Morire alla ricerca del piacere estremo, esito (in)evitabile della riduzione a oggetto

In quest’ultimo scampolo di estate, complici le temperature quasi africane in pieno mese di settembre, i mass media hanno trovato un ricco filone da sfruttare, per la gioia dei picchi di audience televisiva e delle alte tirature dei giornali: il gioco erotico finito tragicamente in un garage di Roma.
Erano in tre, quella notte, ad avere imbastito un fuori programma in salsa estremamente piccante: un ingegnere quarantaduenne e due ragazze ventitreenni; lui le ha legate l’un l’altra ed entrambe a una tubatura che le teneva sollevate da terra, poi si è limitato ad assistere; loro, dandosi delle spinte coi piedi per poter respirare, a turno, erano le protagoniste volontarie di una pericolosa altalena umana ad alto gradiente erotico.
A un certo punto, una delle due si è sentita male ed è svenuta, afflosciandosi a terra; l’altra è stata sollevata dal contrappeso ed è morta soffocata, prima che l’uomo riuscisse a intervenire, tagliando le funi con un coltello; la prima è rimasta per qualche tempo senza ricevere ossigeno al cervello e adesso lotta per la vita in un ospedale, con il rischio concreto di non farcela oppure di risvegliarsi a un’esistenza segnata da un danno cerebrale irreversibile.
Al di là delle ipotesi processuali che già si profilano circa il rispettivo grado di responsabilità di quelle tre persone e al di là, anche, sia del facile moralismo, sia della morbosità ipocritamente travestita da umana compassione, crediamo sia cosa non inutile svolgere una breve e pacata riflessione su una tendenza che ha visto emergere, in questo fatto di cronaca nera, una delle sue punte estreme, ma non così rara come si potrebbe immaginare.
Le statistiche ci dicono che un migliaio di persone perdono la vita ogni anno, nel mondo, nel corso di pratiche analoghe; si cita il caso di personaggi famosi, come l’attore David Carradine, decedute nel corso di giochi di autoerotismo; e la lingua italiana si appresta ad accogliere una nuova bordata di neologismi stranieri dei quali nessuno, fino a ieri, sapeva nulla, ma che ora diventano d’uso obbligatorio: bondage, shibari, breath play.
Ma che cosa sospinge un numero crescente di persone a cercare il piacere sessuale estremo, anche a rischio della vita, magari organizzandosi in apposite confraternite di sedicenti esperti e cercando nel gruppo quella legittimazione morale e quella pretesa dignità sociale che, altrimenti, sentirebbero impossibile rivendicare con fierezza?
Intanto, bisogna osservare che le protagoniste principali di siffatte pratiche, non solo nel caso romano, sono delle donne, generalmente giovani; gli uomini suggeriscono, incoraggiano, offrono assistenza in senso tecnico, dopo di che si mettono a fare gli spettatori, in genere completamente vestiti; le donne, spogliate, legate, imbavagliate, immobilizzate, si contorcono nelle spire delle funi, annaspano, sudano, soffrono, si contorcono, si immedesimano completamente nel ruolo delle vittime torturate, pur essendo pienamente consenzienti.
È un gioco sadomasochista, nel quale l’uomo svolge una parte quasi soltanto simbolica: rappresenta il male, la violenza, ma anche e soprattutto colui che, assistendo, si eccita enormemente; le donne, in apparenza inermi e torturate, in effetti svolgono la parte principale, conducono le redini del gioco, perché da loro dipende l’eccitazione del maschio, ma anche quella di se stesse: è il piacere voyeuristico di essere guardate, di strappare all’altro brividi di piacere, mentre si mescola il proprio piacere con la propria sofferenza:.
È una forma altissima di gratificazione narcisistica, che sconfina nel delirio di onnipotenza: perché riuscire ad essere, contemporaneamente, soggetto e oggetto di piacere, senza lasciarsi toccare nemmeno con un dito e, addirittura, quasi senza potersi muovere, tanto meno senza potersi toccare o accarezzare, offre, probabilmente, la sensazione unica e irripetibile di possedere un potere immenso, smisurato, lì al confine estremo fra Eros e Thanatos, fra Sesso e Morte.
