Miti e leggende sulla soluzione della crisi in Islanda

Un’aurora boreale di illusioni ed approssimazioni.

Miti e leggende sulla soluzione della crisi in Islanda

di Marco Ottanelli

Incredibile. Impressionate. Un po’ spaventoso. Digitando “l’Islanda esce dal Fondo Monetario Internazionale” (con le sue varianti “abbandona- lascia-rigetta-esce ufficialmente”) si ottiengono circa 95.000 risultati su un qualsiasi motore di ricerca; l’altra versione della leggenda, “l’Islanda si libera dal FMI”, (con le sue varianti “allontana-manda via-espelle il”) viene ottusamente ripetuta su più di 100 mila siti, giornali, pagine web.

Possibile che nessuno abbia provato a verificare, a controllare, a dare una occhiata alle fonti? E cosa avrebbe scoperto consultando, ad esempio, il sito ufficiale del FMI o quello del Ministero degli Esteri islandese?

Avrebbe scoporte che NO: L’Islanda non è mai uscita dal FMI, non l’ha mai abbandonato, né mai rinnegato, né i funzionari del Fondo hanno lasciato, a differenza di quanto si vocifera, delusi e sdegnati, l’isola che “vuole fare da sé”.

L’entusiasmo per come la piccola Islanda abbia affrontato la più grave crisi della sua storia millenaria ha travolto un po’ troppo gli italiani, oppressi dalla ennesima crisi della loro storia appena 150ennaria.

Da mesi, se non anni, si susseguono appelli a “fare come l’Islanda”, ad imitare la “via islandese”, e a “non pagare il debito come l’Islanda”, il tutto romanticamente condito dalla descrizione epica della minuscola nazione di eroici guerrieri vichinghi che sconfiggono, espellono dal loro sacro suolo patrio, sbeffeggiandoli, i crudeli, avidi e ingordi eserciti del Fondo Monetario Internazionale.

Però, le cose, non sono andate esattamente così. Vediamo come mai, proviamo ad analizzare alcune affermazioni che circolano incontrollate sul web e su giornali vari, e poniamoci tre grandi domande:

Cosa si dice dell’Islanda, cosa è vero e cosa non è vero? Cosa è effettivamente successo in Islanda? Si può paragonare l’Islanda all’Italia e fare come hanno fatto lassù?

Cosa si dice dell’Islanda, cosa è vero e cosa non è vero?

– Vox populi l’Islanda ha lasciato il FMI!

Realtà oggettiva: l’Islanda, come abbiamo visto, non ha lasciato proprio un bel niente. Anzi, di quella organizzazione, è uno dei 29 fondatori, e si impegnò a fondarla nel 1945, ad un solo anno dalla sua indipendenza dalla Danimarca. Oggi rimane a tutti gli effetti un Paese aderente al Fondo, con la sua piccola quota di capitale sottoscritto pari a 117 milioni di “Diritti”, il suo diritto di voto, la pacifica accettazione di tutti i vantaggi e gli obblighii che comporta l’adesione.

-Vox populi: l’Islanda ha espluso il FMI dal suo territorio! Oppure: il FMI abbandona l’Islanda!

Realtà oggettiva: il rappresentante permanente del Fondo Monetario Internazionale a Reykjavik, il dott. Franek Rozwadowski , non si è mai mosso dal suo ufficio, che si trova in viale Hverfis 4a. L’equivoco parte dal fatto che, come stabilito, i funzionari speciali del FMI hanno monitorato la situazione in loco per i canonici 3 anni. Poi son tornati a casa propria.

-Vox populi: l’Islanda ha deciso di fare da sé!

Realtà oggettiva: Macchè! Travolta da una dannatissima crisi economico-finanziaria fin dal 2008, l’isola nordica ha chiesto aiuto a mezzo mondo, ed in particolare proprio al Fondo, con il quale ha contrattato, ed ottenuto, il 19 novembre 2008, un prestito di 1 miliardo e 400 milioni di SDR, che, al cambio attuale, sono circa 1 miliardo e 630 milioni di euro. E questo per una popolazione di solo 350 mila abitanti! Altro che fare da sé!

-Vox populi: L’Islanda non paga il debito!

Realtà oggettiva: Quale debito? L’Islanda ne ha principalmente due: uno, quello del miliardone e passa, verso il FMI; e lo paga, lo paga eccome! Con tassi di interesse piuttosto elevati, pure. Tutto verificabile sul trasperente sito del Fondo.

