L’avvelenamento da gregge

 

 

Vediamo che cosa pensava Hitler delle masse che riuscì a muovere e come seppe muoverle. Il principio primo da cui, Hitler partì era un giudizio di valore: le masse sono estremamente spregevoli, incapaci di pensiero astratto, disinteressate a ogni evento che stia oltre l’esperienza immediata. Il loro comportamento è determinato non dalla conoscenza e dalla ragione, ma da sentimenti e da impulsi inconsci. Proprio in questi sentimenti, in questi impulsi, «si devono piantare le radici dei loro atteggiamenti, positivi e negativi». Per giungere al successo il propagandista deve saper manipolare istinti e sentimenti.

Hitler trovò particolare udienza fra i piccolo-borghesi rovinati dall’inflazione del 1923, e poi ancora dalla depressione del 1929 e degli anni seguenti. “Le masse” di cui egli parla erano questi milioni di poveri uomini avviliti, delusi, in stato cronico di ansietà. Per trasformarli in massa, per dar loro omogeneità a livello subumano, egli li adunò, a migliaia, a decine di migliaia, in enormi saloni, o all’aperto, dove l’individuo perdesse l’identità personale, anche l’umanità più elementare, e affogasse nella folla. Un uomo, o una donna, entra in contatto con la società in due modi: o come membro di un gruppo, familiare, professionale, religioso, o come membro di una folla. Un gruppo può avere la moralità e l’intelligenza dei singoli che lo formano; ma la folla è caotica, non ha un suo proposito, ed è capace di tutto, tranne che di azione intelligente e di pensiero realistico. Adunata in folla, la gente perde la capacità di ragionare, di compiere una scelta morale. Diventa suggestionabile al punto di non avere più giudizio o volontà propria. Facilmente si eccita, perde il senso della responsabilità, collettiva e individuale, si lascia prendere da improvvisi accessi d’ira, d’entusiasmo, di panico. Insomma l’uomo nella folla si conduce come se avesse ingerito una forte dose d’un potente veleno. È vittima di quel che io chiamo “avvelenamento da gregge”. Come l’alcool, anche questo è una droga attiva, estroversa. L’individuo avvelenato dalla folla sfugge alla responsabilità, all’intelligenza, alla moralità, per entrare in uno stato di amenzia frenetica, animalesca.

Gli intellettuali sono proprio gli uomini che vogliono prove, e reagiscono negativamente a un errore, a una incongruenza logica. Per loro il semplicismo è peccato originale della mente umana; con loro non giovano le parole d’ordine, le affermazioni generiche, le facili generalizzazioni di cui si servono i propagandisti. «La propaganda efficace » scriveva Hitler «deve limitarsi a poche semplici necessità, e quindi esprimerle in poche formule stereotipate.» Queste formule stereotipate vanno ripetute continuamente, perché «solo la ripetizione costante riuscirà alla fine a imprimere un concetto nella memoria di una folla».

La filosofia ci insegna a non essere mai sicuri delle cose che paiono di per sé evidenti. La propaganda, all’opposto, ci insegna ad accettare come assiomatiche certe cose su cui ragione vorrebbe che si sospendesse il giudizio, e intervenisse il dubbio. Scopo del demagogo è creare una coerenza sociale sotto la sua direzione. Ma, come ha accennato Bertrand Russell, «i sistemi dogmatici senza fondamento empirico, come la scolastica, il marxismo, il fascismo, offrono il vantaggio di produrre maggior coerenza sociale fra i discepoli».

Il propagandista demagogico deve quindi essere sempre un dogmatico. Ogni sua affermazione sarà priva di sfumature. Nel suo quadro del mondo non ci sarà posto per il grigio. Secondo Hitler il propagandista deve fare suo « un atteggiamento sistematicamente unilaterale, rispetto ad ogni problema che affronti». Non deve ammettere di potersi sbagliare, o che possa avere in parte ragione chi non la pensa come lui.

Tratto da: Il Mondo Nuovo, di Aldous Huxley  

Fonte: Saigon2K

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