Tutto questo è perfettamente in linea con la riduzione della donna a cosa e, più in generale, del soggetto umano a mero oggetto, in questo caso a oggetto di piacere: un processo che parte da lontano, almeno dalla metà del secolo scorso e che il cinema, la pubblicità televisiva, la letteratura erotica (come non ricordare le varie «Emmanuelle» e le varie «Histoire d’O»?) hanno costantemente e testardamente coltivato, alimentato, magnificato, esaltato, perfino idealizzato, a dispetto della sua essenza sordida e triviale.
Ma non c’è soltanto questo, in vicende come quella del garage di Roma; c’è anche dell’altro, qualche cosa che ha a che fare con la cultura pseudo libertaria ed esasperatamente edonistica propria della tarda modernità; e, più ancora, con il Verbo della dottrina femminista e neofemminista, sostenuto anche da importanti settori dell’editoria e della stampa d’indirizzo laicista e radicale.
Una cosa, infatti, balza all’occhio, nella cultura sessuale degli ultimi anni; e la si nota specialmente sfogliando i giornali femminili e leggendo le rubriche fisse che psicologi di grido vi tengono regolarmente, pontificando dall’alto della loro scienza inarrivabile, che dispensa felicità a tutti, purché si aderisca incondizionatamente ad ogni suo dogma: l’accentuazione sistematica, ossessiva, maniacale, della questione dell’orgasmo, soprattutto femminile.
Tutto ruota intorno all’orgasmo: come l’Alfa e l’Omega delle nuove Tavole della Legge, si direbbe che con esso tutto incominci e tutto finisca.
Secondo questa dottrina l’intera umanità, e specialmente il genere femminile, si distingue in due categorie nettamente separate e inconciliabili: quelli che raggiungono l’orgasmo e quelli che non lo raggiungono; i primi sono i beati, i secondi sono i dannati; i primi sono beati per loro merito e virtù, i secondi sono dannati per loro colpa e scorno.
Raggiungere l’orgasmo, per una donna, è pressappoco dare un senso alla propria vita; non raggiungerlo, equivale a scivolare nel Limbo dei semi-vivi o piuttosto dei semi-morti, il Limbo delle donne fallite, buone a nulla, inutili a se stesse e al mondo intero.
Tutta la sessualità, tutta l’affettività, tutto l’orizzonte esistenziale, si riducono a questo: raggiungere l’orgasmo; anzi, gli orgasmi: due, tre, quattro o cinque per volta; bisogna contarli puntigliosamente e registrarli sulla tabella quotidiana: oggi tre, domani quattro, e così via; solo così si potrà misurare il progresso e quantificare lo star bene con se stesse.
Si noti che identificare la persona con il corpo, il piacere con gli organi genitale, la felicità con l’orgasmo, significa, tra le altre cose, deprezzare l’elemento della relazionalità: non è importante come o con chi si raggiunge l’orgasmo; l’importante è raggiungerlo ed averlo multiplo. Tutto va bene pur di raggiungere l’obiettivo: il partner, in questa prospettiva, è un elemento accessorio e puramente meccanico: è null’altro che un pene capace di eseguire la penetrazione e di mantenere l’erezione per un tempo sufficientemente lungo da offrire alla donna la possibilità di numerosi orgasmi consecutivi.
La donna, dunque, viene ridotto a una vagina, a un clitoride eternamente bramoso di soddisfazione; l’uomo, ad un pene eternamente pronto alla bisogna: la riduzione delle persone a cose è reciproca e bipartisan, della donna verso l’uomo e dell’uomo verso la donna; e tutti possono vivere felici e contenti.
Al limite, non c’è nemmeno bisogno del pene o di alcuna forma di contatto fisico da parte dell’uomo; anche il semplice sguardo può bastare, purché la stimolazione erotica sia facilitata, si fa per dire, da un apparato eccitante di tipo sadomasochista, fatto di cinghie, corde, manette, bende, bavagli e altre pastoie, più o meno assimilabili a qualche lontana forma d’arte giapponese: così, tanto per dare una patina di rispettabilità culturale a una serie di pratiche che, a ben guardare, sono semplicemente degradanti, tanto per chi le pratica quanto per chi si limita ad assistervi o a prestarvi un’opera sussidiaria.
Perché l’ipocrisia, ormai, è giunta a un punto tale che non si ha il coraggio di praticare il sesso sadomasochista chiamandolo per quel che è; no, bisogna abbellirlo e renderlo socialmente presentabile, “sdoganarlo” per così dire, liberandolo dalle odiose censure e repressioni della cultura cattolica.
