I FANTASMI DEL CAPITALE

 

Arundhati Roy ha scritto il pluripremiato romanzo Il dio delle piccole cose. Roy e’ anche una giornalista e una militante. “I fantasmi del capitale” è un suo articolo molto lungo, ma vale la pena darci una occhiata per come viene descritto il business della povertà, come le multinazionali costituiscono fondazioni che si insinuano in organizzazioni non governative, istituzioni di beneficenza, volontariato, azioni umanitarie e soccorrevoli, mettendo in evidenza le funzioni di depistaggio, corruzione, anestetizzazione e intossicazione delle opposizioni sociali.

L’articolo in origine è apparso su OUTLOOK India

I FANTASMI DEL CAPITALE
di Arundhati Roy

da http://www.znetitaly.org
Pubblicato da Internazionale n. 943 del 12 aprile 2012

E’ un edificio o una casa? Un tempio della nuova India o un deposito dei suoi fantasmi? Sin da quando Antilla è arrivata ad Altamont Road a Mumbai, essudando mistero e una minaccia silenziosa, le cose non sono più state le stesse. “Eccoci qua” ha detto l’amico che mi ha portata lì, “Presenta i tuoi ossequi al nuovo Sovrano”.
Antilla appartiene all’uomo più ricco dell’India, Mukesh Ambani. Avevo letto di questa abitazione, la più costosa mai costruita, ventisette piani, tre piattaforme di atterraggio per elicotteri, nove ascensori, giardini pensili, sale da ballo, stanze climatiche, palestre, sei piani di parcheggi, e seicento addetti. Niente mi aveva preparata al prato verticale, una torreggiante parete d’erba che cresce su una vasta griglia metallica. L’erba aveva chiazze secche; parti erano cadute in rettangoli precisi. Chiaramente la ‘ricaduta dall’alto’ non ha funzionato.
Ma di sicuro ha funzionato lo ‘zampillo verso l’alto’. E’ per questo che in una nazione di 1,2 miliardi di abitanti, i 100 più ricchi dell’India possiedono un patrimonio equivalente a un quarto del PIL.
Le voci che corrono tra il popolo (e nel New York Times) sono, o almeno sono state, che dopotutto quello sforzo e quel giardinaggio, gli Ambani non vivono ad Antilla. Nessuno lo sa per certo. Si continua a sussurrare di fantasmi e malasorte, Vaastu e Feng Shui. Forse è tutta colpa di Carlo Marx. (Tutte quelle bestemmie). Il capitalismo, diceva, “ha evocato mezzi di produzione e di scambio così giganteschi è come il mago che non è più in grado di controllare i poteri dei mondi inferi che egli ha richiamato con i suoi incantesimi.”
I India i 300 milioni tra noi che appartengono alla nuova classe media delle “riforme” post-FMI – il mercato – vivono fianco a fianco con spiriti del mondo infero, i poltergeist dei fiumi morti, delle sorgenti secche, delle montagne spoglie e delle foreste denudate; i fantasmi dei 250.000 agricoltori perseguitati dai debiti che si sono suicidati e gli 800 milioni che sono stati impoveriti ed espropriati per far spazio a noi. E che sopravvivono con meno di 20 rupie al giorno [circa 30 centesimi di euro – n.d.t.].
Mukesh Ambani vale personalmente 20 miliardi di dollari. Detiene la maggioranza azionaria di controllo della Reliance Industries Limited (RIL), una società con una capitalizzazione di mercato di 47 miliardi di dollari e interessi imprenditoriali globali che includono la petrolchimica, il petrolio, i gas naturali, le fibre in poliestere, le Zone Economiche Speciali, il commercio al dettaglio di cibo fresco, le scuole superiori, la ricerca nelle scienze naturali e i servizi di conservazione delle cellule staminali. La RIL ha recentemente acquistato il 95% delle azioni della Infotel, un consorzio televisivo che controlla 27 canali televisivi giornalistici e di intrattenimento, compresi CNN-IBN, IBN Live, CNBC, IBN Lokmat ed ETV in quasi ogni lingua regionale. Infotel detiene l’unica licenza a livello nazionale per la banda larga a 4G, un “canale informativo” ad alta velocità che, se la tecnologia funzionerà, potrebbe essere il futuro dello scambio di informazioni. Il signor Ambani è proprietario anche di una squadra di cricket.
La RIL è una di un pugno di imprese che governano l’India. Alcune altre sono le Tatas, Jindals, Vedanta, Mittals, Infosys, Essar e l’altra Reliance (ADAG) di proprietà del fratello di Mukesh, Anil.
La loro corsa alla crescita si è rovesciata sull’Europa, l’Asia Centrale, l’Africa e l’America Latina. Le loro reti sono gettate su grandi spazi; sono visibili e invisibili, in superficie e sotterranee. Le Tatas, ad esempio, gestiscono più di 100 imprese in 80 paesi. Sono una delle più antiche e più vaste compagnie indiane nel settore energetico. Sono proprietarie di miniere, di giacimenti di gas, di impianti siderurgici, di reti telefoniche, televisive via cavo e a banda larga, e governano interi distretti. Producono auto e camion, possiedono la catena Taj Hotel, la Jaguar, la Land Rover, la Daewoo, la Tetley Tea, una società editrice, una catena di librerie, uno dei principali marchi di sale iodato e il gigante della cosmetica Lakme. Il loro motto pubblicitario potrebbe essere facilmente: Non Potete Vivere Senza di Noi.
In base alle regole del Vangelo dei Flussi Verso l’Alto, quanto più hai, tanto più puoi avere. L’era della Privatizzazione di Tutto ha reso l’economia indiana una delle più velocemente in crescita del mondo. Tuttavia, come ogni buona vecchia colonia, una delle sue principali esportazioni è quella dei suoi minerali. Le nuove mega-imprese indiane – Tatas, Jindals, Essar, Relianca, Sterlite – sono quelle che sono riuscite ad aprirsi a forza la strada fino al rubinetto che fa scorrere denaro estratto dalle profondità della terra. E’ il sogno diventato realtà di ogni uomo d’affari: poter vendere ciò che non si è costretti a comprare.
L’altra fonte principale di ricchezza imprenditoriale è costituita dalle terre. In tutto il mondo, governi locali deboli e corrotti hanno aiutato gli operatori di Wall Street, le industrie agroalimentari e i miliardari cinesi ad ammassare enormi estensioni di terreno. (Ovviamente ciò implica anche il dominio sull’acqua). In India la terra di milioni di persone viene acquistata e passata alle industrie private per “interesse pubblico”, per Zone Economiche Speciali, progetti infrastrutturali, dighe, autostrade, fabbriche di automobili, centri chimici e gare di Formula Uno. (La sacralità della proprietà privata non si applica mai ai poveri.) Come sempre, alle popolazioni locali viene promesso che il loro trasferimento dalle loro terre e l’espropriazione di tutto ciò che abbiano mai posseduto fa davvero parte della creazione di occupazione. Ma a questo punto sappiamo che il collegamento tra la crescita del PIL e i posti di lavoro è un mito. Dopo vent’anni di “crescita”, il 60 per cento della forza lavoro indiana lavora in proprio, il 90 per cento della forza lavoro indiana opera nel settore non sindacalizzato.
I movimenti popolari Post-Indipendenza, sino agli anni ’80, dai Naxaliti al Sampoorna Kranti di Jayaprakash Narayan, hanno combattuto per le riforme agrarie, per la redistribuzione della terra dai signori feudali ai contadini che ne erano privi. Oggi qualsiasi discorso di redistribuzione della terra o della ricchezza sarebbe considerato non solo non democratico, ma addirittura folle. Persino i movimenti più militanti sono stati ridotti a lottare per conservare quel poco di terra che la gente ha ancora. I milioni di senza terra, la maggioranza di essi Dalit e Adivasi, cacciati dai loro villaggi, residenti in baraccopoli e ghetti in piccoli paesi e in megalopoli non compaiono nemmeno nel dibattito radicale.
Con i Flussi Verso l’Alto che concentrano la ricchezza sulla punta di uno spillo scintillante su cui piroettano i miliardari, maree di denaro si abbattono sulle istituzioni della democrazia: i tribunali, il parlamento nonché i media, compromettendo gravemente la loro capacità di funzionare nel modo in cui dovrebbero. Più è rumoroso il carnevale che accompagna le elezioni, meno siamo sicuri che esista davvero la democrazia. 
Ogni nuovo scandalo di corruzione che emerge in India fa apparire domato l’ultimo che lo ha preceduto. Nell’estate del 2011 è esploso lo scandalo dello spettro 2G. Abbiamo appreso che le imprese avevano immesso 40 miliardi di fondi pubblici installando un’anima amica come ministro delle telecomunicazioni dell’Unione che ha sottostimato le licenze dello spettro telecom a 2G e le ha illegalmente distribuite ai suoi compari. Le conversazioni telefoniche registrate fatte filtrare alla stampa hanno mostrato come una rete di industriali e delle loro società di facciata, ministri, giornalisti importanti e conduttori televisivi di riferimento sia stata coinvolta nell’agevolare questa rapina alla luce del sole. I nastri sono stati soltanto una radiografia che ha confermato una diagnosi che il popolo aveva fatto già tanto tempo fa.
