LICENZIARE NON GLI BASTA, VOGLIONO PRIVATIZZARE GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI

 

A Berlusconi è bastato pronunciare una frasetta contro l’euro per ritornare trionfalmente sugli altari della destra “antagonista”, pronta a considerarlo di nuovo un vendicatore della sovranità nazionale; omettendo con ciò il piccolo dettaglio che proprio l’attuale governo ha favorito ed accettato l’ufficializzazione della tutela del Fondo Monetario Internazionale sull’Italia. Strano che, sino allo scandalo sessuale che ha travolto Strauss-Kahn, la maggior parte degli Italiani non sapesse neppure dell’esistenza del FMI, mentre oggi se lo ritrova di colpo come padrone assoluto. Anche se Berlusconi dovesse dimettersi (ma molti non ci credono), l’attuale accordo con il FMI non farebbe per niente la fine del trattato di amicizia con la Libia; al contrario, questa tutela del FMI vincolerà anche i prossimi governi italiani.
Che Berlusconi svolga il ruolo di strumento della guerra psicologica del FMI contro l’Italia, è anche dimostrato dalla sua frase demenziale sui ristoranti pieni, che ha ottenuto immediatamente l’effetto di screditare e mettere in ridicolo ogni tentativo di demistificare lo slogan della crisi. In realtà dovrebbe essere proprio il contenuto della famosa lettera di Trichet a suscitare dei dubbi. Se si è in presenza di una carenza di liquidità, che senso ha la pretesa di Trichet di imporre ulteriori “liberalizzazioni” (privatizzazioni) che i privati non sarebbero in grado di pagare, e che quindi andrebbero a gravare sulla spesa pubblica? Come si fa poi a coniugare il pareggio di bilancio con la crescita? Non c’è mai riuscito nessuno in due secoli, ed ora si pretende che ci riesca Berlusconi?
Anche le proposte del manifesto di Confindustria non scherzano quanto a coerenza. In un periodo in cui i titoli di Stato sono a rischio di insolvenza, che senso avrebbe favorire le privatizzazioni dei beni immobili pubblici attraverso le “cartolarizzazioni”, cioè l’immissione sul mercato di altri titoli tossici?
Tanto più assurdo è che si proponga di vincolare questi nuovi titoli a beni immobili, il cui valore tende oggi a scendere. E se il valore degli immobili tende a scendere, che senso avrebbe metterne in vendita altri, se non far crollare i prezzi?
Ancora più contraddittorio è che questi titoli tossici vadano a fare altra concorrenza ai titoli di Stato già in difficoltà. Si parla di “crescita” e poi si prospetta solo altra economia di carta, altra finanziarizzazione. Ma gliene frega davvero qualcosa della “crescita”?
E ancora: dopo venti anni di esperimenti a riguardo, risulta chiaro che la “flessibilità” non ha mai favorito la crescita del PIL, ma ha solo depresso la domanda interna. La flessibilità è infatti una delle cause della depressione del mercato immobiliare, dato che nessun precario può pensare a comprarsi la casa.
Adesso invece arriva persino la “flexsecurity” a presentarsi come la panacea.
Se qualcuno finora avesse pensato che flexsecurity volesse dire più o meno la sicurezza di essere licenziato, deve però ricredersi. Parole chiare e inequivocabili arrivano da una delle menti più brillanti del padronato italiano: Alberto Bombassei. Ecco come il vicepresidente di Confindustria chiarisce il pericoloso fraintendimento in una intervista su “la Repubblica”.[1]
“Non bisogna cascare nel tranello mediatico” – secondo il quale il governo vorrebbe rendere più facili i licenziamenti. “In realtà – sostiene Bombassei – l’obiettivo è l’opposto: rendere più flessibili le uscite dal lavoro per stimolare le assunzioni. Invece sarebbe semplicemente ridicolo pensare che si possa aumentare l’occupazione rendendo più facili i licenziamenti”.
Il giornalista, abbagliato da tanta lucidità, replica:
“Qual è la differenza?(…)”
“C’è differenza perché nessuno pensa di introdurre la libertà di licenziamento”.
Tutti stavano per cascare nel tranello mediatico, solo che all’improvviso qualcuno si è ricordato che in Italia la libertà di licenziare in massa già esiste da venti anni, addirittura dal 1991, grazie alla Legge n. 223 del 1991. In base a questa legge qualsiasi lavoratore può essere posto in qualunque momento in “mobilità” andando a carico della previdenza sociale, che è pagata dagli stessi lavoratori con i contributi INPS e non, come invece sostiene Bombassei, dalle imprese.[2]
In questi venti anni le garanzie e le procedure previste dalla Legge 223/91 sono diventate automatismi, per i quali già adesso le imprese possono disfarsi di tutti i lavoratori che desiderano, mettendoli in “mobilità”, cioè in cassa integrazione. Allora cosa vuole ancora Confindustria?
Siamo sicuri che questa associazione “imprenditoriale” persegua davvero obiettivi industriali, e non puramente finanziari?
Il problema infatti riguarda proprio i denari della cassa integrazione. Possibile che tutti questi soldi debbano andare ai lavoratori in “mobilità” senza passare in qualche modo per le sagge mani dei finanzieri?
In un rapporto della multinazionale finanziaria JP Morgan si legge che l’attuale gestione delle indennità di disoccupazione renderebbe i lavoratori più schizzinosi e quindi aumenterebbe la durata della disoccupazione. [3]
Per salvare i lavoratori da questo triste destino, JP Morgan ha pensato bene di entrare nel business delle indennità di disoccupazione. Negli Stati Uniti perciò i lavoratori licenziati non ricevono più l’assegno di disoccupazione direttamente dagli enti locali, ma viene data loro una “card” della stessa JP Morgan. [4]
Insomma, siamo alle grandi manovre per la privatizzazione a tappeto degli ammortizzatori sociali. La “crisi” è diventata l’alibi ufficiale del business della miseria.

