Essere liberi significa respingere il ricatto del conformismo ideologico

Gli uomini liberi sono pochi.

Probabilmente sono sempre stati pochi e sempre lo saranno; è una legge di natura quasi fisica: se aumenta l’estensione, diminuisce la profondità.

Nel tempo presente si ha l’impressione che gli uomini liberi siano un drappello particolarmente esiguo; forse non è vero in termini assoluti, ma lo è in termini relativi; e, soprattutto, forse lo è specialmente in senso psicologico.

Nella società contemporanea, infatti, che si dichiara democratica, tollerante e pluralista, balza particolarmente in evidenza lo stridente contrasto con il conformismo di massa, che impone una divisa ideologica sempre mutevole: gli slogan delle ideologie, infatti, mutano con una disinvoltura paragonabile a quella della moda.

D’altra parte, è inevitabile che si dia una tale situazione: la società di massa, per le sue caratteristiche specifiche, non può che essere caratterizzata dalla duplice spinta all’individualismo e al conformismo; e ciò che ne risulta non può non essere un individualismo di massa, in cui tutti proclamano l’importanza della libertà individuale e credono di agire in conformità ad essa, mentre quasi tutti pensano, dicono e fanno esattamente quello che pensano, dicono e fanno gli altri, conservando, però, con un prodigio di auto-inganno, l’illusione di essere realmente se stessi, di esprimersi davvero con la massima libertà e indipendenza. Leggi il resto dell’articolo

Potere e paura

Sergio Naranjo (artista cileno,ndt) offre immagini destinate a esorcizzare la tortura. Ignoro se  ci riesce, ma ci prova ed in questo risiede il valore principale della sua creazione. Naranjo ( il nome richiama l’albero delle arance,ndt) è un albero che ha le radici ancorate nel passato e i suoi occhi posti sul futuro, non solo il suo, ma quello che riguarda tutti.

Come molti di noi, è sopravvissuto ad un naufragio politico dove alcuni persero la vita e altri furono lanciati in una diaspora, portando come unico bagaglio ferite mal cicatrizzate ed un enorme interrogativo sulle dimensioni dell’esperienza che ci era toccata vivere.

Con queste opere rievoca i fantasmi e ci convoca a riflettere ancora una volta sull’orribile esperienza alla quale fummo sottoposti come prigionieri della Dittatura di Pinochet e la resistenza che abbiamo dovuto sviluppare per affrontarla.

Cosa è stata quell’ondata di colpi e di umiliazioni che ricadde sui prigionieri? Nel suo senso più elementare la tortura è la risorsa del potente per ordinare che venga inflitta  perpetua e intensa sofferenza ad una persona per sottometterla e ottenere informazione. Leggi il resto dell’articolo

Finmeccanica, ultima spiaggia per la sovranità

 