Il secondo grande debito islandese è quello contratto dalle sue banche (in particolare dalla Landsbanki) con istituti bancari e cittadini stranieri, che avevano comprato obbligazioni o sottoscritto fondi di investimento di quegli istituti nordici. In particolare sono rimaste al palo banche britanniche e olandesi, con tutti i loro clienti, ma si calcola che anche 100 mila italiani circa siano rimasti coinvolti, attraverso Cariparma con Po Vita, oltre a Carige Vita, Ergo Previdenza, Quadrifoglio Vita, Sasa Vita, Ubi Vita, che hanno tutte venduto prodotti legati in qualche modo all’economia islandese.

E questo debito “privato” ha in effetti scatenato polemiche internazionali e nazionali, ma nessuno tema: sarà pagato, anzi, lo stanno pagando già da tempo, grazie ad accordi tra governi. Perchè le banche islandesi sono state nazionalizzate, e quindi il debito è diventato dello Stato, mentre nel Regno Unito e nei Paesi Bassi le banche locali sono state garantite dai rispettivi erari, che ora incamerano quanto l’Islanda via via restituisce. In Italia le perdite sono state ammortizzate dal Fondo di Garanzia. Ma vaglielo a dire a quelli del “non paga!” che, se non si paga, si mandano sul lastrico i risparmiatori e pensionati europei!

-Vox populi: in Islanda non hanno fatto pagare la crisi al popolo!

Realtà oggettiva: in Islanda, ci son stati due referendum popolari, indetti in anni diversi, che hanno bocciato gli accordi di rientro del debito verso il Regno Unito ed i Paesi Bassi, che comunque rivogliono i loro soldi. Il fatto che il popolo sovrano abbia detto no a questi accordi, oltre a mettere un po’ in imbarazzo il loro governo, non ha eliminato il problema, lo ha solo “spostato”, tanto è vero che, essendo stati tutti sequestrati i beni islandesi all’estero (l’Islanda, quando ha fatto crak ed ha detto che non poteva pagare, venne immessa nella black list tra nazioni – canaglia e gruppi terroristici come Al Qaida, e tutti i suoi beni mobili ed immobili vennero bloccati), oggi si passa a venderli e a distribuire i proventi ai creditori. In particolare verranno messi in vendita dalle autorità britanniche la quote islandesi in catene distribuzione di surgelati, nella catena di negozi di giocattoli Hamlyes, quelle nel gruppo di gioilelleria Aurum, e nei grandi magazzini House of Fraser. Il presidente della Repubblica Islandese, Ólafur Ragnar Grímsson , eletto nel 2008, ha preso personale impegno affinchè queste vendite avvengano speditamente, per poter “restiture tutto quanto dovuto ai britannici e agli olandesi”. D’altronde, non poteva dire altro, visto che un tribunale di Reykjavik ha stabilito nel mese di aprile 2011 che i depositi britannici e olandesi hanno la priorità sui soldi dovuti ai titolari di obbligazioni locali. Tutte cose rintracciabili in rete con un poco di sforzi e pazienza, elementi assenti completamente nel copiaincollismo italiano.

.Vox populi: in Islanda solo i cattivi hanno pagato la crisi!

Realtà oggettiva: a prescindere da chi siano, i cattivi, in un paese di tutti parenti ed amici che aveva preso a vivere di speculazione su cambi e spread, è pur vero che responsabili e dirigenti di banche e finanziarie sono stati processati, condannati, e costretti a pagare fior di quattrini per cercare di tappare le falle, ma è anche vero che dal 2008 ad oggi in Islanda il popolo ha subito manovre di grossa entità, a pari livello di quelle spagnole, portoghesi, irlandesi ed italiane.

Per fare qualche esempio: lo Stato islandese ha diminuito i trasferimenti verso le amministrazioni e comunità locali, permettendo loro di imporre una addizionale sui lavoratori dipendenti; i redditi da capitale sono stati tassati al 20%, mentre prima erano al 18. Uguale aumento è stato applicato alle imposte sulle imprese. È stata alzata di un 1,5% l’aliquota sui redditi, sono state introdotte, o alzate di molti punti percentuali, accise su alcolici, tabacco, benzina, e una pesante carbon tax è andata a colpire le enormi industrie dell’alluminio che da sole consumano il 30% dell’energia elettrica locale (che per fortuna viene prodotta in grande quantità). Le imposte sulla previdenza sociale sono passate dal 5 al 7%. Ci sono stato un aumento dell’IVA massima dal 24.5 al 25.5. Insomma, una stangata vera e propria. Purtroppo, quando un Paese è in crisi, pagano tutti.

Appurato dunque che non è vero che banchieri internazionali e Islanda hanno divorziato, che non è vero che l’Islanda il debito non lo paga, che non è vero che la gente comune non ci ha rimesso, si deve cercare di capirecosa allora è successo al circolo polare artico per far entusiasmare così tanto qualcuno alle nostre latitudini.