Una volta che si sia riusciti a fare questo, magari con l’aiuto di nomi esotici come “bondage” e “shibari”, il più è fatto: un altro passo verso l’anticonformismo di massa è stato compiuto, l’importante è sentirsi parte di un gruppo socialmente rilevante e, in nome del relativismo etico, far passare l’idea che tutto sia uguale a tutto, che quindi non si possa né si debba condannare nulla e che qualunque cosa sia buona, purché venga praticata da gruppi socialmente riconosciuti e, magari, legalmente autorizzati.
Un po’ come il matrimonio gay: non importa che sia una assurdità in termini; importa che sia riconosciuto per legge e, poco a poco, introiettato dalle coscienze, in nome della libertà e del pluralismo (quanti fraintendimenti dietro questi concetti, sbandierati a ogni pie’ sospinto, ma con intenti strumentali); dopo di che il gioco è fatto, e chi la pensa diversamente è un  retrogrado, un reazionario, un sessista e, naturalmente, un fascista.
Si osservi con quanto sussiego, con quanta seriosità, in occasione di questo fattaccio di cronaca nera, dei sedicenti esperti di arti sessuali estreme si offrono ai microfoni e alle telecamere; con quanta finta nonchalance e con quale linguaggio forbito riescono a presentarsi come dei cittadini assolutamente normali, che coltivano i normali spazi di libertà riconosciuti dalla legge e che, semmai, si sentono depositari di una marcia in più, non certo di qualcosa in meno, rispetto alle persone comuni, le quali non hanno mai osato praticare le meraviglie del “breath play”, bella parolona inglese che significa, prosaicamente, “strangolamento”.
Il piacere di strangolarsi da se stessi per potenziare al massimo l’orgasmo; il piacere di farlo davanti allo sguardo altrui, in modo da eccitare l’altro e, a propria volta, da eccitare ancora più se stessi, sapendo di rappresentare una potentissima fonte di piacere visivo: ah, che meraviglia essere moderni e progrediti in queste cose, privi di pregiudizi moralistici, coraggiosamente aperti a qualunque esperienza che sia nuova, strana, eccessiva, in nome del sacro diritto all’orgasmo garantito!
Manca poco che qualche solerte parlamentare proponga di far approvare dalle Camere una legge sul diritto all’orgasmo e che qualche sindacato si accinga a proclamare lo sciopero, qualora anche un solo cittadino si vedesse negato o contrastato un tale diritto, per incuria o malafede altrui, venendo così defraudato di un elemento fondamentale della vita civile.
Non ci sono limiti al grottesco, una volta che si sia rotta la diga della distinzione fra il Bene e il Male, fra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, in nome di un laicismo e di un libertarismo deliranti, ubriachi di se stessi e ben decisi ad imporsi come la nuova fede progressista e illuminata del terzo millennio.
Quanti genitori, quante maestre, quanti educatori, parlano ancora ai bambini del Bene e del Male e insegnano che vi sono delle cose lecite e delle cose illecite, delle cose di cui si può andare fieri e delle altre di cui ci si dovrebbe piuttosto vergognare?
Ben pochi, da quando è stata contrabbandata come fosse merce buona l’idea, imbecille e devastante, che tutto è ugualmente buono e che tutto è ugualmente lecito, purché ciascuno sia se stesso e non violi una legge esplicita del codice penale.
Bisogna vedere, infatti, che cosa quei signori intendano con l’espressione «essere se stessi»: perché non ci vuol molto a rendersi conto che, per loro, si tratta semplicemente di indulgere a tutti i propri comodi, a tutti i capricci, a tutte le scorciatoie e a tutti i bisogni artificiali che il modello consumista ha diffuso nella società, spacciandoli per esigenze autentiche dell’individuo.
Non è certo questo il vero essere se stessi; anzi, è esattamente l’opposto: è il saper riconoscere, in mezzo alle voci inutili e al ciarpame indotto dall’esterno, la propria parte più autentica, quella che siamo chiamati a far emergere, a coltivare, a valorizzare, a far crescere secondo verità e giustizia.

