Fino a quale punto scimmiotteremo l’America?

Ospite di “Che tempo che fa”, il salottino televisivo della sinistra al caviale, s’è visto, nell’ultima puntata, anche il segretario del Pdl Angelino Alfano. Ad un certo punto, quest’ultimo confida all’intervistatore Fabio Fazio che forse non si candiderà per la prossima corsa alla dirigenza del partito, al che quello si mette ad incalzarlo a raffica eccitatissimo: “le primarie?”, “le primarie?”, “fate le primarie?”.

Sì, finalmente le “primarie” anche nel Popolo delle Libertà! Il PD, più americano che non si può, ha inaugurato questa moda d’importazione, e i loro “avversari” (si fa per dire), una volta messo in naftalina Berlusconi, si apprestano ad inscenare questo “esercizio di democrazia” senza il quale, evidentemente, non potevamo più nemmeno guardarci allo specchio dalla vergogna!

Poiché è già ampiamente sperimentato che votare “zuppa o pan bagnato” – cioè due schieramenti liberal-democratici per di più in condizione di occupazione militare, politica, economica e culturale – non serve assolutamente a nulla se non a fornire ai votati un lauto stipendio, si commenta da sé quale volgare imbroglio siano queste “primarie” – la medesima farsa del “voto”, ma su scala ridotta – da cui dovrebbero uscire i candidati dei due carrozzoni-fotocopia, in mezzo ad un’orgia di lodi e salmi per la “trasparenza”, la “partecipazione” e la “democrazia” incarnate in questi ludi elettorali interni propedeutici a quelli che vedono in lizza compagini politiche perfettamente allineate sui dogmi del “libero mercato”, del corrispondente tipo umano e, soprattutto, sulla supina e stomachevole obbedienza a tutto ciò che viene ordinato dal padr… pardon “l’alleato” americano.

Un “alleato”, tanto per dirne qualcuna, che dopo aver devastato un altrui “alleato” (cioè nostro, la Libia), impone un governo da un giorno all’altro, senza uno straccio di “primarie” né di “legittimazione popolare” data dal “voto”, messo lì apposta per fare degli italiani – della maggioranza che “tira la carretta” – carne da macello per speculatori senza scrupoli e senza patria che non vedono l’ora di ridurci come l’Argentina del collasso. L’America – cioè, la genìa di sfruttatori del genere umano che si cela dietro quella bandiera – ha preteso un “governo tecnico”, ovvero un governo “dell’ammucchiata”, coi partiti che fanno a gara per “sostenerlo” e che poi, chissà per quale motivo, dovremmo andare a rivotare, addirittura più d’una volta, persino nelle “primarie”!

Ma chi pensano di prendere per i fondelli? Questi personaggi sanno benissimo che mentono sapendo di mentire: spaccerebbero per un inaudito progresso qualsiasi scemenza, infamia o assurdità proveniente dal loro padrone d’oltreoceano.

L’America ordina di rompere le relazioni diplomatiche con qualcuno? Si richiama l’ambasciatore, si cancellano le tratte aeree con quella nazione, si rendono impossibili le transazioni finanziarie. Ci si dà, in pratica, una bella martellata sulle… dicendosi che è sempre meglio di una in testa!

Bisogna “tagliare”, “liberalizzare”, rendere “flessibile”? Ecco pronto in tre balletti un governo nuovo di zecca, che senza pietà, senza risparmiarsi il piacere del dileggio e dell’aperta provocazione con “lacrime” e “battute”, intraprende un programma di “riforme” che neppure il più sadico aguzzino avrebbe il coraggio di somministrare. Ci dev’essere dell’odio, del disprezzo tipico di chi si sente di un’altra “razza”, per giungere a simili livelli.

Ma lo scimmiottamento è su tutta la linea, nelle grandi e nelle piccole cose, al punto che non si capisce più perché non dovremmo pretendere anche noi la “stellina” nel mitico gonfalone americano. Almeno potremmo godere anche dei vantaggi e dei “diritti” concessi al “cittadino americano”, alcuni dei quali irriferibili per timore che qualcheduno scambi una provocazione letteraria in volontà di proseguire per vie di fatto…

Muore la cantante Whitney Houston? È subito una gara folle a chi la commemora, la piange, la infila subito in un tg… regionale: questo è capitato in quello del Piemonte, in edizione serale, in un servizio su una “ciaspolata” (una gara con le racchette da neve in montagna) accompagnato dalle note dell’appena defunta cantante americana perché aveva cantato alle Olimpiadi invernali del 2005! “Tutto il mondo piange Whitney Houston”, recitano all’unisono campioni del conformismo mediatico e “culturale”, senza rendersi conto degli abissi di ridicolo in cui precipitano.

