Quando le nostre difese ci trasformano nel peggior nemico di noi stessi

 

Vivere significa anche soffrire, e soffrire significa anche sforzarsi di far cicatrizzare le proprie ferite, nonché elaborare delle strategie per soffrire di meno.

A nessuno piace la sofferenza e perfino il martire più autolesionista ne farebbe volentieri a meno, se solo gli si aprisse un minimo raggio di speranza: la speranza che una vita autentica, anche se minacciata dalla sofferenza, sia comunque preferibile ad una vita che, per paura della sofferenza, chiuda porte e finestre alla possibilità della gioia.

Noi tutti, pertanto, nel corso della nostra vita, mettiamo a punto, più o meno consapevolmente, gli atteggiamenti più idonei a preservarci, fin dove possibile, dalla sofferenza; e, dove ciò non lo sia, ad attenuarla, a far sì che i suoi morsi non riescano a penetrare fino alla carne viva della nostra anima, ma si fermino agli strati superficiali della pelle.

Il modo più ovvio di proteggersi da una aggressione è quello di porre un ostacolo, una difesa, uno sbarramento, fra noi e il soggetto che potrebbe aggredirci: è il sistema adottato negli zoo per contenere l’eventuale aggressività delle bestie feroci nei confronti dei visitatori. Lo usano anche i sommozzatori quando si calano in acque infestate dagli squali: scendono all’interno di una struttura metallica protetta da sbarre.

Si tratta di un modo ovvio, ma che presenta almeno due grossi inconvenienti.

Il primo è che si tratta di una strategia assolutamente passiva: non offre alcun controllo sull’evolversi della situazione, si limita a fronteggiarla allorché essa diviene pericolosa; è un sistema statico e per niente duttile, diciamo pure poco intelligente, perché non richiede alcuna intelligenza da parte di chi lo adotta: che si tratti di un genio o di un cretino, tutto quel che devono fare entrambi è alzare le sbarre e aspettare che il pericolo passi.

Il secondo inconveniente è che, come tutti i sistemi poco intelligenti, può ritorcersi contro chi lo adopera, nel senso che non è sempre ben chiaro chi sia chiuso fuori e chi rimanga chiuso dentro. Una parete di sbarre metalliche può proteggerci agli assalti della tigre, sia che si trovi rinchiusa lei, sia che ci troviamo rinchiusi noi. Ma che cosa accadrebbe se, per qualunque ragione, trovandoci rinchiusi noi, non potessimo poi uscirne? Ad esempio cosa accadrebbe se la tigre si limitasse a fare la guardia presso la porta, aspettando che la fame e la sete ci inducano a tentare una sortita, per poi assalirci e sbranarci quando saremo costretti a uscire?

Vi sarebbe poi un terzo inconveniente: quello di abituarci a contare perpetuamente su di una barriera protettiva, senza la quale, però, saremmo perduti, perché non sapremmo che altro inventarci per imbastire una difesa. In altre parole, chi si abitua a stare sempre sulla difensiva, alla fine non solo disimpara ad attaccare, ma disimpara anche a difendersi: come accadde al’esercito francese nel 1940, allorché, fidando troppo nella protezione della Linea Maginot, ritenuta imprendibile, si lasciò sorprendere e travolgere con inaspettata facilità dall’abile strategia d’attacco delle divisioni corazzate tedesche.

Fuor di metafora: la protezione contro le sofferenze, che noi ci costruiamo nel corso della vita, il più delle volte è una protezione statica, passiva e poco intelligente. Consiste nel tenerci lontani da certe situazioni o nell’anestetizzare le parti più sensibili ed esposte, ovvero la sfera dei sentimenti, nella maggior misura possibile. Ma tutto questo finisce spesso per ritorcersi contro di noi, perché, se ci tiene lontani dal pericolo, ci tiene però anche lontani dalle situazioni favorevoli e gratificanti, o che sarebbero tali potenzialmente; inoltre ci rende prevedibili e ripetitivi nei nostri comportamenti, per cui non siamo neanche del tutto sicuri di poter reggere a un attacco inaspettato.

Insicuri e prigionieri di noi stessi, delle nostre stesse difese: potremmo immaginare una situazione più sfavorevole, nella quale ci precludiamo ogni occasione possibile di bene, mentre non siamo neppure certi di poter tenere a bada le occasioni di sofferenza?

Dobbiamo fare molta attenzione, dunque, allorché elaboriamo e mettiamo a punto la nostra personale strategia contro la sofferenza, perché rischiamo di chiuderci con le nostre stesse mani in una prigione dalla quale, forse, quando vorremmo uscirne, non troveremo il modo per farlo, perché avremo smarrito la chiave. È relativamente facile mettersi al sicuro dentro una gabbia, ma non è altrettanto certo che si sarà capaci di uscirne, quando lo si vorrà fare.