Fonte: Comidad

L’ascesa del BRICS

 

Il vertice del G20 a Cannes, il 3-4 novembre 2011, alle prese con vari problemi che affliggono il governo dell’economia mondiale, in particolare la crisi della zona euro, e hanno portato al centro il crescente profilo del BRICS quale giocatore importante per  la risoluzione dei problemi mondiali, come la crisi finanziaria. Come giustamente sottolineato dall’alto consigliere economico russo Arkadij Dvorkovich, prima del summit, i paesi BRICS hanno migliorato la loro posizione nella politica internazionale, svolgendo un ruolo decisivo nell’affrontare la crisi globale, e anche verso un ruolo maggiore nelle decisioni politiche degli enti finanziari mondiali, come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale. Il comunicato emesso dopo la riunione del raggruppamento, ha anche sottolineato che il gruppo collaborerà con i paesi della zona euro e dell’Unione europea, che rappresentano la più grande economia del mondo, e che ciò potrebbe essere raggiunto attraverso il coordinamento multilaterale a livello globale, degli enti finanziari.
Alcuni degli sviluppi poterono essere  notati durante la riunione del raggruppamento, che ha avuto luogo presso l’Hotel Carlton, il 3 novembre 2011, che non era stato, forse, nettamente visibile nelle precedenti riunioni del BRICS. Il raggruppamento ha preso una posizione coordinata, secondo cui il centro di potere emergente avrà un ruolo positivo nell’aiutare i paesi come la Grecia, dal salvarsi dalla crisi, e che la zona euro deve guidare la soluzione alla crisi. In questo senso, i paesi hanno evitato di sottolineare le misure o le politiche che possono apparire imposte o che approfittino della fragile situazione in Europa. Il presidente cinese, Hu Jintao, ha espresso la speranza che l’Unione europea sia in grado di risolvere la crisi, e ha chiesto che “la comunità internazionale fornisca aiuto e sostegno” alla regione, per uscire dalla crisi. I paesi BRICS hanno riconosciuto che la crisi della zona euro è una crisi di proporzioni globali, e finché non recupererà rapidamente, potrebbe ulteriormente peggiorare lo scenario economico globale. Il raggruppamento ha inoltre sottolineato che, al fine di risolvere la crisi, è assai necessario che il processo debba essere democratico, con le potenze emergenti partecipanti al processo decisionale. La dichiarazione, al termine, della riunione diceva: “I leader hanno convenuto che la crisi del debito sovrano della zona euro, è una questione di seria preoccupazione per l’economia mondiale, e ha causato la nuova instabilità e volatilità dei mercati, dopo la crisi economica del 2008“, e  sottolineava che i membri hanno convenuto che “l’unico modo per uscire da questa crisi, sia garantire una rapida crescita economica, in modo sostenibile ed equilibrato, globale.”
Oltre a queste manovre collettive, i membri del raggruppamento si sono fatti avanti anche individualmente, nel contribuire alla risoluzione della crisi. Le potenzialità di queste economie in rapida crescita, nella soluzione della crisi, non è minima, e questo è chiaramente riflesso dalle dichiarazioni dei leader del BRICS. Il ministro delle finanze indiano, Pranab Mukherjee, ha osservato che, “La nostra valutazione della situazione è lasciare che (la zona euro) effettui una valutazione credibile del problema della solvibilità, cercando di risolvere quei problemi e, poi, il finanziamento supplementare che potrebbe essere preso in considerazione.” Il Vice Presidente della Commissione della Pianificazione dell’India, Montek Singh Ahluwalia, ha osservato: “Finora non c’è una richiesta bilaterale. Ma siamo pronti ad aiutare. Non possiamo permetterci che la crisi si diffonda nel mondo.” Il Presidente russo, Dmitrij Medvedev, ha dichiarato a Cannes che la Russia è interessata ad aiutare i paesi in crisi. Come altri leader del BRICS, ha sottolineato “la necessità per il BRICS di elaborare