Narcisismo di massa e comunicazione

I NUOVI GIOVANI E IL NARCISISMO DI MASSA

Giulio Trapanese

I. Anzitutto, scrivere di giovani e di narcisismo per una sezione Americanismo oggi, per un primo numero d’una rivista ancora non edita non è semplice. Ci leggeranno giovani? E in che senso questi giovani potranno intendere d’essere nuovi rispetto alle generazioni precedenti? Il rischio maggiore risiede soprattutto nel non conoscere ancora chi possa leggere questa rivista e questa sezione, con l’interesse di provare a comprendere il groviglio del nostro presente; in più la difficoltà è che alcune considerazioni che qui seguono potrebbero portare a credere che proprio i giovani oggi non esistono più nella nostra società.

II. Quando Adorno ha provato a descrivere le nuove società di massa, il loro sistema onnipervasivo, e le trasformazioni nello scontro fra le classi con la nuova forma di conflitto fra omologazione e resistenza al sistema, il blocco di poteri economici, politici e culturali che oggi si presenta imponente, era appena ai suoi inizi. Gli inizi del cinema, gli inizi della radio, l’inizio della diffusione di massa dei giornali e delle riviste. E’ interessante che già la radio per Adorno si presentava come un passo in avanti verso la spersonalizzazione, in particolare rispetto al telefono, appartenente agli strumenti della generazione precedente. Se il telefono infatti era ancora democratico, e democratico nel senso che ciascuno aveva i propri numeri di telefono, decideva da sé le persone da chiamare e con cui parlare e il potere del sistema così non entrava ancora nelle rubriche telefoniche private, non così iniziò ad essere per la radio. La radio trasmetteva allora e trasmette adesso infatti a senso unico: c’è chi la ascolta e chi la fa, e chi la ascolta, ha assunto un ruolo nuovo rispetto a chi parla al telefono. Ha assunto cioè una posizione potenzialmente passiva. Le stazioni radio possono essere più o meno tante, ma certo ciascun individuo non ha la possibilità di fare la propria, esiste cioè quindi un numero limitato di emittenti ed un numero alto di ascoltatori, che per lo più ascoltano certe trasmissioni e non altre, e stabiliscono così via via un pubblico di massa con le sue tendenze e i suoi gusti.

La musica, ad esempio, trasmessa nelle radio viene venduta agli ascoltatori, i quali, per quanto non direttamente, l’acquistano, sintonizzandosi con essa ed aumentando con la loro preferenza la notorietà della stazione radio e poco dopo anche i finanziamenti pubblicitari per quella radio.

Con la radio, come d’altra parte lo è stato di più ancora con il cinema, abbiamo da un lato un numero ristretto di centri di produzione culturale, legati sempre più a capitali economici e a  interessi politici, dall’altro masse sempre più grandi e più disponibili ad adeguarsi ai progressi della tecnica delle comunicazione, che iniziano, al di là delle loro differenti possibilità economiche, ad introdursi in questo nuovo mondo, così incredibile per rapidità d’evoluzione e di diffusione. E questo processo segna un tratto delle nuove società di massa perché sembra procedere in direzione contraria alla millenaria discriminazione dei ceti subalterni all’accesso alla cultura. Larghi strati popolari infatti si legano progressivamente ai nuovi strumenti di comunicazione e di diffusione di cultura, e in particolare proprio negli anni e nei decenni dopo la prima guerra mondiale, in cui lo sviluppo dei centri urbani, il ridimensionamento della classe dei contadini e  la nuova dimensione di massa della politica, lasciano nuovi strati del popolo ad avere un contatto maggiore con la sfera della politica attiva. E dal lato del sistema capitalistico nella nuova fase dei monopoli e del controllo del consenso delle masse, questo sviluppo più capillare e su larga scala della possibilità di controllare, gestire e manipolare la coscienza di classe e in generale la coscienza politica diventa uno degli strumenti essenziali al mantenimento del sistema stesso.

