Platone pone l’Amore alla base della sapienza. Senza la passione non esiste vera cultura

di Nuccio Ordine

«Sarebbe bello se la sapienza fosse qualcosa che può scorrere, al semplice contatto, dal più pieno al più vuoto di noi, come attraverso un filo di lana l’acqua scorre dalla tazza più colma a quella più vuota»: l’ironica battuta di Socrate, indirizzata al tragediografo greco Agatone, tocca uno dei nodi cruciali del Simposio di Platone. Il sapere non è un dono (come ci vorrebbe far credere una certa pedagogia edonistica che ha sfasciato, negli ultimi decenni, la scuola e l’università), né si può comprare (anche in una società dove tutto si può acquistare, compresi i parlamentari): la conoscenza e la scelta di una vita retta presuppongono uno sforzo interiore, una partecipazione attiva, una ricerca continua.
Non a caso il protagonista assoluto di questo famoso dialogo platonico è Eros. Di lui discutono i sette personaggi (otto se includiamo anche la sacerdotessa Diotima, che interviene indirettamente nel dibattito attraverso le parole riportate da Socrate), offrendone diverse definizioni. Sospeso tra corpo e anima, tra pura voluttà e bellezza morale, tra umano e divino, tra sofferenza e felicità, tra separazione e unità, tra particolare e universale, Amore si caratterizza soprattutto per essere espressione di una mancanza, di una privazione.
Spetta ad Aristofane, infatti, introdurre una delle immagini più poetiche evocate nei miti platonici. Gli esseri umani delle origini erano caratterizzati da una forma sferica: un doppio corpo composto da una doppia faccia, da quattro mani e da quattro piedi. Distinti in tre sessi (uomo-uomo, donna-donna e uomo-donna), furono separati da Giove, che li tagliò in due come punizione per aver attaccato gli dei. Così Eros non è altro che la ricerca della propria metà: una ricerca che spinge gli amanti a ritrovare l’unità perduta.
Diotima, subito dopo, colloca in una dimensione diversa e più alta il tema della privazione attraverso il mito del concepimento di Eros. Durante la festa per la nascita di Afrodite, Poros (dio dell’ingegno) si concede, ubriaco di nettare, a Penia (dea della povertà): dalla loro unione viene alla luce Eros, destinato, a causa delle opposte qualità dei suoi genitori, a perdere e ad acquistare ogni cosa. Né mortale né immortale, né ricco né povero, Amore, nel suo ruolo di «mediatore», riesce a rappresentare simbolicamente la condizione del filosofo, sempre sospesa tra ignoranza e sapienza. Infatti tra gli dei, che non cercano la sapienza perché la posseggono, e gli ignoranti, che non la cercano perché credono di possederla, il vero filosofo, amante della sapienza, cercherà di avvicinarsi a essa, rincorrendola tutta la vita.
Eros, attraverso la generazione, può rendere immortale l’essere mortale. Ma Amore non genera solo figli. Oltre a fecondare i corpi, feconda anche le anime che partoriscono, a loro volta, le virtù. Un’anima gravida passa dalla bellezza dei corpi alla bellezza interiore di un’altra anima. E dall’unione tra anime belle si può dar vita a quei filosofi, «amici del Bene», in grado di reggere lo Stato, la città ideale più volte evocata da Platone.
Non bisogna, però, lasciarsi ingannare dalle apparenze. Un corpo non bello può contenere al suo interno un’anima di straordinaria bellezza. È l’esempio di Socrate stesso, che Alcibiade, nelle appassionate e commoventi pagine finali, paragona a un Sileno: si tratta di una statuetta che nell’antica Grecia rappresentava all’esterno un’immagine comica (un satiro) e all’interno raffigurava una divinità. Qui Platone ci invita a esplorare il Sileno, a penetrare al suo interno, a diffidare sempre e comunque di ciò che vediamo in superficie. Il tesoro di Socrate è custodito «dentro» di lui.
Il Simposio ci propone, insomma, un’ermeneutica che investe anche i generi letterari. Il comico — al contrario di quanto sosterrà più tardi Aristotele — non può essere separato dal tragico: «Socrate li costringeva ad ammettere che lo stesso autore deve saper comporre commedie e tragedie, e chi con la sua arte è tragediografo deve essere anche commediografo». Nei testi e nella vita l’alto e il basso, la tragedia e la commedia interagiscono continuamente tra loro. Non a caso l’immagine del Sileno sarà rilanciata con grande successo nel Rinascimento da autori come Erasmo, Rabelais, Bruno.
Così come, indipendentemente da un’adesione alla metafisica platonica, il mito di Amore-filosofo ritornerà più volte in tante riflessioni dedicate alla natura della filosofia. Senza Eros, infatti, senza quella travolgente passione che scuote il corpo e l’anima, sarebbe difficile immaginare l’avventura della conoscenza.

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