ALL OUR YESTERDAYS

 

“Gli uomini… sono i beneficiari e al tempo stesso le vittime della propria civiltà. La civiltà li fa fiorire, ma li recide, altresì, quando sono in boccio, oppure semina un cancro nel cuore del germoglio”.

(Aldous Huxley, Island)

Qualche notizia sparsa tratta dalla cronaca degli ultimi giorni:

1) In Svezia è stato istituito un asilo infantile il cui scopo dichiarato è quello di abolire l’identità sessuale. I 33 bambini che lo frequentano non vengono mai chiamati per nome, né con i pronomi maschili e femminili della lingua svedese (rispettivamente “hon” e “han”), ma solo con il pronome neutro “hen” (che è inesistente nella grammatica, ma molto utilizzato nei circoli gay e femministi). Gli abiti che vengono fatti indossare ai bambini sono anch’essi “neutri”, con stelline e colori azzurro e rosa mescolati indistintamente tra maschi e femmine. I giocattoli dell’asilo sono disposti in modo tale da impedire le tradizionali scelte ludiche riferibili all’identità sessuale: bambini e bambine giocano tutti insieme con la cucinetta, con le pentole di plastica e/o con le automobiline. Nei libri in dotazione, favole come “Biancaneve” e “Cenerentola” sono state bandite, in quanto “portatrici di stereotipi”, per essere rimpiazzate da racconti ispirati alla “tolleranza” verso gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. Ad esempio, in una di queste deliziose fiabe si legge di due giraffe maschio che sono tanto tristi perché (ingiustizia della natura!) non riescono ad avere bambini; ma poi, un bel giorno, trovano un uovo di coccodrillo e…

I giochi che sottolineano la mascolinità (ad esempio le finte spade o pistole) sono ovviamente aborriti. Così come anche le bambole, che potrebbero provocare alle bambine inconsulti sentimenti materni, tali da mettere a rischio quella perfetta eguaglianza ch’è vanto delle moderne democrazie. Lotta Rajalin, la grinzosa e ossigenatissima direttrice dell’asilo, nonché ideatrice di questa mirabile iniziativa, dichiara che le differenze biologiche “non significano che bambini e bambine debbano per forza avere differenti interessi e differenti attitudini. E’ una questione di democrazia. Una questione di eguaglianza umana”.

2) Il parlamento greco ha imposto alla nazione un draconiano programma di austerità, attraverso un provvedimento approvato grazie ad un unico voto di scarto e ad una trentina di prognosi riservate generosamente elargite dagli agenti di polizia schierati in Piazza Sintagma ad alcuni rappresentanti del popolo sovrano convenuti sul luogo dello storico evento. Per attuare la disperata missione di soccorso, il piano prevede il rastrellamento di 78 miliardi di euro, di cui 50 da ottenersi con le privatizzazioni e 28 tramite tagli di vario genere. In tal modo dovrebbe essere possibile somministrare all’Ellade moribonda la boccata d’ossigeno dei 12 miliardi di euro di prestiti d’emergenza, gentilmente forniti dal FMI e dai paesi dell’UE, utili ad evitare il default per qualche mese ancora. Poi Zeus penserà al domani. Il primo ministro Gheorgos Papandreou ha dichiarato, con l’angoscia che attanaglia il buon padre di famiglia dinanzi alla grave infermità d’un congiunto, che “senza questi sacrifici, il paese rischia la bancarotta”. L’esporsi allo strozzinaggio perenne del FMI e delle banche europee, lo svendere il patrimonio e la sovranità nazionale, il ridurre all’accattonaggio e alla disoccupazione milioni di cittadini, non sono evidentemente, per Papandreou, fenomeni sufficienti a delineare una “bancarotta” degna di tal nome. E’ probabile che nei dizionari ellenici il termine “πτώχευση” (bancarotta) verrà dotato, nel prossimo futuro, di una nuova e più pregnante definizione, che lo assimili concettualmente, per effetti e magnitudine, ad una collisione tra supernove o all’implosione della Via Lattea, onde superare il riduzionismo insito nell’accezione tradizionale.