Il 2011 è stato un anno nero per Finmeccanica. La bufera giudiziaria non ha solo portato alla rimozione di Pierfrancesco Guarguaglini dal ruolo di Amministratore Delegato della società e di Marina Grossi dai vertici di Selex, ma ha anche contribuito ad aprire una voragine di 2,3 miliardi di euro di perdite, mentre l’utile netto registrato l’anno precedente ammontava a quota 557 milioni di euro. Nel 2011 i ricavi del gruppo Finmeccanica hanno raggiunto quota 17,3 miliardi, con un calo del 7% su base annua dovuto all’implementazione della strategia di dismissione “caldeggiata” dall’Unione Europea in ottemperanza ai mantra del liberismo. Il progetto di frammentazione della società è stato avviato attraverso un ridimensionamento iniziale dei settori dell’elettronica per la difesa e la sicurezza, dell’energia (privatizzazione del 45% di Ansaldo Energia) e dei trasporti, mentre gli ordini hanno registrato un calo del 22% rispetto all’anno precedente, attestandosi a 17,4 miliardi di euro. L’alleggerimento del portafoglio ordini è pari al 5% (46 miliardi), mentre 2 miliardi di euro sono stati investiti nei campi di ricerca e sviluppo, in misura analoga al 2010.
Nonostante questi dati estremamente allarmanti, l’attuale Amministratore Delegato dell’azienda romana Giuseppe Orsi ostenta ottimismo. Nel 2012, il gruppo stima di accumulare ricavi compresi tra i 16,9 e i 17,3 miliardi di euro, con un avanzo di cassa superiore a 900 milioni. «Il 2012 sarà un anno di svolta, con una ristrutturazione che sarà attuata senza bisogno di un aumento di capitale, senza bad company e senza chiedere soldi agli azionisti», proclama Giuseppe Orsi, il quale evidenzia il fatto che il disastroso esercizio del 2011 costituisca il presupposto necessario per avviare una fase di ristrutturazione integrale del gruppo. Secondo Orsi la carenza di risorse a disposizione comprometterebbe ogni possibilità di rendere competitivi tutti i settori controllati dalla compagnia, che riducendo il proprio margine operativo attraverso la dismissione dei comparti meno produttivi otterrebbe i fondi e lo slancio necessario per ammodernare i settori di punta. Si tratta quindi di una scelta dall’alto valore strategico, che segnerà in maniera determinante il futuro di Finmeccanica.
La messa in atto di questo genere di programma insinua tuttavia il dubbio che la proclamata “necessità” di affinare la silhouette del gruppo attivi un circolo vizioso di privatizzazioni il cui fine ultimo è la cessione definitiva della quota di Finmeccanica detenuta dallo Stato. Non va dimenticato che lo scorso 26 novembre il “Financial Times” dispensò al governo guidato dall’appena insediato Mario Monti il “suggerimento” di ridurre le numerose interferenze statali che, secondo il celeberrimo organo informativo che funge da cartina di tornasole degli “umori” di Wall Street, costituirebbero la più frenante palla al piede dell’economia italiana. Così, quando Monti mostrò forti perplessità rispetto all’”imbeccata” del “Financial Times”, la scure di Standard & Poor’s si abbatté furiosamente su Finmeccanica, degradando a BBB- (con out look negativo) il giudizio sulla compagnia.
Per questa ragione non appare affatto rassicurante il fatto che il nuovo piano strategico elaborato dal Consiglio Di Amministrazione – incardinato sulle dismissioni – e illustrato con dovizia di particolari da Orsi susciti invece reazioni diametralmente opposte a Wall Street. Il 15 maggio, la grande banca d’investimento Morgan Stanley ha rivisto positivamente il rating (portandolo da underweight ad equalweight) di Finmeccanica, alzando l’obiettivo di prezzo da 2,75 a 3,25 euro. Ciò ha fatto in modo che nel corso della giornata il titolo dell’azienda venisse sospeso per eccesso di rialzo.
La “promozione” resa da Morgan Stanley evidenzia gli obiettivi della grande finanza, che fin dall’epoca delle “grandi privatizzazioni” (inaugurata nel 1992 simultaneamente all’operazione “Tangentopoli”) mira a mettere le mani sull’intero comparto industriale pubblico italiano. Le “interferenze” dello Stato instancabilmente stigmatizzate dagli araldi del liberismo, tuttavia, mal si conciliano con i disastrosi risultati prodotti dalle svendite attuate dai governi italiani in ottemperanza agli indiscutibili cardini del “libero mercato”. L’esperienza dei BRICS testimonia, al contrario, il fatto che, nel corso di determinate fasi, le traiettorie strategiche impostate dai centri decisionali nazionali possono garantire ampi margini di crescita, a condizione che gli agenti sociali dominanti siano dotati di sufficiente lungimiranza e capacità operativa. La statura politica di cui le classi dirigenti italiani succedutesi nel corso degli ultimi decenni hanno dimostrato di essere dotate segnala la tremenda penuria di strateghi del capitale paragonabili a quelli di Pechino, che non a caso hanno escogitato e messo in atto una politica estera capace di supportare la massiccia penetrazione economica della Cina nel continente africano.
Sulla scorta dell’esempio cinese occorre quindi impedire che la nuova strategia di dismissione – assai gradita ai centri dominanti di Wall Street – escogitata dal Consiglio Di Amministrazione di Finmeccanica, finisca per provocare l’acquisizione di aziende di punta come la Selex, la STS Ansaldo e (soprattutto) l’Alenia da parte di grandi multinazionali come la General Electric, la Siemens e la Alstom. La spoliazione degli ultimi settori strategici (ENI e Finmeccanica su tutti) controllati dallo Stato priverà definitivamente l’Italia degli unici strumenti attraverso cui il Paese potrà sperare di affrancarsi dal rapporto di vassallaggio che intrattiene con gli Stati Uniti, ritagliandosi un ruolo attivo nella ridefinizione dei rapporti di forza che sorreggeranno il nuovo assetto multipolare che va irreversibilmente instaurandosi.

