LA VIE EN ROSE

Premetto che Paolo Barnard è un personaggio che mi è umanamente simpatico. Probabilmente perché mi somiglia parecchio. O almeno, somiglia a me come ero fino a qualche anno fa. Dietro i suoi sbrocchi sempre più veementi, dietro la sua furia impotente di fronte allo sfascio economico, dietro al suo continuo prendere a ceffoni gli allibiti lettori che lo seguono, scorgo una rabbia sincera, il travaso di bile genuino e incontenibile di chi crede di aver compreso (e in parte ha compreso effettivamente) alcuni meccanismi economici che stanno conducendo il nostro continente ad una devastazione senza precedenti, al guinzaglio delle politiche di potenza dell’impero centrale; e non scorge, né riesce a produrre nell’opinione pubblica – nonostante l’impegno e i sacrifici personali – una reazione adeguata alla minaccia incombente.

Preferisco di gran lunga Barnard ai suoi detrattori, benché le analisi economiche di questi ultimi siano spesso più accurate e convincenti delle sue. Le analisi, giuste o sbagliate che siano, non servono a un tubo senza l’energia e l’impegno che nascono dall’indignazione, dalla ribellione morale, dal desiderio di agire. Leonida fermò i persiani alle Termopili partendo da una valutazione completamente sbagliata delle forze in campo. Colombo scoprì il continente americano mentre cercava di raggiungere l’oriente, fondandosi su calcoli pacchianamente erronei della misura della circonferenza terrestre. Tutte le grandi imprese della storia umana sono scaturite dalla risolutezza di individui o gruppi di individui animati dalla determinazione a muoversi ad ogni costo,  prescindendo dalle dotte ed accurate analisi che – razionalmente e fondatamente – consigliavano di restare fermi dove si era.

Somigliavo parecchio a Barnard, meno di una decina di anni fa. Facevo il rappresentante sindacale e mi ero reso improvvisamente conto di come la collusione tra sindacati e gruppi imprenditoriali lavorasse, in realtà, per lo smantellamento dei diritti dei lavoratori, anziché per la loro salvaguardia. E’ terribile entrare in un ente che si crede (ingenuamente) composto di “difensori della patria” e trovarlo interamente occupato da agenti del nemico. Roba da sbroccare di brutto. Urlavo e strepitavo contro tutti e tutto, prendevo a parolacce i superiori (con i conseguenti provvedimenti disciplinari del caso), assalivo i miei stessi referenti sindacali durante le assemblee, mettendo in scena memorabili risse verbali, adiacenti alla colluttazione fisica. Soprattutto, me la prendevo con i miei colleghi di fabbrica, colpevoli, ai miei occhi, di una pavidità e di un’incomprensione criminale delle strategie con cui padronato e sindacati confederali li stavano conducendo alla schiavitù.

Ci avevo visto giusto? Certamente sì, come tristemente evidenziato dai recenti sviluppi contrattuali.

Facevo bene a trattare tutti da vigliacchi e da idioti? Certamente no. Ero io l’idiota. E’ da stupidi pretendere di “convincere” le persone a mobilitarsi contro il potere costituito, per quanto ottimi possano essere gli argomenti che si possiedono. La prudenza e l’istinto consiglieranno sempre di rimanere dalla parte del più forte, anche se il più forte è colui che si appresta a macellarti e servirti in tavola con contorno di broccoli. E’ la natura umana a determinare questo atteggiamento; e delle leggi della natura bisogna limitarsi a prendere atto, non serve a niente aggredirle a parolacce. O si possiedono i mezzi, non per “convincere”, ma per costringere, con le buone e/o con le meno buone, i recalcitranti a seguirti sulla strada che intendi intraprendere; oppure è meglio non sprecare troppo fiato e non far patire il fegato. Un fegato ulcerato non ha nulla di rivoluzionario. E’ più saporito da gustare per i commensali che lo serviranno in tavola. E pregiudica gravemente la lucidità delle analisi. Le quali, come dicevo, non devono mai rappresentare l’unico elemento su cui fondare l’azione, ma hanno pur sempre una loro indubbia rilevanza preliminare quando si tratta di decidere alleanze e strategie per il perseguimento degli obiettivi.

