A che serve sforzarsi di capire e far capire?

Il mondo moderno si basa su una menzogna istituzionalizzata, che fa maledettamente comodo ai veri detentori del potere: che tutti gli esseri umani, possedendo intelligenza e volontà, nonché, grazie alla democrazia, un pari livello di istruzione minima, possano prendere in mano non solo il proprio destino di singoli individui, ma anche della società nel suo complesso: in altre parole, che sappiamo distinguere il vero dal falso, il bello dal brutto, il buono dal cattivo.

E, poiché la cosa, all’atto pratico, si rivela semplicemente impossibile, una pletora di piccoli sofisti che si sono attribuiti il nome d’intellettuali, vanno cianciando che una tale impossibilità non dipende da insufficienza di intelligenza, di volontà e di conoscenza, ma dal fatto che il vero e il falso, il bello e il brutto, il buono e il cattivo, semplicemente non esistono; che sono tutte invenzioni del pensiero totalitario ed oppressivo; che tutti i valori sono relativi; che tutto quel che possiamo fare è navigare nelle acque basse del qui-e-ora, concedendoci senza risparmio quel che la vita ci offre, senza andare troppo per il sottile e ignorando gli scrupoli di qualsiasi tipo.

Ti piace un cosa? Prendila.

Hai voglia di quell’altra cosa? Abbandona la prima e cogli la seconda.

E così di seguito.  Il prossimo ti dà noia? Combattilo, tendigli dei tranelli, distruggilo.

Il prossimo ti è utile? Sfruttalo, finché ne hai l’occasione.

Il prossimo non ti è utile, né dannoso? Ignoralo, disprezzalo, fanne conto meno di zero.

La morte ti fa paura? Non pensarci: mangia, bevi e stai allegro.

La tua coscienza ti rimorde? Non darle ascolto: è solo opera della tua immaginazione, dei tuoi sensi di colpa, dei perversi insegnamenti che hai ricevuto. Anzi, vuoi saperla proprio tutta? La coscienza non esiste: è solo una invenzione di preti e moralisti rompiscatole; zavorra, robaccia buona per le vecchiette ignoranti.

Questo è quel che essi dicono, incessantemente, dalle loro tribune giornalistiche, dai loro salotti televisivi, in pubbliche conferenze e dalle pagine dei libri che ogni giorno inondano il mercato editoriale: saggi, romanzi, racconti, poesie, confessioni, lettere alla posterità.

Sono psicologi alla moda, filosofi che vanno ogni settimana a farsi la permanente, sociologi che non si scordano mai di abbinare il colore dei calzini a quello della cravatta, prima di elargire alle masse i frutti generosi della loro parlantina.

Ripetono fino alla noia, come un disco rotto, quello che l’uomo-massa e la donna-massa vogliono sentirsi dire: che ognuno di noi è unico ed eccezionale; che è semplicemente perfetto così com’è, senza bisogno di cercare e di soffrire, di fare sacrifici e di lavorare su se stesso; che ogni desiderio è un diritto, ogni impulso un indice di salute, ogni capriccio una necessità da soddisfare; che il bello della vita è cercare il massimo del piacere, offrirsi delle emozioni indimenticabili, non negarsi mai nulla di ciò che è a portata di mano.

Usa e getta, questa è la ricetta: un ideale, una amicizia, un amore; usa e getta, tu sei il centro del mondo, l’ombelico dell’universo, tu e solo tu, con i tuoi desideri, con i tuoi diritti; nessun dovere, nessun limite, nessun obbligo, per carità: roba da vecchi rimbambiti, roba da frustrati e da repressi, che va curata sul lettino dello psicanalista…

E invece no.

Le cose stanno altrimenti, e tutti costoro non sono che i ruffiani interessati dei piaceri di ciascuno, e, nello stesso tempo, gli astuti ministri di un potere invisibile, di cui essi godono ogni vantaggio, mentre l’uomo-massa e la donna-massa, che si affannano qua e là, altro non sono che i poveri schiavi e gli utili idioti.

Infatti, quando questi ultimi andranno a fracassarsi contro il muro della realtà, sarà da quei cattivi maestri che andranno a piagnucolare; si affideranno alle loro presunte terapie, apriranno il portafoglio e verseranno loro fior di quattrini, perché essi li aiutino a rimettere insieme i cocci devastati delle loro ambizioni naufragate e delle loro illusioni perdute.