La privatizzazione e la vendita illegale dello spettro delle telecomunicazioni non implica guerre, sfollati e devastazione ecologica. La privatizzazione delle montagne, dei fiumi e delle foreste dell’India lo fa. Forse perché non ha la chiarezza non complicata di uno scandalo contabile matricolato diretto, o forse perché tutto viene fatto nel nome del “progresso” dell’India, non ha la stessa eco presso la classe media.
Nel 2005 i governi degli stati di Chhattisgarh, Orissa e Jharkhand hanno firmato centinaia di Protocolli d’Intesa (MoU) con una quantità di imprese private trasferendo trilioni di dollari di bauxite, minerale di ferro e altri minerali per una miseria, ignorando persino la distorta logica del libero mercato. (I diritti pagati al governo variavano dallo 0,5% al 7%).
Solo qualche giorno dopo il governo di Chhattisgarh ha firmato un MoU per la costruzione di un impianto siderurgico integrato con la Tata Steel, ed è stata creata un milizia di vigilantes, la Salwa Judum. Il governo ha dichiarato che si è trattato di una sollevazione spontanea della popolazione locale che ne aveva abbastanza della “repressione” da parte della guerriglia maoista della foresta. Si è rivelata essere un’operazione di pulizia del territorio, finanziata e armata dal governo e sovvenzionata dalle imprese minerarie. Negli altri stati sono state create milizie simili, con altri nomi. Il primo ministro ha annunciato che i maoisti erano “la singola maggiore sfida all’India”. E’ stata una dichiarazione di guerra.
Il 26 gennaio 2006, a Kalinganagar, nello stato confinante di Orissa, forse per segnalare la serietà delle intenzioni del governo, dieci plotoni di polizia sono arrivati sul sito di un altro impianto della Tata Steel e hanno aperto il fuoco contro gli abitanti dei villaggi che si erano riuniti per protestare contro quello che ritenevano un risarcimento inadeguato per la loro terra. Tredici persone, compreso un poliziotto, sono state uccise e 37 ferite. Sono passati sei anni e anche se i villaggi sono rimasti sotto assedio la protesta non è morta.
Nel frattempo nel Chhattisgarh, la milizia Salwa Judum ha incendiato, violentato e ucciso per aprirsi la strada attraverso centinaia di villaggi della foresta, evacuando 600 villaggi, costringendo 50.000 persone a presentarsi agli accampamenti della polizia e 350.000 persone a fuggire. Il primo ministro ha annunciato che quelli che non abbandonavano la foresta sarebbero stati considerati “terroristi maoisti”. In questo modo, in parti dell’India moderna, arare la terra e seminarla sono finite per essere considerate attività terroristiche. Alla fine le atrocità della Salwa Judum sono riuscite solo a rafforzare la resistenza e a rafforzare i ranghi dell’esercito guerrigliero maoista. Nel 2009 il governo ha annunciato quella che è stata chiamata Operazione Caccia Verde.
Duecentomila paramilitari sono stati dispiegati in Chhattisgarh, Orissa, Jharkhand e Bengala Occidentale.
Dopo tre anni di “conflitti a bassa intensità” che non sono riusciti a far uscire i ribelli dalla foresta, i governo centrale ha dichiarato che impiegherà l’esercito e l’aviazione indiana. In India non la chiamiamo guerra. La chiamiamo “creare un clima favorevole agli investimenti”. Sono fatte arrivare migliaia di soldati. Un quartier generale di brigata e basi aeree sono in corso di approntamento. Uno dei maggiori eserciti del mondo sta ora preparando le sue Regole d’Ingaggio per “difendersi” dai più poveri, dai più affamati, dai più malnutriti del mondo. Aspettiamo solo la dichiarazione della Legge sui Poteri Speciali delle Forze Armate (AFSPA) che darà all’esercito l’immunità legale e il diritto di uccidere i “sospetti”. Visitando le decine di migliaia di tombe senza nome e di pire anonime di cremazione in Kashmir, Manipur e Nagaland, si constata un esercito davvero molto sospetto.
Mentre si fanno i preparativi per lo spiegamento, le giungle dell’India Centrale continuano a restare sotto assedio, con gli abitanti dei villaggi hanno paura di uscire allo scoperto o di andare al mercato per rifornirsi di cibo o medicine. Centinaia di persone sono state incarcerate, accusate di essere maoisti in base a leggi draconiani, non democratiche. Le prigioni sono affollate di adivasi, molti dei quali non hanno idea di quali siano i loro reati. Recentemente Soni Sori, una maestra di scuola di Bastar, è stata arrestata e torturata mentre nelle mani della polizia. Le sono state messe pietre nella vagina per farla “confessare” di essere un corriere maoista. Le pietro sono state rimosse dal suo corpo in un ospedale di Calcutta dove, dopo una protesta pubblica, è stata inviata per un controllo medico. In una udienza della Corte Suprema gli attivisti hanno presentato le pietre ai giudici in una borsa di plastica. L’unico risultato dei loro sforzi è stato che Soni Sori resta in prigione mentre ad Ankit Garg, il sovrintendente della polizia che ha condotto l’interrogatorio, è stata conferita la medaglia al valore del presidente alla polizia nel giorno della festa nazionale.
Veniamo a sapere della reingegnerizzazione ecologica e sociale dell’India Centrale solo a motivo delle insurrezioni di massa e della guerra. Il governo non dà informazioni. I Protocolli d’Intesa sono tutti segreti. Alcuni segmenti dei media hanno fatto quello che hanno potuto per attirare l’attenzione del pubblico su ciò che accade nell’India Centrale. Tuttavia la maggior parte dei mass media indiani sono resi vulnerabili dal fatto che la quota maggiore delle loro entrate proviene dalla pubblicità delle imprese. Come se ciò non bastasse ora il confine tra i media e la grande industria ha cominciato a confondersi pericolosamente. Come abbiamo visto, la RIL è virtualmente proprietaria di 27 canali televisivi. Ma è vero anche il contrario. Alcuni società mediatiche ora hanno interessi finanziari e industriali diretti. Ad esempio uno dei maggiori quotidiani della regione – il Dainik Bhaskar (ed è solo uno degli esempi) – ha 17,5 milioni di lettori in quattro lingue, compresi l’inglese e l’hindi, in 13 stati. E’ anche proprietario di 69 società con interessi nelle miniere, nell’energia, nel settore immobiliare e in quello tessile.
Una recente istanza di citazione presentata all’Alta Corte del Chhattisgarh accusa la DB Power Ltd (una delle società del gruppo) di utilizzare “misure deliberate, illegali e manipolatorie” mediante i giornali di proprietà della società per influenzare il risultato di un’udienza pubblica relativa a una miniera di carbone a cielo aperto. Che abbia o meno tentato di influenzare il risultato non è rilevante. Il punto è che le imprese mediatiche sono in condizioni di farlo. Hanno il potere per farlo. Le leggi del paese consentono loro di essere in una condizione che si presta a gravi conflitti d’interesse.
Ci sono altre parti del paese da cui non arrivano notizie. Nello stato nord-orientale, scarsamente popolato ma militarizzato, dell’Arunachal Pradesh, sono in corso di costruzione 168 grandi dighe, la maggior parte delle quali di proprietà privata. Dighe altre che sommergeranno interi distretti sono in costruzione nel Manipur e in Kashmir, entrambi stati altamente militarizzati in cui si può essere uccisi semplicemente perché si protesta per i tagli all’elettricità (ciò è accaduto alcune settimane fa in Kashmir). Come si può fermare una diga?
La diga più delirante di tutte è quella di Kalpasar nel Gujarat. E’ progettata come una diga lunga 34 chilometri attraverso il Golfo di Khambhat con un’autostrada a dieci corsie e una linea ferroviaria che vi scorrono sopra. Escludendo l’acqua marina, l’idea è di creare una riserva di acqua dolce dei fiumi del Gujarat. (Non importa che questi fiumi siano già stati ridotti a ruscelli della dighe e avvelenati da scarichi chimici). La diga di Kalpasar, che innalzerebbe il livello del mare e altererebbe l’ecologia di centinaia di chilometri di linea costiera, era stata scartata come una cattiva idea dieci anni fa. Ha fatto un’improvvisa ricomparsa per fornire acqua alla Zona Speciale d’Investimento (SIR) di Dholera, in una delle zone più idricamente travagliate non solo dell’India, ma del mondo. SIR è un altro nome per una SEZ, una distopia industriale autogestita di “parchi industriali, cittadine e megalopoli”. La SIRA di Dholera sarù collegata alle altre città del Gujarat da una rete di autostrade a 10 corsie. Da dove verranno i fondi per tutto questo?
A gennaio 2011, nel Mahatma (Gandhi) Mandir, il primo ministro del Gujarat, Narendra Modi, ha presieduto un convegno di 10.000 imprenditori internazionali di 100 paesi. Secondo i resoconti dei media, si sono impegnati a investire 450 miliardi di dollari nel Gujarat. Il convegno è stato programmato per aver luogo all’approssimarsi del decimo anniversario del massacro di 2.000 mussulmani nel febbraio-marzo 2002. Modi è accusato non soltanto di aver consentito, ma anche di aver favorito le uccisioni. Chi ha visto i propri cari violentati, sbudellati e bruciati viti, le decine di migliaia che sono stati cacciati dalla proprie case, attende ancora un gesto di giustizia. Ma Modi ha scambiato la sua sciarpa di seta e il segno vermiglio sulla fronte con un vistoso abito da uomo d’affari e spera che un investimento da 450 miliardi di dollari funzionerà da denaro sporco di sangue per far quadrare i conti. Forse sarà così. La grande industria lo sostiene con entusiasmo. L’algebra dell’infinita giustizia funziona in modi misteriosi.