Stiamo parlando di sentimenti: ciò che di più delicato, di più fragile, di più preziosa esista nella vita umana. Metterli sotto chiave è sempre una soluzione estrema e sproporzionata, anche, se, dopo aver patito una acuta sofferenza, questa è la cosa che istintivamente ci viene da fare. Però, una volta che lo avremo fatto, e che ci saremo protetti con delle solide sbarre d’acciaio, ci potrebbe accadere di voler riacquistare la nostra libertà di movimenti, e di non esserne più capaci.

Sarebbe una amara ironia quella di finire prigionieri delle nostre stesse sbarre e di scivolare in una sofferenza peggiore di quella che avevamo creduto di esorcizzare, condannandoci da soli all’impotenza, alla solitudine e allo scoraggiamento. Molto probabilmente, finiremmo per perdere anche la stima di noi stessi: ci sentiremmo delle nullità, pensando di dover ringraziare proprio noi stessi della nostra sofferenza.

La stima di sé rappresenta sempre un fattore importantissimo nelle battaglie della vita: perché la vita è fatta anche di battaglie, di battaglie pressoché quotidiane, che ci piaccia o no. Abbiamo detto che è fatta “anche” di battaglie e non “solo” di battaglie, per cui i guerrieri da strapazzo e i superuomini da supermercato possono anche rilassarsi: in essa non si deve solo imparare a combattere e, comunque, il combattimento in cui più facilmente si riesci vincitori è quella forma di difesa mobile che consiste nel sapersi mettere in gioco.

Quella di mettersi in gioco è la strategia opposta alla difesa passiva e poco intelligente della gabbia d’acciaio: invece di aspettare che il nemico ci aggredisca, noi gli andiamo incontro, ma lo facciamo con la piena consapevolezza che potremo soffrire, anzi che soffriremo certamente, perché la sofferenza è inseparabile dalla vita, ma che potremo incontrare anche la gioia: ed è praticamente impossibile accedere a quest’ultima se si profondono tutte le proprie energie unicamente nel tenere ben munite le difese – le sbarre della gabbia in cui ci si vuol rinchiudere.

Perché è certo, certissimo che quelle sbarre rinchiuderanno noi, non il pericolo da cui volevamo proteggerci: noi non possiamo mettere in gabbia il mondo intero, ma solo noi stessi; e, anche se potessimo mettere in gabbia il mondo intero, alla fine saremmo pur sempre noi chiusi in gabbia: perché la gabbia non corrisponde alla porzione minore di spazio, ma alla porzione di spazio in cui si è rimasti da soli e dalla quale non si può uscire.

È una strategia rischiosa? Forse; ma non più di quanto lo sia quella della difesa passiva, ossia quella delle sbarre e della gabbia. Finché noi siamo fuori, possiamo essere aggrediti, ma possiamo anche difenderci meglio; possiamo girare intorno all’ostacolo o al pericolo; possiamo, soprattutto, conservare libertà di movimenti rispetto a tutte le altre cose belle che forse ci verranno incontro, ma che, se fossimo dietro le sbarre, non potremmo accogliere.

Un’altra cosa. Per guarire dalle ferite, bisogna dar loro la possibilità di cicatrizzarsi; tenersi fuori dalla portata delle ferite stesse è un modo come un altro per fuggire davanti alla realtà, a tutta la realtà, quella bella non meno di quella brutta; senza contare che, in tal modo, la nostra anima non imparerà mai a medicare da se stessa le proprie ferite.

Però, si potrebbe obiettare, vi è il pericolo di riceve delle ferite morali, dalle quali nessuno può guarire: e sarebbe una pazzia non tenere conto di un rischio del genere. È vero, vi sono delle ferite mortali: ma la conclusione è stata maggiore della premessa: forse che, per evitare gli incidenti mortali, bisogna rinunciare a guidare la macchina? Piuttosto, sarà meglio imparare a guidarla con prudenza, a evitare le situazioni pericolose, a non scherzare con la morte; dunque, sarà opportuno imparare a conoscere meglio anche se stessi, per potersi valutare in modo giusto e per valutare i fattori di rischio.

Chi ha una vista debole o i riflessi lenti, non dovrebbe infilare l’autostrada, di notte, alla massima velocità consentita; e chi ha imparato a conoscersi come imprudente, avventato, impulsivo, non dovrebbe esporsi in situazioni ove queste sue caratteristiche lo candiderebbero, con molta probabilità, a insuccessi, fallimenti, dispiaceri.