Incredibile ma vero: l’uomo-massa e la donna-massa andranno a cercare sostegno e consolazione proprio da coloro i quali li hanno sospinti lungo la china che porta al precipizio; chiederanno aiuto, e lo pagheranno salato, proprio al pifferaio di Hamelin, che con cinico disprezzo li ha trascinati deliberatamente alla rovina.

Ogni tanto appare qualche autentico ricercatore della verità, il quale non va dalla parrucchiera ogni settimana per farsi la permanente, e non si cura di abbinare il colore dei calzini con quello della cravatta, anche perché una cravatta non l’hai mai avuta; che non briga per occupare posti di grande visibilità, che non occupa cattedre universitarie, non cura rubriche di psicologia sulle riviste modaiole e non fa comparsate televisive nei salotti demenziali, dove si sprecano le volgarità e le banalità, spacciate per profonde riflessioni sull’uomo e sulla vita.

Naturalmente non viene ascoltato che da pochissimi; naturalmente il solito imbecille e la solita gallina saltano su e si mettono a starnazzare perché, nei loro schemi mentali preconfezionati e standardizzati, qualche sua frase suona loro come blasfema.

Estrapolando qualche parola mal digerita da un discorso molto più ampio e articolato, codesti nanerottoli schizzano sulle loro comode poltroncine e cominciano a squittire: «Come! Costui osa dire che la democrazia è un inganno? Ma allora è un fascista!»; «Come! Costui ha affermato che la donna è oggi più schiava e più umiliata che mai? Ma dunque è un maschilista della peggiore specie!»; e ancora: «Come! Costui ha si è permesso di insinuare che tutto il sapere moderno è un falso sapere, e che sta portando l’umanità al tracollo? Ma allora non può essere che un oscurantista, un nemico del progresso e un nemico del popolo!».

Sorge perciò la domanda se sia utile a qualcuno o a qualcosa, se valga la pena per qualcuno o per qualcosa, che un uomo o una donna onesti, onestamente alla ricerca della verità, senza ambizioni personali, senza secondi fini, senza alcun interesse nascosto, si diano tanto da fare per cercare la verità, sacrificando il proprio tempo, i propri affetti, il proprio lavoro, la propria sicurezza, forse anche la propria pace familiare (chi non si ricorda di Socrate e Santippe?) per offrire in dono, senza nulla chiedere e senza nulla aspettarsi o volere o desiderare in cambio, i risultati di una vita intera di ricerca appassionata e solitaria, di infinite veglie e di quotidiane rinunce, che gli furono e gli sono tuttora causa di incomprensioni, di sospetti, di ostilità, anche e sopratutto da parte di coloro ai quali non ha fatto assolutamente nulla, ma che vedono in lui una minaccia o che sono mossi da segreta invidia e da mal dissimulata gelosia.

La domanda non è se egli debba continuare a darsi tanto da fare, nonostante i magri risultati visibili e nonostante la fatica non premiata da alcun indizio che potrebbe renderla più leggera, perché profittevole a qualcuno; egli ha sempre saputo che tale è l’ordine delle cose e non ha mai cercato segni visibili, non diremo di apprezzamento o di gratitudine, ma neppure di aver influenzato positivamente, anche in minima parte, la realtà circostante.

La domanda è se tutto ciò abbia un senso; se sia sensato voler offrire gratuitamente dei tesori a coloro che apprezzano solamente le ghiande a pagamento; se abbia una ragion d’essere lo sforzo di trasmettere i risultati della propria sofferta ricerca, a quanti non li vogliono, non li capiscono e non sanno che farsene: in beve, se non sia più giusto lasciar le cose come stanno, rinunciare a siffatto tentativo, coltivare il proprio orticello e lasciare che il mondo vada come vuole e come crede.

Non si tratta di un dubbio psicologico e neanche morale: non nasce, ad esempio, dall’esperienza sconfortante di vedere che anni di fatica solitaria, di ricerca disinteressata, sono liquidati da una domanda presuntuosa e sciocca, da una battuta sprezzante e superficiale da parte di chi non si è mai sognato di caricarsi sulle spalle nemmeno la milionesima parte di quei sacrifici e di quelle fatiche, di chi non ha mai cercato minimamente di procedere sulla via della consapevolezza e pretende, nondimeno, di tranciare giudizi a tutto campo, magari con aria annoiata, oppure con sincera (ahimè) indignazione per certe supposte eresie che, nella sua piccola mente,  non può esimersi dal censurare.

