L’Italia è nel cesso…

Il merito Non esiste. La selezione del personale viene fatta all’ingresso, e segue criteri completamente ideologici, non certo “tecnici” o di “comprovata competenza”. Così funziona la stragrande maggioranza dei meccanismi della comunicazione e dell’informazione italiane. La stretta finale fu assestata nel 1992, all’indomani di Tangentopoli e del crollo dell’Unione Sovietica. L’unipolarismo e il dominio incontrastato degli Stati Uniti come super-potenza solitaria, avevano prodotto enormi trasformazioni politiche, a partire dagli scenari nazionali dei singoli Paesi maggiormente coinvolti nell’ambito del confronto bipolare dell’era precedente. In Italia, un Partito Comunista ormai completamente naufragato nei rivoli insignificanti e senza futuro dell’euro-comunismo, operava una serie di trasformazioni per riciclarsi come un moderno partito di sinistra, magicamente integrato nel sistema dell’Unione Europea e della Nato. Il PDS si reinventò come partito-guida di una coalizione di centro-sinistra che raccolse attorno a sé le clientele politiche degli anni precedenti, una decisiva fetta della finanza italiana e interi settori culturali di quel ceto medio pseudo-intellettuale che aveva recitato il ruolo della critica sociale negli anni Settanta e Ottanta. Neutralizzato Bettino Craxi, il nuovo mostro da sbattere in prima pagina stavolta era Berlusconi, per una nuova partita all’interno di un panorama politico desolante e di un Parlamento chiamato a gestire i residui di sovranità, rimasti indenni dalla stagione delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni del biennio 1992-1993.
Da allora, la riduzione delle modalità di ripartizione degli emicicli del Parlamento a due sole grandi coalizioni cercò di imitare un sistema politico di matrice anglo-americana, imponendone i crismi in maniera quasi artificiale, ignorando de facto oltre quaranta anni di sistema proporzionale e di pluri-partitismo. La campagna demagogica contro le “perversioni” della politica partitocratica avviata dai nuovi profeti liberali, condusse alla distruzione dell’impresa pubblica e dell’intero sistema delle partecipazioni statali, lasciando alle “capacità” di auto-regolamentazione del mercato il pallino del gioco. Il mercato, ben lungi dal rappresentare un’entità astratta o neutrale, riproduceva in chiave economica i rapporti di forza tra potenze che avrebbero in qualche modo cercato di dominare lo scenario internazionale, attraverso l’espansione finanziaria. Il mito della globalizzazione rappresentava in realtà la volontà di egemonizzazione delle relazioni internazionali stabilita da Washington: democratici e repubblicani si sarebbero, come sempre, semplicemente passati un testimone, affidandosi a diverse strategie finalizzate tuttavia ad un obiettivo comune.
A venti anni di distanza dall’inizio di quel folle processo storico, le cose stanno cambiando. Fortunatamente il XXI secolo non sarà né il “New American Century” pronosticato dai falchi neo-con né il secolo della stabilizzazione dell’unipolarismo statunitense in chiave multilaterale, o pseudo-tale, agognato da Brzezinski e dai realisti. La crisi finanziaria e l’emersione dei BRICS oggi pone gli Stati Uniti di fronte ad una nuova sfida, ad una nuova folle impresa che vogliono vincere a tutti i costi. L’enorme potenziale economico, tecnologico e dunque militare che hanno accatastato in questo periodo di dominio incontrastato consente a Washington di poter ancora sfruttare un po’ di tempo per scegliere e ipotizzare vie d’uscita dalla crisi. Tuttavia, c’è un mondo che è stanco e stufo del loro modo di agire all’estero: la Cina, la Russia e l’Iran non accettano più alcuna ingerenza nei loro affari interni né tanto meno il carattere autoreferenziale della politica estera nord-americana. Pakistan, Corea del Nord e Siria non vogliono ricevere lezioni di democrazia da un Paese in cui 49 milioni di cittadini (su 300 milioni) vivono tutt’ora sotto la soglia minima di povertà, un Paese in cui avviene una rapina ogni trentacinque minuti e un omicidio ogni quaranta, un Paese dove è consentito all’1% della popolazione di arricchirsi ulteriormente in tempi di crisi economica per famiglie, lavoratori e piccole imprese.