III. Quando Adorno discute queste posizioni, la televisione ancora non è comparsa. Eppure la sua analisi è sicuramente vicina a quello che di lì a poco sarebbe accaduto. La radio infatti coinvolgeva solo una parte dei sensi umani, il cinema, d’altro canto, aveva ancora un pubblico ristretto e in molti casi ancora di èlite,  e le riviste in ogni caso richiedevano un istruzione minima di base. La televisione, invece, con la sua nascita si presenta come un elemento nuovo, in grado di offrire qualsiasi tipo di contenuto e ad un pubblico sempre più vasto. La televisione accompagna la vita quotidiana potenzialmente dovunque, come la radio, ma in più modifica la stessa posizione fisica e psichica di chi la guarda, perché lo relega su una sedia o su un letto, lo porta a fissare immagini, suoni, a recepire informazioni, informazioni che, tra l’altro, nel corso degli anni aumentano la loro velocità, oltre che il loro volume. D’altra parte, non si ascolta la televisione solo volontariamente, la si ascolta mentre si fanno altre cose, quando si sta in casa, e magari mentre si discute con altri, si parla, si litiga o si ama, il tutto con il sottofondo dei nuovi canali e delle nuove trasmissioni. Se inizialmente una televisione in casa era percepita nello stesso arredamento come qualcosa da nascondere, perché si percepiva ancora come qualcosa di intrusivo nella vita privata, ai nostri giorni, invece, questa vergogna non esiste più né apparentemente ha ragione d’essere in un mondo che dalla televisione è dominato. Ad oggi con il passar di alcuni decenni, ogni nuovo giovane ormai ha sentito i rumori della televisione fin dalla propria nascita, ricorda precisamente tutte le trasmissioni della sua infanzia, ancora più che i giochi e gli amici della scuola elementare, e la televisione dalla sua è un fatto della nostra vita sociale, considerato in modo quanto meno neutro, come una delle conseguenze piacevoli del progresso tecnologico, al pari della luce elettrica o del gas in cucina. Le trasmissioni televisive, così, dalla loro nascita ad oggi hanno iniziato progressivamente a scandire un tempo nuovo nel ritmo della vita della famiglia, a portare nuove abitudini e soprattutto a riempire e regolare il tempo libero dalla fatica del lavoro. Perché se inizialmente la televisione sorge in un mondo in cui ancora resistono e sono presenti alcuni elementi della tradizionale vita in società con i suoi legami tra gli individui, e se prima di diffondersi in ogni casa prima e poi in ogni camera, viene vissuta ancora come un evento d’aggregazione di interi condomini e di persone dello stesso quartiere, oggi invece è arrivata a non rappresentare altro che una propaggine narcisistica di un io isolato da tutti gli altri, che guarda la televisione spesso in una grande solitudine e con una compulsiva indifferenza.

L’opera della televisione di ricreare su basi diverse una cultura nazionale di riferimento, di smantellare l’esistenza e, in breve tempo, la stessa memoria della cultura popolare del passato, e di costruirne una nuova e molto più semplice, fatta di nuovi personaggi, miti e parole originali, tutti interni all’universo della società mercificata e dello spettacolo, al punto in cui siamo arrivati è pienamente riuscita ed è forse questo il risultato più significativo della nostra storia recente.

Se le televisioni hanno cominciato – come faceva la radio – con il trasmettere informazioni con i loro primi telegiornali e i primi giornalisti, al tempo stesso hanno cominciato a trasmettere spettacoli pubblicitari con le relative demenziali propagande di prodotti, e hanno cominciato soprattutto a sostituirsi all’individuo nella sua capacità di immaginare ed organizzare il tempo della vita libero dal lavoro: sono diventate così un canale di comunicazione a ciclo continuo di spettacoli, film, varietà, intrattenimento, un modello di vita per tutti, reso possibile sia dalla forma atomizzata di individui isolati gli uni rispetto agli altri e insensibili rispetto a se stessi, quanto anche dal contenuto trasmesso di cultura mercificata, in grado di distruggere tanto la serietà di una cultura alta che il carattere tradizionalmente più spontaneo della cultura delle masse. Così dalla nascita della televisione, fino al proliferare di oggi della infinità di canali pubblici, privati e satellitari, a pagamento o meno, ad ogni ora della giornata sulla terra ogni individuo è a conoscenza che un mondo di trasmissioni e informazioni esiste in modo permanente e si sviluppa, si modifica, si accresce, in modo che in un certo senso sembra avere una propria vita autonoma, e l’universo della vita sociale concreta viene progressivamente sostituito dall’universo virtuale delle comunicazioni a distanza e di massa.