La SIR di Dholera è solo una delle più piccole bambole Matrioska, una di quelle interne nella distopia che viene pianificata. Sarà collegata al Corridoio Industriale Delhi Mumbai (DMIC), un corridoio industriale lungo 1.500 chilometri e largo 300, con nove mega zone industriali, una linea di trasporto merci ad alta velocità, tre porti marittimi e sei aeroporti, un’intersezione a sei corsie di una superstrada gratuita e una centrale elettrica da 4.000 MW. Il DMIC è un’impresa associata tra i governi dell’India e del Giappone e i loro rispettivi partner industriali, ed è stato proposto dal McKinsey Global Institute.
Il sito web del DMIC afferma che circa 180 milioni di persone saranno “interessate” dal progetto. Esattamente come, non lo dice. Esso prevede la costruzione di numerose città nuove e stima che la popolazione della regione crescerà dagli attuali 231 milioni a 314 milioni entro il 2019. Cioè in sette anni. Quando è stata l’ultima volta che uno stato, un despota o un dittatore ha attuato un trasferimento di popolazione di milioni di persone? E’ possibile che sia un processo pacifico?
L’esercito indiano può trovarsi nella necessità di dedicarsi a una campagna di reclutamento in mondo da non essere colto impreparato quando gli sarà ordinato di dispiegarsi nell’India intera. In preparazione per il suo ruolo nell’India Centrale, ha diffuso pubblicamente la sua dottrina aggiornata sulle Operazioni Psicologiche Militari che delinea “un processo pianificato per trasmettere un messaggio a un pubblico selezionato per promuovere temi particolari che determinino atteggiamenti e comportamenti desiderati, che influenzino il conseguimento di obiettivi politici e militari nel paese.” Questo processo di “gestione della percezione”, ha affermato, verrebbe attuato “utilizzando canali mediatici nella disponibilità dei servizi.”
L’esercito ha esperienza sufficiente per sapere che la sola forza di coercizione non è in grado di realizzare o gestire l’ingegneria sociale nella scala prevista dai pianificatori dell’India. La guerra contro i poveri è una cosa. Ma per il resto di noi – la classe media, i colletti bianchi, gli intellettuali, chi “fa opinion” – deve trattarsi di un “gestione della percezione”. E per far questo si deve rivolgere l’attenzione all’arte squisita della Filantropia Industriale.
Di recente, i principali conglomerati minerari hanno abbracciato le Arti: film, installazioni artistiche e la corsa ai festival letterari che hanno sostituito l’ossessione degli anni ’90 per i concorsi di bellezza. Vedanta, che attualmente estrae la bauxite dal cuore della patria dell’antica tribù Dongria Kondh, patrocina un concorso cinematografico intitolato “Creare la felicità” per giovani studenti di cinema ai quali è stata commissionata la realizzazione di film sullo sviluppo sostenibile. Lo slogan della Vedanta è “Estrarre la Felicità”. Il Gruppo Jindal ha dato alla luce una rivista di arte contemporanea e sostiene alcuni dei maggiori artisti indiani (che naturalmente lavorano con l’acciaio inossidabile). La Essar è il principale patrono del Tehelka Newsweek Think Fest che ha promesso “dibattiti ad alti ottani” tra i principali pensatori del mondo, compresi i maggiori scrittori, attivisti e persino l’architetto Frank Gehry. (Tutto questo a Goa, mentre gli attivisti e i giornalisti stavano scoprendo enormi scandali relativi ad attività minerarie illegali che coinvolgevano la Essar). La Tata Steel e Rio Tinto (che hanno precedenti sordidi per conto loro) sono stati tra gli sponsor principali del Festival Letterario di Jaipur (Nome completo: Darshan Singh Construction Jaipur Literary Festival) che è pubblicizzato dai conoscitori come “La più grande manifestazione letteraria del pianeta”. Counselage, il “gestore strategico del marchio” Tata, ha sponsorizzato l’ufficio stampa del festival. Molti degli scrittori migliori e più brillanti del mondo si sono riuniti a Jaipur per discutere di amore, letteratura, politica e poesia Sufi. Alcuni hanno tentato di difendere il diritto di espressione di Salman Rushdie mediante letture dal suo libro proibito, “I versetti satanici”. In ogni inquadratura televisiva e fotografia sulla stampa, il logo Tata Steel (e il suo slogan “Valori più forti dell’acciaio”) incombeva su di loro da ospite benevolo e benigno. I nemici della Libertà di Parola si presume fossero le folle mussulmane assassine che, ci hanno detto gli organizzatori del festival, potevano addirittura aver armato gli scolari delle elementari riuniti qui. (Siamo testimoni di quanto impotenti possano essere il governo e la polizia indiana quando si tratta di mussulmani). Sì, il seminario islamico integralista di Darul-Uloom Deobandi ha effettivamente protestato contro l’invito di Rushdie al festival. Sì, alcuni islamisti si sono effettivamente riuniti presso la sede del festival per protestare e, sì, in modo offensivo il governo dello stato non ha fatto nulla per proteggere il luogo. E’ perché l’intero episodio ha tanto a che fare con la democrazia, con gli schieramenti elettorali e con le elezioni in Uttar Pradesh, quanto ha a che fare con il fondamentalismo islamico. Ma la battaglia per la Libertà di Parola contro il Fondamentalismo Islamista è arrivata sulle prime pagine dei giornali del mondo. E’ importante che ciò sia accaduto. Ma non c’è stato praticamente alcun articolo sul ruolo dei patroni del festival nella guerra nelle foreste, nell’accumularsi di cadaveri, nell’affollamento delle carceri. Né sulla Legge per la Prevenzione delle Attività Illegali e sulla Legge Speciale sulla Pubblica Sicurezza del Chhattisgarh, che fanno persino dell’avere un pensiero antigovernativo un reato perseguibile. O sull’udienza pubblica obbligatoria relativa all’impianto di Lohandiguda della Tata Steel che i locali hanno lamentato aver avuto in realtà luogo a centinaia di miglia di distanza a Jagdalpur, nell’ufficio dell’esattore delle imposte, con un pubblico pagato di cinquanta persone sotto il controllo di guardie armate. Dove stava la Libertà di Parola in quel caso? Nessuno ha citato Kalinganagar. Nessuno ha citato il fatto che ai giornalisti, studiosi e registi che lavorano a soggetti che non piacciono al governo indiano – come la parte la parte furtiva da esso avuta nel genocidio dei Tamil nella guerra in Sri Lanka o le tombe non segnate recentemente scoperte in Kashmir – sono stati negati i visti o sono stati rimpatriati direttamente dall’aeroporto.
Ma chi di noi peccatori avrebbe scagliato la prima pietra? Non io, che vivo di diritti d’autore di case editrici industriali. Guardiamo tutti Tata Sky, navighiamo in rete con Tata Photon, ci spostiamo su taxi Tata, soggiorniamo in Hotel Tata, sorseggiamo il nostro the Tata in porcellane fini Tata e lo mescoliamo con cucchiaini da the prodotti dalla Tata Steel. Acquistiamo libri Tata in librerie Tata. Hum Tata ka namak khate hain. Siamo sotto assedio.
Se il martello della purezza morale deve essere il criterio per il lancio delle pietre, allora gli unici ad averne titolo sono quelli che sono stati già ridotti al silenzio. Quelli che vivono fuori dal sistema; i fuorilegge nelle foreste o quelle le cui proteste non sono mai riferite dalla stampa o gli espropriati che si comportano bene, che passano di tribunale in tribunale a riferire, a rendere testimonianza. Ma il LitFest ci ha dato il nostro momento clou. E’ venuta Ophra. Ha detto che ama l’India, che tornerà ancora molte volte. Ci ha resi orgogliosi.
Questo è solo il lato caricaturale dell’Arte Squisita.
Anche se i Tata sono impegnati nella filantropia industriale da ormai quasi un secolo, finanziando borse di studio e amministrando alcuni eccellenti ospedali e istituti d’istruzione, le imprese indiane sono state invitate solo di recente nella ‘Camera Stellata’, il mondo dalle luci abbaglianti del governo globale delle imprese, mortale per i suoi avversari ma altrimenti così scaltro che a malapena si sa che esiste.
Ciò che segue in questo saggio può sembrare ad alcuni una critica feroce. D’altro canto, nella tradizione di onorare i propri avversari, potrebbe essere interpretato come un riconoscimento della visione, flessibilità, sofisticazione e incrollabile determinazione di coloro che hanno dedicato la propria vita a mantenere sicuro il mondo per il capitalismo.
La loro storia affascinante, che è svanita dalla memoria contemporanea, è iniziata negli Stati Uniti agli inizi del ventesimo secolo quando, attrezzata sotto forma di fondazioni finanziate, la filantropia industriale ha cominciato a sostituire l’attività missionaria come via capitalista (e imperialista) all’apertura e alla salvaguardia del mantenimento dei sistemi. Tra le prime fondazioni create negli Stati Uniti ci furono la Carnegie Corporation, finanziata nel 1911 con gli utili della Compagnia Siderurgica Carnegie e la Fondazione Rockefeller, sovvenzionata nel 1914 da J.D.Rockfeller, fondatore della Standard Oil Company. I Tata e gli Ambani dell’epoca.