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=40148

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15 Responses to Morire alla ricerca del piacere estremo, esito (in)evitabile della riduzione a oggetto

  1. Kid says:

    Questo post mi lascia perplesso.
    Parte da una vicenda senza dubbio scioccante e tragica, e da pratiche sadomaso davvero estreme che più estreme non si può, per parlare della nostra società in modo completamente assurdo, allarmistico e lontano anni luce dalla realtà quotidiana che ognuno di noi può tranquillamente constatare coi suoi occhi. Io mi ritengo una persona normale… cioè tranquilla, sana e abbastanza di buon senso… bene, da persona normale non me la sento proprio di dire che chi pratica il sadomaso è sempre automaticamente un individuo perverso, senza freni, che non sa distinguere tra bene e male, che fa qualcosa di cui si dovrebbe vergognare… davvero, non me la sento di dare un giudizio così categorico, generale, assoluto, violento oserei dire; chi pratica sadomaso può esserlo o non esserlo esattamente come chi non pratica sadomaso. Dare magari qualche schiaffo o qualche sonora sculacciata alla propria moglie, o al proprio marito, o -per chi convive- al proprio partner, non mi sembra una cosa così perversa, malata, fuori dal mondo, da vergogna; mi sembra una maniera abbastanza particolare e curiosa di divertirsi con il proprio amore, di vivere quella che è l’intimità di coppia; di sicuro, nessuna persona con un minimo di ragionevolezza può dire che è sullo stesso identico piano del breathe play o del bondage, che sono anch’esse pratiche sadomaso ma molto, molto, estreme e rischiose.
    Anche il riferimento al matrimonio gay lo trovo errato… l’espressione ‘matrimonio gay’ è un’espressione giornalistica; in realtà, legalmente, si tratta di cancellazione del requisito di essere per forza un uomo e una donna per potersi recare in Municipio a unirsi in matrimonio civile. Il matrimonio civile è l’istituzione laica che il nostro ordinamento legislativo prevede per i fidanzati che si amano a tal punto da desiderare di fondere le proprie esistenze, essere riconosciuti e trattati dalla legge e dalla società tutta come una cosa sola. Tale cancellazione è già avvenuta in diversi Paesi d’Occidente (Spagna, Portogallo, Svezia, Norvegia, Canada, New York, Argentina, eccetera) a cui ne stanno seguendo molti altri. Qui in Italia, al momento, si discute meramente di registrazioni e tutele legali per chi convive al di fuori del matrimonio… non a caso si parla spesso di concetti legali ‘nuovi’ come ad esempio il Pa.C.S. – Patto Civile di Solidarietà tra conviventi, che la Francia ha da ben 12 anni.

  2. Donato says:

    La tua perplessità è legittima ma probabilmente la realtà descritta è lontana anni luce da quella che tu in prima persona percepisci,come è legittimo che tu esprima la tua opinione.