 

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C’è un modo infallibile per valutare una persona

 

C’è un modo pressoché infallibile per capire chi si ha di fronte, per valutare una persona e farsi un’idea di quale stoffa sia fatta: concederle un pezzettino di potere, anche minimo; oppure osservarla quando le circostanze le offrono la possibilità di esercitare una qualche forma di potere, sia pur minimo, sugli altri.

La persona di valore non cambierà affatto il suo tratto nei confronti del prossimo; se era una persona semplice, rimarrà semplice; se era discreta, rimarrà discreta; se era modesta, rimarrà modesta; se, invece, non possedeva alcuna di queste qualità, ma semmai il difetto opposto, allora tenderà ad accentuare tali difetti: se era superba, lo sarà ancora più di prima; se era invadente, se era vanitosa, allora raddoppierà l’invadenza e la vanità.

Vi sono posizioni di potere, anche modeste, che hanno uno statuto istituzionale: il sindaco di una città, anche di modeste dimensioni; il comandante di una nave; il preside di una scuola; il primario di un reparto ospedaliero; il capostazione; il direttore di un ufficio;  il caporeparto di una fabbrica; esse conferiscono una autorità riconosciuta anche in sede giuridica. Leggi il resto dell’articolo

Bomba a Brindisi, utilità della tensione

 

Esplode una bomba (costituita da tre bombole del gas collegate fra loro) davanti ad una scuola di Brindisi, facendo scempio di studenti e lasciando sul selciato il corpo inanimato di una ragazza di 16 anni e altri ragazzi feriti gravemente. Una tragedia che strazia il cuore e s’insinua nelle coscienze, lasciando in bocca un gusto amaro e tanto dolore.
Quale significato potrebbe mai avere un attentato di questa crudeltà, apparentemente privo di senso?
E quali attori perversi si celano dietro ad un’azione così aberrante? La mafia? Il terrorismo eversivo? I servizi segreti?
Gli inquirenti naturalmente stanno vagliando l’accaduto e forse fra qualche giorno saranno in grado di presentare una qualche verità ufficiale, oppure le indagini proseguiranno, come è accaduto spesso in passato, senza risultati per decenni, fino a perdersi nei meandri del tempo e dell’imponderabile.
Senza alcuna presunzione di voler dare delle risposte, riteniamo comunque giusto portare qualche riflessione, basata unicamente sull’uso della logica.
Come molti hanno già avuto modo di scrivere è assai improbabile che ci sia la mafia dietro alla bomba di Brindisi. La mafia, nelle sue varie declinazioni, fino ad oggi non ha mai colpito nel mucchio attentando alla vita di comuni cittadini, ma quando è accaduto ha sempre diretto le proprie azioni contro obiettivi ben precisi che avevano un senso all’interno del contesto. Inoltre la mafia rifugge la pubblicità e da un attentato come quello di Brindisi avrebbe solo da perdere: gli occhi degli inquirenti e dei media focalizzati sul territorio, nuove leggi più repressive, maggiori attenzioni ai suoi movimenti. Una iattura insomma…..

