Finis Italiae: dopo il diktat economico dell’Ue svendita totale dello Stato sociale

Quello che era iniziato nell’incontro sul panfilo reale Britannia nel 1992, presenti esponenti di spicco della finanza anglosassone e quel Mario Draghi ora alla BCE, la svendita dell’Italia e del suo patrimonio economico, si sta completando proprio in questi giorni.

Che l’Italia sia un Paese, nazione nel senso classico non si può definire da tempo, senza sovranità si è visto anche con la vicenda libica. Ora con la lettera di Berlusconi all‘Ue ogni dubbio è stato spazzato via definitivamente, il governo della “repubblica delle banane italiana” si è piegato senza battere ciglio a chi gli chiedeva di spazzare via in nome dell’euro e della stabilità finanziaria, ogni residuo di Stato sociale e di tutela per i suoi cittadini, nonché aprire la strada al capitale straniero.

Le misure che saranno prese in Italia, non era bastata evidentemente la recente manovra finanziaria, sono in linea con quelle che si sono già abbattute sulla Grecia e in passato su tutti coloro che sono finiti nelle maglie del sistema usurocratico imposto dal Fmi, Banca Mondiale, Bce e ora Unione Europea.

Sarkozy e la Merkel, Barroso e Van Rompuy hanno fatto la faccia feroce, e prima di loro i boiardi Draghi e Trischet, forti anche del sostegno in Italia di quel Napolitano che si può oramai considerare tranquillamente la quinta colonna delle oligarchie mondialiste.

Gli italiani, la cui sensibilità nazionale dopo il 1945 è stata semplicemente lavata, non hanno ancora appieno capito la gravità delle misure intraprese da questo governo e non basta la lettera di Berlusconi sul “Il Foglio” di domenica 30 novembre a tranquillizzarci, semmai è solo una conferma di quanto avvenuto e che accadrà nel prossimo futuro.

Un‘attenta lettura della relazione del Presidente del Consiglio fatta all’Ue apre scenari a dir poco inquietanti.

Si parla di debito pubblico, senza specificare verso chi, una storia che si trascina da tempo e in nome della quale ogni sacrificio dovrebbe essere giustificato, peccato che esso non sia altro che il debito che lo Stato italiano ha contratto con la banca privata d’emissione della moneta e con i  relativi interessi passivi che crescono di anno in anno sui titoli di debito pubblico, in una spirale a salire senza fine. E’ pura fantasia pensare che possa essere ripianato, è la stessa situazione in cui viene a trovarsi chi incappa nelle maglie di uno strozzino, e la Banca d’Italia, la Bce e il Fmi, non sono altro che strozzini legalizzati che esautorano gli Stati dalle loro funzioni istituzionali, facendo da apripista agli speculatori internazionali che così potranno fare man bassa d’industrie, banche e servizi.

Le autentiche perle con le quali si vorrebbe far ripartire l’economia italiana, sono le stesse applicate in passato in America Latina, in Africa,in Asia, dove hanno portato solo miseria per i più e ricchezza per pochi oligarchi.

Privatizzazioni in primis, qui l’obiettivo è quello non dichiarato di distruggere completamente il “sistema Italia” e ridimensionare ancor di più la forza economica nazionale. Con la scusa della libera concorrenza, lo Stato e gli Enti Pubblici dovrebbero mettere sul mercato beni e servizi in nome di quella libera concorrenza sempre osannata ma utopica perché alla fine prevale sempre la legge del più forte che saprà imporre le sue regole a detrimento degli interessi collettivi, gli stessi che sono alla base del servizio pubblico che deve operare non a scopo di lucro. Una volta messe sul piatto è facile intuire nelle mani di chi finirebbero, che sono poi gli stessi che reggono le fila delle grandi banche d’affari anglo-americane, una vera e propria espropriazione del nostro patrimonio economico. Va ricordato che in passato i governi Ciampi e Prodi, quest’ultimo uomo Goldman Sachs, avevano già provveduto a svendere interi settori strategici.

