LA GUERRA ALLE BANCHE CENTRALI DI STATO

La nuova tornata di sanzioni sempre più dure decretate dagli USA contro Teheran, perchè? Per obbligare il regime a rinunciare alla bomba atomica? Per proteggere Israele «minacciato nella sua esistenza»? Per mantenere aperto ai traffici lo stretto di Hormutz? Per debellare il «terrorismo» islamico? Per diffondere la democrazia?

La vera ragione l’ha detta di sfuggita, ai giornalisti della AFP, un alto esponente del governo americano sotto condizioni di anonimato: «Abbiamo assoluto bisogno di chiudere la Banca Centrale dellIran». (U.S. wants to ‘close down the Central Bank of Iran’ over nuclear concerns)

«Se una banca (estera) corrispondente di una banca USA vuole fare affari con noi, e fa affari con la Banca Centrale iraniana (per acquistare petrolio), si mette nei guai con noi», ha detto l’anonimo. In particolare, le Banche Centrali estere che trattano con la Banca Centrale iraniana in transazioni petrolifere, subiranno le stesse draconiane sanzioni varate dagli USA per Teheran.

Allora sarà il caso di rispolverare la più screditata delle teorie complottiste, già sollevata, e ridicolizzata e demonizzata nel 2003, quando gli USA hanno occupato l’Iraq?

Solo sei mesi prima, il cattivissimo Saddam Hussein aveva cominciato ad accettare euro, anzichè dollari, in cambio del suo greggio: una minaccia immanente per il dollaro come moneta di riserva globale.

Teheran ha già da tempo lanciato un simile tentativo, con una Borsa petrolifera dove si compra e vende senza dollari.

Gheddafi stava minacciando di fare lo stesso, lanciando uno sforzo per rifiutare il dollaro e l’euro, e chiamando le nazioni africane ed arabe a usare una moneta comune a copertura aurea, il gold dinar.

Dico la verità: a chi scrive questi tentativi parvero così velleitari e improvvisati, da non poter credere che costituissero il casus belli per Washington. Ma in un serissimo blog finanziario, «Market Oracle», notava poco prima dei bombardamenti anglo-franco-americani (e italiani) per proteggere i civili libici dalle stragi del cattivissimo colonnello:

«Un fatto che non viene mai notato dai politici e dai media occidentali: la Banca Centrale di Libia è posseduta al 100% dallo Stato. Attualmente, il regime libico crea la propria moneta, il dinaro, per mezzo della attrezzatura della propria Banca Centrale. La Libia è una nazione sovrana, con le sue grandi risorse, capaci di sostenere il proprio destino economico. Ma il grave problema per i cartelli bancari globali è che, per fare affari con la Libia, devono passare attraverso la sua Banca Centrale e la sua valuta nazionale, un luogo dove non hanno alcun dominio. Quindi, la chiusura della Banca Centrale di Libia non apparirà nei discorsi di Obama, Cameron e Sarkozy, ma è sicuramente in testa alla lista delle motivazioni».

Infatti ancor prima di cominciare «la lotta per la libertà e la democrazia» sotto la protezione dei bombardieri NATO, a metà marzo 2011, i cosiddetti «ribelli» di Bengasi dichiararono la loro volontà di creare una Banca Centrale nuova al posto di quella di Gheddafi.

«Non ho mai sentito prima di una Banca Centrale creata in pochi giorni da una rivolta popolare», ironizzò l’analista Robert Wenzel sull’ufficialissimo Economic Policy Journal: «Ciò induce a ritenere che siamo in presenza di qualcosa di più che bande di ribelli straccioni, e di influssi molto sofisticati».

Senza alcuna ironia, John Carey, commentatore principe della CNN, diceva in diretta:  «È la prima volta che un gruppo rivoluzionario crea una Banca Centrale mentre è ancora impegnato nei combattimenti contro il regime politico insediato. Ciò indica come i banchieri centrali siano divenuti estremamente potenti ai giorni nostri».

Forse per coincidenza, Sarkozy in quegli stessi giorni definiva la Libia «una minaccia» per la finanza internazionale. (Libya: another neocon war)

La Libia? Un Paese di 7 milioni di abitanti? Ma Gheddafi sedeva sopra riserve d’oro per 150 tonnellate, abbastanza per cominciare il lancio del Gold Dinar.

Il generale Wesley Clark, già comandante supremo della NATO in Europa (guidò l’attacco alla Serbia per il Kossovo) ha raccontato nelle sue memorie che nel 2001, un amico al Pentagono gli parlò del «piano quinquennale» deciso da Rumsfeld: dopo l’Afghanistan, gli USA avrebbero attaccato l’Iraq, e poi «Siria, Libano, dopo Libia, Somalia, Sudan e infine Iran».

La celebre analista finanziaria Ellen Brown notava che i sette Stati menzionati avevano una cosa in comune: «Nessuno della lista è membro della Banca dei Regolamenti Internazionali, che ne ha 56. Ciò li pone al di fuori della portata del braccio regolatore della Banca Centrale delle Banche Centrali…». (LIBYA: ALL ABOUT OIL, OR ALL ABOUT BANKING?)

