La leggenda della sensibilità femminile

 

Che la donna, in generale, possieda una sensibilità più accentuata e più squisita di quella dell’uomo, è una di quelle leggende che si tramandano tenacemente e che, nonostante la loro palese inconsistenza, sembrano destinate a durare per sempre, evidentemente perché entrambi – uomini e donne, ma per ragioni diverse – hanno bisogno di credervi.

Gli esseri umani hanno bisogno di credere in tante cose – in tutte: dalla chiromanzia alla fisica quantistica, dalla stregoneria alla logica razionale, dal progresso tecnologico alle mitologie cosmiche, dalle religioni del cargo ai dischi volanti; quel che importa, se si vuole imparare qualcosa su di essi, è il grado di convinzione con cui vi credono e le ragioni per le quali vi credono, non il valore oggettivo delle loro credenze.

Gli uomini medievali credevano, ad esempio, all’esistenza dell’araba Fenice: un mitico uccello che, morendo, risorgeva ogni volta dalle proprie ceneri; gli uomini moderni hanno bisogno di credere che la donna sia più sensibile del maschio, così come gli uomini civilizzati hanno bisogno di credere al mito del “buon selvaggio”.

Se si immagina di togliere all’Illuminismo, con uno sforzo della fantasia,  il mito del buon selvaggio, ci si rende subito conto che l’Illuminismo stesso crolla, si affloscia su se stesso, scompare: tolta la credenza nella bontà originaria dell’uomo, cade anche quella della sua incessante perfettibilità; dunque, cade l’idea di progresso, così come cade l’idea della ragione naturale quale guida infallibile verso il progresso medesimo.

A quel punto, gli illuministi si troveranno a brancolare fra le ceneri della loro utopia devastata, senza più nulla cui aggrapparsi, senza più nulla in cui credere per continuare a vivere. Senza i preti malvagi e senza più i signori egoisti cui addossare tutte le colpe sociali e tutto il male della storia, l’Illuminismo è una macchina che non funziona più: e non gli resta che imporre brutalmente, a colpi di ghigliottina o di gulag, il paradiso in Terra destinato agli uomini dalle loro strampalate teorie. E così, difatti, è stato.

Proviamo a togliere all’uomo moderno la credenza che la donna sia una creatura dolcissima, eterea e particolarmente sensibile, mandata dal Cielo a illuminare il cammino faticoso e incerto dell’uomo: non gli resterà che rovistare tra le rovine fumanti di un sogno di bellezza infranto, senza il quale la vita gli apparirà di uno squallore e di una tetraggine insopportabili. E questo perché, una volta detronizzato Dio dalla propria anima, subito è emerso il bisogno di infeudarsi a un altro potere “magico”, questa volta, però, sul piano del finito.

La donna gentile è il surrogato del Dio misericordioso in cui più non si crede: non è un caso che la poesia trobadorica, che inventa questo mito, si affermi verso la fine del Medioevo, quando la civiltà del mercante soppianta quella della Chiesa. In un mondo abbandonato da Dio e dominato dalla oscura forza del denaro, forza impersonale e disumana, occorreva qualcosa cui aggrapparsi per non essere sopraffatti dall’orrore dell’estraniamento: ed è nata la leggenda della donna gentile, poi trasformata, addirittura, in donna  angelo. Il Creatore è lodato in virtù della creatura: inversione totale della precedente prospettiva teologica.

Nel mondo antico non si trova questa estrema idealizzazione della donna: non la conoscevano né i Greci, né i Romani; e, se è per questo, neppure la società dell’Alto Medioevo. Si trovano, bensì, soprattutto nella poesia, esempi di donne straordinariamente pure, nobili, sensibili: ma nessuno si sognava di farne una regola. E nessuno si sognava di idealizzare la donna fino al punto di sostenere che ella mira a ben altro, a ben altre soddisfazioni e gratificazioni, che non il vile orgasmo. Interpellato da Zeus e da Era su chi, fra l’uomo e la donna, goda di più nell’atto sessuale, Tiresia risponde che a godere di più è la donne, e di gran lunga; ragion per cui Era, furiosa, punisce l’indovino con la cecità.

Se questa, dunque, è la genesi della leggenda della maggiore sensibilità dell’animo femminile, resta da vedere che cosa l’abbia resa possibile, se non plausibile.