Alcune delle istituzioni finanziate, dotate del capitale iniziale o sostenute dalla Fondazione Rockfeller sono l’ONU, la CIA, il Consiglio per le Relazioni con l’Estero, il favoloso Museo di Arti Moderne di New York e, naturalmente, il Centro Rockfeller di New York (dove il murale di Diego Riviera dovette essere rimosso dalla parete perché ritraeva maliziosamente i capitalisti dissoluti e un valoroso Lenin. La Libertà di Parola si era presa la sua giornata libera).
J.D.Rockfeller fu il primo miliardario statunitense e l’uomo più ricco del mondo. Era abolizionista, sostenitore di Abraham Lincoln e astemio. Riteneva che il suo denaro gli fosse stato dato da Dio, il che dovette essere una gran bella cosa per lui.
Ecco un estratto da una delle prime poesie di Pablo Neruda, intitolata ‘Standard Oil Company’:
I loro obesi imperatori di New York
sono assassini dal sorriso soave
che comprano seta, nylon, sigari,
piccoli dittatori e tiranni.

Comprano nazioni, popoli, mari, polizia, consigli comunali,
regioni remote dove i poveri ammassano il loro grano
come i taccagni il loro oro:
la Standard Oil li risveglia,
li mette in uniforme, stabilisce
quale fratello è il nemico.
Il paraguaiano combatte la sua guerra
e il boliviano deperisce
nella giungla con il suo mitra.

Un presidente assassinato per una goccia di petrolio,
un’ipoteca su un milione di acri,
un’esecuzione rapida in un mattino di luce mortale, pietrificato,
un nuovo capo di prigionia per i sovversivi,
in Patagonia, un tradimento, spari occasionali
sotto una luna di petrolio,
un astuto cambio di ministri
nella capitale, un sussurro
come una marea di petrolio,
e zap!, vedrete
come le lettere della Standard Oil brilleranno sopra le nuvole,
sopra i mari, a casa vostra,
illuminando i loro domini.

Quando le fondazioni sovvenzionate dall’industria fecero la loro comparsa negli Stati Uniti, ci fu un feroce dibattito riguardo alla loro provenienza, legalità e mancanza di responsabilità. Fu suggerito in quei giorni che se le imprese disponevano di tanto denaro in eccesso avrebbero dovuto aumentare le paghe ai propri dipendenti (la gente proponeva queste idee oscene persino negli Stati Uniti in quei giorni). L’idea di queste fondazioni, così comuni ora, fu in effetti un balzo d’ingegno da parte del mondo degli affari. Entità legali esenti da tassazione con risorse enormi e competenze quasi illimitate – del tutto esenti dall’essere chiamate a rispondere, del tutto non trasparenti – quale modo migliore per far fruttare la ricchezza economica come capitale politico, sociale e culturale, per trasformare il denaro in potere? Quale modo migliore per gli usurai per utilizzare una percentuale minuscola dei loro profitti per dominare il mondo? Come, altrimenti, si troverebbe Bill Gates, che indiscutibilmente sa un paio di cose sui computer, a progettare le politiche dell’istruzione, sanitarie e agricole non solo del governo USA, ma dei governi di tutto il mondo?
Nel corso degli anni, con la constatazione del po’ di bene effettivo che le fondazioni facevano (gestire librerie pubbliche, sradicare malattie), il collegamento tra le imprese e le fondazioni che queste sovvenzionavano ha cominciato a offuscarsi. Alla fine è scomparso del tutto. Ora persino quelli che si considerano di sinistra non si fanno scrupolo di accettarne la munificenza.
Arrivati agli anni ’20 il capitalismo statunitense cominciò a guardare all’estero, per materie prime e mercati oltremare. Le fondazioni cominciarono a formulare l’idea del governo mondiale delle imprese. Nel 1924 le fondazioni Rockfeller e Carnegie crearono insieme quello che oggi è il più potente gruppo di pressione del mondo in politica estera, il Consiglio per le Relazioni con l’Estero (CFR) che successivamente arrivò ad essere finanziato anche dalla Fondazione Ford. Nel 1947 la CIA, appena creata, era sostenuta dal CFR è collaborava strettamente con esso. Nel corso degli anni tra gli iscritti al CFR ci sono stati 22 segretari di stato USA. Ci sono stati cinque membri del CFR nel comitato direttivo del 1943 che ha pianificato l’ONU e una donazione di 8,5 milioni di dollari da parte di J.D.Rockfeller acquistò il terreno su cui si trova il quartier generale dell’ONU a New York.
Tutti gli undici presidenti della Banca Mondiale dal 1946 – uomini che si presentavano come missionari dei poveri – sono stati membri del CFR. (L’eccezione è stato George Woods. Ed era un fiduciario della Fondazione Rockfeller e vicepresidente della Chase Manhattan Bank.)
A Bretton Woods la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) decisero che il dollaro doveva essere la moneta di riserva del mondo e che al fine di promuovere la penetrazione del capitale globale sarebbe stato necessarie rendere universali le prassi e gli standard in un mercato aperto. E’ a questo fine che hanno speso una grande quantità di denaro per promuovere il Buon Governo (fintanto che sono loro a tirare le redini), il concetto di Stato di Diritto (a condizione di aver voce in capitolo nella formulazione delle leggi) e centinaia di programmi anticorruzione (al fine di snellire il sistema da esse posto in essere). Due delle organizzazioni più opache e non chiamate a rispondere del mondo se ne vanno in giro ad esigere trasparenza e responsabilità dai governi dei paesi più poveri.
Considerato che la Banca Mondiale ha più o meno diretto le politiche economiche del Terzo Mondo, coartando paese dopo paese e spalancandone a forza i mercati alla finanza globale, si deve ammettere che la filantropia industriale si è rivelata essere l’affare più visionario di tutti i tempi.
Le fondazioni sovvenzionate dall’industria amministrano, contrattano o canalizzano il proprio potere e piazzano i propri pezzi sulla scacchiera attraverso un sistema di club e di gruppi di esperti d’élite, i cui membri si sovrappongono ed entrano ed escono attraverso porte girevoli.
Contrariamente alla varie teorie del complotto in circolazione, particolarmente tra i gruppi di sinistra, non c’è nulla di segreto, satanico o di tipo fra massonico in questa organizzazione. Non è diversa dal modo in cui le imprese utilizzano scatole vuote e conti all’estero per amministrare i propri quattrini, con l’eccezione che la moneta qui è il potere, non il denaro.
L’equivalente transnazionale del CFR è la Commissione Trilaterale, creata nel 1973 da David Rockefeller, dall’ex Consigliere della Sicurezza Nazionale USA Zbigniew Brzesinski (membro fondatore dei Mujahideen afgani, precursori dei talebani), dalla Chase Manhattan Bank e da alcune altre eminenze private. Il suo scopo era di creare un legame duraturo di amicizia e cooperazione tra le élite del Nord America, dell’Europa e del Giappone. Ora è diventata una commissione penta laterale, perché comprende membri dalla Cina e dall’India (Tarun Das del CII; N.R. Narayanamurthy, ex CEO dell’Infosys; Jamsheyd N. Godrey, amministratore delegato della Godrej; Jamshed J. Irani, direttore della Tata Sons; Gautam Thapar, CEO dell’Avantha Group).
L’Istituto Aspen è un club internazionale di élite, uomini d’affari, burocrati, e politici locali con affiliati in molti paesi. Tarun Das è presidente dell’Istituto Aspen in India. Gautam Thapar ne è presidente. Numerosi alti dirigenti dell’Istituto Globale McKinsey (che ha proposto il Corridoio Industriale Delhi Mumbai) sono membri del CFR, della Commissione Trilaterale e dell’Istituto Aspen.
La Fondazione Ford (controparte liberale della più conservatrice Fondazione Rockefeller, anche se le due collaborano costantemente) fu creata nel 1936. Anche se è spesso sminuita la Fondazione Ford ha un’ideologia molto chiara, ben definita e lavora a contatto estremamente stretto con il Dipartimento di Stato USA. Il suo progetto di accrescere la democrazie e il “buon governo” rientra in larga misura nel piano di Bretton Woods di standardizzare la prassi affaristica e di promuovere l’efficienza del libero mercato. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando i comunisti sostituirono i fascisti come nemico numero uno del governo USA, furono necessarie nuove istituzioni per gestire la Guerra Fredda. La Ford fondò la RAND (Research and Development Corporation), un gruppo di esperti militari che iniziò con ricerche sugli armamenti per i servizi della difesa statunitensi. Nel 1952, per ostacolare “il persistente sforzo comunista di penetrare e distruggere le nazioni libere”, creò il Fondo per la Repubblica, che poi si trasformò nel Centro Studi sulle Istituzioni Democratiche il cui compiti consisteva nello scatenare intelligentemente la guerra fredda senza gli eccessi alla McCarthy. E’ attraverso queste lenti che dobbiamo vedere il lavoro che la Fondazione Ford sta facendo, con i milioni di dollari investiti in India, il suo finanziamento di artisti, registi e attivisti, le sue generose sovvenzioni di corsi universitari e di borse di studio.