Altrettanto improbabile è l’ipotesi che dietro all’attentato di Brindisi si celi un qualche gruppo terroristico eversivo. Qualsiasi gruppo eversivo ha il bisogno spasmodico di raccogliere in qualche misura consensi fra la popolazione. Gambizzando un manager Ansaldo o attentando ala vita di Befera, forse qualcuno potrebbe anche sperare di raccogliere consensi fra i cittadini. Ma facendo strage fra gli studenti che vanno a scuola si raccoglie solamente l’odio di tutti gli strati della popolazione senza distinzione. Sarebbe come scavarsi la fossa da soli.
Non resta che l’ipotesi di un mitomane completamente fuori di testa o di un disegno scientemente ordito, nel tentativo di resuscitare la strategia della tensione.
Senza dubbio in un momento come quello attuale, in cui il paese versa in condizioni drammatiche ed un governo illegittimo sta portando avanti un’operazione di macelleria sociale di enormi proporzioni, determinando un incremento del conflitto sociale (ancora comunque abbondantemente sotto il livello di guardia), un attentato come quello di Brindisi potrebbe risultare di grande utilità.
In primo luogo i cittadini, posti di fronte al terrore, sono propensi a stringersi intorno alle istituzioni e più si sentono spaventati, più si stringeranno forte intorno allo stato che nell’immaginario collettivo rappresenta la legalità.
In secondo luogo il terrore va combattuto con forza e questo assioma costituisce il viatico per l’introduzione di leggi speciali e provvedimenti antidemocratici che sarebbero stati osteggiati in condizioni di normalità.
Un primo effetto immediato lo si sta già riscontrando in queste ore, con il fiorire in giro per l’Italia di manifestazioni, sit in e fiaccolate, organizzate da varie figure istituzionali, da elementi del mondo sindacale e della cosidetta “società civile”. Manifestazioni preposte ad esternare la profonda indignazione contro gli ignoti autori del gesto, ma anche a rinfocolare il “matrimonio” dei cittadini con lo stato, che stava cadendo in disgrazia. Manifestazioni che di fatto hanno sostituito e sostituiranno quelle contro Equitalia e contro il governo che esprimevano il profondo disagio nei confronti di problemi di enorme portata, che nell’ondata emozionale del momento vengono accantonati.
Un secondo effetto sarà sicuramente costituito dal “giro di vite” di ordine legislativo che i partiti, spalleggiati da molti cittadini, domanderanno al più presto, per la gioia del governo Monti che già intendeva propagandare l’utilizzo dell’esercito, per reprimere l’eversione. Il ministro Cancellieri avrà così carta bianca per reprimere tutto ciò che possa infastidire l’esecuzione degli ordini dela BCE, ad iniziare dalla lotta NO TAV, da lei stessa definita la maggiore preoccupazione del governo, unitamente alle contestazioni contro Equitalia ed a tutti i focolai di conflitto sociale che potranno crearsi quando la macelleria fra qualche mese entrerà in funzione a pieno regime.
In parole povere non ci è dato sapere (e forse non lo sapremo mai) chi realmente ha fatto saltare in aria gli studenti a Brindisi, ma risulta di una chiarezza adamantina identificare i soggetti che da questo attentato hanno tutto da guadagnare.

Dare e avere

 

La vita, si dice, è un continuo dare e avere: oggi a te, domani a me.

Pure, è evidente che moltissime persone ignorano questa semplice verità, ossia l’indispensabile reciprocità fra gli esseri umani; e cercano, più o meno sfacciatamente, di ricavare dagli altri più di quanto esse siano disposte ad offrire di sé.

Altre, e non sono meno inconsapevoli delle prime, sono, sì, disposte a dare, anzi, non chiedono di meglio che poter dare molto, moltissimo; ma poi, consciamente o meno, quando viene un certo momento, si aspettano di ricevere altrettanto, vale a dire fuor di misura: creando pesanti obblighi, ricatti morali e sensi di colpa nei loro cari e nei loro amici.