Non poteva mancare poi il solito richiamo al “dinamismo delle aziende”, da attuarsi nell’arco di quattro mesi, che tradotto significa libertà di licenziamento, come se l’insicurezza del posto di lavoro fosse il volano per accrescere il benessere della popolazione. Questo per la gioia del ministro del Welfare, mai nome fu più inappropriato, Maurizio Sacconi, il falco liberal che in totale malafede crede che maggiore occupazione faccia rima con facilità di licenziamento. Il ministro evidentemente dimentico dei suoi trascorsi socialisti, e senza alcuna dignità nazionale, rilancia e ripete pappagallescamente quello che l’Ue ha imposto, con un accenno al “pericolo terrorismo”, che funziona sempre quando si vuole criminalizzare eventuali proteste. Sacconi ha spiegato poi “che si potrebbe sospendere l’applicazione dell’Art 18 dal sedicesimo assunto in poi nelle aziende con meno di quindici dipendenti e nelle quali oggi non si applica la Legge 300/70”, e di “trovare interessanti le proposte del senatore del centro sinistra Ichino in modo da stabilire regole più flessibili per chi sarebbe costretto a uscire dal mondo del lavoro”. Più bipartisan di così…

Nulla di nuovo sotto il sole, i peggiori italiani sono spesso stati al governo e lo sono tuttora in Parlamento e non da oggi. Ci basta sentire le risibili dichiarazioni di un Bersani che dovrebbe rappresentare l’opposizione, che non trova di meglio che incolpare l’attuale governo e difendere l’euro e l’Europa delle banche, il solito gioco al massacro dei tutti contro tutto che caratterizza la pochezza della classe politica italiana di oggi, la quale non ha alcuna visione strategica nel medio e lungo termine e non ha neppure vagamente l’idea di cosa siano gli interessi nazionali.

A queste azioni seguiranno tutta una serie di riforme del mercato del lavoro, che è inevitabile intuire che andranno oltre ai già nefasti effetti della Legge Biagi. La sola parola “efficientamento”  del lavoro dovrebbe far riflettere. Entro il 2011 il Governo s’impegna a favorire l’occupazione dei giovani, con contratti di apprendistato e a tempo parziale, tutte cose già viste e che non hanno risolto nulla, mentre entro maggio 2012 sarà varata una “riforma della legislazione del lavoro funzionale alla maggiore propensione ad assumere e a licenziare”. Questa se approvata sarà il definitivo canto del cigno dei contratti a tempo indeterminato e la messa in soffitta dell’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, e con esso la sicurezza di un posto di lavoro su cui costruire il proprio futuro e quello della propria famiglia. Già adesso con la “somministrazione di lavoro”, vero e proprio caporalato legalizzato, i tempi determinati più o meno lunghi, si è creata una generazione di giovani precari, che arrivano alla soglia dei trenta anni non sapendo neppure che cosa avverrà domani del proprio contratto, una navigazione a vista che si sta ripercuotendo sull’intero sistema sociale italiano. Meno sicurezza, si traduce in meno nuclei famigliari, e quindi meno figli e di  conseguenza un calo demografico in costante crescita, così qualcuno potrà dire che vi sono più pensionati e meno forza lavoro.

La scure liberista si abbatte anche sugli orari di lavoro, che negli esercizi commerciali saranno “liberalizzati”, in poche parole potremmo avere come nella patria per eccellenza del capitalismo selvaggio, gli Stati Uniti, i negozi aperti anche la sera, i supermercati, i centri commerciali, che però  non risolveranno un bel niente, ma favoriranno solo uno sfrenato consumismo, distruggendo quel poco che è rimasto di coesione sociale. Forse e senza il forse è proprio quello uno degli obiettivi che si prefiggono gli gnomi dell’alta finanza, un popolo d’inebetiti consumatori senza radici in tanti quartieri dormitorio. Certo qualcuno sarà felice di poter comprare l’ultimo modello di I Pod anche alle 11 di sera, dimenticando che dall’altra parte del bancone vi sarà sempre una persona costretta a trascurare la propria vita sociale, un alieno che non saprà più distinguere i giorni feriali da quelli festivi, un tutto uguale senza fine né inizio.

