Non si sa come?

Il concetto della responsabilità morale del singolo individuo si basa sull’idea del libero arbitrio; solo se noi siamo realmente, autenticamente liberi di decidere i nostri atti, possiamo essere giudicati per le nostre azioni da un punto di vista morale (ed, eventualmente, penale) dagli altri, ma anche dalla nostra stessa coscienza.

Ma che cosa succederebbe se noi potessimo arrivare alla conclusione che non agiamo liberamente, che non siamo in grado di scegliere davvero fra il bene e il male, perché afferrati e trascinati, magari in maniera repentina e assolutamente imprevista, da forze ed impulsi più forti di noi, e dei quali siamo noi stessi a malapena consapevoli?

Tutta la riflessione di Pirandello tende verso questo interrogativo finale; e non è un caso se la sua ultima opera teatrale, il dramma «Non si sa come», del 1935 (un anno prima della morte) verte intorno ad esso, sviscerandolo con tormentosa intensità, scandagliando quasi con un senso di vertigine le inesplorate, abissali profondità dell’anima umana.

Il protagonista, conte Romeo Daddi, per due volte si è sentito afferrare e trascinare da quella forza subitanea e terribile: una volta, da ragazzo, quando uccise a colpi di pietra, per un impulso assolutamente inspiegabile, un ragazzo, delitto rimasto irrisolto e sepolto nelle profondità della coscienza; e una seconda, uomo fatto, quando, in maniera repentina e non premeditata, ha tradito il suo migliore amico, l’ufficiale di marina Giorgio Vanzi, e la sua stessa moglie, donna Bice, consumando un fugace adulterio con la moglie di lui, Ginevra.

Anche questa volta egli potrebbe cercar di dimenticare, come, del resto, ha subito saputo fare Ginevra; ma il senso di colpa, dopo un tormentoso travaglio, lo spinge infine a confessare ogni cosa, prima alla sposa, quindi all’amico, che, accecato dalla gelosia, gli spara e lo uccide: e Romeo non solo non fa nulla per sottrarsi a un tale destino, ma fa di tutto per cercarlo, mosso da un bisogno di espiazione per un qualcosa che, nonostante tutto, egli non riesce a riconoscere come realmente suo, come realmente deciso e voluto da lui; un qualcosa che sembra quasi essersi prodotto da sé, “non si sa come”, appunto, come dice il titolo del dramma.

In un certo senso, è come se Romeo avesse voluto punire un arto che più non gli appartiene; come se avesse voluto assumersi la responsabilità di un atto che non è stato tale, ma piuttosto un evento: non un agire, ma un patire; e la sua grandezza tragica risiede proprio in quel non saper darsi pace, in quel non riuscire a perdonarsi, in quel non essere capace di continuare a vivere se come nulla fosse; e come fa, ad esempio, Ginevra, con una assoluta convinzione di buona coscienza, di essere, cioè, tuttora, nonostante il tradimento consumato, una brava e fedele moglie, innamorata del proprio marito, ben decisa a dimenticare perché, in fondo, non è stata lei ad abbandonarsi fra le braccia di Romeo, ma qualcun altra che, in quel momento, era in lei, che ne possedeva il corpo, ma non la sfera profonda dei sentimenti e degli affetti.

In realtà, dal punto di vista psicologico, entrambi i segreti proibito di Romeo (e quello di Ginevra) si possono spiegare molto bene.

Nel primo caso, quel ragazzo sconosciuto aveva ucciso, così, per pura cattiveria, una lucertola, dopo averla catturata, suscitando lo sdegno di Giorgio, che gli si era scagliato contro: ma che, più debole nella lotta, stava per soccombere, allorché aveva afferrato un sasso e se ne era servito per colpire l’avversario. Si potrebbe parlare addirittura di legittima difesa, o forse di un eccesso di legittima difesa: un bravo avvocato, in ogni caso, avrebbe saputo difenderlo abilmente, se egli avesse deciso di confessare l’accaduto.

Nel secondo caso, Giorgio era stato assente per un lungo periodo e proprio quando stava per raggiungere gli amici e la moglie, quest’ultima aveva ceduto ad un impulso di natura fisica, risvegliato dall’eccitazione del suo arrivo imminente; da parte sua, Romeo aveva percepito l’emozione ed il turbamento sessuale della donna e, complice l’assenza momentanea della moglie, si era lasciato trasportare da una tentazione improvvisa, più o meno come una pagliuzza di fieno prende fuoco quando si trova accanto ad un’altra, che già sta bruciando.

Nessun mistero, dunque?

