Che cosa significa pensare?


di Francesco Lamendola

L’esercizio della filosofia non è arzigogolare su quanto hanno detto i filosofi del passato, né dissertare su quanti capelli aveva in testa Nietzsche o su quanti bottoni avesse la giacca di Heidegger, ma pensare in mondo critico e autonomo, alla ricerca della verità: pensare in grande, vedendo cioè costantemente l’intero e non le singole parti del reale.

Ne consegue che una buona porzione di ciò che va sotto il nome di “filosofia”, specialmente in Italia, non è tale, a cominciare dalla materia che, sotto quella denominazione, viene insegnata nelle scuole; si tratta piuttosto di un tentativo di storia della filosofia, peraltro viziato da due vistosissimi difetti: abbraccia solo l’orizzonte del pensiero occidentale e, all’interno di questo, privilegia la dimensione del Logos strumentale e calcolante.

Il primo difetto implica che la persona di media cultura, in Europa o negli Stati Uniti, non sappia praticamente nulla del pensiero orientale, anzi, ne ignori perfino l’esistenza ed il contributo da esso offerto allo sviluppo del pensiero umano; il secondo,  che conosca poco e male il pensiero di quegli autori e di quelle epoche che non si adattano alle categorie del razionalismo e dello scientismo, a cominciare dai dieci secoli della civiltà medievale.

Ma, soprattutto, la persona di media cultura, e anche la persona provvista di una formazione scolastica liceale e perfino universitaria, non sa che cosa voglia dire realmente fare della filosofia: crede e s’immagina che significhi, press’a poco, conoscere quel che altri hanno detto e scritto, nonché, nove volte su dieci, ripetere i pregiudizi e i luoghi comuni dei propri professori, quasi tutti devotamente freudiani, positivisti, neo-positivisti; quasi tutti imbevuti di preconcetti di matrice illuminista e di borioso disprezzo verso la “philosophia perennis”; quasi tutti convinti che l’anima sia una invenzione di qualche filosofo greco, e che le magnifiche sorti e progressive della modernità consistano in una dissoluzione delle tenebre spiritualiste e in una vittoriosa avanzata dei radiosi lumi della Ragione, in nome della religione del Progresso.

Pertanto, può succedere che uno studente si diplomi o si laurei con il massimo dei voti in quella materia chiamata “filosofia”, ma non sappia nemmeno dove stia di casa l’autentico esercizio del pensiero; e creda che ripetere i cliché trasmessi dagli autori dei libri di testo e dagli insegnanti, ispirati all’antropocentrismo e all’etnocentrismo più rigorosi, alla più totale ignoranza riduzionista, alla più smaccata insensibilità verso le altre culture, verso gli altri esseri viventi, sia tutto quanto occorra per capire cosa sia la realtà; e, più in generale, e più grave di tutto il resto, creda che si dia una verità certa e incontrovertibile, attingibile mediante i cosiddetti maestri del pensiero, o – il che sembra l’opposto, ma è praticamente la stessa cosa -, che non esista, né mai sia esistita, alcuna verità, e che tutto sia relativo, dunque che tutto si possa decidere a parole, come affermavano gli antichi sofisti.

All’origine di tale fraintendimento vi è un difetto non del conoscere e nemmeno del volere, ma dell’essere: un difetto di pigrizia, intellettuale e morale, a causa del quale si pensa che la verità o non esista, o sia in vendita sugli scaffali di qualche supermercato culturale; mentre è vero, al contrario, che essa è perseguibile solamente a partire dalla propria personale ansia di sapere, e non è riconoscibile se non a coronamento di un quotidiano, faticoso e tuttavia esaltante cammino di consapevolezza, in cui le formule pronto uso e le belle frasette preconfezionate non servono a nulla, perché ogni centimetro di cammino va conquistato con le proprie forze, cadendo e rialzandosi, inciampando e rimettendosi in piedi, senza altra guida che quella, silenziosa ma insostituibile, del Maestro interiore.

Quello che bisogna capire, prima ancora di intraprendere il cammino, è l’importanza del silenzio, della contemplazione, della meditazione; l’importanza di lasciar cadere il proprio narcisismo intellettuale, la propria superficiale impazienza, la propria pretesa di un pensare finalizzato all’agire compulsivo, utilitarista, mercificante; la necessità di spogliarsi del proprio ego e di lasciarsi investire da una luce che non viene dall’io, ma dall’Essere di cui siamo parte.