Gli “obiettivi per il futuro dell’umanità” dichiarati dalla Fondazione Ford comprendono interventi in movimenti politici di base localmente e internazionalmente. Negli Stati Uniti fornisce milioni in finanziamenti e prestiti per sostenere il Movimento del Credito Cooperativo che fu introdotto dal proprietario di un grande magazzino, Edward Filene, nel 1919. Filene credeva nella creazione una società di consumo di massa di beni al dettaglio rendendo accessibile il credito ai lavoratori: un’idea radicale all’epoca. In realtà un’idea solo a metà radicale, perché l’altra metà di ciò in cui Filene credeva era una più equa distribuzione del reddito nazionale. I capitalisti si impadronirono della prima metà del suggerimento di Filene ed elargendo prestiti “accessibili” per decine di milioni di dollari ai lavoratori, trasformarono la classe lavoratrice statunitense in persone perennemente indebitate, affannate per essere all’altezza dei propri livelli di vita.
Molti anni dopo questa idea è scesa sulle campagne impoverite del Bangladesh, quando Mohammed Yunus e la Grameen Bank hanno portato il microcredito, con conseguenze disastrose, ai contadini indigenti. Le società di microfinanza in India sono responsabili di centinaia di suicidi: 200 nell’Andhra Pradesh nel solo 2010. Un quotidiano nazionale ha recentemente pubblicato una nota sul suicidio di una diciottenne che è stata costretta a consegnare le sue ultime 150 rupie, le sue tasse scolastiche, a impiegati prepotenti della società di microfinanza. La nota diceva: “Lavorate duro e guadagnate denaro. Non fatevi fare prestiti.”
C’è da fare un mucchio di soldi con la povertà, e anche da vincere qualche Premio Nobel. Negli anni ’50 le fondazioni Rockefeller e Ford, finanziando numerose ONG e istituzioni internazionali di istruzione, cominciarono a operare quasi da prolungamenti del governo USA che all’epoca stava rovesciando governi democraticamente eletti in America Latina, Iran e Indonesia.
(Fu quella anche circa l’epoca in cui fecero il loro ingresso in India, allora non allineata, ma chiaramente in direzione di un attacco all’Unione Sovietica). La Fondazione Ford creò un corso di economia in stile statunitense presso l’Università dell’Indonesia. Studenti dell’élite indonesiana, addestrati alla contro-insurrezione da ufficiali dell’esercito USA, svolsero un ruolo cruciale nel colpo di stato del 1965 appoggiato dalla CIA che mise al potere il generale Suharto. Il generale Suharto ripagò i suoi mentori massacrando centinaia di migliaia di ribelli comunisti.
Otto anni più tardi, giovani studenti cileni, che divennero noti come i Chicago Boys, furono portati negli USA per essere istruiti sull’economia neoliberale di Milton Friedman all’Università di Chicago (sovvenzionata da J.D.Rockefeller), in preparazione per il colpo di stato del 1973 appoggiato dalla CIA che uccise Salvador Allende e introdusse il generale Pinochet e il regno delle squadre della morte, delle sparizioni e del terrore che durò per diciassette anni. (Il delitto di Allende fu di essere un socialista eletto democraticamente e di aver nazionalizzato le miniere cilene).
Nel 1957 la Fondazione Rockefeller creò il premio Ramo Magsaysay per i leader comunitari in Asia. Fu intitolato a Ramon Magsaysay, presidente delle Filippine, un alleato fondamentale nella campagna USA contro il comunismo nell’Asia Sud-orientale. Nel 2000 la Fondazione Ford creò il premio Ramon Magsaysay per la Leadership Emergente. Il premio Magsaysay è considerato prestigioso dagli artisti, attivisti e operatori di comunità in India. Lo hanno vinto M.S. Subbulakshmi e Satyajit Ray, nonché Jayaprakash Narayan e uno dei migliori giornalisti indiani, P. Sainath. Ma essi hanno fatto per il premio Magsaysay più di quanto esso abbia fatto per loro. In generale, è diventato un arbitro garbato di quale tipo di attivismo è “accettabile” e quale no.
E’ interessante notare che il movimento anti-corruzione di Anna Hazare, l’estate scorsa, ha avuto alla testa tre vincitori del premio Magsaysay: Anna Hazare, Arvind Kejriwal e Kiran Bedi. Una delle molte ONG di Arvind Kejriwal è generosamente finanziata dalla Fondazione Ford. La ONG di Kiran Bedi è finanziata dalla Coca Cola e dalla Lehman Brothers.
Anche se Anna Hazare si autodefinisce un seguace di Gandhi, la legge che ha sollecitato – la legge Jan Lokpal – è stata antigandhiana, elitaria e pericolosa. Una campagna mediatica a tutto campo delle imprese lo ha proclamato voce del “popolo”. Diversamente dal movimento Occupy Wall Street negli Stati Uniti, il movimento di Hazare non spiccica verbo contro la privatizzazione, il potere delle imprese o le “riforme” economiche. Al contrario, i suoi principali sostenitori nei media sono riusciti ad allontanare i riflettori dai grandi scandali di corruzione delle imprese (che hanno coinvolto anche giornalisti di elevato profilo) e hanno utilizzato il maglio dei politici per richiedere una ulteriore riduzione dei poteri discrezionali del governo, più riforme, più privatizzazione. (Nel 2008 Anna Hazare ha ricevuto un premio della Banca Mondiale per servizi pubblici eccezionali). La Banca Mondiale ha diffuso una dichiarazione da Washington afferma che il movimento “combaciava” con la sua politica.
Come tutti i buoni imperialisti, i filantropoidi si propongono il compito di creare e addestrare organici internazionali che credano che il capitalismo e, per estensione, l’egemonia degli Stati Uniti, siano nel loro interesse. E che pertanto aiutino ad amministrare il Governo Globale delle Imprese nei modi in cui le élite native hanno sempre servito il colonialismo. Così è iniziata la scorreria delle fondazioni nell’istruzione e nelle arti, che diventano la loro terza sfera d’influenza, dopo la politica economica interna ed estera. Hanno speso (e continuano a spendere) milioni di dollari in istituzioni accademiche e in pedagogia.
Joan Roelofs nel suo splendido libro ‘Foundations and Public Policy: The Mask of Pluralism’ [Le fondazioni e la politica pubblica: la maschera del pluralismo] descrive come le fondazioni hanno rimodellato le vecchie idee su come insegnare le scienze politiche e hanno creato le discipline degli studi “internazionali” e di quelli “di area”. Ciò ha fornito ai servizi d’informazione e ai servizi di sicurezza USA una riserva di competenze in lingue e culture straniere da cui reclutare. La CIA e il dipartimento di stato USA continuano a collaborare con studenti e professori nelle università statunitensi, sollevando seri interrogativi sull’etica della cultura.
La raccolta di informazioni per controllare il popolo che governa è fondamentale per ogni potere dominante. Con il diffondersi in tutta l’India della resistenza all’acquisizione delle terre e alle politiche economiche, all’ombra della pura e semplice guerra nell’India Centrale, come tecnica di contenimento il governo si è imbarcato in vasto programma biometrico, forse uno dei progetti di raccolta di informazioni più ambizioso e costoso del mondo: il Numero Unico di Identificazione (UID). Le persone non hanno acqua potabile pulita, o servizi igienici, o cibo, o denaro, ma avranno le loro carte elettorali e i loro numeri UID. E’ una coincidenza che il progetto UID, gestito da Nandan Nilekani, ex CEO di Infosys, ufficialmente mirato a “garantire servizi ai poveri”, pomperà enormi quantità di denaro in un’industria informatica piuttosto sotto assedio? (Una stima prudente dello stanziamento per l’UID supera la spesa governativa annuale indiana per l’istruzione).
“Digitalizzare” un paese con una popolazione così vasta in larga misura illegittima o “illeggibile” – persone che per la maggior parte vivono nei ghetti, ambulanti, popolazioni tribali [adivasi] senza titoli di proprietà – la criminalizzerà, trasformando gli illegittimi in illegali. L’idea è di ricavare una versione digitale dell’Appropriazione dei Beni Comuni [Enclosure of the Commons] e di mettere enormi poteri nelle mani di una polizia statale che si sta facendo sempre più dura. L’ossessione tecnocratica di Nilekani per la raccolta di dati è coerente con l’ossessione di Bill Gates per gli archivi di dati, “obiettivi numerici”, “schede dei punteggi del progresso”. Come se fosse la mancanza di informazioni la causa della fame nel mondo, e non il colonialismo, l’indebitamento e una distorta politica imprenditoriale orientata al profitto.
Le fondazioni sovvenzionate dalle imprese sono i maggiori finanziatori delle scienze sociali e delle arti, sovvenzionando corsi e borse di studio per gli studenti di “studi dello sviluppo”, “studi delle comunità”, “studi culturali”, “scienze comportamentali” e “diritti umani”. Quando le università statunitensi hanno aperto le porte agli studenti internazionali, centinaia di migliaia di studenti, figli delle élite del Terzo Mondo, vi sono affluite. A quelli che non potevano permettersi le tasse sono state concesse borse di studio. Oggi in paesi come l’India e il Pakistan non c’è quasi famiglia dell’alta classe media che non abbia un figlio che abbia studiato negli Stati Uniti. Dalle loro fila sono venuti buoni studiosi e accademici, ma anche primi ministri, ministri delle finanze, economisti, avvocati delle imprese, banchieri e burocrati che hanno contribuito ad aprire le economie dei propri paesi alle imprese globali.