3) Michele Serra ha scritto nella sua rubrica su “Repubblica” che i manifestanti No-TAV della Val di Susa sono tutto sommato brave persone, ma che devono deporre immantinente la “grettezza reazionaria” che li spinge ad opporsi al fato ineluttabile, tornare sereni alle loro case ed attendere con fiducia lo sderenamento “dinamico e funzionale” del territorio natìo con cui “lo scomodo ma autorevole patrocinio” delle istituzioni europee li sottrarrà alla “dannazione delle Piccole Patrie”. Se non si fosse premurato di firmare col suo nome questo pregevole delirio, avremmo tranquillamente potuto scambiare il suo scarno comunicato per un discorso di Andrej Zdanov o per un ultimatum dei Borg. La lingua può rinnegare il comunismo fino ad effeminare la voce, ma la penna non ne scorda mai il lessico e la sintassi.

Che cos’hanno in comune queste tre notizie? Voglio dire, a parte dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che nella Grande Patria (Europea) qualunque funzione di pubblica rilevanza, a qualunque livello (dalla direzione delle scuole, alla gestione di una rubrica d’opinione sui quotidiani, alla guida d’un governo), viene riservata soltanto a coloro che siano in grado di esibire idoneo titolo di squilibrio psichico terminale?

In comune hanno ciò che Giambattista Vico delineava nel suo “La Scienza Nuova” in relazione a quei periodi ciclici della storia definiti “Età degli Uomini”: il progressivo prevalere del simbolismo sulle cose, il dominio dell’astrazione mentale sulla realtà fattuale, il distacco incolmabile che finisce per separare ogni teoria dal suo oggetto concreto. In verità, Serra, Papandreou e l’incartapecorita direttrice dell’agghiacciante asilo svedese sono andati ben oltre la separazione del simbolo dalla natura: siamo alla crociata, al pogrom, al genocidio armato che l’astrazione teorica si arroga il diritto di perpetrare contro ogni realtà fattuale che non si conformi alle sue speculazioni intellettive.

Così, nel pensiero della Rajalin, l’”eguaglianza umana” non è un semplice e condivisibile principio organizzativo, che consigli allo Stato di assicurare ai cittadini pari possibilità di partecipazione alla vita sociale, affinché ciascuno possa contribuirvi facendo il meglio che può. E’ invece un dogma ontologico totalitario, che deve essere imposto col ferro e col fuoco anche (anzi soprattutto) su quegli aspetti della realtà – come la fondamentale differenza di attitudini, di comportamenti e dunque di ruoli sociali originante dal dualismo sessuale – che non vogliono saperne di rispondere a princìpi egualitari. L’ovvia osservazione di Vico secondo la quale “idee uniformi nate appo intieri popoli tra essoloro non conosciuti debbon avere un motivo comune di vero” appare una blasfemia intollerabile alla sacerdotessa della moderna “democrazia” asessuata. Il “vero” di cui parla Vico non è più un valore: esso esiste al solo scopo di essere schiacciato sotto i tacchetti da transessuale della lampadata virago scandinava, insieme alla futura stabilità psichica dei fanciulli su cui la sua perversa ideologia “egualitaria” ha messo le grinfie. Vico sembra quasi descrivere la Rajalin quando afferma: Le streghe, nel tempo stesso che sono ricolme di spaventose superstizioni, sono sommamente fiere ed immani; talché, se bisogna per solennizzare le loro stregonerie, esse uccidono spietatamente e fanno in brani amabilissimi innocenti bambini”.

Similmente, nella semantica dei tanti Papandreou d’Europa, il concetto di “bancarotta nazionale” non è che un simbolo astratto che richiama altre astrazioni (il default creditizio, il rapporto debito/PIL, il rating di Moody’s, ecc.) e non è correlabile alla prosaica realtà della disoccupazione, delle rovine familiari, dei fallimenti aziendali, della disperazione dei cittadini. Se questi ultimi osano contaminare la purezza noumenica dell’idea di “bancarotta” con la sconveniente concretezza delle proprie condizioni di vita materiali, vanno pestati, sgominati e consegnati alle premure amorevoli delle unità di rianimazione.