Non comprendere così quanto questo sia entrato ed entri nella formazione spirituale di ogni persona, del senso di vita in società dei singoli e dei gruppi, significa perdere un tratto saliente della nostra storia e delle ragioni dell’alienazione d’oggi dell’umanità rispetto ai suoi fini.  Una storia della televisione, nel suo sviluppo dalla nascita ad oggi, da mettere in relazione allo sviluppo sociale, è però ancora tutta da fare. Serve un’analisi più dettagliata e ordinata da alcuni concetti di riferimento ben saldi. E queste righe per adesso non possono che essere brevi accenni.

IV. Accenni, infatti, rispetto invece al tema centrale di questa riflessione, che è il rapporto oggi tra lo smarrimento della nuova generazione, la forza di dominio del sistema attuale e questi nuovi mezzi di comunicazione di massa. La televisione oggi mantiene una sua posizione imponente, ma non è certo l’ultimo e l’unico dei mezzi di comunicazione. Da dieci anni almeno a questa parte le si è affiancata internet, il cui sviluppo è stato ancora più rapido di quello della televisione.

Da un certo punto di vista la televisione prepara e rende possibile la nascita di internet come fenomeno culturale di massa. E non solo perché ha reso quasi insensibili le orecchie, passivo il temperamento e deboli nel carattere, milioni di individui nel corso di tre generazioni, ma perché ha trasformato la stessa concezione del valore del vivere insieme e del legame sociale. Al punto che internet con la sua evoluzione del web 2.0 è apparsa alla nuova generazione nata negli anni ottanta e novanta come una vera rivoluzione nella qualità delle loro relazioni sociali. E così la rivoluzione di questi ultimi anni è costituita dal poter mettere sui nuovi canali di condivisione di video ed immagini i propri filmati personali, dall’avere la possibilità di creare in rete pagine personali in cui magari descriversi e raccontare la propria vita, giorno per giorno, dal comunicare a distanza con poche frasi di senso e qualche segno stereotipato a rappresentare l’emozione di queste frasi(come se nelle parole non siano contenute di per sé delle emozioni) con programmi tipo msn. Non volendo poi soffermarsi troppo sull’ultima delle trovate del web 2.0, che tramite siti come face book, consente a ciascuno di costruire  un universo di se stessi in una vetrina virtuale, mettendo insieme tutto quello che il nuovo web offre al giorno d’oggi. E tutto questo ad oggi, a giovani e non solo, è sembrato un gran passo avanti, probabilmente rispetto alla solitudine della condizione degli ultimi tempi, nel declino della piazza reale come luogo di vita sociale e nell’asfissia, che negli ultimi tempi da molti viene in parte percepita, della televisione con il suo flusso di informazioni a senso unico.

Questa trasformazione non sembra trovare nessun ostacolo, anche qui il processo appare come naturale, internet e il nuovo web sono considerati liberi strumenti a disposizione di tutti, anch’essi di per sé neutri, utilizzabili tanto dai bambini che appena sanno scrivere, quanto dagli adolescenti che ancora non hanno conosciuto la loro piazza, fino agli adulti che atterriti dal groviglio delle contraddizioni materiali della loro esistenza, senza più speranza di cambiare, si rifugiano in una qualche isola virtuale.