Quando si giunge a questi livelli c’è evidentemente qualcosa di malato, di gravemente corrotto nella coscienza di un popolo. Perché ovviamente non si può credere che anche una notizia come quella appena riferita, e le modalità con cui viene data, sia il risultato di una “velina” proveniente dall’USIA. Questa volontà di adeguarsi, di compiacere il potente di turno, di scimmiottarlo in tutto e per tutto è indice di un disordine morale, di una prostrazione interna che prelude alla scomparsa pura e semplice come nazione, checché ne pensino le torme di pensionati coi ragazzini delle scuole che entusiasticamente sventolano le bandierine tricolori ad ogni passaggio del signore che ha nominato “senatore a vita” il cameriere dell’alta finanza Mario Monti per fargli somministrare agli italiani una drastica “cura dimagrante”.

Come avevamo già commentato, questi “150 anni” hanno un sapore particolarmente farsesco, perché mentre l’Italia va in pezzi – o meglio la vita della maggioranza dei suoi figli viene resa sempre più disordinata e senza senso, in una parola sola “americanizzata” – dobbiamo digerire anche un “patriottismo senza patria” tanto, ma tanto, “americano”.

“Americani” doc, quando non sono pure sionisti convinti nell’animo, sono molti alti gradi delle FF.AA. italiane (?), sguinzagliate in ogni dove in “missioni di pace” dai costi fantascientifici per sopperire agli impegni che l’America, da sola, non potrebbe certo sobbarcarsi nella sua brava d’assoggettare il mondo intero per conto dei “signori del denaro”. È così che si spiega il battere di tacchi di ogni “ministro della Difesa” (da chi? da “al-Qâ‘ida”?) sulla questione degli aerei americani F35, già ribattezzati dei “bidoni”: serviranno per attaccare, questa volta in prima persona e per conto del solito padrone, nazioni che non ci hanno fatto nulla come la Siria o il Libano? O l’Iran?

La lingua italiana, poi, è diventata un ricettacolo di parole ed espressioni del sempre più invadente “basic english”, anche in settori per cui questo fenomeno di alienazione culturale non avrebbe alcuna sensata giustificazione (si pensi al linguaggio dell’informatica): le librerie sono dei “bookstore”, gli sportelli diventano dei “point”, le esposizioni cambiano in “showroom” e via dissolvendosi. Quella della lingua è, a meno che Dante non scagli qualche fulmine dal Cielo o qualche accademico della Crusca si dia fuoco in piazza, una pagina particolarmente senza speranza in quest’Italia che non si riconosce più da un giorno all’altro. Il “weekend”, che anche a volerlo sviscerare in ogni modo non veicola alcuna sfumatura di significato rispetto al “fine settimana”, è il simbolo dello sfaldamento delle parole della lingua italiana e del popolo che tanto aveva fatto per padroneggiarla. Il famoso maestro Manzi si starà, infatti, rivoltando nella proverbiale tomba. Quanto al “fine settimana”, se tutti dovranno stare aperti ventiquattr’ore su ventiquattro, senza alcuna pietà per la domenica e le “feste comandate”, beh, anche quello sarà presto un ricordo da narrare a figli e nipoti increduli.

Non è un caso, poi, che mentre si distrugge lo Stato sociale – voluto fermamente dai migliori di questo popolo sin dagli anni Trenta, poi attaccato con la scusa della guerra e della “ricostruzione”, infine ristabilito, seppur in maniera non del tutto equivalente, negli anni Settanta con lo “Statuto dei lavoratori” -; che mentre si fa a pezzi ogni dignità del lavoro si cambi il nome anche al relativo ministero e lo si chiami “del Welfare”, come a far credere ai più giovani che se ci sono ancora garanzie, tutele, provvidenze per chi lavora (e non chi fa il parassita con svariati e succulenti “posti fissi”) lo dobbiamo solo e sempre al genio americano, a Roosevelt, al “New Deal”… Eh no, questa dello “Stato Sociale” s’inscriverà pure in una stagione in cui le “masse”, ovvero la maggioranza, entravano da “protagoniste” nella scena politica, ma nessuno può inventarsi che non è stata farina del sacco italiano!

Così come dallo stesso sacco era uscita la sottomissione dell’attività bancaria alle esigenze della politica, dello Stato, cioè della comunità nazionale… Ma cosa ci tocca vedere e, soprattutto, patire oggi? “L’indipendenza degli istituti di credito”, la separazione dell’attività e della gestione delle banche da quella dello Stato, con le prime che lo taglieggiano oltre ogni limite e lo utilizzano, facendosene schermo, solo per succhiare sangue alla popolazione inerme con balzelli d’ogni tipo (anche questo in stile americano), mantenendone in piedi un simulacro allo scopo d’inscenare la finzione dell’”Italia” che, se non facciamo “come dicono loro”, “rischia di fallire”…

E che fallisca pure questa “Italia”, di certo non ci dispereremo. Loro, tanto, sono già falliti. Falliti esistenziali innanzitutto, perché pur di compiacere i potenti, per di più stranieri, o meglio apolidi, hanno svenduto la Patria con ogni turpe inganno e meschino sotterfugio.

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