In questo suo ormai celeberrimo scritto, pubblicato sul web e diffusosi a macchia d’olio pochi giorni prima della “svolta Monti”, Barnard invitava Berlusconi a non dimettersi, per evitare all’Italia il commissariamento, la procedura fallimentare e il declino irreversibile che gli Stati Uniti – per mezzo dei maggiordomi Merkel, Sarkozy e Napolitano – intendono imporle per soddisfare i propri interessi strategici. Ora, anche mettendo da parte tutto il male che penso di Berlusconi (e mi ci vuole un silos per metterlo da parte), qui appare chiaro che la disperazione, pur comprensibile e legittima, porta Barnard a sragionare completamente (salvo che si trattasse di una “provocazione”, in questo caso più stucchevole della media). Vero è che se si vuole liberarsi di un nemico feroce e implacabile, non bisogna mai essere schizzinosi sulle alleanze da stringere. Ma Berlusconi non è soltanto un personaggio politicamente inetto, incapace di concepire strategie di respiro nazionale o internazionale, interessato ai destini politici dell’’Italia solo nella misura in cui questi ultimi influiscono sui profitti delle sue miserabili aziende. E’ anche un personaggio che, almeno a partire dal 14 dicembre scorso (cioè dal fallito voto di sfiducia, con annesso sconquasso della città di Roma ad opera dei soliti scalmanati eterodiretti) ha deciso di stendersi a scendiletto sotto i piedi dei dominatori americani, di rinnegare clamorosamente i pur vaghi guizzi di politica estera intrapresi negli anni precedenti, di accettare senza un barlume di vergogna la fornitura di basi e aerei militari con cui ridurre in macerie, su ordine statunitense, un paese (la Libia) con il quale, appena sei mesi prima, aveva stretto proficui rapporti di cooperazione.

Solo una crisi epatica da ricovero d’urgenza può spingere un giornalista a illudersi che un simile individuo possa essere un interlocutore appropriato per l’appello (pur condivisibile) che il suo scritto contiene. Tanto valeva rivolgere la supplica direttamente ai governatori dell’impero in Italia, Napolitano e Monti, alle cui direttive – come era facile prevedere – il supplicato non ha tardato ad allinearsi, dopo un breve balletto sulla richiesta di elezioni anticipate a cui solo gli inguaribili ingenui avevano prestato fede.

Quel che è peggio è che tutta l’analisi di Barnard è monoliticamente incentrata sulle dinamiche economiche, sulle banche, sui flussi finanziari. Accusare le banche e la finanza di ciò che in questi anni sta accadendo al mondo è come accusare una banda di lanzichenecchi di aver provocato una guerra. I lanzichenecchi sono senz’altro individui pericolosi e spregevoli, dediti al massacro, allo stupro e alla spoliazione dei territori. Ma non sono la causa della guerra, nè sono l’imperatore che l’ha decisa, nè sono l’unico strumento con cui essa viene combattuta, e nemmeno il più rilevante. La guerra è stata decisa dalla potenza dominante di quest’epoca (Stati Uniti) per le stesse ragioni storiche che hanno sempre messo in moto i conflitti globali: il declino della potenza centrale, costretta a reagire di fronte all’emergere di nuove potenze locali, determinate ad insidiare la sua supremazia. E gli strumenti con cui viene combattuta sono, essenzialmente, le armi che ben conosciamo e che sono la base di ogni politica di potenza: missili, bombe, proiettili, militarizzazione dei territori occupati, operazioni dei servizi segreti. La finanza e le banche non sono altro che uno dei tanti armamenti presenti nell’arsenale e vengono scatenati contro una nazione (in sostituzione delle bombe convenzionali o preliminarmente ad esse) quando la strategia e le circostanze li rendono opportuni. Lo abbiamo visto con l’altalena dello spread e delle borse in prossimità della nomina di Monti a senatore e della resa berlusconiana. Qualcuno crede ancora alle fregnacce di “Repubblica”, secondo la quale il panico in borsa sarebbe stato spontaneo e scaturito “dall’incertezza”? Si trattava in realtà di uno dei tanti “missili intelligenti” a disposizione del nemico, volto a colpire un bersaglio specifico per produrre gli effetti desiderati.