E allora bisogna comprendere che la regola del dare e dell’avere ha senso e funziona se viene intesa con naturalezza, con misura, con spontaneità: non può e non deve corrispondere a una forma di contabilità affettiva, né, meno ancora, a una sorta di investimento preventivo. Leggi il resto dell’articolo

Il fantasma del terrorismo per coprire la realtà

 Di Marco Cedolin 

Nessuna persona in buona fede e nella pienezza delle sue facoltà mentali potrebbe seriamente prendere in considerazione l’ipotesi dell’avvento di una stagione di terrorismo nell’Italia del 2012, così come stanno vaticinandoalcuni ministri del governo Monti, coadiuvati nella mistificazione da larga parte del bestiario politico e di quello mediatico, deputato all’orientamento del pensiero.
Tutti i parametri della società sono cambiati così radicalmente nel corso degli ultimi 40 anni, da far si che oggettivamente diventi assolutamente improponibile qualsiasi parallelismo con la stagione del terrorismo che sconvolse il paese a cavallo degli anni 70.
Quaranta anni fa, sull’onda della rivoluzione cubana e della contrapposizione ideologica fra comunismo e capitalismo, l’immaginario collettivo era fondalmentalmente ancora così ingenuo da prendere in considerazione la possibilità di sovvertire l’ordine costituito attraverso la pratica della lotta armata.
La “lotta di classe” era un qualcosa di tangibile, in una società molto semplice e schematica, dove le classi più povere, prevalentemente composte da operai, mantenevano un certo grado di coesione al proprio interno e una forte volontà di rivalsa nei confronti di quelle dominanti.
La televisione, agli albori, non aveva ancora esplicitato nella sua interezza il proprio ruolo di lavaggio del cervello che inibisce il senso critico, anestetizza le coscienze e sostituisce la cultura ponderata con l’informazione urlata. Si leggeva molto di più, si parlava molto di più e si “sognava” molto di più di quanto non accada oggi…… Leggi il resto dell’articolo

Dobbiamo ribellarci alla dittatura della pancia


di Francesco Lamendola

Il sistema di pensiero oggi dominante, da cui discendono le istituzioni, i rapporti economici e sociali e tutta la nostra filosofia di vita, dovrebbe chiamarsi, più che “demagogico”, “epacratico”: dal latino “hepar” (“hipar” nel latino tardo) e dal greco “hêpar”, che significa fegato: dunque governo, o meglio, tirannia del ventre, della pancia.

Gli uomini politici hanno lanciato la moda, imitando a loro volta gli esperti di messaggi pubblicitari,  e tutto il sistema della comunicazione si è prontamente adeguato: non ci si rivolge più alla testa delle persone, per persuaderle di qualcosa; non si fa più leva sull’intelligenza, sul buon senso, sulla coerenza: tutta roba ormai vecchia e superata.

Ci si rivolge al ventre delle persone, anzi, delle masse (dove le persone scompaiono e diventano non-persone, anonime e intercambiabili), alla loro pancia: cioè ai loro istinti primordiali, primo fra tutti quello di farsi ingannare, e alle loro passioni viscerali, prima fra tutte quella di adorare incondizionatamente qualche salvatore, quale messia, qualche capo carismatico, e delegargli la fastidiosa responsabilità di pensare con il proprio cervello e di decidere secondo la propria coscienza. Leggi il resto dell’articolo

L’americanizzazione totale non può attendere. L’Italia tra nuovi “scandali”, “antipolitica” e saccheggio dello Stato

Gli italiani sono un popolo dalla memoria corta. Nel bene e nel male: dimostrano ingratitudine verso chi ha fatto loro sostanzialmente del bene (o meno male di altri…) e dimenticano alla svelta le “lezioni” ricevute.