Pirandello non è Svevo; non si accontenta delle spiegazioni psicanalitiche basate sull’inconscio, su quell’Es o Id che giace acquattato nel fondo melmoso della psiche, pronto ad irrompere nella sfera della coscienza, con la sua ondata nauseabonda di pulsioni vergognose e inconfessabili: la sua rigida coscienza morale soffre, si tormenta ed esige una punizione, anche se la sua ragione non riesce ad accettare il concetto della responsabilità per quegli atti che si compiono come se fossero guidati dalla volontà di un altro.

Si badi: il segreto che Romeo e Ginevra condividono per qualche tempo, lei con perfetta disinvoltura, lui con crescente disagio e sofferenza, non è in alcun modo una storia di ordinaria infedeltà coniugale. Né lui, né lei avevano premeditato il tradimento, anzi, non erano neppure consapevoli dell’attrazione reciproca: complici alcune circostanze occasionali – la lunga assenza di Giorgio e l’imminenza del suo ritorno; la giornata estiva torrida e assolata, che mette in subbuglio i sensi; la non prevista partenza di Bice dalla villa, che li lascia di colpo soli, in una intimità inattesa e carica di umori sensuali -, essi sono stati travolti da un impulso sessuale, il cui ricordo sarebbe prontamente rientrato nelle pieghe della loro coscienza, scomparendo del tutto, se l’esigente senso morale di Romeo non lo avesse reso impossibile.

Ginevra, in particolare, sente di non aver tradito realmente il marito; in un certo senso, ella è perfettamente sincera quando dice a se stessa che non è successo nulla, e quando dice a Romeo di non conoscerlo (in senso biblico): la cortina che ella ha calato sull’episodio è stata così netta e recisa, così definitiva, che nulla potrebbe indurla a rialzarla; ed è solo la confessione di lui – prima a Bice, poi all’amico ,- che la costringe ad ammettere la propria parte di responsabilità in quanto è accaduto; ma solo razionalmente, senza vero rimorso.

Insomma, Ginevra non è affatto una simulatrice: non finge di essere innocente, è sicura di essere innocente; non perché non abbia consumato il tradimento verso il proprio marito, ma perché non si riconosce in colei che lo ha consumato, non la sente come la vera se stessa; e, pochi minuti dopo essersi abbandonata fra le braccia di Romeo, è già non solo pentita, ma addirittura convinta che non vi sia nulla di cui pentirsi, perché infine niente è accaduto, niente che possa interferire con i suoi veri sentimenti, che sono di autentico amore per il marito, e per nessun altro.

Anche Romeo, in realtà, non voleva tradire Bice, non lo aveva desiderato, non lo aveva cercato; anche lui, subito dopo che il fatto è accaduto, non si riconosce più in colui che lo ha compiuto: però il ricordo di quell’altra sua colpa giovanile, rimasta impunita e sconosciuta a tutti, fa vacillare la sua volontà e lo spinge a liberarsi dal rimorso mediante una impossibile confessione. Impossibile, perché colui che ha compiuto la colpa e colui che, ora, la sta confessando, solo esteriormente sono la medesima persona; in realtà, si tratta di due “io” completamente distinti e separati, del tutto estranei l’uno all’altro.

Riportiamo il passaggio centrale della rivelazione, a Bice, di quanto accaduto fra Romeo e Ginevra, nel secondo atto di «Non si sa come» (Milano, Mondadori, 1951, 1972, pp. 118-21):

 

«ROMEO Non ha colpa, lei, Bice, e neanche io. Ma è appunto per questo. Fu quella mattina, pochi giorni fa, che tu andasti dalla villa a Perugia per compere.

GINEVRA (gridando) Ma che fu? Non fu nulla! Tu ricordi; io ho tutto dimenticato, subito! Per me è come se tu m’avessi sorpresa un momento con mio marito! L’imbarazzo d’un attimo e basta!

ROMEO (a Bice) Ecco, vedi? Per lei è così. Ti sei potuta infatti accorgere di nulla, tu, al tuo ritorno? Dillo! Dillo!

BICE No, di nulla.

ROMEO E anche noi, quasi di nulla, come ciechi!

BICE Andai a Perugia, quella mattina, proprio per Giorgio, per il suo arrivo, già annunziato.

ROMEO Sì, e per questo lei ha ragione! Sappiamo bene io e tu l’ansia, l’ardore con cui lei aspettava l’arrivo imminente di Giorgio; ne parlavamo tante volte insieme…

GINEVRA (scoppiando in una fiera commozione) E dunque, se lo sapevate, se ne parlavate, perché ora mi torturate? Io non ho amato che lui! Io non ho desiderato che lui! Tutta la mia ansia, e l’ardore sono stati per lui! Io non ti conosco!Tu non puoi sapere nulla di me! (a Bice:) Sta impazzendo veramente per te, Bice, per te, per te, non per me!