Gli studiosi delle versioni gradite alle fondazioni dell’economia e delle scienze politiche sono stati ricompensati con posti nel corpo docente, fondi per la ricerca, finanziamenti, donazioni e posti di lavoro. Quelli con posizioni non favorevoli alle fondazioni si sono ritrovati privi di fondi, emarginati e ghettizzati, con i loro corsi interrotti. Gradualmente ha cominciato a dominare il dibattito un immaginario particolare: una fragile, superficiale pretesa di tolleranza e multiculturalismo (che si muta, con brevissimo preavviso, in razzismo, fanatico nazionalismo, sciovinismo etnico o in islamofobia bellicista) sotto il cappello di un’unica ideologia economica omnicomprensiva e assolutamente non plurale. La cosa si è attuata in misura tale che ha cessato del tutto di essere percepita come un’ideologia. E’ divenuta la posizione predefinita, il modo naturale di essere. Ha infiltrato la normalità, colonizzato l’ordinarietà, e contrastarla comincia a sembrare tanto assurdo e strambo quanto mettere in discussione la realtà stessa. Da qui il passo a “Non c’è alternativa” è stato facile e rapido.
E’ solo ora, grazie al Movimento Occupy, che è comparsa una diversa lingua nelle strade e nei campus degli Stati Uniti. Vedere studenti con striscioni che dicono “Guerra di Classe” oppure “Non ci interessa che siate ricchi, ma ci interessa che compriate il nostro governo”, considerate le probabilità, è di per sé una rivoluzione.
Un secolo dopo che ha avuto inizio la filantropia delle imprese fa parte delle nostre vite tanto quanto la Coca Cola. Ci sono ora milioni di organizzazioni non a fini di lucro, molte delle quali collegate attraverso un bizantino labirinto finanziario alle fondazioni più grandi. Tra queste ultime, il settore “indipendente” ha un patrimonio di quasi 450 miliardi di dollari. La fondazione più grande è la Fondazione Bill Gates con 21 miliardi di dollari, seguita dal Fondo Lilly (16 miliardi di dollari) e dalla Fondazione Ford (15 miliardi di dollari).
Quando il FMI ha messo in atto l’Aggiustamento Strutturale, una imposizione ai governi di tagliare la spesa pubblica per la sanità, l’istruzione, l’assistenza all’infanzia e lo sviluppo, le ONG hanno fatto il loro ingresso. La Privatizzazione di Tutto ha anche significato ONG Dappertutto. Con la scomparsa dei posti di lavoro e delle fonti di sussistenza, le ONG sono diventate una fonte importante di occupazione, anche per quelli che le vedono per quello che sono. E certamente non sono tutte cattive. Tra i milioni di ONG alcune fanno un lavoro notevole, radicale, e sarebbe una parodia incatramare tutte le ONG con lo stesso pennello. Tuttavia le ONG delle imprese o sovvenzionate dalle Fondazioni sono la via della finanza globale all’investimento nei movimenti di resistenza, letteralmente allo stesso modo in cui gli azionisti acquistano azioni delle società e poi cercano di assumerne il controllo dall’interno. Si posizionano come nodi del sistema nervoso centrale, i percorsi attraverso cui fluisce la finanza globale. Operano da trasmettitori, ricevitori, ammortizzatori, attente a non infastidire mai i governi dei paesi ospitanti. (La Fondazione Ford richiede alle organizzazioni che finanzia di firmare un impegno al riguardo). Inavvertitamente (e a volte di proposito) servono da postazioni d’ascolto, con le loro relazioni, i loro seminari e le altre attività missionarie che alimentano dati in un sistema sempre più aggressivo di sorveglianza da parte di stati sempre più induriti. Quanto più un’area è inquieta, tanto maggiore il numero di ONG in essa.
In modo malizioso, quando il governo o segmenti della Stampa delle Imprese vogliono condurre una campagna di denigrazione con un movimento popolare genuino, come il Narmada Bachao Andolan o la protesta con il reattore nucleare di Koodankulam, lo accusano di essere una ONG che riceve “finanziamenti dall’estero”. Sanno benissimo che il mandato della maggior parte delle ONG, in particolare di quelle ben finanziate, consiste nel promuovere il progetto della globalizzazione delle imprese, non di contrastarlo.
Armate dei loro miliardi, queste ONG si sono scagliate nel mondo, trasformando potenziali rivoluzionari in attivisti salariati, finanziando artisti, intellettuali e registi, allettandoli gentilmente via dallo scontro radicale, accompagnandoli nella direzione del multiculturalismo, del genere, dello sviluppo della comunità, con il dibattito espresso nel linguaggio della politica identitaria e dei diritti umani.
La trasformazione dell’idea di giustizia nell’industria dei diritti umani è stata un golpe concettuale in cui le ONG e le fondazioni hanno svolto un ruolo cruciale. La forte focalizzazione sui diritti umani consente un’analisi basata sulle atrocità in cui il quadro più vasto più essere escluso ed entrambe le parti in conflitto – ad esempio i maoisti e il governo indiano oppure l’esercito israeliano ed Hamas – possono essere ammonite entrambe come Violatrici dei Diritti Umani. Il sequestro della terra ad opera delle compagnie minerarie o la storia dell’annessione della terra palestinese da parte dello Stato d’Israele diventano poi note a piè di pagine con scarso rilievo nel dibattito. Con questo non si vuole suggerire che i diritti umani non contino. Contano, ma non sono un prisma sufficientemente buono attraverso il quale vedere o remotamente comprendere le grandi ingiustizie del mondo in cui viviamo.
Un altro golpe concettuale ha a che fare con il coinvolgimento delle fondazioni nel movimento femminista. Perché la maggior parte delle organizzazioni “ufficiali” femministe e delle donne in India mantengono un distanza di sicurezza tra esse e organizzazioni come, ad esempio, la Krantikari Adivasi Mahila Sangathan (Associazione Rivoluzionaria delle Donne Adivasi) che conta 90.000 membri in lotta contro il patriarcato nelle proprie comunità e contro l’espulsione nella foresta Dandakaranya ad opera delle compagnie minerarie? Com’è che l’espropriazione e la cacciata di milioni di donne dalla terra che possedevano e che lavoravano non è considerata un problema femminista?
La separazione del movimento femminista liberale dai movimenti popolari di base anti-imperialisti e anti-capitalisti non è iniziata con i maligni progetti delle fondazioni. E’ cominciata con l’incapacità di tali movimenti di adattarsi e di accogliere la rapida radicalizzazione delle donne che ebbe luogo negli anni ’60 e ’70. Le fondazioni hanno dimostrato del genio nel capire e nel muoversi a sostegno e nel finanziare la crescente impazienza delle donne nei confronti della violenza e del patriarcato nelle loro società tradizionali e addirittura tra i leader presunti progressisti dei movimenti di sinistra. In un paese come l’India, la scissione si è anche accompagnata alla divisione campagna-città. La maggior parte dei movimenti radicali anticapitalisti era localizzata nelle campagne dove, per la maggior parte, il patriarcato continuava a governare la vita della maggior parte delle donne. Le attiviste urbane che aderivano a tali movimenti (come il movimento Naxalita) erano state influenzate e ispirate dal movimento femminista occidentale e il loro cammino verso la liberazione era spesso in conflitto con quello che i loro leader maschi consideravano il loro dovere: trovare il loro posto tra “le masse”. Molte donne attiviste non erano disponibili ad attendere ancora la “rivoluzione” per porre fine all’oppressione e alla discriminazione quotidiane nelle loro vite, comprese quelle dei loro stessi compagni. Volevano che l’uguaglianza di genere fosse parte assoluta, urgente e non negoziabile del processo rivoluzionario e non soltanto una promessa per dopo la rivoluzione. Donne intelligenti, arrabbiate e disilluse hanno cominciato ad allontanarsi e a cercare altri mezzi di supporto e di sostentamento. In conseguenza, alla fine degli anni ’80, circa all’epoca in cui i mercati indiani si sono aperti, il movimento femminista liberale in un paese come l’India si è fatto estremamente ONG-izzato. Molte di queste ONG hanno fatto un lavoro determinante sui diritti degli omosessuali, sulla violenza domestica, sull’AIDS e i diritti delle lavoratrici del sesso. Ma, significativamente, i movimenti femministi liberali non sono stati in prima linea nel contrastare le nuove politiche economiche, nonostante il fatto che le donne fossero quelle che ne soffrivano di più. Manipolando l’erogazione dei fondi, le fondazioni sono riuscite in larga misura a circoscrivere la gamma di ciò che deve essere l’attività “politica”. I compiti istituzionali delle ONG ora prescrivono ciò che conta come “tema” femminile e ciò che non conta.
La trasformazione del movimento delle donne in ONG ha anche reso il femminismo liberale occidentale (in virtù del fatto di essere il marchio più finanziato) il detentore dello standard di ciò che costituisce il femminismo. La battaglie, al solito, si sono manifestate sul corpo delle donne, facendo spuntare il Botox su un versante e i burqa sull’altro. (E ci sono quelle che subiscono la doppia sberla, Botox e Burqa). Quando, come è accaduto recentemente in Francia, viene fatto un tentativo di costringere le donne ad abbandonare il burqa invece di creare una situazione in cui una donna possa fare ciò che desidera, non è liberarla bensì spogliarla. Diventa un atto di umiliazione e di imperialismo culturale. Non si tratta di burqa. Non si tratta di coercizione. Costringere una donna ad abbandonare il burqa è male quanto costringerla a indossarlo. Considerare il genere in questo modo, privato del contesto sociale, politico ed economico, lo rende un problema di identità, una battaglia di accessori e abbigliamento. E’ ciò che ha consentito al governo USA di utilizzare i gruppi femministi occidentali come copertura morale quando ha invaso l’Afghanistan nel 2001. Le donne afgane erano (e sono) in una situazione terribile sotto i talebani. Ma sganciare bombe su di loro non avrebbe risolto i loro problemi.
