Le persone più vere sono quelle che non giocano a nascondino con se stesse

Nel film di Howard Hawks «Rio Bravo», del 1959, la ballerina e giocatrice d’azzardo Feathers (l’attrice Angie Dickinson) capita in un paesino del West nel mezzo di una guerra fra lo sceriffo Chance (John Wayne), impegnato a ristabilire l’ordine e la legge, e il ricco possidente Bourdette, che vorrebbe imporre le sue regole con la violenza.

Rimane affascinata dal solitario, burbero scapolone con la stella di latta, il quale può contare solamente su un ex pistolero alcolizzato, su un vecchio sciancato e petulante e su un giovanissimo tiratore, capitato anch’egli lì per caso; e, senza tanto girare attorno ai propri sentimenti, prende l’iniziativa e lascia capire a Chance quel che prova per lui.

Lo fa con estrema onestà, senza nulla chiedergli e accettando tutti i rischi, anche fisici, che la situazione comporta; infine, una volta che sono stati debellati i “cattivi”, si fa trovare in calzamaglia, con le chilometriche gambe nude, per far vedere sino in fondo che razza di donna era, quando si esibiva nei saloon, affinché l’uomo possa decidere se prenderla con sé, in un gesto di estrema lealtà e sincerità: eccomi, se mi vuoi, io sono questo e non altro, prendimi o lasciami andare.

Raramente le persone possiedono questa franchezza, a monte della quale c’è una capacità di guardarsi dentro con occhio limpido e di vedersi come si è realmente, senza trucco e senza inganno; la maggior parte di noi tende a barare al gioco, magari senza rendersene conto. Leggi il resto dell’articolo

L’arte della guerra: I pirati dell’Oceano Indiano

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Lo schieramento multipartisan, che dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa, è sceso a fianco dei due fucilieri del Battaglione San Marco incriminati dalla magistratura indiana per aver sparato su dei pescatori, scambiati per pirati, uccidendone due.

Decine di Comuni hanno risposto alla chiamata patriottarda di Ignazio La Russa, esponendo lo striscione «Salviamo i nostri marò». Giornalisti embedded del Tg1 hanno indossato il nastro giallo della Marina militare con scritto «Non lasceremo soli i nostri fucilieri! No men left behind!».

In effetti non sono stati lasciati indietro. Grazie alle instancabili pressioni del presidente Monti e del ministro della difesa Di Paola sulle autorità indiane, nonché alla «donazione» di 146mila euro in rupie alle famiglie degli uccisi (definita da Di Paola «un atto di generosità»), «i nostri marò» sono stati scarcerati. Proprio mentre a Roma si svolgeva la parata militare del 2 giugno, voluta dal presidente Napolitano per «onorare gli italiani che hanno sacrificato la vita in missioni internazionali di pace».

Come quella in cui sono impegnati i marò dei «Nuclei militari di protezione», dislocati a bordo di mercantili italiani nell’Oceano Indiano. Tali nuclei godono di «un adeguato grado di autonomia operativa»: possono quindi decidere autonomamente quando e come sparare. Questa vera e propria licenza di uccidere, conferita loro dal Parlamento, viene estesa con la Legge 130/2011 a contractor di compagnie private, che possono «utilizzare le armi predisposte sulle navi mercantili previa autorizzazione del Ministro dell’interno». Il tutto sotto l’operazione Ocean Shield (Scudo dell’Oceano) della Nato, il cui scopo ufficiale è «il contrasto alla pirateria al largo e lungo le coste della Somalia e del Corno d’Africa».

Per tale operazione sono dislocati permanentemente nell’Oceano Indiano due gruppi navali multinazionali della Forza di reazione rapida della Nato, sotto il comando marittimo alleato di Napoli. La Ocean Shield è a sua volta collegata alla Cmf, forza marittima multinazionale composta da 36 navi da guerra con supporto aereo, la quale, agli ordini della componente navale del Comando centrale Usa in Bahrain, ha la missione di «combattere il terrorismo e la pirateria nelle acque internazionali del Medio Oriente, da cui passano alcune delle più importanti rotte commerciali del mondo».

Il vero scopo dell’imponente schieramento navale, cui partecipa anche l’Italia, è dunque il controllo delle rotte petrolifere e, allo stesso tempo, la preparazione di altre guerre per il dominio della regione. Con il pretesto della lotta alla pirateria. Mentre le stesse potenze che presidiano militarmente l’Oceano Indiano continuano a depredare le acque della Somalia e di altri paesi con le loro flotte pescherecce e a inviarvi le navi dei veleni a scaricarvi i rifiuti tossici del mondo ricco. Provocando carestie e malattie che in Somalia hanno spazzato via interi villaggi di pescatori, costringendo tanti giovani, per sopravvivere, a fare da manovalanza nelle azioni di pirateria.

E altri, come gli indiani contro cui hanno sparato i marò, a rischiare la vita per poche rupie, sperando che, se vengono uccisi, le famiglie siano risarcite dalla «generosità» dei pirati istituzionali.

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