In questo caso, la strategia statunitense richiede l’accerchiamento delle potenze emergenti (Russia e Cina in primis), la rescissione progressiva di ogni possibile legame politico e commerciale tra esse e i protettorati europei, allo scopo di scongiurare eventuali tentazioni defezioniste. Di qui la politica statunitense di riconfigurazione politica dell’Africa settentrionale, che serve a separare una volta per tutte gli enormi interessi cinesi nel continente africano da una loro possibile ricongiunzione con l’Europa. Di qui anche il controllo politico sempre più ferreo, ormai sfociato in vero e proprio golpe, sui paesi dell’Europa meridionale, quelli che avrebbero potuto fare da “ponte” tra l’”Africa cinese” e l’Europa. Una strategia in cui la deflagrazione bancaria è arma ampiamente utilizzata per colpire e costringere a più miti consigli i paesi “alleati”, ma non certo l’unica, come dimostrano le ben più rumorose deflagrazioni in Libia, paese non ancora asservito agli USA e che aveva osato proporsi come “trait d’union” energetico tra Europa e Africa.

Barnard propone, come soluzione ai problemi italiani, la fuoriuscita dall’Euro. E’ una proposta talmente disarmante che viene quasi voglia di difenderla contro i suoi detrattori, profeti di fragorose apocalissi economiche in caso di ritorno alla lira. Questi profeti antibarnardiani sono per me assai più insopportabili di Barnard stesso. Evidenziano gli stessi limiti analitici della loro nemesi – la prospettiva puramente economicistica – ma in compenso non ne possiedono il dignitoso anelito morale, che mi spinge a concedere a Barnard, se non l’assoluzione, perlomeno le attenuanti generiche. Partono da assunti teorici indimostrabili: uscendo dall’Euro l’Italia collasserebbe, verrebbe ridotta in cenere dalle divinità dei mercati internazionali, che Dio ce ne scampi!

Chissà, può anche darsi che abbiano ragione. Ma bisognerebbe provare per poterlo affermare con sicurezza. Per adesso non esistono precedenti specifici su cui basare queste affermazioni, visto che nessuno stato, per ora, ha mai provato ad evadere dall’Euro per vedere l’effetto che fa. In compenso, coloro che hanno invece provato a sganciarsi dalla forca dell’FMI (Argentina) si mostrano oggi notevolmente più pimpanti e in salute di quanto fossero una decina di anni fa. Per non parlare della cera invidiabile di coloro che nell’Euro non sono mai entrati. Questi discorsi portati avanti dagli oppositori di Barnard ignorano del tutto una dimensione che per me è fondamentale, quella della dignità che uno stato recupera quando riesce a ripristinare un certo livello di sovranità nazionale. Essere ridotti sul lastrico non è bello per nessuno, ma esistono due tipi di mendicanti: quelli che vivono di espedienti per libera scelta o comunque per desiderio di autonomia; e quelli che sono costretti all’accattonaggio da protettori criminali, che li malmenano e li costringono a consegnare loro una percentuale sulle elemosine ricevute. Uscire dall’Euro probabilmente non ci salverebbe da un default catastrofico, ma ci renderebbe liberi. Gli anni di accattonaggio, che in ogni caso ci aspettano, servirebbero a rimetterci in piedi, non a ingrassare i nostri prepotenti ruffiani. Non mi sembra poco, francamente.