Nell’universo ONG, che ha sviluppato uno strano linguaggio anodino proprio, tutto è diventato un “soggetto”, un tema d’interesse speciale separato, professionalizzato. Lo sviluppo della comunità, lo sviluppo della leadership, i diritti umani, la sanità, l’istruzione, i diritti riproduttivi, l’AIDS, gli organi con AIDS, tutti sono stati ermeticamente sigillati nei loro propri silos con il loro proprio elaborato e preciso modulo di finanziamento. Il finanziamento ha frammentato la solidarietà in modi che non sarebbero stati possibili alla repressione. Anche la povertà, come il femminismo, è spesso inquadrata come problema identitario. Come se i poveri non fossero stati creati dall’ingiustizia ma fossero una tribù perduta che semplicemente capita esista ancora e possa essere recuperata nel breve termine da un sistema di rimedio dei reclami (amministrato dalle ONG su basi individuali, persona per persona) e la cui resurrezione a lungo termine deriverà dal Buon Governo. Nel regime del Capitalismo Globale delle Imprese la cosa va da sé.
La povertà indiana, dopo un breve periodo nella giungla mentre l’India “brillava”, ha fatto ritorno come identità esotica nelle Arti, guidata da film come The Millionaire. Queste storie riguardanti i poveri, il loro spirito e la loro resistenza straordinari, non hanno cattivi, eccetto quelli minori che garantiscono tensione narrativa e colore locale. Gli autori di queste opere sono gli equivalenti contemporanei mondiali dei primi antropologi, lodati e onorati per il loro lavoro “sul terreno”, per i loro coraggiosi viaggi nell’ignoto. E’ raro vedere i ricchi esaminati allo stesso modo.
Avendo risolto il problema di come gestire i governi, i partiti politici, le elezioni, i tribunali, l’opinione mediatica e liberale, restava ancora un’altra sfida per la dirigenza neoliberale: come gestire il crescente scontento, la minaccia del “potere del popolo”. Come lo si addomestica? Come si trasformano in animali domestici i dimostranti? Come si svuota la furia popolare e la si reindirizza in vicoli ciechi?
Anche qui le fondazioni e le organizzazioni loro alleate hanno un storia lunga e illustre. Un esempio rivelatore è il loro ruolo nel disinnescare e de radicalizzare il movimento per i Diritti Civili dei Neri negli Stati Uniti negli anni ’60 e la riuscita trasformazione del Potere Nero nel Capitalismo Nero.
La Fondazione Rockefeller, attenendosi agli ideali di J.D.Rockefeller, aveva collaborato strettamente con Martin Luther King senior (il padre di Martin Luther King jr). Ma la sua influenza svanì con l’ascesa di organizzazioni più militanti, il Comitato di Coordinamento Nonviolento degli Studenti e le Pantere Nere. Le Fondazioni Ford e Rockefeller entrarono in gioco. Nel 1970 donarono 15 milioni di dollari alle organizzazioni nere “moderate”, dando finanziamenti, cattedre, borse di studio, programmi di formazione per gli emarginati e denaro fondare aziende di proprietà di neri. La repressione, la conflittualità interna e lo specchietto per le allodole dei finanziamenti portarono alla graduale atrofizzazione delle organizzazioni radicali nere.
Martin Luther King Jr operò il collegamento vietato tra Capitalismo, Imperialismo, Razzismo e Guerra del Vietnam. In conseguenza, dopo che fu assassinato, persino il suo ricordo divenne una minaccia tossica all’ordine pubblico. Le Fondazioni e le Imprese lavorarono duro per rimodellare il suo legato in modo che si adattasse a una forza favorevole al mercato. Il Centro Martin Luther King Jr per il Cambiamento Sociale Nonviolento, con una sovvenzione operativa di 2 milioni di dollari fu costituito, tra gli altri, da Ford Motor Company, General Motors, Mobil, Western Electric, Procter & Gamble, US Steel e Monsanto. Il Centro amministra la Libreria King e gli Archivi del Movimento per i Diritti Civili. Tra i molti programmi che il Centro King gestisce ci sono stati progetti che “collaborano strettamente con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, il Consiglio dei Cappellani delle Forze Armate e altri”. Ha co-patrocinato la Serie di Conferenze Martin Luther King Jr intitolata “Il sistema delle libere imprese: un agente per il cambiamento sociale nonviolento.” Amen.
Un golpe simile fu attuato nella lotta anti-apartheid in Sudafrica. Nel 1978 la Fondazione Rockefeller organizzò una Commissione di Studio sulla Politica USA nei confronti del Sudafrica. Il rapporto ammoniva contro la crescente influenza dell’Unione Sovietica sul Congresso Nazionale Africano (ANC) e affermava che gli interessi strategici USA e delle imprese (ovvero l’accesso ai minerali sudafricani) sarebbero stati serviti meglio se ci fossero state genuine condivisioni di potere politico tra tutte le razze.
Le fondazioni cominciarono a sostenere l’ANC. L’ANC attaccò presto le organizzazioni più radicali, come il movimento per la Consapevolezza Nera di Steve Biko e più o meno le eliminò. Quando Nelson Mandela venne eletto primo presidente nero del Sudafrica, fu canonizzato come un santo vivente, non solo perché era un combattente delle libertà che aveva passato 27 anni in prigione, ma anche perché si era affidato completamente al Consensus di Washington. Il socialismo scomparve dal programma dell’ANC. La grande “transizione pacifica” del Sudafrica, così lodata, non si è tradotta in riforme agrarie, non ci sono state richieste di riparazioni, nessuna nazionalizzazione delle miniere sudafricane. Invece ci sono state privatizzazioni e Aggiustamento Strutturale. Mandela ha concesso la più alta onorificenza civile del Sudafrica – l’Ordine della Buona Speranza – al suo vecchio sostenitore e amico generale Suharto, l’assassino dei comunisti in Indonesia. Oggi in Sudafrica una covata di ex radicali e sindacalista alla guida di Mercedes governa il paese. Ma ciò è più che sufficiente per perpetuare l’illusione della Liberazione Nera.
L’ascesa del Potere Nero degli Stati Uniti fu un momento d’ispirazione per l’ascesa del movimento radicale progressista dei Dalit in India, con organizzazioni come le Pantere Dalit che rispecchiavano le politiche militanti delle Pantere Nere. Ma anche il Potere Dalit, non esattamente allo stesso modo ma similmente, è stato frammentato e disinnescato e, con un mucchio di aiuto dalle organizzazioni hindu di destra e dalla Fondazione Ford, è avanti sulla strada per trasformarsi nel Capitalismo Dalit.
‘Dalit S.p.A. pronta a dimostrare che gli affari possono battere la casta’, ha scritto l’Indian Express a dicembre dell’anno scorso. Ha proseguito citando un mentore della Camera di Commercio e Industria Indiana del Dalit (DICCI). “La presenza del primo ministro a una riunione Dalit non è difficile da ottenere nella nostra società. Ma per gli imprenditori Dalit è un’aspirazione farsi fotografare con Tata e Godrej a un pranzo o a un tè, una prova che sono arrivati”, ha affermato. Data la situazione dell’India moderna sarebbe castale e reazionario affermare che gli imprenditori Dalit non dovrebbero avere un posto a una tavola elevata. Ma se questa fosse l’unica aspirazione, il quadro ideologico della politica Dalit, sarebbe un gran peccato. E avrebbe poche probabilità di aiutare il milione di Dalit che ancora si guadagnano da vivere rovistando manualmente tra i rifiuti, trattati umanamente da inferiori.
Gli studiosi Dalit che accettano sovvenzioni dalla Fondazione Ford non devono essere giudicati troppo severamente. Chi altro offre loro una possibilità di uscire dalla fogna del sistema castale indiano? La vergogna e gran parte della colpa di questa svolta degli eventi va anche al movimento comunista indiano i cui leader continuare ad appartenere prevalentemente alla casta superiore. Per anni ha cercato di adattare a forza l’idea della casta nell’analisi marxista delle classi. Ha fallito miseramente, così nella teoria come nella pratica. La spaccatura tra la comunità Dalit e la sinistra è iniziata con un alterco tra il visionario leader Dalit, Dr Bhimrao Ambedkar, e S.A. Dange, sindacalista e membro fondatore del Partito Comunista Indiano. La delusione di Ambedkar nei confronti del Partito Comunista cominciò con lo sciopero dei lavoratori del tessile a Mumbai nel 1928, quando si rese conto che, nonostante tutta la retorica sulla solidarietà della classe operaia, il partito non riteneva deplorevole che gli “intoccabili” fossero esclusi dal reparto della tessitura (e fossero qualificati soltanto per il reparto filatura, a paga più bassa) perché il lavoro comportava l’uso di saliva sui fili, cosa che altre caste consideravano “contaminante”.
Ambedkar si rese conto che in una società dove le scritture hindu istituzionalizzano l’intoccabilità e la disuguaglianza, la battaglia per gli “intoccabili”, per i diritti sociali e civili, era troppo urgente per attendere la promessa rivoluzione comunista. La frattura tra i seguaci di Ambedkar e la sinistra ebbe luogo a grave prezzo per entrambe le parti. Ha significato che la gran maggioranza della popolazione Dalit, la spina dorsale della classe lavoratrice indiana, ha appuntato le sue speranze di liberazione e di dignità al costituzionalismo, al capitalismo ed a partiti politici come il BSP, che pratica un importante, ma stagnante a lungo termine, tipo di politica identitaria.