Per carità, scordarsele per poter poi meglio tirare avanti senza deprimersi collettivamente, sarebbe di per sé un buon segno, ma in questo popolo vi è la radicata abitudine a non far tesoro di quanto ha già dovuto patire. Il problema è che spesso e volentieri dalle batoste del passato non ha imparato proprio nulla; anzi, poiché le ha interpretate così come ha voluto chi gliele ha date, ha finito per introiettarle proprio al contrario di come andava fatto. Leggi il resto dell’articolo

Cave canem

L’Italia non se la passa per niente bene, non siamo la Grecia ma viviamo il complesso di poterle presto assomigliare. Nella tragedia sociale. Senza una classe dirigente in grado di scegliere e di decidere quale strada intraprendere per uscire dalla difficile situazione ed allontanare i drammi nei quali stiamo precipitando, tra stretta fiscale, investimenti ristretti e occupazione in restringimento, è inevitabile che ci si adegui  acriticamente alle formule politiche ed economiche calate dall’alto, siano esse diretta emanazione dei vari organismi internazionali o delle stessa burocrazia eurocomunitaria. Non siamo più padroni del nostro destino e l’arrivo dei tecnici al governo ha semplicemente evidenziato il posto dove la nostra sovranità nazionale è finita: nel Gabinetto, insieme ai professori. E’ bene ricordare ancora una volta quali personaggi ci hanno spinto così in basso, in fondo alla tazza della storia dove si vaticinano sventure e si predicono disastri. Lo ha scritto senza circonlocuzioni ieri su Italia Oggi il Gen. Laporta, uno che non crede ancora, come il resto degli uomini di servizio benpensanti, alle tavole rotonde a tre gambe dove si invocano gli spreads e i mercati di morte. Altro che B. costretto a rinunciare al premierato a causa del differenziale tra titoli di stato sfavorevole all’Italia e favorevole ai crucchi. Il leder del Pdl è stato obbligato ad abbandonare il suo posto perché “il nemico” gli ha chiesto: “vuoi rimanere ricco o morire?” E così il Cavaliere pavido ha ceduto su tutto, “prima sulle basi aeree (durante la guerra alla Libia); in seguito, mentre rifiutava le dimissioni e il titolo Mediaset precipitava, la signora Clinton gli sibilò nella cornetta: ‘come vanno gli affari? Come stanno i ragazzi?’ comprese, si arrese e si stese. Ha molte famiglie dopo tutto. Oggi dice che il governo Monti dipende dalla sua volontà. Mente sapendo di smentire’. Questo significa soltanto che il Bocconiano, chi lo ha indicato ai partiti, prima nominandolo senatore a vita e poi investendolo del compito governativo, e tutti quelli che gli hanno dato la fiducia in aula sono complici di nemici stranieri e quindi colpevoli di alto tradimento dello Stato. Costoro, dunque, che lavorano per amministrazioni estere non troveranno mai alcuna soluzione alla crisi perché essi stessi sono i co-artefici dei mali nazionali ed i carnefici del popolo italiano.  Così l’Italia finisce nella melma e con essa gli ultimi baluardi industriali sui quali si sono avventati i pescicani della finanza che hanno sentito l’odore della scia di sangue dopo i colpi politici sferrati alle nostre istituzioni da parte di sedicenti partner occidentali. Di Finmeccanica abbiamo già detto nelle scorse puntate, di Eni ribadiamo adesso. Si insiste sullo scorporo della rete , invocato dal fondo Knight Vinke ed assecondato dai vertici della compagnia energetica che abbaiano un po’ ma poi si rimettono subito a cuccia. Non attenti al cane ma è il cane a sei zampe che deve stare attento perchè qualcuno lo vuole mordere e smembrare. Il capo del citato fondo ha anche suggerito a Monti di derubricare qualsiasi altra riforma perché ulteriori ritardi nel processo di separazione di Snam da Eni “provocherebbero serie conseguenze e farebbero sparire una parte considerevole della fiducia riguadagnata dall’Italia con grandi sacrifici”. Non è un consiglio che non si può rifiutare ma una vera e propria minaccia. Le manovre non si fermano nemmeno qui considerato che anche i fondi sovrani del Qatar puntano a fare shopping sulla conglomerata di San Donato. Il ruolo che l’Emirato ha giocato nelle ultime crisi internazionali, compreso quello in Libia, ci suggerisce che i quatarini cantano solo quando gli statunitensi aprono la gabbia. E siamo di nuovo al punto di partenza ed ai sibili provenienti da Washington.

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