Si tratta di un dubbio filosofico: se la ricerca ha valore solo per la fatica personale che comporta, se la verità è tale solo per colui che l’ha inseguita disinteressatamente lungo strade solitarie e malagevoli, non sarebbe più giusto lasciare che quanti vogliono un prontuario per tutte le stagioni se ne stiano paghi di esso, sprofondati beatamente nel brago, e che seguitino a ripetere come dei mantra le sciocche formulette che i falsi maestri predicano ogni giorno, da infiniti pulpiti?

Tutti i cercatori della verità, prima o poi, si sono posti questa domanda; tutti, prima o poi, hanno chiesto ai pochi discepoli rimasti, quando tutti gli altri si erano scandalizzati e se n’erano andati in cerca di maestri più accondiscendenti: «Volete andarvene anche voi?».

Ma hanno sempre superato quel momento di dubbio, sulla base di una duplice risposta.

La prima, la più ovvia, è che ciascuno deve lavorare su se stesso, deve cercar di realizzare la propria consapevolezza, ogni giorno, ogni ora, indefessamente, senza curarsi dei risultati pratici, perché tale è la fedeltà alla chiamata, alla voce del Maestro interiore che ci guida e ci sostiene: la ricerca è premio a se stessa e  non ha bisogno di altra giustificazione.

Come afferma Confucio nei suoi «Dialoghi» (XIV, 32; traduzione italiana di Edoarda Masi, Rizzoli, Milano, 1975, 1994, p. 114):

 

«Non importa che gli altri non ti riconoscano. Importa la tua incapacità».

 

Concetto ripreso dal grande maestro cinese in una sentenza di poco successiva (XIV, 37; Op. cit., p. 115):

 

«Il Maestro disse: “Nessuno mi riconosce”. Zigong disse: “Che significa che il Maestro non è riconosciuto?”. Il Maestro disse: “Non impreco al Cielo, non mi risento con gli uomini. Imparo sulla terra, riesco in Cielo. È il Cielo a riconoscermi”.»

 

La seconda risposta è che nessuno può sapere se e quando un albero darà i suoi frutti, finché questi non sono spuntati: infatti, potrebbe occorrere moltissimo tempo.

Nessuno può sapere se e quando una nuova pianticella spunterà dal terreno: non si può mai dire: «Ecco, vedete, il seme si è perduto nel solco!»; perché il seme potrebbe germogliare quando meno lo si aspetta, magari dopo che il seminatore non ci pensa più, magari dopo che il seminatore è morto.

Perciò è giusto che chi ha ricevuto una missione, la porti a termine senza curarsi dei risultati apparenti: il seme germoglia nel buio della terra, nessuno lo vede mentre sta crescendo; solo quando bucherà la superficie, per conquistare l’aria e la luce, solo allora sarà visibile all’esterno.

Intanto, chi ha intrapreso la via della ricerca non si riterrà mai giunto in vetta, non diverrà mai superbo, né si darà le arie del sapiente: non si riterrà neppure un autentico maestro, anche se gli altri lo chiamassero così, perché egli sa fin troppo bene che, più si sale verso la vetta, più ci si rende conto di quanto immensa sia la montagna; e più si incomincia a comprendere, più si misura il vertiginoso abisso della propria ignoranza.

Sarà severo verso la propria ignoranza, ma imparerà ad essere indulgente con quella altrui, perché avrà imparato che in ogni uomo e in ogni donna vi è l’amore delle scorciatoie; che in ogni uomo e in ogni donna vi è la tendenza scambiare la luna con il dito che la indica, alta nel cielo; che in ogni uomo e in ogni donna vi è un groviglio di passioni che allontanano la meta e che, se non riconosciute, possono inquinare anche il retto procedere di chi è già in cammino.

Non è nostro compito quello di giudicare; non sta a noi meravigliarsi perché qualcuno cerca sinceramente, qualcun altro fa solo finta di cercare, e qualche altro ancora si oppone alla ricerca altrui, denigrando, calunniando, complottando.

Ciascuno è chiamato a farsi viandante per amore della verità; ciascuno è libero di rispondere, oppure no.

Vi è molto da fare, per chi risponde; e il primo lavoro, il più arduo, è quello di strappare le erbacce dal proprio campo.

Alle erbacce degli altri, penserà la Provvidenza. Che si serve anche del seminatore pigro e infedele, talvolta; non solo di quello pio e zelante.

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