Poiché la crisi islandese del 2008 è ben diversa dalle attuali crisi europee, (ed in questo articolo si spiega come e perchè tutto accadde) è ovvio che diverso sia stato anche l’approccio per risolverla.

È vero, c’è stata una mobilitazione generale dei cittadini (che, essendo 350 mila in tutto, come detto prima, sono tutti parenti e amici) che ha portato alla caduta del governo e a nuove elezioni; è vero, è stata scritta una nuova costituzione con la possibilità di ognuno di commentare i lavori della “costituente” via internet; è vero, l’Islanda, dopo essere precipitata in un baratro, si è ripresa e sta tornando lentamente ad essere un Paese ricco e tranquillo.

Come è stato possibile? Ce lo illustra, ancora una volta, il Fondo Monetario Internazionale, che, dopo aver salvato la vita stessa degli islandesi, li ha assistiti fino all’agosto del 2011, e ha poi stilato un accurato resoconto delle azioni del governo locale. Saltando a pie’ pari le paginate di tecnicismi, e le centinaia di tavole e tabelle, apprendiamo dalla relazione che il successo dell’Islanda nel tirarsi fuori dai guai è dovuto in sostanza alla sua sana e responsabile società, dalla quale è scaturita una sana e responsabile classe dirigente attenta a non sprecare neanche una corona e a distribuire con la massima equità i sacrifici, in un’ottica di contenimento del danno e massimizzazione delle opportunità. I politici ed economisti islandesi hanno ideato un piano chiaro, limpido, coerente, con obiettivi realistici e precisi. Non hanno lasciato niente al caso, e questo (prosegue la relazione) ha significato che:

• Quando i paesi hanno una strategia chiara in mente, come è accaduto in Islanda, diventa molto più facile per il Fondo monetario internazionale coinvolgere gli attori e fornire sostegno politico e consigli.

• Ci sono chiari vantaggi ad avere un approccio eterodosso: più strumenti sono meglio di pochi.

• Islanda ha dato l’esempio di come si possa a preservare, e addirittura rafforzare, lo stato sociale durante la crisi.

L’attenzione per i deboli, il non scaricare sulla collettività tutti i costi, ma cercare di farli pagare a chi più avesse responsabilità, ha dimostrato che i paesi tendono a crescere più rapidamente e in modo più coerente laddove la distribuzione del reddito è più equa.

Il governo ha dovuto usare il proprio bilancio per ricapitalizzare le banche e ricostruire il sistema finanziario. Questo significava che il debito pubblico è diventato molto alto. Ma quando una politica è solida ed onesta, ciò non scoraggia gli investitori.

Inolte, gli islandesi sono tornati a lavorare, abbandonando l’illusione di poter essere tutti speculatori, e risollevando i tre comparti chiave del Paese: idro-geotermia, pesca, turismo. Il comparto finanziario si è ridotto dell’80%, e questo è visto come un bene.

Questi, e non presunte rivoluzioni anticapitaliste, sono i successi dell’isola nordica: rigore, chiarezza negli obiettivi, valorizzazione delle risorse e sostegno costante ai più deboli, tagliando tutto tranne che il welfeare, che anzi ha sorretto disoccupati, bassi redditi e pensionati per impedire che si creassero sacche di povertà.

Ora rimane l’ultima delle domande: è possibile, per l’Italia, fare qualcosa di simile all’Islanda?

In massima parte, no. Purtroppo no. Le differenze sono troppe. Innanzi tutto, l’Islanda non ha l’euro come valuta, né le regole che ne conseguono, né una BCE che deve salvaguardare gli interessi di tutti i Paesi dell’eurozona, e quindi ha potuto attuare politiche monetarie, di cambio e di deficit che non sono possibili da noi; l’Islanda non fa neanche parte della Unione Europea, quindi non è costretta dai trattati neanche ai più elementari vincoli di solidarietà e reciprocità (infatti sta dilazionando negli anni il pagamento dei suoi debiti):

I debiti lasciati dal fallimento delle banche islandesi ammontavano a qualche milione di euro, sui quali si può facilmente trattare, mentre i titoli italiani detenuti all’estero ammontano a centinaia di miliardi. Anche solo l’annuncio di un ritardo nel rimborsarli di pochi mesi manderebbe a gambe all’aria l’intera economia europea e forse mondiale.

La nazionalizzazione (totale o parziale) delle banche islandesi è stata rapida, facile, e sostanzialmente poco dispendiosa, perchè quelle banche erano solo tre, tre di numero, con cda chiari ed un azionariato facilmente ricostruibile. Nessuno osa immaginare cosa sarebbe, nella giungla di scatole cinesi e di ruoli sovrapposti, la nazionalizzazione o controllo da parte dello stato del sistema bancario italiano. Una operazione impossibile.