una posizione comune“. Ha sottolineato, “dobbiamo contribuire a preservare una delle valute principali del mondo.” Aveva inoltre dichiarato, “Siamo tutti interessati a preservare l’euro, non solo gli europei, ma Federazione Russa, Cina e altri paesi.” La Russia ha anche riferito la decisione di offrire 10 miliardi dollari attraverso il Fondo monetario internazionale, che può essere aumentata ulteriormente, nei prossimi giorni. Allo stesso modo, la presidentessa brasiliana Rousseff, ha rivelato che il suo paese avrà un ruolo significativo nel mitigare la crisi della zona euro. Uno dei meccanismi per salvare i paesi della zona euro dalla crisi, è acquistare le obbligazioni del European Financial Stability Fund (EFSF). Ci sono prospettive che le potenze emergenti, tra cui il raggruppamento BRICS, compreranno questi bond, in modo che il capitale possa essere infuso nei mercati finanziari della regione. Come concordato dai leader della zona euro, la capacità EFSF può essere aumentata a 1.000 miliardi di euro.  Già i paesi asiatici detengono il 40 per cento del debito EFSF, che si manifesta nella prodezza crescente dei paesi BRICS, in particolare della Cina, che è il più grande esportatore verso l’Unione europea.
Anche se ci sono apprensioni rispetto al futuro modus operandi nel processo di salvataggio, non vi è unanimità su quale organismo finanziario internazionale debba giocare il ruolo più importante, e che vi possa essere possibile un maggiore coinvolgimento del raggruppamento. Vi sono anche preoccupazioni per quanto riguarda cosa, esattamente, questi paesi otterranno in cambio dell’aiuto alla zona euro, per farla uscire dalla crisi. Il prossimo vertice del BRICS, che si terrà a Nuova Delhi nel marzo 2012, probabilmente rafforzerà ulteriormente il legame del gruppo, e aiuterà questi paesi a far evolvere le politiche comuni su varie questioni di importanza globale.
L’ascesa del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa – l’ultimo si è unito al gruppo lo scorso anno) in un arco di tre anni dalla sua inaugurazione ufficiale, nella città russa di Ekaterinburg, nel 2008, è davvero fenomenale … Questi paesi non solo rappresentano i motori della crescita e del cambiamento dal ritmo rapido, ma rappresentano anche le aspirazioni crescenti delle potenze emergenti, e della loro importanza nel panorama globale. Il raggruppamento, la cui genesi era stata prevista in un rapporto nel 2003, ha influenzato la politica e l’economia globale in una miriade di modi. Ha rappresentato il cambiamento nell’equilibrio del potere. I membri, sia nelle deliberazioni al Consiglio di sicurezza dell’ONU, o nel G-20, o nei vertici importanti, come quello sul cambiamento climatico, hanno coordinato i loro sforzi per far emergere una sola voce. Sia nella crisi araba che nella crisi della finanza globale, il gruppo ha ampiamente coordinato le sue politiche. Il leader cinese Xie Xuren, aveva fatto eco al sentimento del raggruppamento al vertice dei G-20 a Horsham, nel 2009, quando aveva giustamente osservato che questi paesi domandavano un ‘equo e chiaro, compatibile e ordinato’ ordine mondiale. In questo summit era stato raggiunto un accordo per concedere ulteriori diritti di voto alle economie emergenti negli organismi globali, come il Fondo monetario internazionale, ma che non poteva prendere piede subito, a causa della susseguente crisi finanziaria globale. Il vertice del G20 a Seoul, lo scorso anno, aveva concordato lo spostamento del 6 per cento di quota nel Fondo Monetario Internazionale, alle economie emergenti. Con il passare dei mesi, il profilo del raggruppamento probabilmente crescerà ulteriormente. Con la crescente influenza di questi paesi nella scena mondiale, e con la loro voce crescente nei vari organismi mondiali, sarà una questione di tempo che l’ordine mondiale sia più rappresentativo.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Fonte: SitoAurora