D’altra parte, non basta liberarsi dal conformismo e dalla smania predicatoria, da cui pure sono afflitte molte persone e soprattutto molti studenti e insegnanti che bazzicano con la storia della filosofia; dall’illusione, cioè, che basti far propria qualche formula di “verità” e poi farsene volonterosi apostoli, cercando di convertire il mondo a quella salvifica verità che magari, fino al giorno prima, ignoravano del tutto: perché questo è solo il preambolo alla ricerca vera e propria, è solo la “pars destruens”: uno sgomberare il terreno dai detriti e dalle erbacce, non certo un seminare e tanto meno un raccogliere.

E non basta nemmeno mettersi alla ricerca della verità e approdare da qualche parte, come che sia, per dire di essersi avvicinati anche solo di poco al riconoscimento del reale: se così fosse, esisterebbero tante verità soggettive, quanti sono gli esseri umani; e il mondo non sarebbe altro che un manicomio, in cui ciascuno parla una lingua diversa da quella degli altri, e grida ai quattro venti la propria pretesa verità, cercando inutilmente di farsi udire nel frastuono generale.

Come sapevano i saggi dell’Oriente (e si noti che in Oriente in esiste nemmeno la parola “filosofia”, anche se la speculazione di uno Shankara o di un Patanjali, per esempio, è quanto di più eccelso sia stato mai raggiunto da mente umana), l’esercizio del pensiero è solo una parte della ricerca della verità: ma se tale ricerca non coinvolge tutto l’essere di colui che cerca, se non implica una rinuncia al “piccolo io” ed un abbandono totale all’Assoluto, non è sufficiente, non è fruttifera, non consente di uscire dalla prigione della falsa credenza.

Silenzio, dunque; silenzio e solitudine: ma non un silenzio e una solitudine fine a se stessi, bensì finalizzati all’ascolto, al disvelamento, all’illuminazione. Fare filosofia significa cercare il silenzio e la solitudine: non necessariamente in senso fisico, perché il filosofo non è necessariamente un frate trappista (anche se un frate trappista è, quasi sempre, un filosofo); e fare di essi un trampolino per tuffarsi nell’oceano dell’Essere, dove le voci del mondo e il disordinato agitarsi della folla non sono che un’eco lontana e insignificante.

Chi non sa rimanere in silenzio, chi non sa rimanere solo con se stesso, non ha la stoffa per filosofare; potrà essere una eccellente persona e, in molti campi, anche un ottimo studioso: ma non sarà mai un vero filosofo, perché fare filosofia corrisponde a un tipo di ricerca che richiede silenzio e solitudine, quali condizioni preliminari e indispensabili. Non si studia il cielo stellato se non di notte e non si pratica l’atletica o la danza, se non si possiede un corpo bene allenato; allo stesso modo, non si può fare in alcun modo filosofia, se non si è capaci di raccogliersi in silenzio e in solitudine.

Qui c’è un altro luogo comune da sfatare, anche se il discorso, oggi, non piace: la filosofia non è per tutti, non è un piatto che possa essere preparato e gustato da chiunque. In tempi di democraticismo populista, e in tempi di scolarizzazione di massa, si tende a dare per scontato che la filosofia sia alla portata di tutti: invece questo non è affatto vero. La filosofia è un ambito di ricerca estremamente esigente ed estremamente selettivo; molto più che la matematica, la fisica o la chimica, molto più che le scienze naturali.

La cosa, generalmente, passa inosservata grazie alla irrisoria facilità con cui gli studenti raggiungono almeno la sufficienza nello studio di questa materia nei licei, o con cui si laureano all’università: ma, lo ripetiamo, la materia scolastica denominata “filosofia” non ha niente a che vedere con la vera ricerca filosofica, che è sempre un percorso personale. Non solo: è anche un percorso in cui è necessaria una costante capacità di auto-valutazione.

Nelle altre scienze, è l’istituzione scolastica a valutare il grado di padronanza della disciplina; nella filosofia, invece, non vi è nessuna istituzione esterna che possa dare o togliere la patente di “filosofo” e, quando ciò avviene, non è detto che tale patente venga data o tolta in maniera appropriata. Quanti falsi filosofi vengono insegnati a scuola e nelle università, con sussiego e quasi con venerazione; e quanti veri filosofi vengono bellamente ignorati, passati sotto silenzio, cancellati o, peggio, sminuiti e liquidati con poche, sprezzanti parole che rivelano una  totale, preconcetta incomprensione.

