Prove tecniche di “Primavera” Centro-asiatica?


Prove tecniche di “Primavera” Centro-asiatica?

Lo scorso 16 dicembre gravi incidenti hanno avuto luogo in Kazakistan a Zhanaozen, città di circa 90.000 abitanti situata nella provincia sud-occidentale del Mangystau: scontri hanno avuto luogo fra polizia e manifestanti, causando un certo numero di vittime (le prime comunicazioni ufficiali ne stimavano undici) e di feriti. Da alcuni mesi la piazza al centro di questi scontri era già teatro di tensioni sociali e mobilitazioni sindacali legate al settore petrolifero ma solo in questa data – mentre si celebrava nella piazza il ventennale dalla nascita della nazione kazaka – hanno avuto luogo episodi così cruenti, i quali hanno portato ad ulteriori disordini nell’area, toccando anche la città di Aqtau, capoluogo della provincia. Decisa la reazione governativa, con un dispiegamento di forze ingente e pronto a contenere ulteriori e più intensi disordini, e con la proclamazione dello stato d’emergenza nella regione, in vigore fino al 5 gennaio.

Come si può intuire, la ricostruzione della genesi degli scontri è discorde. Gli oppositori governativi accusano la forza pubblica di provocazione e successivo uso indiscriminato della forza, con spari ad altezza uomo; la versione ufficiale dei fatti riferisce di criminali infiltrati e agitatori prezzolati fra le fila dei manifestanti, che avrebbero attaccato le forze dell’ordine per condurre la piazza al caos.

In ogni caso, dai pareri di diversi analisti emergerebbero almeno due ipotetiche tipologie di attori ulteriori dei disordini: forze islamiste da un lato e operatori al servizio di potenze straniere dall’altro; senza escludere in linea teorica intrecci fra le due realtà.

La pista islamista: alcuni analisti collegano,pur indirettamente, i recenti disordini a forze islamiste operanti nel paese. Le autorità kazake hanno ammesso (in misura probabilmente tardiva) la presenza di ‘cellule’ operanti entro i confini nazionali solo a seguito dei due attentati esplosivi del 31 ottobre ad Atyrau, e in effetti da allora in poi diversi circoscritti episodi di azione terroristica e reazione o prevenzione della forza pubblica hanno avuto luogo nel paese.

L’ingerenza di potenze straniere: altra ipotesi presa in considerazione dagli analisti è quella dell’ingerenza di potenze straniere nel contesto kazako, con forme di destabilizzazione almeno in parte etero-indotte ed etero-dirette.

Entrambe le ipotesi suaccennate non trovano ancora alcun diretto ed inequivocabile riscontro ma hanno sicuramente legittimità di formulazione nel contesto considerato alla luce di quanto segue:

– per quel che riguarda la questione delle ingerenze etero-dirette, diverse nazioni del globo, hanno vissuto in questi due decenni forme di destabilizzazione etero-diretta denominate “rivoluzioni colorate”: forme di protesta popolare, intensamente finanziate ed addestrate da Washington e mirate a rovesciare regimi ostili e promuovere nuove classi politiche accomodanti (se non asservite), cavalcando l’onda popolare su temi sensibili quali la regolarità di processi elettorali, la lotta alla corruzione, la promozione delle libertà civili, etc. L’area ex-sovietica – e quella centroasiatica in particolare – è stata oggetto in passato di intensa ‘attenzione’ al riguardo (1).

– per quel che concerne invece il radicalismo religioso armato, questo è un problema che affligge l’intera area centro-asiatica in diverse forme ed intensità. Il fattore del jihadismo va per la verità a sommarsi a latenti frizioni etniche in un’area che è una vera polveriera, in quanto potenziale scenario di aspri conflitti etnico-religiosi. Non a caso, una delle funzioni primarie dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (che riunisce i paesi dell’area-centroasiatica – Turkmenistan escluso – ai grandi vicini russo e cinese) è proprio la stabilità dell’area e la lotta ai “tre mali”: terrorismo, separatismo e radicalismo religioso. Il Kazakistan, finora, ha in ogni caso rappresentato al riguardo un esempio di stabilità.

Astraendoci dall’area in questione, rileviamo che i due fattori appena considerati (destabilizzazione etero-diretta e forze islamiste, come canalizzatori e catalizzatori del malcontento popolare) hanno giocato un ruolo determinante nell’impatto e nella diffusione delle cosiddette Primavere arabe. E’ dunque legittimo e sensato supporre che, in base ad un effetto domino, anche in questo contesto certi fenomeni di destabilizzazione possano estendersi all’intero paese e all’area geografica circostante? La presenza di fattori comuni fra le aree sconvolte dalle rivolte arabe e quella centroasiatica dovrebbe far riflettere, anche se il Kazakistan – come ricordato – ha costituito sinora un esempio di stabilità nell’area. Ma per una valutazione complessiva dell’ipotesi vanno considerate anche specificità della realtà kazaka e della regione centroasiatica che assumono valore fondamentale sul piano geopolitico.