In Libia, frattanto, crescono la rabbia, il malcontento e speranze o voci di una contro-rivoluzione. (Rumor and Anger Mount in Libya)

La libertà non è arrivata, ai libici è arrivata invece – dopo 150 mila morti negli scontri e bombardamenti – la miseria prima sconosciuta: mancanza di cibo e di generi di necessità, file ai distributori dove la benzina è razionata, il governo di transizione accusato di non far niente per rimettere in piedi il sistema di stipendi pubblici (i due terzi dei libici erano in un modo o nell’altro mantenuti dallo Stato) migliaia di prigionieri ancora detenuti nelle carceri dei ribelli per aver combattuto per la Jahamairiya, forse torturati o uccisi, che la Croce Rossa cerca invano di visitare.
Intanto, navi della NATO occupano i porti e le piattaforme petrolifere, negli impianti sono al lavoro tecnici del Katar e degli Emirati che hanno sostituito i lavoratori libici, ora disoccupati.

La situazione è così grave, che l’esercito americano ha concentrato a Malta 12 mila uomini, pronti a calare in Libia per mantenere l’ordine, e salvare la democrazia, nonchè ovviamente la nuovissima Banca Centrale. (Cynthia McKinney: Why is President Obama sending 12, 000 U.S. troops to Libya?)

A questo punto, l’Iran è oggi uno dei pochi Stati rimasti che dispongono di una Banca Centrale di Stato, anzichè privata. È chiaro che valute coperte dall’oro o dal petrolio nazionale, fuori della portata dei regolatori globalisti privati, minaccia davvero il potere della finanza occidentale che comanda e compra creando moneta dal nulla.

La buona notizia è che si sono manifestati imprevisti intoppi al disegno del Sistema occidentalista. Gli europei obbediscono all’imposizione di un più duro embargo sul greggio iraniano, come no, come no? Ma lo vogliono «graduale» e ritardato di sei mesi, perchè la prospettiva di un ulteriore rincaro del petrolio farebbe scivolare il continente dalla già grave recessione alla vera e dichiarata depressione. Le aziende petrolifere di Italia, Spagna e Grecia – già nei guai che conosciamo – hanno addirittura prolungato i contratti esistenti con Teheran (approfittando anche di buoni sconti) avendo ottenuto dagli americani il permesso di comprare in Iran fino appunto allo spirare dei contratti in corso. Il Giappone ha fatto sapere che l’applicazione dell’embargo voluta dai giudei, se arrivasse al punto zero (zero importazioni dall’Iran) danneggerebbe più la sua economia che quella iraniana… (The West Blinks – Iran Embargo Likely To Be Delayed By Six Months)

Ancor più significativo, il Pentagono ha annullato la più grande esercitazione militare congiunta USA-Israele della storia, una manovra-mostre per cui tutto era pronto (compresi 9 mila Marines già sbarcati in Israele e centinaia di missili intercettori di prossimità a proteggere il sacro suolo di Sion) e che aveva di mira evidentemente l’Iran. La grande manovra, battezzata «Austere Challenge 12» (sic) doveva scattare il 15 gennaio, ma è stata rimandata sine die. Forse a quest’estate, si dice.

Perchè? Spiegazioni nebulose da parte americana alludono a difficoltà di bilancio (non a caso era una sfida «austera»). Il notorio sito israeliano Debka File parla di divergenze fra USA e Israele, e cita il vice-premier Moshe Yaalon: «Gli USA sono esitanti a proposito delle sanzioni contro la Banca Centrale iraniana per paura del rincaro del greggio». Aggiunge che mentre il presidente Obama «ha bisogno di più tempo per convincere più governi a sostenere le sanzioni», Israele «è impaziente di agire». Un passo verso la verità. (Qui la nostra traduzione dell’articolo)

Ma il giornalista Paul Woodward, sul suo sito War in Contest, si avvicina di un altro passo: cita uno strano articolo sul Jerusalem Post, dove il 9 gennaio si ventilava un attacco iraniano «tipo Pearl Harbor» alle navi da guerra americane per «permettere» l’annientamento dell’Iran con la rappresaglia, a cui le grandi manovre congiunte avrebbero dato il pretesto e la copertura.

Commenta Woodward: «Al contrario del Vietnam, dove Washington cercava un pretesto per lescalation della guerra, questa volta è probabile che sia Israele a tentare di trascinare gli Stati Uniti in una guerra – una guerra che Israele sa di non poter combattere da solo».

Da parte di un giornalista con ottime entrature nell’Amministrazione, è un messaggio chiaro: la non tanto velata accusa ad Israele di macchinare un attacco «false flag» contro le forze armate americane, condotto da militari sotto false insegne iraniane, magari – insinua Woodward – adoperando «il gruppo terroristico Jundullah» che Israele ha assoldato «per sferrare gli attentati a Teheran». Un’allusione ancor più velenosa, in quanto è stato reso noto che gli agenti israeliani hanno assoldato i terroristi del gruppo pakistano Jundullah per commettere i noti omicidi di scienziati iraniani, facendosi passare per agenti della CIA «pieni di dollari ed esibenti passaporti americani». Un false flag nel false flag, che non poteva restare impunito. (Bombshell: Israeli intelligence posed as CIA to recruit terror group for covert war on Iran)

L’ipotesi è convincente: Obama, che spera ancora di vincere le elezioni e sa che non le vincerà con un’altra guerra in corso, ha bloccato in estremis la mega-esercitazione che Israele voleva far diventrare la mega-trappola, ed ha lasciato ai generali del Pentagono le trattative con Sion, senza apparire in prima persona come responsabile della decisione – nella speranza di non dispiacere troppo all’elettorato giudaico interno. Teheran ha guadagnato sei mesi di tempo. False flag permettendo.

Maurizio Blondet

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