Libia : Washington prepara la sua rivincita

                                                          Jeffrey Feltman

Come ho spiegato in maniera alternativa nei miei articoli, la NATO il 1° luglio ha perso politicamente la guerra di Libia, nel momento in cui 1.700.000 libici sono scesi nelle vie di Tripoli per schernire l’alleanza e scherarsi in blocco con Mouammar Gheddafi [1].

Restano da trarre le conseguenze di questa disfatta. È quello che Washington ha fatto rapidamente, senza pensare che fosse necessario mettere al corrente i suoi alleati della velocità del suo cambio di direzione, e neppure della sua nuova strategia.

Rubare gli averi e prepararsi al saccheggio

Intanto, la Casa Bianca ha deciso di rubare quanto più possibile dei beni libici, per confermare di non avere profuso i propri capitali per niente. Hillary Clinton è stata informata di questa decisione mentre era a bordo del suo aereo diretto a Istanbul. Non ha avuto niente da dire, ma solo da ubbidire.

Da notare che i turchi e i francesi avevano inviato i colleghi della Segretaria di Stato. Erano arrivati con le loro proposte che sono state messe subito nel guardaroba, senza essere autorizzati neanche a esporle.

La riunione si è ridotta a una seduta di registrazione. I membri del Gruppo di contatto sono stati informati della decisione della Casa Bianca di fare un inventario dei beni libici e di farli intascare al Consiglio Nazionale di Transizione libico. Questo si applica sia ai beni finanziari che all’autorizzazione per trasmettere dal satellite Nilesat, o anche allo sfruttamento petrolifero nella zona controllata dalla NATO. Per realizzare questo saccheggio, i membri del Gruppo di contatto, visto che non l’avevano ancora fatto, sono stati ancora pregati di riconoscere il CNT come unico rappresentante del popolo libico al posto della Jamahiriya Araba Libica [2]. Sono stati informati che l’operazione era supervisionata dal Libyan Information Exchange Mechanism (LIEM), di cui si era laconicamente annunciata “l’attivazione” nel corso della riunione precedente, tenuta il 9 giugno ad Abu Dhabi.

Tuttavia, nessuna notizia è trapelata a proposito dello stato giuridico del Consiglio Nazionale di Transizione o del LIEM. Tutto lascia pensare che la Casa Bianca stia costruendo un dispositivo simile a quello che aveva funzionato così bene in Iraq [3]. A Baghdad, Washington aveva subito aperto l’Ufficio per la Ricostruzione e l’Assistenza Umanitaria – l’Office of Reconstruction and Humanitarian Assistance (ORHA) -, diretto dal generale Jay Garner. Si seppe in seguito che l’OHRA era stato istituito con una direttiva presidenziale segreta firmata prima ancora che al Consiglio di Sicurezza si parlasse di un conflitto. Contrariamente a quello che il nome potrebbe far pensare, questo organismo era collegato al Pentagono.

Per via delle somiglianze, lo stesso vale per il LIEM, anche se, ufficialmente, l’amministratore è un italiano.

A Baghdad, l’ORHA fu assorbito velocemente dall’autorità provvisoria della Coalizione, (Coalition Provisory Authority – CPA), diretta per L. Paul Bremer III che fu plenipotenziario per un anno. Ho già fatto notare che la CPA non era un ente di diritto internazionale, né di diritto statunitense, ma solo una società privata. Tuttavia, si ignora ancor oggi dove sia registrata e chi fossero gli azionisti. La sola cosa certa è che la CPA si dedicò al saccheggio sistematico del paese e si ritirò solamente dopo aver costretto il futuro governo iracheno ad approvare una serie di leggi asimmetriche che garantivano alle multinazionali il diritto di sfruttare pesantemente il paese per 99 anni.

Senza alcuna sorpresa, ci possiamo aspettare che, una volta raggiunto il “cessate il fuoco”, il LIEM sarà assorbito a Benghazi in una sorta di CPA.

Negoziare un’uscita militare

In secondo luogo, subito dopo la riunione, Washington ha avviato dei negoziati con Tripoli. Si dovranno svolgere a Tunisi. La delegazione statunitense è guidata dall’assistente alla Segreteria di Stato per il Vicino Oriente, Jeffrey Feltman.