Dove la proposta di Barnard risulta terribilmente ingenua, è nella convinzione che uscire dall’Euro sia politicamente e militarmente possibile. Il fatto è che la permanenza o meno nel club della moneta unica ha molto meno a che fare con le speculazioni finanziarie che con la strategia globale orchestrata dalla superpotenza dominante. L’Euro è una cella le cui mura sono sorvegliate a vista dagli scherani armati di Francia e Germania, i quali sono a loro volta i kapò locali del carceriere d’oltreoceano. Scopo della cella è tenere rinchiusi i paesi europei, ormai da tempo liberi dallo spauracchio sovietico, in un gulag economico che garantisca coattivamente la loro permanenza nell’Alleanza, nei modi e nei termini che sono i dominatori a definire di volta in volta. Per uscire da questo carcere, non è sufficiente volerlo con tutte le proprie forze (ammesso e non concesso che in Italia qualcuno lo voglia davvero). Occorrerebbe una forza militare in grado di opporsi alle pressioni, alle possibili “rivoluzioni” progettate dagli infaticabili think-tank, ai probabili omicidi mirati e alla non inverosimile guerra che scaturirebbe da una defezione che attentasse agli obiettivi strategici statunitensi (e in subordine a quelli di egemonia locale di Francia e Germania). Questa forza militare l’Italia non la possiede di certo, e neanche l’Europa, se è per quello. Per procurarsela, occorrerebbe rivolgersi a terzi finanziatori e armatori volonterosi: Russia, Cina o perfino certi settori della stessa elite statunitense che non vedano di buon occhio la politica di annichilimento dell’Europa e di intralcio alla crescita cinese che l’attuale gruppo di potere sta attualmente portando avanti. Uno scenario del genere, seppure (a mio parere) auspicabile e teoricamente possibile, appare tuttavia al momento così remoto da sfiorare la fantapolitica e perfino la fantascienza. Dove sarebbero i leader italiani (o di altri paesi europei) dotati della visione strategica e del coraggio necessario a perseguire un siffatto progetto? Non li si vede manco a cercarli col microscopio. Del resto, le stesse Russia e Cina non sembrano troppo intenzionate a sfidare in maniera così plateale l’irascibile superpotenza americana. Durante la guerra in Libia, il loro atteggiamento è stato, più che da superpotenze, da paesi satellite, che mirano a tutelare le posizioni acquisite, al massimo a difendere nervosamente i propri confini quando sono minacciati, ma sono totalmente privi di una “politica di potenza” di largo respiro. Senza qualcuno che ci fornisca adeguati mezzi militari per ripudiarlo, l’Euro ci tocca tenercelo, e ancora grazie se non lo si sostituisce con l’uranio impoverito.

Prossima alla schizofrenia da depressione acuta è poi l’alternanza con cui Barnard distribuisce al “popolo” cornuto e mazziato accorati appelli all’unità contro il pericolo finanziario, amorevoli e ponderosi didascalismi e terribili sganassoni, con contorno di invettive da mercato, rifilati all’improvviso agli allievi disattenti. Posso ancora capire gli sganassoni, che sono poco utili, ma che il “popolo” (ammesso e non concesso che una simile categoria corrisponda a un’entità concretamente esistente) certamente si merita. Ma come può pensare Barnard, al di fuori della legittima fantasticheria da pomeriggio autunnale, che l’italica gente possa capire anche solo mezza parola delle cose che egli va esponendo? O magari addirittura “agire” (in che modo non si sa) per risolvere i guai del paese? Il “popolo” a cui egli si rivolge sono, se va bene, le innocue carampane urlanti che ieri, sotto Palazzo Grazioli, maledicevano l’estinto presidente del consiglio con strepiti scimmieschi, senza avere la minima idea di ciò che le aspetta con il nuovo governo di rapina. Sono i mentecatti che sul sito di Repubblica stampigliano i loro “VIVA L’ITALIA” in maiuscolo, con l’abbondanza di punti esclamativi che copre sempre la miseria dell’intelletto, proprio nel momento in cui l’Italia cade definitivamente e senza scampo nelle grinfie di potentati stranieri. Gente che non capisce nulla di nulla dei meccanismi geopolitici; che riduce la vita politica nazionale ad un evento sportivo in cui ciascuno tifa per la sua squadra, sventolando bandierine quando si vince qualche campionatuccio di second’ordine e gridando “devi morire” all’avversario sconfitto. Non è un caso che la Gazzetta dello Sport sia la loro lettura preferita e probabilmente l’unica. Il “popolo” (se esiste davvero, cosa di cui dubito assai, avendo esperienza solo di singoli individui) è una bestia ripugnante da cui tenersi alla larga. Non è materialmente possibile spiegargli le cause della sua rovina, perché la rovina è per esso una dimensione costitutiva, parte integrante del suo essere “popolo”. Non gli interessa comprendere le cause della propria sottomissione, vuole solo sfogarla, innalzando cori da stadio ai potenti in ascesa e prendendo a calci e sputi il loro cadavere quando un nuovo e più forte caporione glielo offre già bello, morto e pronto da calciare. L’Italia ha in questo un’antica e gloriosa tradizione. La “ribellione” ha per il “popolo” lo stesso eroico significato di una gita in torpedone ai Fori Imperiali in compagnia di marmocchi in carrozzella o dell’accanirsi sulle automobili, sui motorini e sui beni di proprietà dei suoi stessi compagni di sventura.

