali cambiano per davvero, in Europa ancora si discute su come uscire dalla crisi attraverso nuove misure di austerità che salvaguardino la stabilità di un sistema bancario che, così com’è strutturato ora, non garantirà mai al nostro subcontinente europeo una piena robustezza politica, militare ed economica a livello intergovernativo e sovranazionale. Anche in questo caso l’interpretazione dei fatti viene filtrata e manipolata per le masse: Angela Merkel è dipinta come un mostro hitleriano pronto a invadere l’intera Europa, le partite di calcio assumono una dimensione tutta “politica” per scatenare la più becera xenofobia contro i tedeschi “strozza-Grecia” e gli ucraini “ammazza-cani” o “picchiatori di povere eroine arancioni”.
È chiaro che se questo è l’andamento generale nell’opinione pubblica, non possiamo attenderci molto di più nemmeno da chi si avventura in ardite letture del panorama internazionale: anche in questo caso, pretendere che l’analisi degli assetti globali sia finalmente scevra dal ridicolo frasario relativo ai diritti umani o a categorie idealiste quali “libertà” e “democrazia”, sarebbe troppo. Ingabbiati in questa trincea romantica, tanti italiani – da destra a sinistra – amano ancora rotolarsi nei fanghi dei loro sogni giovanili, delle loro illusioni e delle loro speranze fallite. Non ha senso tentare di convincerli che la realtà non funziona così e che mentre loro teorizzano un sistema politico perfetto (ognuno ne ha uno personale ovviamente), le aziende concludono affari più o meno legittimi, i generali conducono guerre più o meno giuste e i politici stanziano miliardi in progetti più o meno efficaci. Continueranno a parlare, a cantare e a ballare. È una vecchia tradizione sessantottina che stenta a scomparire, almeno fin quando simili babbioni e megere continueranno a percepire denaro statale in qualche ente pubblico inutile o “dilatato” a spese nostre.

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