Walter Amatobene, l’incursore della pace

Dopo Alessandro Gandolfi, la Gazzetta di Parma ci presenta un altro “apripista”.
Questa volta “del libero scambio”, in terra d’Afghanistan.
Un gentile presente dei Paesi occidentali che però le popolazioni locali sembrano restie ad apprezzare, a giudicare dal benvenuto che gli hanno riservato e dall’abitudine di indossare elmetto e giubbotto antiproiettile mentre i suoi camion sono scortati dai Lince.
Forse hanno capito che a motivare gli incursori come Amatobene non è il raggiungimento della pace ma gli “interessi del mondo” e le “commesse per anni”.

L’attacco finale in Afghanistan non lo sferreranno i carri armati o gli elicotteri, ma i camion, i treni carichi di container. Un dilagante viavai nel nome dell’import-export sulla Via della Seta. Ogni contratto un tassello in più nel Risiko della convivenza. Nell’esercito chiamato a vincere la pace a Kabul e dintorni, Walter Amatobene è una sorta di incursore. Romano di nascita, parmigiano per scelta (qui vive da 35 anni, girando in largo e in lungo), ex direttore alla Gondrand e fondatore della Mondial Express, della quale ora è amministratore, è un apripista del libero scambio in Afghanistan. Prima o poi, qualcuno andrà anche laggiù, dicono gli analisti. Lui lo fa già, Marco Polo del terzo millennio.
«Ho spedito il primo camion nel marzo del 2009: ora siamo arrivati a 120. Spedizioni di sanitari, prefabbricati, condizionatori, gruppi elettrogeni: tutta roba che resterà alla popolazione o alla polizia afgana, dopo il ritiro dei nostri». Questione di coerenza, per chi lavorava con il Libano nel 1983 e con la Somalia nel 1994. «C’era la Folgore in entrambi i casi» sorride lui, che il militare l’ha fatto da basco amaranto e ora si occupa del sito congedatifolgore.com. «In Mozambico, invece, c’erano gli alpini paracadutisti». Già, il Mozambico. E Haiti, novità degli ultimi mesi. Altro che le nostre giungle d’asfalto. C’è sempre un luogo fuori rotta da raggiungere con un carico: dove la giungla magari è anche vera e l’asfalto un lusso. O un deserto seminato a ordigni.
«Purtroppo abbiamo ancora i nostri morti. Una schiacciata minoranza di talebani riesce a colpire. Ma sono sempre più gli attentati sventati grazie ai civili. Gli italiani sono benvoluti e rispettati, perché a loro volta rispettano». A staccare i detonatori è anche l’aumento del reddito della gente. «C’è sempre più ricchezza e questo ha creato voglia di stabilità. La logistica sarà l’ultimo impulso che permetterà di stabilizzare il benessere in questo splendido e terribile Far West ricco di litio, oro, rame e marmo. Ancora a lungo ci sarà chi sparerà agli sceriffi, ma qui stanno confluendo gli interessi del mondo. Nella sola zona occidentale, da costruire ci sono 1.500 chilometri di strade, 1.000 di ferrovie, gli aeroporti di Herat e Farah: commesse per anni».
In Afghanistan, Amatobene è stato quattro volte. L’ultima pochi giorni fa. «Avevo dieci camion da consegnare a Herat. E volevo vedere a che punto è la ferrovia tra Hairatan, ai confini con l’Uzbekistan, e Mazar-e-Sharif». I destini dell’antica Via della Seta si decidono sui 129 preziosissimi chilometri di una «via di ferro» finanziata dalla Banca dello Sviluppo asiatico. «Grazie a essa, oltre che all’aumento degli scambi – assicura l’imprenditore – riusciremo ad abbassare i costi delle spedizioni. Un trasporto da Parma a Farah (nella zona occidentale, a 120 chilometri dall’Iran) oggi costa oltre 11mila euro ad autotreno. Per merce normale si abbatteranno i costi del 20-30 per cento. Per i carichi fuori sagoma anche del 50». Riducendo anche rischi, tempi e lungaggini burocratiche. Perché ora le merci civili per l’Afghanistan vanno via mare e su gomma attraverso Pakistan e Iran.
«Ho visto scaricare e caricare 15 camion in un giorno dagli afgani: grandi lavoratori, orgogliosi e dignitosi. Lì vedi persone scalze con il cellulare in mano, case di fango con la parabola sul tetto. E’ una civiltà che ha un approccio con la vita diverso dal nostro falsato dal troppo che abbiamo. Sembrerà un paradosso, ma è un popolo pacifico». Lo dice con un sorriso, Amatobene, ricordando il «benvenuto» ricevuto al primo viaggio a Herat. Il tempo di sbarcare dall’aereo, e un razzo esplose sulla pista. «Ma si è in un tale bagno di confusione, in mezzo a tanta gente armata, che si ha la predisposizione a non spaventarsi troppo».
Predisposizione innata per l’amministratore della Mondial Express, che nell’ultima spedizione ha ottenuto di salire sul primo dei dieci Lince assegnati alla scorta dei suoi 15 camion. «In fondo non avrei visto nulla». Poi, nei tratti più a rischio mine è sceso a far due passi con i guastatori («Sul blindato si cuoceva»). Otto ore di strada per 120 chilometri. Amatobene fa quasi prima quando, scarpette ai piedi e lampada frontale, va a Deiva Marina dopo aver lasciato l’auto a Lagdei (se non altro il parcheggio è certo). «Imbocco il primo sentiero tra i monti alle 22, scollino; a Zum Zeri vedo l’alba sul mare, a mezzogiorno sono in acqua». Almeno il ritorno è in treno. «Trasportare» se stesso in quota, di corsa, è la vecchia passione dell’imprenditore della logistica. Sette sono state le sue Cro Magnon, le ultra-trail di 104 chilometri con 5.400 metri di dislivello positivo e 6.400 di negativo. Nei giorni scorsi, il suo campo d’allenamento era la base di Herat: all’alba, prima che s’arroventassero terra e aria. Prima di essere appesantito da elmetto e giubbotto antiproiettile. La tenuta da spedizioniere di oltre frontiera, da incursore della pace.