A costoro è inutile fare lezione, è inutile rifilare manrovesci poderosi. L’arena belante a cui hanno ridotto le loro vite gliene riserva già in quantità stellari, e non sono mai serviti a niente. Il riscatto dell’Italia, la salvezza dalla catastrofe che si prospetta all’orizzonte non interessa a loro. Interessa a Barnard, a me e ai quattro gatti che si sono presi la briga di studiare i meccanismi con cui  la rovina delle nazioni viene allestita, messa in opera e manovrata nell’interesse dei dominanti. E’ tra noi che dobbiamo parlare e per far questo internet, che Barnard finge di disprezzare, mentre lo utilizza a piene mani, è invece un poderoso strumento di contatto, forse l’unico con cui possiamo scambiare idee e informazioni in modo continuativo.

Barnard chiede ai suoi lettori di scendere nelle piazze, nei bar, nei centri commerciali per spiegare a bovini intenti al consumo le ragioni del loro essere bovini. Ha mai provato a farlo davvero? Io sì, e ho ottenuto solo muggiti. A questa mandria non è possibile “spiegare” alcunché. Si può solo, se se ne possiedono i mezzi (e se non li si possiede sarà bene procurarseli al più presto) manipolarli, dirigerli, costringerli a seguire la direzione da noi voluta, prima che sia qualcun altro a manovrarli per condurli al suo personale macello, come già accaduto in Libia, in Egitto, in Tunisia e in mille altri luoghi di questo mondo. In alternativa si può lasciarli misericordiosamente alla Gazzetta dello Sport, di cui fanno avida lettura tra un turno e l’altro di macellazione.

E forse hanno perfino ragione loro. In fondo, a che serve rovinarsi il fegato impadronendosi della metodologia di strategie di conflitto globale con le quali non si possiede alcun mezzo per interferire? A che serve rubare il fuoco agli dèi, se poi l’unica cosa che riusciamo a fare con la fiaccola accesa è manovrarla maldestramente, riportardone ustioni di vario grado e spaventando a morte non certo le belve – che se ne fottono del fuoco – ma gli stessi amici e parenti con cui un tempo cazzeggiavamo allegramente di vivificanti e deliziose quisquilie? Rimpiango quei cazzeggi spensierati e maledico il giorno in cui imprudentemente decisi di mettermi a studiare i libri proibiti. Erano così morbide e fruscianti al tatto quelle dolci pagine della Gazzetta, erano così rosa, come allora lo era la vita.

Blogghete!

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2 Responses to LA VIE EN ROSE

  1. Geppy says:

    Sono daccordo con quello che dici,ma capisco anche lo sfogo di Paolo.Comunque non ho capito come va a finire.Dobbiamo morire cosi o hai delle alternative “fattibili”,nel caso tienimi al corrente che cercherò di seguirle e farle seguire nel migliore dei modi possibile.

  2. Donato says:

    La soluzione più immediata ed affrontabile per tutti noi risiede nel fare politica seriamente,ovvero sia”occuparsi della polis”,localmente,ognuno in funzione delle proprie possibilità.

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