Forse il fatto che la donna piange e si commuove più facilmente dell’uomo? Che pianga molto più facilmente, questo è un fatto; ma le cause del fatto sono ben diverse da quel che può sembrare, se si pretende di giudicare la psicologia femminile con lo stesso metro di quella maschile. La donna piange più facilmente perché controlla di meno le sue reazioni emotive; e questo è tutto. Ciò non significa affatto che sia più sensibile.

Opinare diversamente, significherebbe prendere per buone le lacrime del ministro Elsa Fornero, allorché annunciava una riforma delle pensioni e del lavoro fatta di lacrime e sangue per i ceti sociali più modesti. Quelle lacrime non le hanno impedito di andare avanti dritta per la sua strada, anzi, di accentuare ulteriormente la pressione sui soliti noti, con buona pace della giustizia distributiva e con profonda soddisfazione di quei supermanager strapagati, classe cui peraltro ella appartiene, che della crisi economica, personalmente, neanche si sono accorti.

Quanto al fatto di commuoversi, bisogna vedere cosa si intende con tale espressione. Una persona si può commuovere facilmente e altrettanto facilmente può voltare le spalle al fatto che l’ha commossa e, addirittura, rimuoverne la memoria in un tempo incredibilmente breve. Giudicare la sensibilità dalla propensione alla commozione è un giudicare da bambini, secondo le apparenze: e così come esistono le lacrime del coccodrillo, così esistono persone che si commuovono, e intanto continuano a infierire.

Allora, forse, la leggenda è nata dalla maggiore fragilità fisica della donna? A parte il fatto che questa non è una regola, vale qui la stessa obiezione fatta sopra: l’apparenza può ingannare. Si è presa la colomba quale simbolo della pace e il lupo quale simbolo della cattiveria; ma l’etologia ci ha resi edotti che i lupi quasi mai si uccidono fra loro, mentre le colombe sono capaci di straziarsi a colpi di becco fino alla morte. E, come è noto, per giudicare la propensione alla mitezza di un animale, bisogna osservare il suo comportamento all’interno della specie cui appartiene, e non già guardando a come si comporta con le specie diverse dalla propria.

C’è ancora un’altra possibilità, e cioè che la leggenda sia nata da una associazione di idee fra maternità e sensibilità. Ma la maternità, in se stessa, è un fatto biologico; la dolcezza, cui di solito la si associa, può esserci oppure no; se è per questo, vi sono anche mamme che tirano su i figli senza dare loro un’ombra di affetto, con una durezza implacabile. Le cosiddette “mamme drago” giapponesi sono così dure nell’allevare i propri figli, nell’imporre loro ritmi sostenutissimi di impegno scolastico, che non di rado dei bambini di otto o nove anni cadono in depressione e vengono portati dallo psicanalista, magari perché questi’ultimo aggravi ulteriormente il danno. Anche la madre di Giacomo Leopardi, la contessa Adelaide Antici, non doveva essere un campione di calore e affettuosità materna.

D’altro canto, vi sono padri molto più dolci e affettuosi con i propri figli, di quanto non lo siano le rispettive madri; ed è una circostanza assai più diffusa di quanto comunemente non s’immagini. Abbiamo detto «più dolci e affettuosi», e non «più permissivi e accondiscendenti»: c’è una bella differenza fra le due cose. Vi sono padri che sanno unire la dolcezza con un giusto grado di severità e di autorevolezza e che sono amati dai figli proprio per questo, mentre vi sono madri che non sono realmente amate, e meno ancora rispettate, dai loro figli, benché si sforzino di essere complici e “amiche”, a discapito di ciò che richiederebbe un corretto rapporto educativo.

Che la donna possieda un animo più sensibile dell’uomo, dunque, è una leggenda pura e semplice, consacrata dall’abitudine, dal conformismo e dalla pigrizia mentale. La cultura femminista, che pure ha rivendicato l’assoluta parità di trattamento fra uomo e donna, non solo avanti alla legge – il che è giusto -, ma anche nelle relazioni sociali e nei rapporti personali, non ha avuto l’onestà di smantellare questa leggenda, così come altre dello stesso genere; è tropo comodo tenere il piede in due staffe: esigere l’uguaglianza totale ma, nello stesso tempo, recitare la parte del sesso debole, a seconda della convenienza.

Allo stesso modo, certe donne che non potrebbero neanche concepire qualcosa di diverso dai dogmi del femminismo, poi si risentono se l’uomo non cede loro il passo davanti all’ascensore o alla fermata dell’autobus, se non offre la cena al ristorante, se non le complimenta per il vestito nuovo e perfino se non le guarda. Femministe sì, ma pur sempre avide di ammirazione maschile, di attenzioni maschili, di desiderio maschile; femministe, ma anche eternamente bisognose di sentirsi ammirate in quanto donne, lusingate, corteggiate.