    Temo che il concetto di normalità sia piuttosto soggettivo,soprattutto se applicato ad eventi come questo,eventi che superano decisamente il confine dello schiaffetto alla moglie o alla fidanzata,come anche tu fai notare ma l’articolo non fonde le due categorie,occupandosi esclusivamente delle derive più estreme di certi ambiti.(tu te la sentiresti di definire pratica sadomaso uno schiaffo sul culo?).

    Espressione giornalistica o no,di fatto se due uomini vanno in municipio a sposarsi,contraggono matrimonio ed essendo omosessuali”matrimonio gay”mi sembra che sia una definizone appropriata.

    Scevro da qualsiasi moralismo concludo convenendo che ognuno ha il diritto di vivere la propria sessualità come meglio crede,il problema semmai risiede nelle ragioni che portano alcuni a sviluppare certi comportamenti.

    • Kid says:

      @ Donato…
      Sì, direi che me la sento di definire ‘sadomaso’ qualche schiaffo sul culo… perché lo è. Sarà sadomaso soft, ma sadomaso resta. Il termine sadomaso è un termine molto generico, che indica una ‘galassia’ di cose, ci sono cose molto leggere, appunto: soft, cose medie, cose pesanti, cose molto pesanti, cose estreme.
      Sui matrimoni civili tra fidanzati dello stesso sesso anch’io ritengo che, colloquialmente e giornalisticamente, l’espressione “matrimoni gay” possa andare benissimo… un po’ come l’espressione “matrimoni misti” o “matrimoni interrazziali” laddove si vuole indicare qualche matrimonio i cui contraenti sono di razza diversa. Nel commento di prima infatti mi sono espresso in disaccordo non con l’espressione in sé. ma con l’uso che ne fa chi ha scritto il post. Chi ha scritto questo post ha usato questa espressione del tutto colloquiale e giornalistica facendo finta che sia un’espressione legale… e vi ha ravvisato una ‘assurdità’ che continuo a non vedere.

  3. Donato says:

    http://it.wikipedia.org/wiki/Sadomasochismo

    A questo punto il mio consiglio è quello di leggere con attenzione la definizione di sadomasochismo che puoi reperire al link che ho proposto quì sopra.

    Permettimi una considerazione personale – se ne vogliamo fare una questione semantica e attribuiamo alle parole il significato che ci pare,allora sadomaso soft è anche una padellata sui denti durante un litigio…no Kid,uno schiaffo sul culo non è sadomaso soft,è uno schiaffo sul culo.

    Che poi esistano diversi gradi di “pesantezza” di certe pratiche non lo metto in dubbio,come non v’è dubbio che chi si presta a queste pratiche ha,in misura differente,seri problemi che toccano la sfera dei rapporti sociali,problemi che scaturiscono da una molteplicità di circostanze che credo sia difficile trattare in questa sede.

    Trovo questo articolo estremamente chiaro nelle intenzioni e non mi sento di aggiungere altro a quanto in esso contenuto,se non che l’autore ha voluto mettere in evidenza la deriva anche culturale della struttura sociale attraverso questo argomento.

  4. Kid says:

    @ Donato…
    Ho guardato la pagina di wikipedia che mi hai riportato; quello che c’è scritto in quella pagina non nega affatto che uno schiaffo sul culo possa a tutti gli effetti essere sadomaso: lo schiaffo sul culo è indubbiamente “pratica erotica basata sull’imposizione di sofferenze”… la sofferenza derivante da uno schiaffo sul culo può essere piccola (o può essere pesante se lo schiaffo è dato con forza) ma sempre sofferenza è. Nota che non sto parlando di una poderosa palpata di sedere ma di uno schiaffo o schiaffone dato, appunto, sulle chiappe.

