Quando le nostre difese ci trasformano nel peggior nemico di noi stessi

 

Vivere significa anche soffrire, e soffrire significa anche sforzarsi di far cicatrizzare le proprie ferite, nonché elaborare delle strategie per soffrire di meno.

A nessuno piace la sofferenza e perfino il martire più autolesionista ne farebbe volentieri a meno, se solo gli si aprisse un minimo raggio di speranza: la speranza che una vita autentica, anche se minacciata dalla sofferenza, sia comunque preferibile ad una vita che, per paura della sofferenza, chiuda porte e finestre alla possibilità della gioia.

Noi tutti, pertanto, nel corso della nostra vita, mettiamo a punto, più o meno consapevolmente, gli atteggiamenti più idonei a preservarci, fin dove possibile, dalla sofferenza; e, dove ciò non lo sia, ad attenuarla, a far sì che i suoi morsi non riescano a penetrare fino alla carne viva della nostra anima, ma si fermino agli strati superficiali della pelle.

Il modo più ovvio di proteggersi da una aggressione è quello di porre un ostacolo, una difesa, uno sbarramento, fra noi e il soggetto che potrebbe aggredirci: è il sistema adottato negli zoo per contenere l’eventuale aggressività delle bestie feroci nei confronti dei visitatori. Lo usano anche i sommozzatori quando si calano in acque infestate dagli squali: scendono all’interno di una struttura metallica protetta da sbarre. Leggi il resto dell’articolo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: