L’importanza del pensiero critico

Siamo quotidianamente inondati dalle informazioni, ma a questo incremento non corrisponde una nostra maggior capacita’ di distinguere le informazioni vere da quelle fasulle e nonostante la mole di informazioni che leggiamo, il livello delle nostre conoscenze resta piu’ o meno immutato. Quello che ci manca non sono le informazioni, ma il pensiero criticonecessario per analizzarle.

La maggior parte di noi ha una cultura piuttosto limitata, eppure ci piace pensare di essere dei grandi conoscitori di qualcosa (o di tutto) solo perche’ abbiamo letto un libro, un articolo o semplicemente un post di qualcuno che consideriamo esperto. E’ questa convinzione ad essere la vera ignoranzaPlatone, che definiva l’ignoranza come la radice del male, nel Conviviodiceva:

“D’altro canto, nemmeno gli ignoranti amano la sapienza, ne’ desiderano diventare sapienti. Proprio in questo, difatti, l’ignoranza e’ insopportabile, nel credere da parte di chi non e’ ne’ bello ne’ eccellente, e neppure saggio, di essere adeguatamente dotato. Chi non ritiene di essere privo, dunque, non desidera cio’ di cui non crede di aver bisogno.”

La consapevolezza di non sapere spinge alla ricerca della conoscenza. Sempre secondo Platone, per conoscere una nozione, quella nozione dev’essere vera, dobbiamo credere che sia verae dobbiamo giustificare la nostra credenza (devono esserci dei motivi per cui crediamo che quella nozione sia vera), dunque la conoscenza come credenza vera e giustificata.

Incapaci di giustificare

Quanti di noi possono dirsi certi di poter spiegare i motivi per cui una nostra conoscenza e’ vera? E’ piu’ difficile di quanto si possa pensare, generalmente motiviamo le nostre convinzioni quando riguardano nozioni o argomenti controversi, in cui esistono vari punti di vista e non esiste una “verita’”, ma varie opinioni. In questi casi possiamo supporre che la difficolta’ di motivare la nostra convinzione derivi proprio dal fatto che si tratta di una opinione. Provate allora a spiegare a un ipotetico Tizio perche’ siete convinti che sia vero che la Terra e’ rotonda (non e’ proprio tonda, ma per semplicita’ diciamo di si). Per trovare prove della verita’ di questa conoscenza potreste mostrare delle immagini satellitari del nostro pianeta, oppure parlare dell’ombra della Terra proiettata sulla Luna durante un’eclissi. Tizio pero’ potrebbe domandarci come siano state realizzate quelle foto del pianeta Terra o cosa sia un’eclissi e perche’ l’ombra della Terra venga proiettata sulla Luna. Magari riusciamo anche a rispondere a queste domande, pero’ a questo punto cominciano a nascere i problemi, e man mano che ci si addentra in argomenti sempre piu’ complessi, aumentano le nostre difficolta’ e aumentano le domande di Tizio a cui noi non siamo in grado di rispondere.
Se diamo risposte troppo superficiali non fughiamo i dubbi del nostro interlocutore e non dimostriamo la verita’ della nostra conoscenza, se siamo troppo specifici ci addentriamo in argomenti e nozioni che non conosciamo o conosciamo troppo poco. In altre parole, siamo molto piu’ ignoranti di quanto pensiamo. Ma questo e’ normale, l’importante e’ esserneconsapevoli.

Naufraghi ignoranti in un mare di informazioni

Oggi piu’ di ieri esistono gli strumenti per colmare (o meglio attenuare) la nostra ignoranza, siamo costantemente inondati da informazioni, opinioni di esperti o pseudo-esperti piu’ o meno autoproclamatisi tali, che ci dicono cosa e’ vero e cosa no, cosa pensare (o meglio come non pensare) e come agire. Ed ecco il paradosso, nonostante la mole di informazioni, non siamo capaci di distinguere quelle vere (o almeno veritiere) dalle sciocchezze, una capacita’ che in questo mare di informazioni-ciarpame diventa indispensabile. In buona sostanza ci manca ilpensiero critico, quello che William Graham Sumner definiva come:

“l’analisi e la valutazione di proposizioni di qualunque tipo, al fine di verificarne la corrispondenza alla realta’. La facolta’ della critica e’ generata dall’educazione e dall’allenamento. Si tratta di un abito mentale oltre che di una capacita’. Essa e’ condizione prima dello sviluppo umano. E’ la nostra unica tutela contro l’illusione, l’inganno, la superstizione e la misconoscenza di noi stessi e del mondo a noi circostante.”

Domandarsi il “perche'” e “che cosa” sia dietro le idee che diamo per scontate; ricercare le ragioni e le giustificazioni di una credenza, di un atteggiamento o altro, valutare quello che influenza o potrebbe influenzare un pensiero, un comportamento o altro; utilizzare prospettive differenti che ci consentano di analizzare altre opinioni oltre al pensiero dominante.
Il pensiero critico, che forse non e’ mai stato molto presente nell’umanita’, adesso diventa indispensabile, vista la quantita’ di informazioni a cui siamo sottoposti volenti o nolenti ogni giorno. Serve il dubbio (scetticismo), che e’ quello che ci porta a cercare la verita’ e servono la capacita’ di concentrazione e quella di capire cosa sia vero e cosa no, che sono i due strumenti cognitivi senza i quali rischiamo di affogare in questo mare di informazioni, e senza i quali non possiamo essere veramente liberi di scegliere. Se non siamo in grado, non solo di distinguere le informazioni vere da quelle fasulle, ma nemmeno di comprendere le informazioni, e’ inutile che ci sia trasparenza delle informazioni e che non ci sia censura. Il problema non e’ piu’ l’accesso alle informazioni, ma la mancanza di capacita’ di elaborare e dare un senso alle informazioni. Richard Phillips Feynman nel suo libro “Sta scherzando, Mr. Feynman” scrive:

“Non so che cosa non va nella gente: non imparano usando l’intelligenza, ma solo meccanicamente o giu’ di li. Il loro sapere e’ cosi’ fragile.”

La nostra fragilita’ ci rende facili prede delle illusioni dell’informazione.

Le illusioni dell’informazione

Senza pensiero critico, subiamo le illusioni dell’informazione, illusioni strettamente collegate tra loro. La prima illusione ci accompagna a determinate scelte facendoci credere di essereliberi di scegliere, la seconda illusione ci fa credere che conosciamo cio’ che sta avvenendo o quello che stiamo leggendo/ascoltando, la terza illusione ci fa credere che la nostra opinione conti(o dovrebbe contare) qualcosa.

L’illusione di essere liberi

Ci piace pensare di essere liberi, liberi da ogni condizionamento esterno, ci piace sentirci liberi, e reagiamo quando qualcuno o qualcosa cerca di limitare questa nostra liberta’. Allora perche’ se siamo liberi siamo cosi’ simili nel modo di vestire, di mangiare, nei desideri e nelle aspirazioni, ma soprattutto nel modo di pensare? Se le limitazioni alla nostra liberta’ ci vengonoimposte con la forza, noi reagiamo elaborando un pensiero critico, sentiamo il desiderio, il bisogno, di rigettare, anche con la forza, il “sistema” che ci viene imposto dall’alto. Oggi invece le limitazioni alla nostra liberta’ non ci vengono imposte con la forza, ma ci vengono regalate in dei pacchi dono dall’aspetto invitante, e noi, grati, li accettiamo volentieri.
Perche’ rinunciamo alla nostra liberta’? Cosa riceviamo in cambio? Cosa abbiamo paura di perdere? Queste sono domande che dovremmo porci continuamente. Rinunciamo alla liberta’ individuale in cambio di una felicita’ momentanea, ma immediata, prevale la logica del successo immediato, sempre piu’ spesso misurato esclusivamente in termini monetari, assistiamo indifferenti ad un decadimento morale. Sbagliamo se pensiamo che i mass media, Internet o chissa’ chi altri, possano “salvarci“; se non sviluppiamo un pensiero critico, se non riusciamo a ridare centralita’ all’etica, lo status quo persistera’, perche’ l’abitudine e’ la catena che ci lega alla nostra servitu’ volontaria. Come scrisse Étienne de La Boétie nel suo “Discorso sulla servitu’ volontaria“:

“Per sua natura l’uomo e’ e vuole essere libero; ma la sua natura e’ anche fatta in modo tale da prendere facilmente la piega che le viene data dall’educazione. Diciamo allora che tutte le cose diventano naturali per l’uomo quando vi viene educato e vi si abitua, ma che gli e’ propriamente connaturato solo cio’ a cui lo colloca la sua indole semplice e non alterata. Quindi la causa prima della servitu’ volontaria e’ l’abitudine.”

Ovviamente le nostre scelte non saranno mai completamente libere dai condizionamenti esterni, cio’ che e’ importante e’ comprendere quello che ci influenza, come ci influenza e perche’. Informarci quanto piu’ possibile, confrontando le diverse opinioni al fine di formarcene una nostra, che certamente sara’ influenzata dall’esterno, ma sara’ un’influenza critica e non un far nostre, acriticamente, opinioni altrui. Infine, e’ importante che le nostre scelte siano guidate dall’etica. Ovviamente ci vuole tempo e forza di volonta’, e richiede dei sacrifici, ma nessuno regala niente.

Ho gia’ scritto un articolo riguardo l’etica nelle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ci torno un attimo citando Ivan Illich che nel suo saggio “La Convivialita’” scrisse:

“Ognuno di noi si definisce nel rapporto con gli altri e con l’ambiente e per la struttura di fondo degli strumenti che utilizza. Questi strumenti si possono ordinare in una serie continua avente a un estremo lo strumento dominante e all’estremo opposto lo strumento conviviale: il passaggio dalla produttivita’ alla convivialita’ e’ il passaggio dalla ripetizione della carenza alla spontaneita’ del dono. […] Il rapporto industriale e’ riflesso condizionato, risposta stereotipa dell’individuo ai messaggi emessi da un altro utente, che egli non conoscera’ mai, o da un ambiente artificiale, che mai comprendera’; il rapporto conviviale, sempre nuovo, e’ opera di persone che partecipano alla creazione della vita sociale. […] Se vogliamo poter dire qualcosa sul mondo futuro, disegnare i contorni di una societa’ a venire che non sia iper-industriale, dobbiamo riconoscere l’esistenza di scale e limiti naturali. Esistono delle soglie che non si possono superare. Infatti, superato il limite, lo strumento da servitore diviene despota. Oltrepassata la soglia, la societa’ diventa scuola, ospedale, prigione e comincia la grande reclusione.”

In alcuni aspetti trovo quello di Ivan Illich un pensiero molto interessante, se non altro come invito alla riflessione, provate ad esempio a rileggere il suo pensiero sostituendo la parola “industriale” e mettendo al suo posto la parola “tecnologico/a“, “informativo/a“, “comunicativo/a“, ecc.

L’illusione di conoscere

La mancanza di pensiero critico, assieme all’illusione di essere liberi, se da un lato permette ai mass media (ma non solo) di convincerci a fare, non fare, pensare, non pensare, dall’altro ci illude di essere dei grandi esperti di tutto. Crediamo di comprendere (o poter comprendere) la marea di informazioni che ci sommerge, anzi, ci convinciamo che quelli siano i nostri pensieri, che anche noi possediamo le conoscenze necessarie per poterci esprimere su quegli argomenti. Cosi’ siamo convinti di avere piena consapevolezza di cio’ che accade a noi, attorno a noi e lontano da noi. La convinzione di conoscere assieme all’illusione di essere liberi ci impedisce di mettere in discussione le nostre convinzioni, ci rende arroganti, eppure fragili. Questa fragilita’ si manifesta soprattutto nel rifiuto di riconoscere di essere in errore, e anche nel vedere le opinioni differenti dalla nostra come sbagliate, non diverse. Consideriamo ignorante, stupido o in mala fede chi e’ in disaccordo con noi, invece di riconoscere che potrebbe essersi formato quella differente opinione avendo dei dati di base diversi dai nostri, o averli elaborati e compresi in diverso modo. Sull’argomento la giornalista Kathryn Schulz ha tenuto un talk sull’aver torto:
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Per proteggere la nostra illusione di essere liberi e di conoscere dunque ci nascondiamo dietro un pensiero altrui, preferibilmente maggioritario, presentiamo e leggiamo solo i dati e le opinioni che rafforzano la nostra idea, escludendo tutto cio’ che potrebbe confutarla. Cosi’ incrementiamo le nostre illusioni, ma rinunciamo a sempre piu’ liberta’ e conoscenza.

L’illusione di contare qualcosa

Visto che crediamo di essere degli esperti, ci sentiamo autorizzati non solo ad esprimere opinioni sugli argomenti piu’ disparati (geopolitica, economia, fisica, psicologia, sociologia, ecc.), ma in certi casi (soprattutto riguardo le scelte politiche) siamo addirittura convinti che esprimere le nostre opinioni ci renda partecipi dei processi decisionali. Ci sentiamo deicommissari tecnici della Politica (un po’ come col calcio). Siccome non possediamo ne’ le informazioni ne’ le conoscenze necessarie per poter esprimere un’opinione che resista alla prova dei fatti, le nostre sono solo delle intenzioni, buone forse per la retorica, ma non certo per la realta’. Non abbiamo le conoscenze adeguate per comprendere gli effetti che le nostre “proposte” avrebbero nel mondo reale. Le opinioni, di cui andiamo tanto fieri, non sono e non possono essere delle realistiche proposte che, per essere tali, richiederebbero un ingente sforzo cognitivo e informativo, la qual cosa non e’ certo alla portata di tutti. Cosi’ le nostre restano solo chiacchiere, ma noi siamo convinti siano proposte serie.
Cosa succede pero’ se chi ha l’autorita’ per prendere delle decisioni e’ un ignorante come noi (o peggio)? E’ possibile che solo per il fatto che porta avanti le nostre proposte (per quanto dannose o perfino irrealizzabili) ottenga il nostro appoggio? E se fosse stato lui a diffondere le informazioni che ci hanno portato a formare quell’opinione? E’ possibile, paradossalmente, che a fronte di una minoranza consapevole della pericolosita’ o irrealizzabilita’ di una proposta (o della necessita’ di un’altra), si sia formata una maggioranza illusa che quella sia una buona proposta (e l’altra sia invece sbagliata) e che elezioni, referendum o semplici sondaggi portino alla realizzazione di idee sbagliate e all’accantonamento di quelle giuste? Ecco qualche altra domanda che ogni tanto dovremmo porci.

Nasconderci dietro l’opinione altrui anziche’ sforzarci di formarcene una nostra e illuderci di conoscere anziche’ impegnarci a conoscere, sono modi con i quali rinunciamo alla nostra liberta’ e al nostro bisogno di conoscenza. Diventa poi semplice, nell’illusione di conoscere, esprimere la nostra opinione e pretendere diventi una proposta concreta, e’ facile fare propostequando non si ha la minima idea degli effetti che potrebbero provocare e non si hanno responsabilita’ circa la loro attuazione.
In questo gioca un ruolo fondamentale l’empatia, e’ per noi piu’ facile immedesimarci nella forte e potente maggioranza (o minoranza rumorosa) piuttosto che nella nascosta e debole minoranza (o maggioranza silenziosa). Il desiderio di contare qualcosa nel processo decisionale, ci porta ad immedesimarci in chi prende realmente le decisioni, piuttosto che in chi le subisce. Non e’ facile utilizzare l’empatia per “metterci nei panni” di chi consideriamo “diverso” da noi, Sam Richards (sociologo) durante un talk TED ha compiuto col pubblico un radicale esperimento di empatia, cercando di comprendere (non giustificare) le motivazioni di un insorto iracheno:
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La nostra mancanza di pensiero critico, la nostra assenza di consapevolezza, la nostra scarsa conoscenza unita alle tre illusioni, hanno pesanti effetti sul mondo reale, permettono ad altri di mantenere un immeritato potere e ottenere degli ingiusti vantaggi e a noi impediscono di acquisire conoscenza e consapevolezza, e conquistare piu’ liberta’.

Fonte

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