D’altra parte se la stessa televisione sorgeva in un contesto storico e sociale in cui inizialmente ancora era pensabile affidarle un qualche ruolo di alfabetizzazione e di formazione culturale delle masse, la rivoluzione del web 2.0 avviene oggi in un mondo diverso, già profondamente lacerato dai nuovi elementi di fase dello sviluppo della società capitalistica, e in cui l’industria culturale e la distruzione progressiva della politica come partecipazione ideale alla costruzione della società, hanno fatto già troppi passi in avanti, perché si possa dire senza meschinità o ingenuità che programmi come face book o msn possano svolgere un ruolo positivo nell’instaurazione di legami sociali migliori per gli individui e nella loro formazione culturale e politica. Questi programmi non esprimono altro che ciò in cui sono nati, e ciò da cui sono nati rappresenta già di per sé la fine e l’annientamento di quello che chi programma e sostiene questi strumenti dichiara di stare ricostruire. Sono quindi al tempo stesso uno specchio della nostra devastazione di senso e ciò che la promuove.

Il risultato effettivo, al di là della coscienza o delle buone intenzioni dei singoli, dell’uso di massa di questi mezzi al giorno d’oggi è allontanare progressivamente di più gli individui fra loro e  sgretolare le ultime forme culturali di resistenza al dominio della mercificazione delle relazioni sociali.

La contaminazione, a rigore di sistema, sembra essere pressoché totale. Che nessuno dei movimenti che si propongono di creare un’alternativa al sistema, e che nessuno dei partiti che hanno nei loro programmi l’alternativa alla società capitalistica, o che nessuno o quasi dei militanti di queste organizzazioni provi ad iniziare un discorso critico rispetto a questo argomento, ma che anzi ne sia spesso entusiasta, forse non è che un’ulteriore dimostrazione di quali siano i rapporti di forza, in questa fase storica, tra chi sta costruendo e promuove questo sistema di barbarie e chi prova a contrastarlo, ma senza la profondità d’un’analisi concreta di come le relazioni sociali si sono trasformate oggi. Senza la coscienza, seppure debole, di quale sia l’inferno in cui ci stiamo ritrovando a vivere.

IV. Inferno che non si può iniziare a comprendere se non ci si rivolge verso un’analisi complessiva dei rapporti sociali, rispetto invece alla più classica ma ristretta analisi dei rapporti di produzione. Nell’epoca del capitalismo, la forma merce si è resa progressivamente più autonoma dal lavoro nell’immagine comune; se nelle forme precedenti al sorgere del modello capitalistico di produzione, le merci avevano sì anche lì un loro valore uso, per quello che venivano adoperate, e un loro valore di scambio, la loro quantità ridotta però, come la loro dipendenza all’artigianato, prima della fase della produzione in serie dovuta alle macchine, rendevano meno presente il paradosso che, invece, per lo stesso Marx costituisce il capovolgimento caratteristico della società borghese nella fase della grande produzione capitalistica. E cioè che nella coscienza comune il valore di scambio della merce appartiene alla merce stessa, dipende dalle sue qualità specifiche, e da ciò che porta dentro di sé. Non il lavoro umano, non il tempo, l’energia necessari alla produzione, non le leggi del mercato rispetto alla quantità presente in natura d’una certa materia, ma la merce nella sua forma finale, porta in sé già il suo valore. Per cui le cose, da questo punto in poi, iniziano ad avere una loro anima, e il valore di scambio è il loro valore principale. Le cose si animano, in un mondo di uomini che non riconoscono più nella loro energia e nel proprio lavoro se stessi e la propria anima. Dalla forma classica di capovolgimento del lavoro vivo con la merce, e in generale, dalla coscienza che sa di sé solo grazie alle cose che possiede, si passa però nelle nuove società dell’ultimo secolo ad una forma di ulteriore scissione , che in questo caso, appunto, non riguarda solo chi, avendone disponibilità economica, fa delle proprietà il proprio status, ma l’intera società, nei suoi diversi strati, che si riconoscono nei propri consumi su una scala di massa. In questo senso si passa da una forma ad un’altra di società borghese. Da una società basata su una produzione di merci legata alla maggioranza di lavoratori, che però sono per lo più accessibili solo ad una fascia ristretta di persone, ad una società in cui la nuova dimensione della produzione e il nuovo livello dei costi include nella sfera dei consumatori strati che prima ne erano prevalentemente fuori. E da qui si passa alla questione della pubblicità e dello spettacolo, che sono elementi ulteriori che si aggiungono a quelli tradizionali della nascita del sistema capitalistico. Le merci vanno vendute sul mercato, ma hanno bisogno d’affermarsi le une contro le altre, e in particolare, ancora più che affermarsi, richiedono d’essere riconosciute, il loro nome deve cioè in qualche modo rimanere impresso, se ne deve parlare. Anche se questo oggi non è forse più il fine effettivo della pubblicità, probabilmente ne era comunque la ragione principale al tempo della sua nascita. La pubblicità non è però regolata su basi razionali poiché non è basata su alcuni parametri relativi al valore d’uso della merce – il senso del cui valore originario nella società d’oggi si è quasi completamente perso – ma si fonda sul suo valore di scambio, cioè, anzitutto sul suo costo, ed oggi in modo particolare su un altro livello d’apparenza, e cioè sul valore di identità che la merce e il suo uso conferiscono agli individui.  Dalla produzione semplice di merce si passa storicamente così alla pubblicità della merce, come dalla mercificazione di qualunque cosa si arriva alla spettacolarizzazione di qualunque cosa sia stata mercificata. Se tutto può essere mercificato, cioè se tutto può essere valorizzato in base a quanto vale in quanto scambio fra cose, allora tutto può essere messo in vetrina in attesa d’essere comprato e venduto. Il feticismo della merce, che già Marx riconobbe, ha passato varie tappe nella sua storia ed oggi arriva ad un livello esponenziale di riuscita grazie a nuovi mezzi di comunicazione e alla loro virtualità.