Fonte: ByeByeUncleSam

Sprofondamento continuo

Il pezzettino riportato in appendice (dal Giornale del 1° luglio) dimostra che, per i Servizi americani e pakistani, Bin Laden era addirittura in ristrettezze di vita e che “era fuori della realtà”. Per di più viveva da anni in quella villa e solo un emerito mentitore può venirci a raccontare che questi Servizi niente sapevano. Altri mentitori, appartenenti ad un ceto politico e giornalistico seguito da torme di “mentalmente devastati”, hanno inneggiato a suo tempo, in preda a delirio, al “primo nero” divenuto presidente degli Usa. Un nero che ha tradito tutti i grandi neri d’America (in testa Malcolm X e Muhammad Alì o Cassius Clay), un erede dello “zio Tom”. Non ha grandi colpe personali se non quella di essere stato eletto con l’appoggio di dati “gruppi”, che gli hanno fornito cifre da capogiro per la campagna elettorale allo scopo di interpretare il mutamento di strategia rispetto ai “neocon”, mutamento già intervenuto nel 2006 (cambio di Rumsfeld con Gates, sebbene tale cambio non dica probabilmente tutto ciò che sarebbe importante conoscere). Leggi il resto dell’articolo

Blogger. La più grande schedatura umana della storia

 

 