    Io, poi, personalmente non trovo che chi fa sadomaso, perlomeno quello soft o comunque non estremamente pesante, abbia dei problemi. La stessa comunità scientifica moderna tende a non considerare patologico il sadomaso laddove esso è praticato con ragionevolezza e misura (è patologico, quindi definibile “parafilia”, se sostituisce in tutto e per tutto le classiche interazioni impedendo lo svolgersi di rapporti penetrativi e se sconfina nella non-consensualità, nei danni gravi o irreparabili all’altra persona, nel pericolo di vita).

    In ogni caso l’articolo lo continuo a ritenere esagerato, impreciso e assai allarmistico rispetto alla realtà che ho sotto gli occhi quotidianamente.

  5. Donato says:

    Sei tu stesso alla fine del commento a chiarire il bandolo di questo scambio.

    La tua interpretazione dell’argomento si basa sul confronto tra quanto scritto e la realtà che vedi tutti i giorni,ora,a meno che tu non faccia parte della comunità sadomaso – e per definirsi membro non credo che basti qualche soft-ass-spanking sporadico con la fidanzata – la realtà che vivi e vedi non avrà nulla a che fare con quanto descritto in questo articolo,il punto del quale non è certo stabilire i confini di cosa è sadomaso o meno.

    Percepisco da parte tua una preoccupante indulgenza verso quelle che sono decisamente delle deviazioni e bada che come ho già avuto modo di scrivere in precedenza,non ne faccio una questione morale ma riallacciandomi al senso di questo articolo e leggendo alcuni passaggi dei tuoi commenti allora non mi viene che da pensare”mission accomplished”.

    • Kid says:

      @ Donato…
      Io sono un ragazzo che vive in questo mondo, in questo Paese; quando dico che le frasi dell’articolo mi paiono talmente esagerate da essere completamente fuori dalla realtà dico ciò che tutti quanti, sadomaso e non sadomaso, possono constatare nella vita quotidiana: le mamme e i papà insegnano eccome ai bambini cos’è il bene e cos’è il male, di cosa andar fieri e di cosa, semmai, vergognarsi al di là di cosa sta scritto nero su bianco nel codice civile; gli uomini e le donne di questo tempo, nel rapportarsi fra loro, non si focalizzano unicamente sull’orgasmo e sull’orgasmo multiplo, non si percepiscono minimamente come ‘oggetti’; chi pratica il sadomaso non usa termini come ‘breathe play’ e ‘bondage’ per ‘sdoganare’ il sadomaso, che tra l’altro già abbastanza accettato nella nostra società, ma per descrivere una specifica pratica che sta all’interno della galassia infinita che è il sadomaso. L’articolo è palesemente bugiardo, esagerato e allarmista.
      Gonfia quelle che possono certamente essere determinate tendenze presenti nella civiltà contemporanea e le descrive come totalizzanti, assolute, onnipresenti, assillanti.

      L’articolo è stato scritto da un cattolico assai infervorato che non riesce a rendersi conto, o che più probabilmente fa finta di non rendersi conto, del fatto che al di fuori dello stile di vita cattolicheggiante non c’è proprio nessun assedio culturale, non c’è nessunissima voglia da parte di nessuno di far passare l’idea che tutto sia uguale a tutto, che tutto quanto va bene. I cattolici infervorati come questo forse hanno difficoltà a comprendere che ogni volta che si mettono a umiliare la vera e propria laicità delle istituzioni inventandosi di sana pianta il dispregiativo “laicismo”, ogni volta che si mettono a dire che al di fuori della dottrina cattolica c’è il caos (vedi assolutismo vs relativismo), si rendono ridicoli.

  6. Donato says:

    Generalizzare mi sembra decisamente fuori luogo.

    Mi spiego meglio – sostenere,ad esempio,che tutti i genitori insegnino cosa è bene e cosa è male va in netta antitesi con l’assetto socio-culturale odierno,ciò non toglie che esistano soggetti che fruendo del proprio sudato equilibrio siano poi nelle condizioni di trasferirlo alla prole,poiché oltre le parole,per quanto condivisibili,tutti noi strutturiamo e abbiamo strutturato le nostre attitudini comportamentali soprattutto sulla coerenza o meno di chi ci ha educati(nucleo famigliare,istituzioni e media) e non sulle affermazioni prive di conseguenze concrete.