Il cerchio quadra se infatti ci soffermiamo su cosa sia diventata la televisione oggi giorno: da venti anni oramai siamo entrati in una nuova fase, come sostengono anche alcuni degli ultimi scritti più lucidi a riguardo. La televisione ha un contatto molto particolare con la realtà esterna, non è più un rapporto di rispecchiamento, per quanto deformato, di qualcosa che le esterno; cioè la televisione non è un semplice elemento del sistema, ma più precisamente l’orizzonte di rappresentazione dell’intero sistema. Distrutti progressivamente gli strumenti tradizionali, la televisione è diventata il metro della coscienza e della memoria dei fatti storici. Essa riproduce ormai continuamente solo se stessa e si è affermata come alternativa virtuale al piano della realtà di cui originariamente era figlia. Non solo ogni telegiornale si conclude con l’invito a rimanere sullo stesso canale a seguire il varietà che ne segue, ma ogni servizio non è che un rispecchiamento di ciò che pretendono oggettivo, e che di per sé non è che già una realtà prodotta in modo mediato dallo stesso livello di rappresentazione della realtà che la televisione impone. Se la realtà non è quindi più indipendente da come viene rappresentata dai grandi mezzi di comunicazione di massa, non è nel senso che la realtà venga in qualche modo influenzata – poiché questo sarebbe abbastanza ovvio – ma nel senso più sostanziale che la realtà diviene quel che è, prevalentemente in base al modo in cui questa viene rappresentata sui diversi canali di comunicazione di massa, e non in base a qualunque altro elemento di coscienza e di memoria collettiva.

Lo spettacolo oggi come espressione della coscienza della vita sociale significa nella sua essenza la deprivazione della continuità storica della coscienza sociale e politica delle masse, significa il surclassamento imponente della rappresentazione oggettiva alla variegata presa di coscienza soggettiva, e lo sminuzzamento del tempo della vita e dei suoi progetti in quello del susseguirsi infinito delle nuove immagini delle rappresentazioni della vita sui grandi e piccoli schermi, degli infiniti televisori di questo mondo.

