Riforma dell’articolo 18, tra falso modernismo e demagogia

 

La “riforma” dell’articolo 18, che si può tranquillamente interpretare come una sua “cancellazione”, s’inserisce all’interno d’un più vasto disegno di riforma e snaturamento dello Statuto dei Lavoratori, vale a dire la famosa legge 300 del 20 maggio 1970 , e di sempre più accentuata “liberalizzazione” del mercato del lavoro. Ormai da anni (proprio in questi giorni ricorre il decennale della morte di Marco Biagi, che alla lotta contro l’art. 18 aveva dedicato i suoi ultimi giorni) si parla della necessità di “flessibilizzare” ovvero “precarizzare” sempre più il mercato del lavoro allo scopo di rilanciare l’economia nazionale e di renderla così sempre più competitiva in particolare nei confronti di quelle dei paesi emergenti. Tale visione politica e “giuslaborista”, però, riflette il punto di vista dell’impresa (e, più precisamente, d’un certo modo di fare impresa) e non quello del lavoratore. Che si privilegi un approccio ultra e neoliberista anziché keynesiano al problema della riforma del lavoro è cosa di facile ed immediata comprensione: l’obiettivo non è quello d’elevare il livello di reddito e benessere dei lavoratori (e quindi la loro propensione e possibilità di spendere e conseguentemente alimentare il mercato interno, con tutte le positive ricadute che ciò andrebbe a determinare) ma di massimizzare a danno delle maestranze i profitti delle imprese, in maniera da incoraggiarle a restare sul nostro territorio. La concorrenza nei confronti delle economie emergenti, in sintesi, si riduce tutta a questo: dare alle imprese in Italia un potere discrezionale e negoziale nei confronti del dipendente se non paritetico quantomeno vicino a quello che potrebbe vantare in un paese in via di sviluppo. L’abolizione dell’art. 18 è ovviamente solo il primo passo di un percorso molto più lungo che s’intende compiere per arrivare ad un’Italia sempre più precaria ed aleatoria nel campo dei diritti nel mercato del lavoro.
Infatti di cosa s’occupa l’art. 18? Di licenziamento senza giusta causa. Tra questi potremmo, ad esempio, annoverare i tentativi della Fiat di licenziare e/o non riassumere quei lavoratori che militino in organizzazioni politiche e sindacali sgradite alla proprietà (nella fattispecie, la Fiom), giusto per ricordare alcuni degli episodi più recenti e conosciuti. I licenziamenti con giusta causa (o perchè dovuti ad oggettivi malcomportamenti del dipendente con tanto di risvolti in termini civili e penali, o perchè l’azienda deve ridimensionare il proprio personale a causa di problematiche d’ordine industriale o finanziario) non rientrano invece tra quelli contemplati dall’art. 18 e pertanto è demagogico e fuorviante l’atteggiamento di quanti, nel nome dell’efficientismo economico e produttivo del paese, ne invocano l’abrogazione. Nessun imprenditore che si trovi nella necessità di ridimensionare il proprio personale per problemi di stanca del mercato od altro è costretto a mantenere i propri dipendenti, contro la sua volontà e contro la salute dei suoi libri contabili, per colpa dell’art. 18. In tal caso, infatti, il licenziamento avviene per giusta causa e all’azienda resta solo l’obbligo di non riassumere altro personale per i sei mesi successivi, mentre il lavoratore licenziato ha diritto dapprima alla disoccupazione e quindi alla mobilità. E’ davvero sorprendente che alla televisione italiana, in prima serata, compaiano “opinionisti del nulla” (“politici”, “imprenditori”, “giornalisti”, e si badi che le virgolette non vengono poste a caso) ad affermare il contrario senza che nessuno li interrompa e li corregga, dimostrandone a seconda dei casi o la sprovvedutezza o la malafede.
Dunque eliminare l’art. 18 risponde ad un ben chiaro intento: quello di privare il lavoratore italiano dalla tutela contro il licenziamento senza giusta causa. Sia ben chiaro che nell’Italia degli oltre quaranta tipi di contratti “atipici” ciò avviene già nella maggior parte dei casi: possiamo tranquillamente affermare che un buon 70% dei dipendenti, nel nostro paese, per vedersi rinnovare il contratto a termine o per sperare d’essere nuovamente chiamato a lavorare (nel caso dei contratti a chiamata) debba accettare praticamente qualsiasi richiesta gli venga fatta, non importa quanto umiliante e sacrificante essa sia in termini umani ed economici. Ed infatti, tanto per fornire un’ulteriore smentita a quanti insistono sulla necessità d’abrogare l’art. 18 in quanto farebbe dell’Italia “uno dei paesi dove sia più difficile licenziare”, ecco capitare proprio a fagiolo una ricerca condotta dall’OCSE secondo la quale, tra i cinquanta paesi più sviluppati al mondo, l’Italia è tra i primi dieci per facilità di licenziamento. Eliminato l’art. 18, sostiene l’OCSE, l’Italia diventerebbe molto più simile ai paesi anglosassoni come gli USA o l’Inghilterra che a quelli dell’Europa continentale, dove il mercato del lavoro è basato su principi, per quanto molto diversi tra loro, di “flex security” (che da noi diventerebbero molto “flex” e per niente “security”). In parole povere, senza l’art. 18 verrebbero meno molte protezioni e tutele in ambito lavorativo, il che consentirebbe di comprimere, svuotare ed eliminare anche molte altre norme senza particolari resistenze da parte dei lavoratori e dei sindacati. Uno dei primi risultati, per esempio, sarebbe quello di ridurre i costi della manodopera abbassando gli stipendi o comunque costringendo i lavoratori ad accettarne di sempre più bassi, pena la perdita del lavoro. Indubbiamente un ottimo incentivo a mantenere in Italia non tutte ma almeno parte di quelle imprese che altrimenti delocalizzerebbero senza grandi remore (e che potrebbero farlo comunque, dopo aver strizzato come limoni i dipendenti italiani); ma anche un ottimo incentivo alla disoccupazione, alla precarizzazione e all’instabilità sociale tra le nuove generazioni, con tutto quel che ne può derivare.

 

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