L’Islanda aveva (ha) un immenso serbatoio di risorse naturali e delle industrie di piccole dimensioni, ma efficienti, attive, produttive. L’Islanda esporta energia, pesce, materie prime, e molto altro, e grazie a quelle esportazioni ha ridotto enormemente il deficit, mentre l’Italia ha industrie in crisi, un calo ultradecennale della produttività, una crescita pari a zero, ed è costretta ad importare oltre l’80% del suo fabbisogno energetico. Tutto ciò che esportiamo è prodotto dalla “trasformazione” di materiali importati: se andassimo in default, e annunciassimo difficoltà nel pagare il debito, nessuno ci venderebbe più neanche un grammo di caffè.

Le nostre spese sono soprattutto dovute al sistema sanitario, a quello pensionistico, e al mantenimento degli apparati pubblici, oltre che agli interessi sui titoli. Tutti comparti in disordine, mentre in Islanda i conti erano a posto da un secolo.

La nostra classe politica è elefantiaca, contradditoria, divisa, spaccata, inefficiente, impreparata e purtroppo gonfia di conflitti di interessi di ogni genere, e affetta da un tasso di corruzione spaventoso. Non ha nessun credito all’estero. Nessuno, neanche il FMI,presterebbe una sola lira alla nostra classe dirigente, impedita nel prendere l’una o l’altra direzione per affrontare i problemi1. La sostituzione di un partito con un altro non cambia niente in questo senso, e non per nulla per risolvere la nostra crisi, sono andati al governo tutti ministri non-politici.

E poi, la differenza più grande di tutte: l’Islanda è un paese insulare, senza confini, senza problemi di immigrazione e di emigrazione, costituito da una popolazione che, nel suo complesso, non raggiunge il numero di abitanti della sola Firenze, e che si conoscono tutti di persona.. Noi siamo un Paese di più di 60 milioni di abitanti, con un tasso di immigrati (e quindi di nuovi cittadini e/o residenti da inserire nel welfeare- e parlo sopratutto dei comunitari) crescente, con una delle società più divise dell’occidente e con enormi disparità tra le sue diverse componenti territoriali. Abbiamo una economia in nero, una economia criminale ed una corruzione tra le più alte del mondo. Abbiamo un’economia condizionata dalla grande rendita laica e vaticana. Abbiamo la mafia, la camorra e la ‘ndragheta. La gestione idealistica della crisi e della riforma della Costituzione via referendum, plebisciti ed internet è sicuramente molto ingenua.

Approfondendo.it

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4 Responses to Miti e leggende sulla soluzione della crisi in Islanda

  1. Punilux says:

    Facile dire “non è vero questo o quello…” Ma chi l’ha detto che è vero questo e quello?? Ciò che conta è che l’Islanda ha cambiato la Costituzione per non dare la possibilità agli speculatori di condizionare l’economia nazionale. Questo è tutto quello che conta e che si può fare anche in Italia. E ci arriveremo per forza quando il 51 per cento degli italiani non si recherà’ alle urne. Di fatto delegittimando lo Stato così com’è strutturato oggi.

  2. LucaTroiano says:

    Punilux.. è ancora più facile elogiare i vichinghi islandesi avendo una conoscenza sommaria e superficiale della vicenda, come la “controinformazione” di internet ha fatto finora.
    Ed è facile anche dire “facciamo come loro”, senza riflettere sulla realtà delle cose, come invece si è cercato di fare in questo post.
    Ho anch’io un blog di controinformazione e anch’io ho scritto alcune cose sull’Islanda, e non mi stupisce che la gente preferisca credere alle favole del “sconfiggere l’economia globale è possibile” piuttosto che guardare la realtà per quella che è.
    Buon anno e buona fortuna, ne avremo bisogno..

  3. Claudio says:

    Punilux, tu affermi: Facile dire “non è vero questo o quello…” Ma chi l’ha detto che è vero questo e quello?? Ciò che conta è che l’Islanda ha cambiato la Costituzione per non dare la possibilità agli speculatori di condizionare l’economia nazionale.

    E SBAGLI DUE VOLTE:
    1)Chi lo ha detto? I documenti, le fonti dirette, la realtà oggettiva dei fatti.
    2) Non è assolutamente vero (DOCUMENTATI) che la costituzione è cambiata per non dare la possibilità ecc ecc ecc. Quello che è cambiato è semplicemente il sistema elettorale relativo ai collegi, e poco altro.

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