Il “conosci te stesso” è dunque, ancora una volta, l’elemento decisivo per sapere come porsi nei confronti della sofferenza: perché vi sono sofferenze che ci piombano addosso nostro malgrado, ed altre che ci siamo andati letteralmente a cercare, anche senza rendercene conto. Appunto, questo è il guaio dell’inconsapevolezza: il atto di andare a mettersi in situazioni difficili o pericolose senza aver saputi valutarle e riconoscerle come tali.

Non è detto che bisogna sempre tenersi lontani da tutti i fattori di rischio, perché, talvolta, vi sono dei rischi che bisogna essere disposti a correre, se si vuol realizzare un più importante obiettivo; il male è porsi nei pericoli senza averne una adeguata coscienza. Così come il mediocre nuotatore non dovrebbe spingersi troppo al largo, e nessun nuotatore, per quanto allenato, dovrebbe tuffarsi nell’acqua fredda durante la digestione di un pasto abbondante, allo stesso modo bisogna sapersi regolare nell’ambito della propria affettiva e sentimentale: conoscere se stessi, valutare i fattori di rischio e decidere il da farsi solo a ragion veduta.

Anche se la cultura dominante ama esaltare il gusto del rischio, bisogna comprendere che vi è un modo intelligente e un modo assolutamente stupido di affrontare i rischi. Non stiamo facendo l’elogio dell’atteggiamento calcolatore, ci mancherebbe altro: anzi, abbiamo detto poc’anzi, e lo ribadiamo, che la cosa migliore, in linea di massima, è accettare una certa percentuale di rischio nelle cose e, quindi, sapersi mettere in gioco anche nella sfera della propria vita affettiva.

Mettersi in gioco, però, non vuol dire buttarsi avanti a testa bassa, come degli aspiranti al suicidio: nell’urto contro il muro, a rompersi sarebbe la nostra testa, non il muro. Questo concetto deve essere ben chiaro: non sarebbe un coraggioso, ma semplicemente un pazzo, colui che, davanti a una tigre infuriata, aprisse la porta della gabbia e sfidasse la belva a mani nude, senza la benché minima esperienza di come ci si debba comportare in un caso del genere.

Il domatore ha faticato anni e anni per imparare come ci si deve comportare con le bestie feroci; ha fatto il suo apprendistato per gradi, quasi sempre con l’aiuto di assistenti, guadagnandosi, a poco a poco, il rispetto e forse il timore da parte di esse. Ha imparato che, nello scontro delle due volontà, vince quella che non mostra segni di paura: non quella che non sa cosa sia la paura. Chi non sa cosa sia la paura è soltanto un incosciente, che gioca inutilmente con la propria vita e che, prima o poi, finirà per perderla. La fortuna può aiutare i pazzi, gli incoscienti e gli ubriachi per una volta, forse anche per due: ma poi li abbandona al loro inevitabile destino.

Tutto questo è in contrasto con la cultura oggi dominante, che, specie nel campo dei sentimenti (ma anche in quello degli affari, come è logico che sia in regime di capitalismo trionfante), esalta oltre ogni limite la pretesa bellezza del rischio, ed esorta tutti quanti a buttarsi come pazzi nelle situazioni più difficili, intricate e potenzialmente cariche di sofferenza. Vi sono perfino dei ciarlatani, i quali si spacciano per maestri spirituali, i quali esortano i loro discepoli ad esporsi ad ogni rischio, perché solo così, essi dicono, l’anima si fortifica e diventa capace di dominare le situazioni. Purtroppo, i cimiteri sono pieni di discepoli scriteriati che hanno preso alla lettera questi discutibili insegnamenti e che hanno perso  vita per aver voluto giocare con cose più grandi di loro.

No, non si deve scherzare con i rischi della vita; soprattutto, non ci si deve mettere in situazioni di rischio senza conoscerle e senza conoscersi. Se si esaminasse una ipotetica statistica delle più gravi sofferenze affettive e delle loro disastrose conseguenze, si scoprirebbe, crediamo, che in quelle situazioni è mancato uno di tali fattori di conoscenza, quella di sé o quella dell’altro, o forse che sono mancati entrambi.

Proteggersi è giusto, quindi; anzi, è doveroso nei confronti di noi stessi. Ma stiamo attenti a non finire prigionieri della nostra stessa gabbia protettiva. Ce n’è, di mondo, al di là delle sbarre, che attende di essere esplorato: ci sono terre e mari sconfinati, pieni anche di cose belle….

 

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