L’Europa vive oggi come un incubo la prospettiva di dover uscire frantumata da questo drammatico periodo, ma viene tenuta in piedi come una struttura finanziaria di unione virtuale, soltanto per le volontà di integrazione atlantica stabilite da Washington e Londra. La Germania ne sarebbe probabilmente già uscita se avesse goduto di più ampi margini strategici di indipendenza. Lo stesso avrebbero fatto, per motivi diversi, la Spagna, la Grecia e l’Italia. Quello che sta avvenendo in questi due Paesi mediterranei, è l’emblema di una tendenza che non sembra fermarsi: governi imposti da entità sovra-nazionali, privi di qualsiasi legittimità o di un mandato del popolo, decidono le nostre sorti senza la benché minima remora. Dopo aver portato tre milioni e mezzo di manifestanti a Roma nel 2002, oggi la CGIL pare sul punto di dividersi o, peggio, rinnegare del tutto quelle sue posizioni sull’articolo 18 che, al di fuori di ogni retorica sindacale, resta seriamente l’ultimo baluardo di civiltà in un Paese distrutto e disossato da Nord a Sud. La possibilità di licenziare anche senza una giusta causa lascia all’imprenditore una libertà gigantesca, un margine di discriminazione che non vedevamo dal XIX secolo.
I numeri di piazza, però, sono scarsini: poche centinaia di operai davanti alle fabbriche, tutelati solo dai locali rappresentanti FIOM, nessun esponente di partito che provi ad uscire fuori dai propri uffici, ormai saturi di false promesse e prese per i fondelli. Ogni giorno che avanza sentiamo sempre di più questa crisi: la disoccupazione giovanile sta toccando livelli mai visti prima nella storia della Repubblica, il decreto sulle liberalizzazioni – presentato come una legittima soluzione ai problemi delle “caste” professionali – potrebbe ben presto mettere sul mercato (e cioè in bocca alle elite finanziarie trilaterali) gli ultimi comparti economici ancora controllati o regolati dallo Stato, e la riforma previdenziale rischia di prolungare lo scalone dell’età pensionabile e di innalzare l’onere dei contributi versati alle casse dell’erario.
Un primo ministro che occupa illecitamente la sua poltrona, ex dipendente di una finanziaria americana che è sotto inchiesta per truffa ai danni dello Stato (vedasi la vicenda dei titoli derivati emessi da Goldman Sachs nel decennio scorso e venduti in quantità gigantesche a regioni, province e comuni del nostro Paese…), cerca oggi di presentarsi come l’uomo giusto al posto giusto al momento giusto. Non lo è. Non è un tecnico, è un tecnico del capitalismo, un ragioniere di banca che mette a posto i conti malati ereditati da classi dirigenti inette ed incapaci, distruggendo spesa pubblica, stipendi e piccole attività. L’opposizione mediatica messa al lavoro negli anni dei governi Berlusconi era talmente opprimente e saturata da rasentare il ridicolo: manifestazioni idiote, inutili e assolutamente decentrate rispetto ai temi fondamentali della politica nazionale e internazionale, andavano in scena come una commedia di serie B in tutte le principali piazze italiane. Oggi, invece, non avviene nulla di così clamoroso: Santoro se ne è andato, con abbondante liquidazione, su un circuito privato, Repubblica cerca di porre l’accento sulla sobrietà del governo, individuando quelli che, dalla sua prospettiva debenedettiana, ritiene evidentemente essere dei grandissimi meriti, il Popolo Viola e i vari Indignados hanno pian, piano ammainato le loro bandierine da colored revolution, abbassando nettamente tutti i toni polemici nei confronti della “politica di casta”.
I lavoratori, i giovani, i pensionati e le famiglie sono soli. Soli a fare la fila alle poste con i bollettini della luce e del gas in mano, soli al supermercato con il timore di dover riporre alcuni prodotti negli scaffali, soli al bar a leggere il giornale “comune”. Soli più che mai. E questa è la situazione più pericolosa per la stabilità sociale del Paese. C’è chi preferisce ancora buttarla in polemiche sterili, assecondando questo o quell’idiota opinionista imposto in tv da qualche autore compiacente. Ma questo mondo dell’informazione pilotata presto scomparirà, le ordinate e composte aule magne dei prestigiosi convegni extra-lusso presto finiranno di attirare generazioni illuse da parole d’ordine come “mobilità”, “flessibilità” e “co.co. project”. La misura è colma. Chi lavora per due soldi se li è scassati. Potete immaginare cosa.

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