E il pensiero di Serra si arrocca nella metafisica da politburo delle “piccole e grandi Patrie”, della “grettezza reazionaria”, della “soverchiante potenza politica, scientifica, amministrativa, culturale, burocratica” dei grandi imperi del passato, fulminando con una smorfia di disprezzo intellettuale chi fa notare che l’impero europeo del presente è, nei fatti, politicamente subalterno, scientificamente arretrato, amministrativamente parassitario, culturalmente morto e burocraticamente folle. Giambattista Vico sembra parlare proprio di Michele Serra quando, nella sua “Scienza Nuova” avverte: “È altra propietà della mente umana ch’ove gli uomini delle cose lontane e non conosciute non possono fare niuna idea, le stimano dalle cose loro conosciute e presenti. [...] A questo genere sono da richiamarsi due spezie di borie che si sono sopra accennate: una delle nazioni un’altra de’ dotti”.

Chi fa notare – dati concreti alla mano – che la costruzione della TAV non ha nulla a che vedere con lo sviluppo commerciale, infrastrutturale ed economico del continente, ma soltanto – come Berlusconi ha candidamente ammesso pochi giorni fa – con il desiderio di accaparrarsi e spartire i finanziamenti europei tra le consorterie del malaffare nostrano, va ignorato, compatito, dileggiato; e se proprio non si decide a piantarla, debellato a suon di lacrimogeni, in nome di “un’idea di mondo più funzionale e dinamica”. Che è, appunto, un’idea, esistente solo nella zucca vuota di Serra, ma in quanto tale meritevole di ergersi sovranamente al di sopra della pedestre banalità del reale.

Provate a pensarci e vi renderete conto che tutta la follia, tutta la degradazione del momento storico che stiamo vivendo, in pressoché ogni ambito (dalla biologia, alla medicina, alla fisica, allo studio della storia, alla politica, alla gestione sociale…), è riconducibile a questo “delirio di onnipotenza” dell’astrazione ideologica, la quale ha deciso di zittire a manganellate ogni voce dissenziente espressa dal mondo concreto delle cose. Qualche anno fa, ad esempio, mi è capitato di insegnare in una classe di cui faceva parte un alunno affetto da disabilità grave. Nel corso della lezione, a intervalli quasi regolari, il ragazzo iniziava ad urlare come Linda Blair ne “L’esorcista”, sbavava, sferrava terribili mazzate al banco e alle pareti e se la faceva addosso. Fare lezione in assenza dell’insegnante di sostegno era impossibile e i pochi alunni normali che i genitori non avessero fatto trasferire d’imperio in altra sezione o in altro istituto non ne potevano più. Eppure era inconcepibile chiedere che il ragazzo venisse esentato dalle lezioni o – meglio ancora – assegnato ad una struttura specializzata: ciò avrebbe violato il principio per cui tutti gli uomini devono essere uguali, volenti o nolenti, soprattutto quando non lo sono. Che cosa sono la dignità e il senso dell’istruzione pubblica dinanzi allo scintillante splendore speculativo delle moderne teorie pedagogiche?

Le idee di “democrazia” ed “eguaglianza” cui si richiama la direttrice dell’asilo svedese, il principio dell’intervento statale nell’economia cui si ispira Papandreou, il concetto di “progresso sociale e tecnologico” che Serra rievoca nei suoi commenti, non erano in origine pure astrazioni. Erano modelli pratici d’intervento sulla realtà, concepiti per rimodellare le collettività umane secondo criteri di efficienza, vivibilità, benessere. Certo, contenevano già nella loro prima impostazione i connotati che ne avrebbero fatto gli strumenti di dominio ideologico dell’elite che li aveva elaborati. Ma tale dominio si confrontava con le condizioni materiali dei dominati nella prospettiva dichiarata di renderle migliori e per questo era accettato di buon grado. Lo stesso potere dell’elite dipendeva dalla sua capacità di reificare e dunque rendere appetibili alla massa le astrazioni teoriche che andava enunciando.

Il valore dell’eguaglianza nelle istituzioni scolastiche consisteva nella possibilità offerta a ciascuno di ottimizzare, attraverso la conoscenza, l’incidenza e il contributo del proprio ruolo sociale, non nell’abolire questo ruolo, dando vita ad una nebulosa incoesa di identità neutre. La neutralizzazione del ruolo sociale – attraverso la negazione della sessualità che ne sta alla base – abbandona nelle mani esclusive dell’elite la progettazione dell’habitat collettivo, progettazione che un tempo veniva svolta da ogni singolo membro del corpo sociale.