BICE Per rimorso?

ROMEO No, che rimorso! Non vuoi proprio intendere allora? Appunto perché senza rimorso!

GINEVRA (a Bice, con un altro tono) Ti giuro che io,  quella mattina, accompagnandoti fino al cancello con lui, sotto quella vampa di sole maledetto,  avevo tutto quel mio ardore soltanto pe Giorgio, per Giorgio, tanto da farmi venir meno, io non so, non m’era mai avvenuta una cosa simile!  Tutto il sangue che mi bolliva! Tu desti a lui, salendo sull’automobile – fammi dir tutto, ora, Bice, fammi dir tutto! – gli desti un bacio; e io me lo sentii vivo sulle labbra,  come se mi fosse dato; e poco dopo averti veduta partire, riattraversando il giardino io e lui, tra lo stridio di tutte quelle cicale che stordiva e tutti quei fiori come impazziti  nel sole, lui mi disse non so che cosa, e io nel tentare di rispondergli avvertii che la mia voce era bassa e che egli per quella mia voce si rendeva conto del mio stato –

ROMEO – sì, sì – ma non io, non io – (toccandosi il petto) questo come sono ora – io com’ero, un altro, e tu qual eri, un’altra – non più noi, non più noi, nel sole! Un bisogno di rientrare in villa; la stranezza di non poter più fare a meno di metterci a sedere accanto, attratti, come forzati –

GINEVRA – le persiane serrate; gli scuri accostati –

ROMEO Fu quella frescura d’ombra immobile –

GINEVRA – sì, l’unica sensazione che potei avere, rientrando, di cui mi ricordi; ecco, l’ebbe anche lui –

ROMEO Ma per forza, altrimenti non si spiegherebbe più nulla: non eravamo più due! Non eravamo più noi!Presi nel sole e in quel divino accecamento, tutto annullato, senza più coscienza,  chi fosse lei per me, chi fossi io per lei, in quel vuoto là preparato per attrarci in un attimo –

GINEVRA Senza averci mai pensato, te lo giuro, né io né lui, mai, mai; così, ciechi. così, Bice, te lo giuro! è questa la cosa orribile!

ROMEO (subito ribattendo) No, l’indegnità nostra, che non ce la fa accettare, non ce la fa nemmeno comprendere, perché diventa subito orribile nella vita, il delitto più infame, che la coscienza inorridita respinge. A volerci restare, nella vita (a Bice), ecco, bisogna fare così, come lei (indica Ginevra) che non ne sa più nulla, e ha il coraggio di gridarmi in faccia: Non ti conosco, io non ho amato che lui, non ho desiderato che lui!

GINEVRA (con un grido) Ma è vero! è vero!

ROMEO È vero, sì, è vero! Non sono stato io! Non ha desiderato me, né io lei! Io non so nulla di lei: nulla! Un gorgo che s’è aperto tra noi all’improvviso, e ci ha afferrati in un attimo e travolti, e subito richiuso, senza lasciar traccia di sé. La nostra coscienza è tornata subito uguale. Non abbiamo più potuto pensar nulla, neppure un momento, a ciò che era accaduto; scappammo uno di qua, uno di là, storditi; appena soli,, questa cosa incomprensibile, incomprensibile: la chiusura, ferma come una pietra, della nostra coscienza; neppure un’ombra di rimorso, nulla: finito tutto; sparito; il segreto d’un attimo, sepolto per sempre: accaduto e svanito, come in un sogno; appena svegliati, alla vista di noi stessi, non più da ammettere: l’incredibile, ecco; e se no, uccidersi, ma non era da ammettere neanche questo, per una cosa a cui veramente, veramente non potevamo più credere noi stessi, non solo davanti a te, quando poco dopo ritornasti, ma anche davanti a noi stessi, l’uno di fronte all’altra, che potevamo guardarci in faccia; parlarci come prima, tal quale. E anche adesso! è questo, questo, non la colpa che nessuno dio noi due pensò di commettere; ma il pensare che questo può accadere: con una donna onesta (indicando Ginevra), come lei è ancora da stimare., Bice, innamorata, innamorata di suo marito, in un attimo, senza volerlo, nel sole, in quel rapimento del sole, per un improvviso agguato dei sensi, per la complicità misteriosa dell’ora, del luogo, preparata incoscientemente dalla lunga attesa, cada nelle braccia di un uomo; e un minuto dopo, richiuso il gorgo, sepolto il segreto, nessun rimorso, nessun turbamento, nessuno sforzo per mentire di fronte agli altri, di fronte a se stessa. Aspettai un giorno, due, tre, non mi sentii neanche rimuover nulla dentro, né in tua presenza né in presenza sua; vidi lei, ritornata subito così, qual era prima, tal quale, con te, con me –

