Ingerenze della magistratura tra Italia e Kazakistan

La Procura chiede al Tribunale di Milano di commissariare tutte le attività dell’ENI e dei gruppi associati in Kazakistan, in base a un’ipotesi di reato molto grave. Secondo l’accusa almeno 20 milioni di dollari di tangenti Eni avrebbero carburato la prima fase (sino al 2007) dell’investimento, arrivando a corrompere il genero del presidente della Repubblica kazaka Nursultan Nazarbayev, Timur Kulibayev, già presidente dell’ente petrolifero statale e del fondo sovrano di Astana. Secondo quanto notificato all’amministratore delegato Eni Paolo Scaroni, non indagato come persona fisica, è questa la «misura interdittiva» che il pm Fabio De Pasquale chiede alla giudice Alfonsa Ferraro di emettere (in udienza il 29 maggio) nei confronti dell’Eni, indagata come persona giuridica per «corruzione internazionale» in base alla legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti per reati commessi dai dirigenti nell’interesse aziendale.
L’accusa di corruzione partita dalla magistratura milanese, sempre attiva in questo genere di inchieste di spicco, va a toccare un settore delicatissimo del nostro Paese, mettendo a rischio una delle più imponenti partnership del nostro Paese, tra i primi interlocutori europei del Kazakistan assieme alla Germania: basti pensare alle commesse concluse dalla nostra azienda per l’energia, nell’ambito dei progetti legati ai vastissimi giacimenti di Kashagan e Karachaganak.
Molto gravi, queste accuse avranno pesanti ripercussioni a livello diplomatico, dal momento che vanno a mettere incredibilmente in discussione l’integrità personale, morale e professionale, del presidente Nursultan Nazarbayev, ossia uno tra gli uomini politici più apprezzati sia in patria sia nel resto del Continente Asiatico.

 

Fonte

Night Club Italia

 

All’indomani delle visite nell’Italia di Monti di Rasmussen, il segretario generale della NATO, dell’emiro al-Thani, il padrone assoluto del Qatar venuto a fare shopping nella tenuta del garibaldino quirinalizio e, infine, del premier ottomano Erdogan, l’Italia, che avrebbe trovato la sua ‘dignità’ internazionale una volta assurto al governo il professorone Monti e il suo circo di alieni miliardari e di fighetti alienati, dimostra effettivamente di aver ritrovato il suo giusto ruolo del mondo: lo zerbino da bagno atlantista. Non è un caso che dopo l’aggressione alla Libia socialista, le quotazioni dell’Italia siano precipitate più dei suoi titoli di stato.
Se la leadership degli ‘esperti’ della Repubblica Italiana aspira al ruolo di odalisca nell’harem di Doha, assieme all’intellettualità ‘impegnata’ di Parigi, Roma e Firenze, non si comprende allora perché l’Unione Indiana non dovesse farsi rispettare, se soldati-mercenari italiani uccidono due suoi cittadini, per di più nelle aree marittime sotto la responsabilità di New Delhi.
Quindi, di conseguenza, ecco l’ex ambasciatore a Washington, il blasonato Giulio Terzi di Santagata, che nonostante sia stato sbeffeggiato dalla sua stessa consorte, che nei salotti di Washington affermava esplicitamente ‘sono io il vero ambasciatore d’Italia’, mettere al giusto posto il ruolo dello stivale tricolore:
«È probabile che si debba tornare al Consiglio di sicurezza» per «chiedere una forza più robusta, fino a 2-3000 uomini e in grado di intervenire in base al capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Una missione cioè armata, capace di garantire la protezione di alcune aree e la sicurezza degli osservatori che oggi è invece affidata al governo siriano». Questo ha detto il ministro degli esteri Giulio Terzi, a proposito della missione di pace in Siria, di Annan. «Il modello libico è irripetibile. Ma il capitolo VII è stato utilizzato in molte altre occasioni. E in tante altre avrebbe potuto evitare massacri, come quello di Srebrenica». Quest’ultima parola, cioè ‘Srebrenica’, connota la fonte che ha suggerito a Terzi simili dichiarazioni provocatorie, appunto i turchi. Russia e Cina non approverebbero una missione armata, prosegue il ‘commesso degli esteri’, «ma potrebbero se si convincessero che la situazione non è più accettabile». Questo passaggio sembra più che altro un avvertimento, una minaccia: la NATO e gli stati satelliti arabi preparano un’operazione false flag per giustificare l’aggressione armata alla Siria?
Invece, riguardo alla visita dell’emiro della democrazia di tipo qatariota, Monti ebbe a dire, “L’incontro è stato l’occasione per consolidare il rapporto strategico tra i nostri due Paesi … per corroborare l’amicizia ed estendere l’ambito di questa amicizia nel breve e medio periodo” ricordando anche che il Qatar è “tra i Paesi più dinamici e ricchi del Golfo, e che ha un ruolo molto attivo nel mondo arabo“. Eufemismo per dire alimentare il terrorismo, la sovversione interna, le guerre civili e le persecuzioni razziali e religiose. Negli ultimi anni le relazioni nel settore energetico si sono intensificate: “Con il rigassificatore di Rovigo (costruito da Qatar Petroleoum e inaugurato nel 2009), quando sarà a pieno regime, sosterremo il 10% del fabbisogno annuo di gas“. Il professorone che in decenni di carriera bocconiana, non ha mai scritto nulla, ci insegna come si facciano seriamente gli affari: ovvero, che per ottenere la promessa di coprire il 10% del proprio fabbisogno del gas, l’Italia ha fatto distruggere la fonte libica del 50% del petrolio importato ed ha anche rinunciato al petrolio e al gas iraniani. Lo stile dimostra che effettivamente Mario Monti è un boccononiano, cioè un integralista liberista, ottuso e miope, nel migliore dei casi; comunque pericoloso per  lo Stato che è stato messo a dirigere dal trombettiere quirinalizio del VII.mo cavalleggeri USA.
Resta da capire dove sia tutta la teppaglia degli ‘indignados’ colorati e berluscodipendenti, i centrinosociali ancora più colorati e gli ‘antimperialisti’ dell’asse rivoluzionario Perugia-Cairo.
Animano i night club di Doha, facendo quello che sono sempre adusi commettere in Italia, sollazzare sceicchi mediorientali e contractors occidentali?

PS. Di certo, a Doha la teppaglia ‘rivoluzionaria’ non avrebbe nè l’autorizzazione, nè il coraggio, di imbrattare muri condominiali con scritte da ‘pigliainculo’ mafioseggianti.

 

Alessandro Lattanzio

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