Allo stesso modo, gli interventi dei governi nell’economia erano stati previsti per rafforzare e difendere la sovranità della nazione e il benessere dei suoi cittadini. Ora siamo al punto in cui sovranità e benessere collettivo rappresentano ostacoli sul cammino delle politiche economiche e finanziarie, il cui fine è quello di consegnare all’elite una massa informe di diseredati, impotenti e facilmente controllabili.

Anche la tecnologia e le politiche infrastrutturali erano state concepite per lo sviluppo del territorio, non per la sua devastazione fine a se stessa. L’atteggiamento protestatario denominato “NIMBY” (Not In My BackYard, “Non nel mio cortile”) era inconcepibile fino a non moltissimo tempo fa: tutti volevano un ripetitore, un’autostrada, un inceneritore di rifiuti, un treno ad alta velocità nel proprio cortile, perché si sentiva che la loro progettazione era eseguita nell’interesse delle esigenze locali, non nell’interesse di un’elite intangibile che distrugge, cementifica, esilia le collettività dal proprio ambiente naturale trasformandolo in un deserto, al solo scopo di affermare il predominio sui territori e sui loro abitanti. “L’ordine dell’idee”, scriveva Vico, “dee procedere secondo l’ordine delle cose”. Quando le idee divorziano dalle cose, la scissione coinvolge anche coloro che sulle une o sulle altre fondano il proprio rapporto col mondo. Soprattutto quando la tirannia dell’astrazione sulla realtà  è una strategia di dominio, attraverso la quale il potere mira a ricondurre, con la forza delle armi e della persuasione occulta, il mondo tangibile e i suoi abitatori alle categorie mentali della propria filosofia, allo scopo di rimodellarli a piacimento.

Giambattista Vico diceva che quest’età di schizofrenia terminale, in cui i significanti si dissociano dai significati cui dovrebbero riferirsi ed infieriscono crudelmente su di essi, non dura fortunatamente in eterno. E’ nota la sua teoria sul ciclico ripetersi, nella storia umana, di tre momenti, ognuno dei quali ha per fondamento la peculiare percezione che l’uomo ha della realtà. “Gli uomini prima sentono senz’avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura”. Nella prima fase (“età degli dèi”) il rapporto dell’uomo col mondo è diretto, deittico, non mediato da simboli; nella seconda (“età degli eroi”), nascono i primi simboli, nascono i riti religiosi e le comunità agricole organizzate, e ciò che prima l’uomo si limitava ad additare con meraviglia nella natura viene irregimentato in un sistema di significanti specifici; nella terza (“età degli uomini”) i simboli astratti prendono il sopravvento sulle cose, il che genera dapprima benessere diffuso, poi devastazione, allorché, in nome degli ideali, gli uomini “impazzano ad istrapazzar le sostanze”. Si ritorna così, per sottrarsi alla dissoluzione cui la “mente pura” condanna il mondo materiale, alla prima fase, in un loop senza fine in cui corporeità e intelletto si alternano alla guida delle vicende umane.

Se questa rappresentazione della storia è attendibile, ci troviamo nella fase acuta di degenerazione dell’”età degli uomini”; quella in cui le conquiste del pensiero, barricatesi in se stesse, non puntano più a controllare o sottomettere, ma ad annichilire la natura che non si piega alle loro elucubrazioni. E’ quel momento terribile in cui si realizza che “tutti i nostri ieri”, come scriveva Shakespeare nel “Macbeth”, “hanno illuminato ai pazzi il sentiero verso la morte nella polvere”. Ci si ritrova imprigionati in una ragnatela di parole, nessuna delle quali rimanda più alla vita presente o alla futura, ma solo al proprio suono, urlato sempre più forte per coprire la voce della realtà. Si attende, immobili nella foresta di simboli in cui ci siamo perduti, il cader delle foglie, l’autunno gelido dell’autocrazia del pensiero, che lasci nudi i rami e ci permetta di orientarci mostrandoci ancora uno squarcio di cielo.

 

Fonte: Bloghette di Gianluca Freda

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