GINEVRA  – un solo terrore io ebbi, che ti potessi smarrire, tradire all’arrivo di Giorgio; ma quando ti vidi buttargli le braccia al collo per abbracciarlo come un fratello, mi sentii sollevare tutta, felice, e piansi di gioja come per una liberazione: era tutto veramente finito.

ROMEO (sconvolto al ricordo di quel’abbraccio, non potendo più resistere) No no! No no! Ah, io non posso, io non posso, come te! No no! Bisogna che trovi, io, bisogna che trovi la mia condanna! la mia condanna! la mia condanna! (e se ne va.)»


A torto, secondo noi, questa e le altre ultime opere teatrali di Pirandello sono state accusate, dai critici, di eccesso d’intellettualismo, di esagerazione e di enfasi concettuale, insomma di “pirandellismo”, quasi che costituissero una degenerazione della riforma teatrale operata, in precedenza, per mezzo di opere come «Sei personaggi in cerca d’autore».

Al contrario, ci sembra che qui Pirandello sia stato più che mai coerente, più che mai rigorosamente fedele alle sue premesse e, in particolare, alla concezione del dissidio tra forma e vita. Se la vita è un flusso continuo e incoerente di stati di coscienza (curiosamente, una concezione simile a quella del Buddismo Theravada), allora in essa non vi è posto per un “io”, ma solo per delle maschere che ne fingano l’unità e la coerenza, insomma per una forma fittizia, che pietrifica il movimento della vita e che realizza la coesione del soggetto, ma al prezzo di uccidere in esso la parte vitale vera e propria, riducendolo ad un vuoto simulacro.

A questo punto, è chiaro che non ha senso parlare di libertà dell’uomo e, dunque, nemmeno di una sua responsabilità morale: come potrebbe il mio “io” di oggi essere responsabile di quello che esso ha pensato, detto o compiuto ieri, un anno fa, venti anni fa? E come potrebbe essere ritenuto responsabile di quello che, forse, penserà, dirà o farà domani, fra un anno, fra vent’anni? Forse che quei due “io” sono una sola cosa, o non piuttosto due realtà completamente diverse, del tutto estranee l’una all’altra?

Al di là di quel che si può pensare della narrativa e del teatro di Pirandello, il problema da lui sottoposto alla nostra attenzione è reale, è grave, è urgente; se lo pongono i giudici, del resto, ogni volta che sono chiamati a giudicare un reato che è stato scoperto a distanza di molto tempo da quando venne commesso: è giusto, e fino a che punto lo è, processare e giudicare un essere umano che, nel corso degli anni, è forse radicalmente cambiato da quello che era allora, ed imporgli di scontare la pena per un qualcosa che egli fece quando non era quello che è adesso, quando era, appunto, tutt’altra persona?

Però, a ben guardare, non è necessario che sia passato molto tempo; la durata del tempo, del resto, è, per la coscienza, una quantità non misurabile oggettivamente; quel che conta non è il tempo, ma la coscienza: se non esiste un “io”, allora non esiste neppure una coscienza; e, se non esiste una coscienza, allora non vi è neppure responsabilità: non merito per il bene che si compie, né demerito e colpa per il male.

In tal caso, però, da dove sorgono il senso della colpa, il rovello del rimorso, il bisogno di espiazione? Sono un prodotto culturale, così come farebbe pensare il fatto che, dai tempi di «Delitto e castigo» ad oggi, nei recenti casi giudiziari – per esempio, nel delitto di Novi Ligure, oppure in quello di Cogne – sempre più spesso assistiamo allo spettacolo sconcertante di colpevoli che negano il proprio delitto e che, impassibili, non mostrano alcun senso di colpa, alcun rimorso, come se il vivere in una società permissiva e deresponsabilizzante avesse lasciato cadere, come un inutile fardello, la voce della coscienza?

Sono problemi difficili, che richiedono molta attenzione e molta sensibilità.

Ma sono anche problemi decisivi, perché da essi – cioè dalla capacità di riconoscere il male che si commette, e dal bisogno di superarlo attraverso il pentimento e la redenzione – dipendono la sopravvivenza della nostra società, nonché la pace dell’anima di ogni singolo individuo.

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