Negli altri punti della lettera di capitolazione nazionale, non poteva mancare la Pubblica Amministrazione, da sempre considerata parassitaria da chi si crogiola nel mito del “laissez faire liberista”, meno Stato e più privato è il loro slogan. Sarà istituita la mobilità obbligatoria, sarà introdotta la Cassa Integrazione Guadagni che vorrà dire riduzione salariale, poi diminuzione del personale e blocco ovviamente dell’avvicendamento. Invece di colpire chi non fa il proprio dovere, basterebbe l’esempio dei tanti Prefetti incapaci che circolano in Italia o lo stuolo dei magistrati inetti, e migliorare invece il servizio al cittadino, ridando senso dello Stato e dignità a chi lavora per esso, si preferisce applicare le ricette che i cosiddetti “mercati” vogliono.

Poi l’affondo sulle pensioni, com’era prevedibile, da sempre nel mirino di tutte le politiche neoliberiste, nonostante il bilancio dell’Inps, ente previdenziale nazionale, sia in attivo e non presenti problemi, ma l’Europa vuole che i lavoratori escano solo a 67 anni, una vita di lavoro se pensiamo bene che non ha giustificazioni se non quella di ottenere risparmi tramite il sistema previdenziale da dirottare poi a sostegno dei soliti noti di Francoforte e Bruxelles, un sacrificio in più per salvare le banche e l’euro.

Immaginiamo lo scenario con persone ridotte a lavorare con acciacchi di vario genere, demotivati dopo una vita passata dietro una scrivania o in fabbrica, mentre i loro figli sono costretti ad arrancare in cerca di un’occupazione stabile, e i padri invece costretti a non lasciare il posto di lavoro.

Hanno scippato il Tfr con la creazione dei fondi pensione privati, introdotto il sistema di calcolo contributivo al posto di quello retributivo, e ora vogliono farci morire sul posto di lavoro solo perché le statistiche dicono che le attese di vita sono aumentate. Si è vero si campa più a lungo, ma come e dove non è certo sicuro, le malattie esistono ancora e le case di riposo sono piene di gente che vegeta e non vive realmente. L’ideologia che privilegia la produzione, il profitto a tutto il resto, disprezza da sempre chi vuole tempo per pensare, chi cerca nella socialità, nella cultura, nell’arte un completamento del proprio vivere, perditempo sono considerati, del resto una testa pensante può creare grattacapi quindi è meglio stroncare l’individuo a forza di lavoro

La resa italiana è totale come si può ben vedere. Si parla di cinque miliardi annui che renderebbero i beni immobili dello Stato da cedere, così che altri pezzi dell’argenteria di famiglia finiranno nella mani di privati e non certo italiani.

Quella che è la ricchezza e la storia di una Nazione, costruita con il sacrificio d’intere generazioni, sarà ceduta come si fa con gli immobili di un’azienda che fallisce.

European Phoenix

 

 

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FUORI DALL’EUROPA! A CASA LA CASTA!

 

 

La situazione è grave e persino disperata. Se da un fronte arrivano rassicurazioni in forma di epistole agli sciacalli internazionali, che, per non sapere né leggere né scrivere, continuano ad affondare i denti nei polpacci del Belpaese (caro Berlusconi non si placano i lupi con le noccioline), dall’altro c’è chi promette di svendere la nazione a prezzi di saldo, liquidando per prime le società a capitale pubblico, cioè quelle che ci tengono in piedi. Così ha annunciato Di Pietro il quale, per accreditarsi al monte di pietà dell’UE, ha promesso, in una intervista alla Stampa di Torino,  di impegnare lo Stato e di ipotecare tutto il suo patrimonio al fine di sfamare i poteri finanziari comunitari dietro i quali si muovono le strategie globali degli Usa.

