Finmeccanica, ultima spiaggia per la sovranità

 

Il 2011 è stato un anno nero per Finmeccanica. La bufera giudiziaria non ha solo portato alla rimozione di Pierfrancesco Guarguaglini dal ruolo di Amministratore Delegato della società e di Marina Grossi dai vertici di Selex, ma ha anche contribuito ad aprire una voragine di 2,3 miliardi di euro di perdite, mentre l’utile netto registrato l’anno precedente ammontava a quota 557 milioni di euro. Nel 2011 i ricavi del gruppo Finmeccanica hanno raggiunto quota 17,3 miliardi, con un calo del 7% su base annua dovuto all’implementazione della strategia di dismissione “caldeggiata” dall’Unione Europea in ottemperanza ai mantra del liberismo. Il progetto di frammentazione della società è stato avviato attraverso un ridimensionamento iniziale dei settori dell’elettronica per la difesa e la sicurezza, dell’energia (privatizzazione del 45% di Ansaldo Energia) e dei trasporti, mentre gli ordini hanno registrato un calo del 22% rispetto all’anno precedente, attestandosi a 17,4 miliardi di euro. L’alleggerimento del portafoglio ordini è pari al 5% (46 miliardi), mentre 2 miliardi di euro sono stati investiti nei campi di ricerca e sviluppo, in misura analoga al 2010.
Nonostante questi dati estremamente allarmanti, l’attuale Amministratore Delegato dell’azienda romana Giuseppe Orsi ostenta ottimismo. Nel 2012, il gruppo stima di accumulare ricavi compresi tra i 16,9 e i 17,3 miliardi di euro, con un avanzo di cassa superiore a 900 milioni. «Il 2012 sarà un anno di svolta, con una ristrutturazione che sarà attuata senza bisogno di un aumento di capitale, senza bad company e senza chiedere soldi agli azionisti», proclama Giuseppe Orsi, il quale evidenzia il fatto che il disastroso esercizio del 2011 costituisca il presupposto necessario per avviare una fase di ristrutturazione integrale del gruppo. Secondo Orsi la carenza di risorse a disposizione comprometterebbe ogni possibilità di rendere competitivi tutti i settori controllati dalla compagnia, che riducendo il proprio margine operativo attraverso la dismissione dei comparti meno produttivi otterrebbe i fondi e lo slancio necessario per ammodernare i settori di punta. Si tratta quindi di una scelta dall’alto valore strategico, che segnerà in maniera determinante il futuro di Finmeccanica.
La messa in atto di questo genere di programma insinua tuttavia il dubbio che la proclamata “necessità” di affinare la silhouette del gruppo attivi un circolo vizioso di privatizzazioni il cui fine ultimo è la cessione definitiva della quota di Finmeccanica detenuta dallo Stato. Non va dimenticato che lo scorso 26 novembre il “Financial Times” dispensò al governo guidato dall’appena insediato Mario Monti il “suggerimento” di ridurre le numerose interferenze statali che, secondo il celeberrimo organo informativo che funge da cartina di tornasole degli “umori” di Wall Street, costituirebbero la più frenante palla al piede dell’economia italiana. Così, quando Monti mostrò forti perplessità rispetto all’”imbeccata” del “Financial Times”, la scure di Standard & Poor’s si abbatté furiosamente su Finmeccanica, degradando a BBB- (con out look negativo) il giudizio sulla compagnia.
Per questa ragione non appare affatto rassicurante il fatto che il nuovo piano strategico elaborato dal Consiglio Di Amministrazione – incardinato sulle dismissioni – e illustrato con dovizia di particolari da Orsi susciti invece reazioni diametralmente opposte a Wall Street. Il 15 maggio, la grande banca d’investimento Morgan Stanley ha rivisto positivamente il rating (portandolo da underweight ad equalweight) di Finmeccanica, alzando l’obiettivo di prezzo da 2,75 a 3,25 euro. Ciò ha fatto in modo che nel corso della giornata il titolo dell’azienda venisse sospeso per eccesso di rialzo.
La “promozione” resa da Morgan Stanley evidenzia gli obiettivi della grande finanza, che fin dall’epoca delle “grandi privatizzazioni” (inaugurata nel 1992 simultaneamente all’operazione “Tangentopoli”) mira a mettere le mani sull’intero comparto industriale pubblico italiano. Le “interferenze” dello Stato instancabilmente stigmatizzate dagli araldi del liberismo, tuttavia, mal si conciliano con i disastrosi risultati prodotti dalle svendite attuate dai governi italiani in ottemperanza agli indiscutibili cardini del “libero mercato”. L’esperienza dei BRICS testimonia, al contrario, il fatto che, nel corso di determinate fasi, le traiettorie strategiche impostate dai centri decisionali nazionali possono garantire ampi margini di crescita, a condizione che gli agenti sociali dominanti siano dotati di sufficiente lungimiranza e capacità operativa. La statura politica di cui le classi dirigenti italiani succedutesi nel corso degli ultimi decenni hanno dimostrato di essere dotate segnala la tremenda penuria di strateghi del capitale paragonabili a quelli di Pechino, che non a caso hanno escogitato e messo in atto una politica estera capace di supportare la massiccia penetrazione economica della Cina nel continente africano.
Sulla scorta dell’esempio cinese occorre quindi impedire che la nuova strategia di dismissione – assai gradita ai centri dominanti di Wall Street – escogitata dal Consiglio Di Amministrazione di Finmeccanica, finisca per provocare l’acquisizione di aziende di punta come la Selex, la STS Ansaldo e (soprattutto) l’Alenia da parte di grandi multinazionali come la General Electric, la Siemens e la Alstom. La spoliazione degli ultimi settori strategici (ENI e Finmeccanica su tutti) controllati dallo Stato priverà definitivamente l’Italia degli unici strumenti attraverso cui il Paese potrà sperare di affrancarsi dal rapporto di vassallaggio che intrattiene con gli Stati Uniti, ritagliandosi un ruolo attivo nella ridefinizione dei rapporti di forza che sorreggeranno il nuovo assetto multipolare che va irreversibilmente instaurandosi.

 

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