Draghi chiede una politica fiscale unica per l’Europa

 

Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ex Goldman Sachs, intervenendo al Parlamento europeo, ha ribadito che il momento che stiamo attraversando è grave e che di conseguenza i Paesi europei devono dare un segnale forte ai mercati di essersi incamminati sulla strada della diminuzione del debito pubblico e del disavanzo. E’ necessario, ha insistito, recuperare in termini di solvibilità futura, dei titoli di Stato. E questo si potrà fare soltanto attraverso una politica di bilancio e fiscale comune e omogenea che dia all’esterno un chiaro segnale di compattezza. In tale prospettiva, la Bce resta l’ultimo baluardo a difesa dell’euro.
Draghi ha osservato che i cambi di governo in Italia, Grecia e Spagna (con due premier su tre provenienti dalla Goldman Sachs) non ha provocato reazioni positive significative. Semmai le tensioni dei mercati si sono intensificate con ricadute molto negative in termini finanziari e sul clima di fiducia.
Da qui nasce secondo Draghi la necessità di procedere verso una struttura di bilancio unica per i Paesi dell’euro, come normale completamento del processo che ha portato alla nascita della stessa Bce. Ci vuole quindi un nuovo Patto di bilancio per il quale si deve prevedere una modifica sostanziale dei trattati europei. Sarà quindi cruciale il periodo da qui al 9 maggio quando l’Unione europea varerà la sua risposta comune alla crisi economica in corso. Una risposta che implica una politica fiscale comune, il rafforzamento del fondo provvisorio europeo salva Stati, e non meno importante le misure che ogni singolo governo dovrà adottare per sanare la situazione debitoria interna.

Fonte: Rinascita.eu
Oltretutto, ha osservato, nemmeno la prima misura di politica monetaria da lui adottata alla Bce, il taglio del tasso di interesse dall’1,50% all’1,25% ha portato sinora effetti apprezzabili. La Bce ha così perseguito e intende perseguire la politica del suo predecessore, Jean Claude Trichet, finalizzata al mantenimento al 2% dell’inflazione nel medio termine e alla stabilità. La prima attraverso la politica dei tassi di interesse, la seconda attraverso l’attuazione di misure non convenzionali come l’acquisto di titoli di Stato che proprio perché anomalo non può essere infinito.
Draghi e il direttivo della Bce sono ben consapevoli delle difficoltà delle banche commerciali nel concedere credito alle imprese, condizionate come sono dall’avere titoli di Stato in portafoglio, il più delle volte rivelatisi inesigibili. Da qui è nata l’azione coordinata di due giorni fa della Bce con le principali banche centrali del mondo per offrire liquidità al sistema.
Chi opera contro l’euro
La Goldman Sachs, la banca al governo in Italia e Grecia, in un suo rapporto sulla situazione economica nell’area dell’euro, prevede una recessione media dello 0,8% nel 2012 che si farà particolarmente sentire nei Paesi del gruppo dei Pigs, Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. La banca d’affari e di speculazione, famosa per essere stata salvata da Barack Obama, pur giudicandola bontà sua una eventualità molto bassa, non esclude una crollo della zona euro e di conseguenza della stessa moneta unica che, se avvenisse, non sarebbe ordinata ma caotica e comporterebbe un impatto devastante sulle altre economie. La banca, famosa per avere avuto tra i suoi consulenti Prodi, Monti, Letta e il non compianto Padoa Schioppa, e per avere avuto Draghi, vicepresidente per l’Europa, definisce necessario risolvere la questione del rifinanziamento dei debiti pubblici in scadenza in Europa, come l’italiano, contro il quale, guarda caso, la Goldman Sachs ha massicciamente speculato.
A prevedere e a tifare, per una bancarotta dei Paesi dell’euro e per la fine della moneta unica continentale, è anche la Banca d’Inghilterra, il cui governatore, Mervyn King, ha affermato che gli isolani devono essere pronti e preparati con piani d’emergenza per resistere ad eventuali contraccolpi in arrivo dalla zona euro che “minacciano la stabilità della Gran Bretagna”. In Europa continentale, ha affermato King, non c’è una crisi di liquidità ma semmai di solvibilità delle banche che hanno un livello di capitalizzazione inferiore a quello britanniche che da parte loro dovrebbero tagliare dividendi e premi di produzione ai dirigenti senza però ridurre i prestiti alle imprese.

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