La scuola del futuro

La pubblicazione di questo articolo ha come unico scopo quello di mettere in luce il movimento dei transumanisti e le sue implicazioni.

“Il mondo è diventato di fatto uno. Deve raggiungere un qualche tipo di unificazione del pensiero se vuole evitare il disastro (…), e ciò può avvenire solo grazie alla conoscenza e all’educazione (…), così da consentire a quanti più possibile di essere illuminati da questa nuova visione del destino umano”. Julian Huxley, Essays of a Humanist, 1964 (n.d.r)

Dopo altre settimane di silenzio mi faccio risentire. Spero che questa sia la volta buona per garantire una continuità produttiva su postumano.

Scusatemi, ma come vi ho già spiegato la mia assenza dal cyberspazio è dovuta principalmente a degli impegni su più fronti.

Ogni volta che rimando un post mi sale l’angoscia. Basta. Ricominciamo adesso. Con una data simbolica: 11/11/11.

Vi propongo un articolo che ho scritto per il magazine di tecnologia T3, con cui collaboro da qualche mese.

Parlo della scuola del futuro. Ve lo consiglio perché in questo momento storico abbiamo bisogno di risorgere e forse la rivoluzione deve cominciare proprio dall’istruzione e dall’educazione che diamo alle nuovissime generazioni.

Quando ho capito qual è lo scenario che si prospetta nei paesi tecnologicamente più avanzati sono rimasto a bocca aperta. Avrete molto su cui discutere!

Parlerò di questo argomento anche sabato a Verissimo (Canale 5) e in parte anche domenica sera a Lilit (Rai Tre).

Scuola 2.0

L’Italia, il bel paese, il rinascimento, il genio dell’arte e dello stile, la profonda cultura radicata nelle antiche cittadine con le architetture stratificate appartenenti a differenti epoche storiche. Lo spirito della tradizione accademica e la qualità delle nostre scuole, delle Università arcaiche e prestigiose, delle immense e preziose biblioteche.

Ma siamo sicuri che sia ancora così importante perpetrare il classico programma di studi adottato dai nostri sistemi scolastici? Nell’era dell’informazione istantanea, dove il web sopperisce ogni lacuna intellettiva, non rischiamo di rimanere indietro, ingolfati da un sistema superato? In che modo dovremmo aggiornarci? Come sarà la scuola del futuro?

Per rispondere a queste domande bisogna guardare la direzione presa dagli altri paesi e individuare il sistema più efficiente. È inevitabile notare come l’oriente stia crescendo ininterrottamente ormai da una ventina d’anni, sia come potenza economica che nell’espansione della sua influenza culturale a livello mondiale. Giappone, Cina e Corea del Sud sono le “tigri asiatiche” che vivono nel rinascimento tecnologico. Leggi il resto dell’articolo

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