    Come trovo errato identificare generalizzazioni nel contenuto di questo articolo che,anche se scritto esprimendo una certa veemenza,non lascia trasparire estremismi “cattolicheggianti” che non si vogliano a tutti costi vedere,ma bensì un’analisi strutturale di certe derive socio-culturali mascherate da progressismo emancipante dai dogmatismi che ne precluderebbero l’evoluzione.

    Del resto,basterebbero le quotidiane interazioni,unite ad una chiave di lettura adeguata,per comprendere come certi nuovi paradigmi stiano prendendo piede,demolendo alla radice ogni spontaneo tentativo di orientarsi adeguatamente nell’interfacciarsi con il prossimo,operazione che per i più,risulta quantomeno problematica.

    Per concludere – rispetto la tua ottica in merito ma dissento energicamente dalla tua visione che trovo occlusiva e ironicamente dogmatica.

    • Kid says:

      @ Donato…
      A me sembra che l’unico che generalizza, in diverse parti, è proprio chi ha scritto quell’articolo. Io in quello che scrivo sono ben lungi dal generalizzare; ad esempio, per quanto riguarda l’educazione dei figli, non intendo dire che proprio tutti quanti -ripeto: tutti quanti- i genitori insegnino ai figli cos’è bene e cos’è male andando oltre quello che c’è scritto nelle leggi… intendo segnalare che di solito è questo quello che avviene; che non è affatto vero che sono ‘ben pochi’ i genitori che fanno fino in fondo quello che è il loro dovere educativo, come invece sostiene chi ha scritto l’articolo. Io sono un ragazzo che vive in questo mondo, in questo Paese… non è che sono un eremita che vive in una baracca sperduta in mezzo ai monti o un uomo che vive confinato in un paesino di 40 anime… la realtà raccontata dall’articolo è immaginaria, ben lontana dall’Italia contemporanea.

      Io queste “analisi strutturali”, nelle frasi dell’articolo, non ne vedo, proprio come non vedo dove stiano queste fantomatiche “derive socio-culturali” di cui parli… nella società contemporanea, come un po’ in tutte le società, ci sono tendenze più o meno positive… parlare addirittura di “derive” riferendosi all’Italia di oggi mi sembra oltremodo esagerato e inutilmente allarmistico. Ti preciso, infine, che non ho parlato di “estremismi” cattolicheggianti ma della volontà di alcuni di far finta che al di fuori dello stile di vita cattolicheggiante -ossia appiattito in modo più o meno completo sulle ‘direttive’ ideologiche e comportamentali che emana la chiesa cattolica- ci sia il caos, siano tutti bramosi di far passare l’idea che qualsiasi cosa debba essere considerata giusta e magari pure lecita.

      • vanesalia says:

        1) Dici che le pratiche sadomaso sono molto presenti nella società odierna, pensi che sia dovuto ad una questione culturale o cosa è che spinge uomini e donne a provare piacere SOLO attraverso infliggere dolore e provare dolore?
        2) Uno schiaffo sul culo non è assolutamente sadomaso, ovviamente può essere anche dentro le pratiche sado-maso ma questo da solo non basta a qualificare un rapporto come sado maso per il semplice motivo che il piacere e oggetto di desiderio non è posto sullo schiaffo ma sull’altra persona. In una coppia che non pratica sado maso ci può stare lo schiaffo come no e la sua assenza non impedisce il raggiungimento del piacere, nella pratica sado-maso se viene a mancare il dolore provocato e sentito non c’è piacere.

  7. Donato says:

    @Kid

    Che tu non veda certe sfumature della realtà non significa che queste non esistano.

    Abbi l’onestà di lasciare aperte diverse ipotesi,anche se queste non collimano con le tue certezze autoreferenziali.