Negli Stati Uniti, come abbiamo visto, le fondazioni sovvenzionate dalle imprese hanno prodotto la cultura delle ONG. In India la filantropia imprenditoriale mirata ha avuto inizio negli anni ’90, l’era delle Nuove Politiche Economiche. L’adesione alla Camera Stellata non costa poco. Il Gruppo Tata ha donato 50 milioni di dollari a quell’istituzione bisognosa, la Harvard Business School, e altri 50 milioni di dollari alla Cornell University. Nandan Nilekani, di Infosys, e sua moglie Rohini hanno donato 5 milioni di dollari come dotazione iniziale per l’Iniziativa India a Yale. Il Centro delle Discipline Umanistiche di Harvard è ora il Centro delle Discipline Umanistiche Mahindra, dopo aver ricevuto la donazione maggiore tra tutte di 10 milioni di dollari da Anand Mahindra del Gruppo Mahindra.
In patria, il Gruppo Jindal, con i principali interessi nelle miniere, nei metalli e nell’energia, gestisce la Scuola di Legge Globale Jindal e presto aprirà la Scuola Jindal di Governo e Politica Pubblica.
(La Fondazione Ford gestisce una scuola di legge in Congo). La Fondazione Nuova India, fondata da Nandan Nilekani, finanziata dai profitti della Infosys, concede premi e borse di studio a studiosi di scienze sociali. La Fondazione Sitaram Jindal, sovvenzionata dalla Jindal Aluminium, ha annunciato cinque premi in denaro di 50 milioni di rupie ciascuno da assegnarsi a chi lavora allo sviluppo agricolo, al sollievo dalla povertà, all’educazione ambientale e all’elevazione morale. La Fondazione di Ricerca Observer del Gruppo Reliance (ORF), attualmente sovvenzionata da Mukesh Ambani, è forgiata sullo stampo della Fondazione Rockefeller. Occupa agenti dei servizi segreti in pensione, analisti strategici, politici (che fingono di scagliarsi l’un contro l’altro in Parlamento), giornalisti e decisori politici come propri “associati” e consulenti di ricerca.
Gli obiettivi dell’ORF sembrano sufficientemente espliciti: “Contribuire a sviluppare il consenso a favore delle riforme economiche.” E modellare e influenzare l’opinione pubblica, creando “opzioni politiche alternative realizzabili tanto diverse quanto generare occupazione nei distretti arretrati e strategie in tempo reale per contrastare minacce nucleari, biologiche e chimiche.”
Sono stata inizialmente sconcertata dalla preoccupazione per “la guerra nucleare, biologica e chimica” tra gli obiettivi dichiarati dell’ORF. Ma molto meno quando, nella lunga lista dei suoi “partner istituzionali”, ho trovato i nomi di Raytheon e Lockheed Martin, due dei maggiori produttori di armi del mondo. Nel 2007 la Raytheon ha annunciato che stava rivolgendo la sua attenzione all’India. Potrebbe essere che almeno parte dei 32 miliardi di dollari del bilancio della difesa saranno spesi in armi, missili guidati, velivoli, navi da guerra e attrezzature di sorveglianza prodotti dalla Raytheon e dalla Lockheed Martin?
Abbiamo bisogno di armi per combattere guerre? O abbiamo bisogno di guerre per creare un mercato per le armi? Dopotutto le economie dell’Europa, degli USA e di Israele dipendono moltissimo dalle loro industrie belliche. E’ l’unica cosa che non hanno delocalizzato in Cina.
Nella nuova Guerra Fredda tra USA e Cina, l’India viene curata per svolgere il ruolo che il Pakistan svolse da alleato degli USA nella guerra fredda con la Russia. (E si guardi a cosa è successo al Pakistan). Molti di quegli editorialisti e “analisti strategici” che enfatizzano le ostilità tra India e Cina, vedrete, si possono ricondurre direttamente o indirettamente ai ‘pensatoi’ e alle fondazioni Indo-Statunitensi. Essere un “partner strategico” degli USA non significa che i Capi di Stato si scambiano di tanto in tanto delle amichevoli telefonate. Significa collaborazione (interferenza) ad ogni livello. Significa ospitare le Forze Speciali USA sul suolo indiano (un comandante del Pentagono lo ha recentemente confermato alla BBC). Significa condividere informazioni segrete, modificare le politiche agricole ed energetiche, aprire i settori della sanità e dell’istruzione agli investimenti globali. Significa aprire il commercio al dettaglio. Significa associazioni sbilanciate in cui l’India viene stretta in un abbraccio da orso e fatta ballare il valzer da un partner che la incenerirà nel momento in cui rifiuterà di ballare.
Nella lista dei “partner istituzionali” dell’ORF si riscontreranno anche la RAND Corporation, la Fondazione Ford, la Banca Mondiale, l’Istituto Brooking (la cui missione dichiarata consiste nell’ “offrire raccomandazioni innovative e pratiche che facciano progredire tre grandi obiettivi: rafforzare la democrazia statunitense; promuovere il benessere economico e sociale, la sicurezza e le opportunità per tutti i cittadini statunitensi e assicurare un sistema internazionale più aperto, sicuro, prospero e cooperativo”.) Troverete la Fondazione Rosa Luxemburg in Germania. (Povera Rosa, che morì per la causa del comunismo, con il proprio nome su una lista come questa!)
Anche se il capitalismo si intende basato sulla competizione, quelli al vertice della catena alimentare si sono dimostrati capaci anche di inclusione e solidarietà. I grandi Capitalisti Occidentali hanno fatto affari con fascisti, socialisti, despoti e dittatori militari. Sono in grado di adattarsi e di rinnovarsi costantemente. Sono capaci di pensare rapidamente e con immensa scaltrezza tattica.
Ma pur avendo forzato riforme economiche, avendo scatenato guerre e occupato militarmente territori al fine di realizzare “democrazie” del libero mercato, il Capitalismo sta attraversando una crisi la cui gravità non si è ancora rivelata completamente. Max affermò: “Ciò che pertanto la borghesia produce, soprattutto, è chi le scaverà la tomba. La sua caduta e la vittoria del proletariato sono egualmente inevitabili.”
Il proletariato, come lo concepiva Marx, è stato sotto continuo attacco. Le fabbriche sono state chiuse, i posti di lavoro sono spariti, i sindacati sono stati dispersi. Il proletariato, nel corso degli anni, è stato messo in contrasto al suo interno in ogni modo possibile. In India si è trattato degli hindu contro i mussulmani, degli hindu contro i cristiani, dei Dalit contro gli Adivasi, di casta contro casta, di regione contro regione. E tuttavia, in tutto il mondo, vi è un contrattacco. In Cina ci sono innumerevoli scioperi e rivolte. In India il popolo più povero del mondo ha contrattaccato per fermare alcune delle imprese più ricche sul loro cammino.
Il capitalismo è in crisi. La teoria delle ricadute dall’alto è fallita. Ora anche quella dei flussi verso l’alto è in difficoltà. Il crollo finanziario internazionale è prossimo. Il tasso di crescita dell’India è precipitato al 6,9%. Gli investimenti stranieri si stanno ritirando. Le maggiori imprese internazionali se ne stanno sedute su pile di denaro, insicure su dove investirlo, insicure riguardo a come la crisi finanziaria si evolverà. Questa è una ferita strutturale grave al bestione del capitale globale.
I veri “scavatori della fossa” possono finire per essere i suoi stessi Cardinali delusi che hanno trasformato l’ideologia in fede. Nonostante la loro genialità strategica, sembrano avere problemi nel capire un fatto semplice: il Capitalismo sta distruggendo il pianeta. I due vecchi trucchi che lo hanno tirato fuori in passato dalle crisi – Guerra e Consumi – semplicemente non funzioneranno.
Sono rimasta a lungo all’esterno di Antilla a guardar scendere il sole. Ho immaginato che la torre fosse tanto profonda quanto era alta. Che avesse una radice profonda ventisette piani, che serpeggiava sottoterra, risucchiando affamata sostentamento dalla terra, trasformandola in fumo e oro.
Perché gli Ambasi hanno scelto di chiamare Antilla il loro edificio? Antilla è il nome di un gruppo di isole mitiche la cui storia risale a una leggenda iberica dell’ottavo secolo. Quando i mussulmani conquistarono la Spagna, sei vescovi cristiani visigoti e i loro parrocchiani si imbarcarono e fuggirono. Dopo giorni, forse settimane, in mare arrivarono alle isole di Antilla dove decisero di insediarsi e di iniziare una nuova civiltà. Bruciarono le proprie navi per tagliare per sempre i collegamenti con la loro patria dominata dai barbari.
Chiamando Antilla la loro torre, gli Ambani sperano di tagliare i ponti con la povertà e lo squallore della loro patria e iniziare una nuova civiltà? E’ questo l’atto finale del movimento secessionista più riuscito dell’India? La secessione delle classi media e alta nello spazio cosmico?
Mentre su Mumbai scendeva la notte, guardie in camicie di fresco lino con walkie-talkie ronzanti hanno fatto la loro comparsa all’esterno dei cancelli proibiti di Antilla. Le luci hanno sfavillato, forse per cacciare i fantasmi. I vicini lamentano che le forti luci di Antilla si sono rubate la notte. Forse è ora per noi di tornarci, nella notte.

da http://www.znetitaly.org

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