È triste pensare, ad esempio, a quanto spazio si conceda a Freud come se fosse un vero filosofo, o ad Anna Freud come se fosse stata una grande pedagogista, mentre quasi tutti i nostri studenti non hanno mai sentito nominare un colosso del pensiero (anche del pensiero matematico, oltre che di quello filosofico) come Pavel Aleksandrovič Florenskij.

Ma tant’è, anche di questi paradossi vive la “storia della filosofia”: ne prendiamo atto, e passiamo oltre; del resto, lo ripetiamo, il vero filosofare è tutta un’altra cosa, una cosa che questi pappagalli ammaestrati, i quali son usi ripetere imperterriti, come dei mantra, sempre le stesse banalità scolastiche, non sanno neppure dove stia di casa.

Sapersi auto-valutare, peraltro, non è finalizzato ad alcun riconoscimento esterno e non ha alcuna ricaduta pratica: è un fatto interiore, ma non arbitrario, che scaturisce dal confronto quotidiano con l’esperienza della realtà. Si trova sulla strada giusta colui che riesce ad accordare sempre più e sempre più felicemente il proprio sentire, il proprio pensare, il proprio agire, in armonia con se stesso e con il mondo (anche quando sia in disaccordo con taluni aspetti della realtà); su una strada sbagliata, colui che non vi riesce, anzi che se ne allontana.

Pertanto, una persona può mettere in cornice la propria laurea in filosofia e gloriarsene con tutti quelli che vengono a casa sua, ma essere un perfetto analfabeta filosofico; mentre, all’opposto, può non possedere alcuna laurea, né aver fatto alcuno studio regolare, colui che si è messo sulla strada della vera ricerca filosofica, in silenzio e solitudine, con umiltà, ma anche con decisione; con la coscienza dei propri limiti, ma anche con la fierezza di chi non teme veglie e sacrifici, pur di avvicinarsi alla meta.

La meta, del resto, è la ricerca stessa; non esiste una meta, intesa come luogo del riposo e del compiacimento; la verità è sempre lungo la strada, è sempre sotto una tenda, è sempre in movimento: o, per dir meglio, lo è sempre quella porzione della verità che è accessibile all’essere umano. Il quale, se non deve disperare di poter giungere a vederla, dopo tante fatiche, almeno da lontano e sia pure imperfettamente, non deve nemmeno pensare di poterla possedere interamente, una volta per tutte, mettendosela in tasca e tirandola fuori ogni volta che ritenga di avere la necessità di consultarla, come se fosse una mappa o una bussola.

L’esercizio della filosofia, del resto, è solo una delle strade che conducono alla verità: è una strada importante, una delle più appassionanti, ma non è l’unica.

Un saggio contadino, come il vecchio di Corico descritto da Virgilio nelle «Georgiche», che strappa a un terreno ingrato e sassoso qualche metro di superficie per farne uno splendido orto, che è anche un variopinto giardino, e che nella gioia semplice del contatto quotidiano con la terra trova la pace dai turbamenti dell’animo e la saggezza del vivere in sintonia con la natura, è filosofo quanto e più di un Fichte o di un Hegel, con tutto il loro sapere cerebrale e con tutte le loro astruse e pretenziose fumisterie intellettualistiche.

Esistono una filosofia teorica ed una filosofia pratica: entrambe hanno una loro dignità e un loro valore; la situazione ideale è quella in cui l’una si riflette nell’altra, e l’anima, che è una totalità, si appaga, nei limiti di quanto umanamente possibile, tanto sul piano speculativo, quanto su quello della vita d’ogni giorno.

Ma il vero appagamento non è cosa di questo mondo, tranne che in alcuni brevi, felici, intensissimi momenti di piena consapevolezza e di radiosa illuminazione; momenti nei quali si percepisce, con una chiarezza che nessun ragionamento astratto potrà mai fornire e nessuna parola scritta potrebbe mai descrivere, la profonda, armoniosa unità del reale.

Per l’ordinario, la via filosofica è cammino, ricerca, tensione verso l’Assoluto: ricerca che giustifica la perseveranza e tensione che sorregge la volontà, in presenza dei più ardui ostacoli e dei passaggi più scabrosi; in breve, la via filosofica è la via del nomade per eccellenza, di colui che anela alla patria divina, pur amando la propria patria terrena.

Essa è anche confronto con l’altro, disponibilità al dialogo, apertura della coscienza alla varietà delle situazioni esistenziali: ovunque il ricercatore filosofico riesce a scorgere finestre aperte e immensi orizzonti dischiusi, fosse pure incatenato nel carcere più profondo – che può essere quello della malattia, del disagio, della sofferenza. E sempre, sempre, essa è anche la via della speranza…

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