La Mirandolina di Goldoni è il prototipo di questa curiosa specie ibrida, che sventola come una bandiera la propria indipendenza e che  ostenta la propria noncuranza, per non dire il proprio disprezzo, nei confronti delle svenevolezze maschili verso le donne; ma che poi non sa fare a meno dell’eterno tributo maschile, si sente offesa a morte dalla poca considerazione dell’uomo, anche di un solo uomo in mezzo ad un intero esercito di proni adulatori, e giura a se stessa che si vendicherà dell’insolente, adoperando qualunque arma presa dal repertorio più classico della seduzione femminile, ivi compreso persino il finto svenimento.

Vogliamo dire, con tutto questo, che il sesso maggiormente dotato di sensibilità non è quello femminile, ma quello maschile? Niente affatto. La sensibilità non è questione di genere sessuale; qui la differenza tra uomo e donna non c’entra per nulla. Vi sono persone più sensibili  e altre che lo sono di meno; ve ne sono anche di quelle che non lo sono affatto.

La sensibilità è un insieme di qualità dell’anima: la delicatezza, la sollecitudine, la generosità, l’altruismo, la naturale benevolenza; ha anche a che fare con ciò che gli psicologi chiamano “risonanza”, intesa come primarietà o secondarietà.

La persona sensibile è secondaria, nel senso che impiega moltissimo tempo per liberarsi da una impressione interiore, specialmente se si tratta di una impressione negativa, imbarazzante, penosa; che rimane dominata a lungo dai ricordi dolorosi, dagli insuccessi patiti, dalle mortificazioni subite; mentre la persona primaria dimentica in fretta. La persona primaria passa ad un nuovo amore, o almeno ad un nuovo corteggiamento, subito dopo essere stata lasciata; la persona secondaria, dopo la fine di un rapporto amoroso, rimugina senza fine e gira spietatamente il coltello nella piaga dei ricordi.

Ebbene, avere un carattere di tipo primario o di tipo secondario non ha nulla a che vedere con l’essere uomo o donna: vi sono uomini e donne primari e vi sono uomini e donne secondari. Analogamente, vi sono uomini e donne sensibili e vi sono uomini e donne insensibili; e l’esperienza di vita ne dà ogni giorno la conferma a chiunque sia capace di porsi in maniera libera da pregiudizi e schemi mentali precostituiti. Vi sono uomini dall’animo straordinariamente sensibile, così come vi sono donne dall’animo straordinariamente grossolano; ma questa non è la regola, così come non esiste la regola opposta. Il fatto è che le persone sono prima di tutto persone, cioè esseri umani; e solo in secondo luogo sono uomini e donne, giovani e vecchi, belli e brutti, giovani e vecchi, sani e malati, onesti e disonesti.

In senso stretto, non tutti sono persone: lo sono soltanto quelli che hanno intrapreso una certa strada, che hanno fatto un certo lavoro su se stessi per uscire dal livello inferiore dell’esistenza, per portarsi verso i livelli superiori. Ne abbiamo già parlato in numerose altre occasioni e non ci torneremo sopra adesso. Per ciò che è necessario all’economia del nostro discorso, pertanto, ci basta avere evidenziato che non si è più o meno sensibili perché si nasce maschi o femmine, ma per una misteriosa alchimia interiore, che riguarda l’essere umano in quanto tale, prima di qualunque altra determinazione specifica.

Vi è bisogno di uomini e donne sensibili, specialmente nella società odierna, che per sua stessa natura tende a calpestare senza alcun riguardo la vita interiore delle persone, dominata com’è dalla fretta, dal materialismo, dall’esasperazione produttiva e consumista. Vi è bisogno di sensibilità per reintrodurre un po’ di bellezza, un po’ di dolcezza, un po’ di umanità in un mondo che tende a divenire sempre più desolato, a inaridirsi come un deserto.

Incontrare una persona sensibile è come incontrare un’oasi in mezzo alla sconfinata distesa delle sabbie roventi: un’oasi serena e verdeggiante, dove l’acqua scorre limpida e gli uccelli volano festosi tra le fronde. L’incontro con una persona sensibile ci aiuta a ristorare la nostra sete di affettività, ci permette di riprendere il cammino con passo più sicuro e con animo rinfrancato. Sia lode a queste felici oasi nel deserto, a queste stelle che brillano nel buio della notte.

 

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