Nel vocabolario imperiale, il Vicino Oriente (Near East) indica tutti gli Stati arabi dell’Africa settentrionale, del Levante e del Golfo, più Israele. E il titolo di assistente alla Segreteria di Stato indica un proconsole. Così Jeffrey Feltman ha l’abitudine di ricevere i suoi visitatori a Washington mentre sposta la sua mano con gesti larghi su una mappa geografica del “Vicino Oriente”, spiegando per presentarsi: “Questa è la mia giurisdizione”.

Aprendo delle trattative dirette, Washington ha chiuso il canale permanente di negoziati curati da Parigi. Dall’inizio del conflitto armato, il colonnello Gheddafi ha discusso continuamente col presidente Nicolas Sarkozy e il suo ministro, Alain Juppé. Con loro ha già elaborato diversi piani per uscire dalla crisi, ognuno da promesse fatte di nascosto, ma sempre censurati dalla Casa Bianca.

All’inizio della riunione, Jeffrey Feltman si è espresso come se dovesse fissare un ultimatum e non come se fosse impegnato in un processo diplomatico. È il comportamento abituale di un proconsole, ma non ha bisogno di cambiare la sua natura per dimostrarsi arrogante e fragile, è il suo modo di essere da quando sua sposa, una brillante storica dell’arte, è riuscita a calmarlo.

Una volta terminato il suo numero da dominatore, il piccolo Jeffrey Feltman è diventato via via più conciliante. In definitiva, Washington ha ammesso di aver perso la partita e finge di rinunciare alle sue ambizioni locali. La Casa Bianca si accontenterebbe di un “cessate il fuoco” dove la NATO non debba controllare la Cirenaica nel suo insieme, ma solo tre enclave tra cui Benghazi, ma probabilmente non Misurata. La NATO cederebbe il suo posto a una forza di pace delle Nazioni Unite.

In base al calendario, il Ramadan, che quest’anno va dal 1° al 29 agosto, darebbe un’opportunità per interrompere i bombardamenti e per effettuare questa transizione.

Le uniche condizioni di Washington: dimostrarsi generosi per le concessioni petrolifere e quelle del gas, e organizzare il ritiro anticipato della “Guida”. Dal lato libico, la prima richiesta può anche essere discussa, ma la seconda è un affronto, visto che Mouammar Gheddafi è diventato nel corso del conflitto il simbolo dell’unità e della resistenza alla “aggressione delle Crociate”. La delegazione considera questa richiesta un’umiliazione.

Come risposta, un libico, il cui il fratello è morto in combattimento, venerdì 21 luglio ha deciso di vendere la sua fattoria per finanziare l’esposizione sulla Piazza Verde di Tripoli di un gigantesco ritratto dell’eroe nazionale.

Preparare una seconda fase

In terzo luogo, questa nuova direzione della NATO non significa un abbandono definitivo delle ambizioni di Washington. Fin da subito ci si prepara a una nuova fase. Una volta che sarà entrato in vigore il “cessate il fuoco”, gli Stati Uniti metteranno in campo un’intensa attività segreta per sovvertire lo schieramento politico.

Basandosi su un’analisi britannica incompleta, Washington aveva creduto che le tribù ostili a Mouammar Gheddafi si sarebbero unite al Consiglio Nazionale di Transizione. Gli esperti del Consiglio di Sicurezza nazionale furono sorpresi di vedere al contrario una riconciliazione con la “Guida” e che le tribù si erano unite a lui per combattere l’ingerenza straniera. Converrà dunque, durante la tregua, stringere dei contatti diretti e convincerli di scegliere il campo occidentale se si dovesse presentare una nuova occasione.

D’altra parte, grazie alla copertura offerta ai membri della NATO che non hanno partecipato alle operazioni militari da parte delle operazioni umanitarie intraprese dalle false organizzazioni non governative”, la CIA e il Pentagono vogliono schierare i propri agenti per la destabilizzazione. Fin d’ora, si discute di corridoi umanitari, aerei, squadre di assistenza, eccetera, che serviranno da copertura per le azioni segrete. L’intenzione è quella di deviare il processo di riforma che Saif el-islam el-Kadhafi aveva già iniziato prima della guerra per poter fomentare una rivoluzione colorata. Questa potrebbe essere sufficiente per prendere il potere. E nel caso fallisse, fornirebbe il pretesto per la ripresa delle operazioni militari.

Comunque sia, Washington si rifiuta di rimanere nella situazione attuale e prepara la sua rivincita. Facendo blocco, il popolo libico l’ha tenuta in scacco. Per vincere, l’impero dovrà riuscire a dividerlo.

http://www.voltairenet.org/Libia-Washington-prepara-la-sua

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