    Grazie dello scambio.

  8. io says:

    Non capisco, c’è chi va in moto a 300km/h ed è un rischio per se stesso e per gli altri non consenzienti e nessuno dice niente. Per dei giochi erotici, dove le persone coinvolte sono maggiorenni e consenzienti, scatta questa cosa. Non sono un sadomasochista, ma non sono d’accordo a condannare dei gusti e che questo significa ridurre ad oggetti le persone. Il sesso è un gioco. E ci sono giochi pericolosi e non pericolosi. Ed ogni gioco si fa per una cosa: il piacere. Che sia fare una scala 40 o fare sesso. Non credo che ci si possa arrogare il diritto di condannare chi sceglie di giocare secondo alcune regole. L’importante è che le persone coinvolte siano consapevoli dei rischi e che siano tutti consenzienti.

    • vanesalia says:

      Forse perchè il tema della sessualità continua ad essere un tabù nonostante l’enorme sdoganamento sia stato fatto tanto da arrivare al punto che pensare che se due persone nell’atto amoroso arrivano ad uccidersi è un gioco ed è normale? Se la propria sessualità mette a rischio la vita…stiamo già parlando di altro che va molto oltre la sfera semplicemente sessuale. E questo blog non si propone giudicare il singolo ma osservare soltanto comportamenti generali.

  9. Kid says:

    @ Vanesalia…
    In realtà non ho detto che le pratiche sadomaso sono molto presenti (anche se comunque lo sono non poco, a sentire i tg di questi giorni), ho detto che nella nostra civiltà il sadomaso -soprattutto se soft- è abbastanza accettato. Ti preciso poi, per rispondere sia alla prima sia alla seconda domanda, che chi pratica sadomaso non è necessariamente un ‘fissato’, quindi ‘parafilico’: dire che tutti quello che praticano sado-maso provano piacere solo e unicamente laddove c’è il dolore è cosa molto ma molto lontana dalla realtà.

    @ Donato…
    Non penso si tratti di vedere o non vedere “sfumature”, né di chiudersi o meno nell’auto-referenzialità: l’articolo, a quanto noto, esagera e non poco, fa grossi e assurdi allarmismi, descrive una realtà immaginaria piena di gente bramosa di far passare l’idea che qualsiasi cosa esista sia giusta e lecita.
    Grazie anche a te per lo scambio.

    • vanesalia says:

      Scusa, Kid, ma la questione del dolore è la base del sado-masochismo, tant’è che ci si riferisce ad una persona sadica o masochista se questa prova piacere nel provocare dolore o sentire dolore. Nella pratica sado-maso questi due elementi si combinano, sono complementari, sennò non si parlerebbe più di sado-maso (ma si avrebbe un sadico e/o un masochista separatamente). O pratichi sado-maso o non lo pratichi, le sfumature sono possibili ma da qui a parlare di sado-masochismo soft…a mio avviso ce ne passa. Quel che tu ritieni sia soft lo leggo più come una ricerca a giustificare determinate pratiche che, se accettate all’interno della coppia, considero siano esclusività della coppia e ognuno liberissimo di vivere e di godere come meglio crede, ma questo non toglie che si è in un campo dove c’è qualcosa legato al piacere e al godimento che tocca altre sfere e altre problematiche. L’articolo riporta esempi di tecniche utilizzate portate al loro estremo e quello che questo implica a livello psicologico e vitale.

      E’ proprio il tuo criterio di dividere tra soft e non quello che invece mi preoccupa. E per farti capire meglio quello che questo tuo pensiero suscita in me mi vien da pensare ad altri esempi: un violento potrebbe considerarsi non violento ma “poco” violento se invece di picchiare e di abusare sessualmente di qualcuno si limita soltanto a picchiarla. O di un pedofilo che si sente poco pedofilo solo perchè si eccita guardando foto di bambini ma non andandoci a letto….

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