“Il 4 dicembre 2009 c’è stato il più grande cambiamento mai avvenuto nei motori di ricerca”. A dirlo è stato il blogger Dany Sullivan, uno dei pochi uomini sulla faccia della terra che non si dimentica mai di leggere i post di Google. Ma andiamo con ordine.
Il 12 giugno scorso sulle pagine del “The Observer”, domenicale del quotidiano britannico “The Guardian”, è uscito un articolo rivelazione di Eli Pariser sul potere nascosto di internet, smascherato, appunto, dal blogger Sullivan. In Italia, grazie al lavoro del settimanale “Internazionale”, il pezzo è stato tradotto e pubblicato sulla rivista. Ma come spesso accade in questi casi, i media italiani, se si esclude un servizio su Sky Italia, non si sono assolutamente interessati della questione.
Il giornalista Pariser scrive che il blogger Sullivan, studioso e attento osservatore del mondo internauta, è stato uno dei pochi al mondo a notare il post (apparso il 4 dicembre 2009) sul blog ufficiale del motore di ricerca californiano Google che getta la maschera a terra e mette nero su bianco la volontà di eseguire “Ricerche personalizzate per tutti” (nome del post).
Cosa si intende? Ecco la spiegazione: Google cerca quotidianamente di capire chi siamo, cosa desideriamo e soprattutto cosa cercheremo. Attraverso un utilizzo massiccio di indicatori, il motore registra tutte le nostre ricerche, i prodotti cliccati o i giornali, e quindi le tendenze politiche, che leggiamo online. Tutti questi dati personali anche se crediamo che, cancellando i cookies o la cronologia, non rimangano in rete, vengono immagazzinati. Perché? Per costruire intorno a noi un grande supermercato fatto per compiacerci e spingerci a consumare o navigare su determinati siti. Facciamo un esempio semplice che può essere trasferito su qualunque individuo: chi vi scrive è di Genova e ha comprato su Internet libri di e su Carmelo Bene. La mia città d’origine si evince dalla mia mail, mentre le passioni dalle mie ricerche online. Ma questi dati non dovrebbero essere segreti? Sbagliato. Infatti, circolando sulla rete, il sottoscritto viene molte volte bombardato da annunci di chat per incontri a Genova e da pubblicità sulle opere dell’attore Carmelo Bene, dimostrando come i motori di ricerca sappiano benissimo chi sono e cosa potrei desiderare.
In molti potranno fare spallucce e parlare di scoperta dell’acqua calda. Il fatto che internet, facebook e molti motori di ricerca abbiano fini commerciali, pubblicitari e consumistici non è una novità, anche se ciò comporta comunque una violazione della nostra privacy. Ma allora dove è questa incredibile rivoluzione scoperta dal blogger Sullivan? Pensate se questa scrematura personalizzata di prodotti, e quindi di mercato, fosse estesa pari passo al mondo dell’informazione, delle notizie. Bene, perché è quello che sta avvenendo.
I motori di ricerca palesano la volontà di registrare ogni click del mouse, di allargare la strategia di mercato consumistica al mondo del sapere. L’articolo di Eli Pariser, a rinforzo di questa tesi, mette sul tavolo dei veri e propri esempi esplicativi arrivati al termine di ricerche: se due persone, nello specifico un ambientalista e un dirigente di una compagnia petrolifera, cercano notizie sul “cambiamento climatico”, trovano risposte contrastanti perché, a seconda dell’individuo, avviene una scrematura dei siti che possono maggiormente concordare con la visione del ricercatore online. Tutto quello che cerchiamo su youtube, che apprezziamo su facebook, che compriamo e visualizziamo su internet, si tramuta in una cartella di informazioni immensa sul nostro conto.
In poche parole la rete sa chi siamo, cosa vogliamo e che tendenze politiche abbiamo. Da qui costruisce un mondo virtuale a nostro uso e consumo, fatto di prodotti e notizie che piacciono a noi. Tutto il resto viene messo in seconda fila, tenuto nell’ombra.
Se questa visione, fino a qualche anno fa, poteva essere considerata pura distopia, dopo il post di Google, si è trasformata in tragica realtà.
Perché non solo, così facendo, si mina la libertà di ricerca autonoma e consapevole, elemento rivoluzionario alla nascita di internet, ma si creano dei mondi artificiali che nascondono il vero in nome del mercato. Il controllo della rete così svanisce, lasciando posto alla più grande schedatura umana che la storia abbia mai visto. Ogni click sul mouse corrisponde ad un click di manette.
Questo genere di raccolta subdola di informazioni, ci sono già studi a riguardo, dilagherà sempre più anche nel mondo televisivo e della comunicazione, dove prove evidenti di “controllo” sono già state registrate. Si lascia l’impressione di poter scegliere, ma in realtà si costruisce una gabbia dorata in cui l’uomo viene spogliato del proprio potere decisionale. Si partoriscono cyborg che leggono e consumano solo ciò che vogliono e non ciò che è rilevante o di cui hanno bisogno.
Come resistere a questa tirannia democratica? Innanzitutto con la consapevolezza: sapere e far sapere che esiste un potere che, attraverso un uso infame della rete, ci vuole schiavi, è già un passo avanti notevole se si pensa alla lobotomizzazione in cui si sta riversando il pianeta.

Fonte: Rinascita

 

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