A partire dal 1 gennaio 2012 il paese entra nell’Unione Eurasiatica assieme a Russia e Bielorussia, costituendo quindi assieme un grande spazio economico comune. L’Unione potrà essere un ponte fondamentale per ulteriori forme di integrazione fra i tre paesi coinvolti, ma anche per il potenziamento della cooperazione con altri paesi della massa continentale eurasiatica. A titolo di esempio, si parla da tempo del coinvolgimento nel progetto di altri paesi dell’area centroasiatica (Kirghizistan e Tagikistan) così come di quello dell’Ucraina; un passo, quest’ultimo, ben più difficile e delicato ma che, se avesse successo, significherebbe un sonoro schiaffo allo ‘Occidente’, con l’allontanamento dall’orbita dell’UE di un paese in posizione ancora incerta fra due blocchi. Più in generale, guardando al medio-lungo periodo, le potenzialità dell’Unione Eurasiatica si traducono nell’instaurazione di un blocco continentale alternativo a quello occidentale a guida oltreatlantica, che è il grande pericolo prospettato dai pensatori della geopolitica classica statunitense. Una simile visione strategica basata sull’integrazione dei paesi eurasiatici è stata ribadita con forza dallo stesso Putin, anche e ancor più nelle recenti competizioni elettorali russe. Le proteste seguite ai risultati elettorali in questione hanno trovato il deciso consenso di Washington ma anche qui analisti avveduti, anche occidentali(sti), si chiedono se non vi sia del ‘colorato’ nei moti di piazza. Di fatto, nell’analisi della strategia delle rivoluzioni colorate si rileva che il momento elettorale dei paesi-obiettivo rappresenta un cuneo fondamentale per l’accensione e la propagazione di fenomeni di destabilizzazione e proprio in Kazakistan avranno luogo elezioni parlamentari a breve, nella metà di Gennaio.

Nel mondo arabo Washington ha perseguito una strategia mirata a ridisegnare in maniera radicale gli assetti della regione, per delle finalità di respiro regionale e globale, di breve e lungo periodo, apparse sempre più chiare con l’evolvere degli eventi (2). Non è escluso che gli USA stiano accarezzando l’idea di perseguire simili obiettivi di radicale ridisegno regionale nell’area in questione. Pericolose forme d’integrazione come quella ricordata si sommano ad iniziative insidiose prese dai singoli stati (vedi le recenti dichiarazioni del presidente kirghiso Atambayev, volte a obiettare fermamente la persistenza di installazioni militari USA sul proprio territorio). Inoltre, la possibilità di esplosione della polveriera centroasiatica, potrà essere suscettibile di facili sconfinamenti entro i territori di confine dei grandi rivali continentali russo e cinese, che si troverebbero a dover affrontare nuovamente delicati e più gravi problemi di sicurezza e stabilità interna, oltretutto in regioni di importanza strategica ed energetica (vedi ad esempio l’instabile regione di confine dello Xinjiang cinese, che costituisce vitale snodo energetico per il paese).

Ma il sostegno ad una simile strategia nei “Balcani eurasiatici” – così l’area centroasiatica è stata definita dallo stratega statunitense Brzezinski – non può non tenere in considerazione la questione siriana e quella iraniana, già da tempo nell’agenda di Washington e in questi mesi al centro di particolare attenzione e tensioni. Il governo di Assad in particolare, nonostante la crisi interna ed internazionale che perdurano da mesi, con picchi intensi di tensione, ha mostrato indubbia capacità di resilienza e resistenza e le grandi potenze russa e cinese si dimostrano in sostanza non disposte a lasciare di nuovo carta bianca all’ ‘Occidente’ su certe questioni, come già avvenuto per quella libica. In quest’ottica potrebbero allora i forti timori di disordini nell’area centroasiatica essere una carta in mano all’ ‘Occidente’, atta a portare i giganti continentali russo e cinese ad allentare la presa sulle questioni mediorientali?

* Giacomo Guarini è ricercatore presso l’IsAG

1) ‘Rivoluzioni’ che hanno portato a veri e propri regime change, limitatamente all’Europa Orientale e l’area centroasiatica sono: Jugoslavia (Rivoluzione dei Bulldozer, 2000), Georgia (Rivoluzione delle Rose, 2003), Ucraina (Rivoluzione Arancione, 2004), Kirghizistan (Rivoluzione dei Tulipani, 2005).

2) Si è cercato di tratteggiare suddette finalità strategiche nell’ambito di una conferenza dedicata ai nuovi assetti globali dopo la “Primavera” araba: COLLEGAMENTO

 

Fonte: Geopolitica

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