Di Pietro non è propriamente un patriota e lo abbiamo appreso a nostre spese agli inizi degli anni ’90. Il Pm di Montenero di Bisaccia più che da giudice si comportò da inquisitore nei confronti dei protagonisti politici della I Repubblica (che ebbero il solo torto di essere invecchiati sul posto mentre l’abbattimento del Muro trasfigurava il mondo intorno a loro), e, ancor prima (seconda metà degli ’80), con indosso i panni del questurino che alle vie legali prediligeva quelle brevi, si era travestito da agente segreto, non autorizzato dai suoi diretti superiori, al servizio di centrali estere come la Cia. Non abbiamo ancora ben capito (eppure nutriamo dei fondati sospetti) come costui sia riuscito a diventare magistrato e non ci aiuta nell’ardua impresa il suo stentato linguaggio sgrammaticato. Chi lo promosse al ruolo parlò di offerte che non si potevano rifiutare, in perfetto stile mafioso, nonostante il candidato non avesse, a detta della stessa commissione esaminatrice che ebbe l’ingrato compito di valutarlo, la preparazione e la competenza necessarie per svolgere quel lavoro.

Tutta la carriera di Di Pietro, tra luci ed ombre, inizia comunque con una raccomandazione, quella del giudice Corrado Carnevale, il quale si pentì presto di avergli fatto superare l’esame da togato. Ma, appunto, ci furono pressioni esterne sulla Commissione la quale giunse a strappare i verbali e a ritornare sulla sua primigenia decisione di non promuovere il molisano. Per uno che sostiene di avere le mani pulite non è questo il biglietto da visita adeguato e tutta la sua successiva carriera politica, tra urla scomposte e gestione autoritaria di una lista portante il suo nome, dimostra la torbidezza del personaggio che ora si erge a garante della solvibilità della nazione con una mano sul cuore e l’altra nelle nostre tasche.

Se dunque Berlusconi non ha più futuro, dopo aver dilapidato un capitale di consensi e di promesse, chi vuole succedergli ha un passato troppo oscuro per rappresentare un’alternativa o una soluzione alla débâcle del Paese. Le istituzioni stanno marcendo e la classe politica, indistintamente, da destra a sinistra, si ciba del materiale putrefatto per conservarsi ai posti di comando. Scenario nauseabondo dal quale si esce soltanto con un terremoto epocale, abbandonando l’Europa e l’euro al proprio destino, come farà presto la Grecia col referendum e come già propongono i tories in Inghilterra. Chi sostiene che se non fossimo dentro l’UE saremmo già falliti dice una corbelleria, in primo luogo perché, al pari di quello che afferma Vittorio Feltri su Il Giornale, non esiste alcuna controprova. Anzi, oggi godremmo ancora di quelle prerogative monetarie sottratteci dalla BCE. In secondo luogo, perché nessuno Stato è andato in bancarotta per essersi dato una linea politica degna di tale nome, semmai è stato sempre il contrario. Il disegno dell’Europa è quello di fare dell’Italia un bordello come da descrizione dell’Economist, un bivacco turistico per tedeschi in calzoncini corti, francesi arroganti con il naso all’insù ed inglesi ubriachi pronti alla rissa. I manipoli che ci governano non oppongono resistenza e preparano le carte per farsi dichiarare insolventi e contenti dai tribunali comunitari. Ma sarà un altro Tribunale, quello della Storia, a comminare loro la condanna che meritano. La nostalgie de la boue con la quale dissimulano la loro vicinanza ai ceti sociali più deboli, previ accordi con le classi finanziarie parassitarie, tramuterà in un fiume di fango reale che li travolgerà fino a farli soffocare, periranno con disonore per aver rotto gli argini dello Stato e dell’unità nazionale.

 

 

Conflitti e Strategie

 

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