La storia del mondo insomma sta diventando rapidamente la storia della cronaca televisiva della sua storia.

V. Questo mondo sta producendo su scala di massa un nuovo tipo di umanità. Sta distruggendo il passato con la velocità della superficialità e con il marchio delle infinite maschere sociali che è in grado di prestare ai suoi membri. E tra i giovani il tratto più saliente di questa trasformazione, è il fenomeno del narcisismo su scala di massa.

Il secolo passato ha conosciuto il declino di grandi elementi ideali di coesione fra le persone e famiglia e religione hanno perso la forza di orientare in modo netto le scelte di vita dei singoli. La morale ha perso alcuni tradizionali riferimenti sociali, gli individui sono arrivati a considerarsi sempre più individui e meno membri d’un gruppo nello stabilire le loro norme e abitudini di vita. Fino ad un certo punto nel secolo scorso, tuttavia, la politica è stato un elemento di resistenza a tutto questo: le due grandi guerre, la nascita dei partiti di massa, ondate di movimenti rivoluzionari e controrivoluzionari, con allo sfondo la quasi scomparsa della campagna come luogo di vita e di lavoro a favore delle grandi città hanno arginato questo movimento interno allo sviluppo della mercificazione nella nuova società borghese. Ma è in particolare negli ultimi venti anni che il fenomeno della separazione degli individui e del loro indebolimento in un mondo senza più uno o più centri ideali ha avuto un’accelerazione grandiosa. Dalla fine del movimento giovanile in Europa degli anni settanta infatti, la sfiducia di poter avere un ruolo attivo nel destino del proprio gruppo sociale e della propria nazione ha respinto migliaia di giovani nell’universo senza uscita del loro singolo Io; la sfiducia di costruire un senso insieme agli altri, di costruire e coltivare la propria vita come un progetto è diventata la miseria di una solitudine interna, che ha fatto perdere senso alle parole più basilari, come ideale, comunità, libertà, impegno. Tutte queste parole infatti non possono che essere declinate al plurale per esistere, e al singolare sono solo il residuo verbale di idee del passato senza più vita nel presente. Perché un ideale che sia solo individuale non è che un’opinione con cui il singolo si difende dalla potenza del mondo che lo sovrasta; la comunità non esiste di per sé solo perché esistono molti individui insieme ma è un organismo che ha bisogno dell’ossigeno dello slancio e della fiducia sociale; come la libertà che o riguarda tutti o diventa la conservazione del privilegio di poter soddisfare i propri interessi privati; l’ impegno che se solitario, al massimo oltre la linea della frustrazione, può essere solo una resistenza, necessaria in tempi di crisi, ma inefficace a trasformare le cose.

La soggettività dei giovani ha iniziato così a smettere di nutrirsi della speranza del futuro. Il nuovo sistema con il suo nuovo equilibrio è riuscito e tuttora riesce in modo potente a sradicare addirittura la forza che ogni adolescente investe per definirsi rispetto al mondo che lo circonda in un modo unico e particolare. Attraverso un dominio evidente, ma ancora di più attraverso la pervasività dell’oppressione con cui esercita la chiusura dell’orizzonte di senso, il sistema continua a vincere anche sulla spontaneità più tenace che è quella dei bambini e dei giovani, i quali oltre l’immaginazione che hanno anche i primi,  potrebbero anche iniziare ad agire più autonomamente per costruire il mondo del loro futuro.

Narcisismo ad oggi è quindi la chiave della difesa dalla perdita di senso degli individui, e cioè del senso delle relazioni sociali, la loro difesa immediata dalla capacità di avvertire il conflitto fra le richieste sociali e i propri bisogni di vita. La corazza che si è venuta a costituire è una corazza che mette l’Io al centro, dovunque, in ogni frase, in ogni giudizio, in ogni comportamento, in ogni vestito, ed l’Io è così esteso, che non lascia scampo al contatto con l’altro, ed è inoltre un Io singolo che non riconosce più un’universalità in cui rafforzare la propria sorgente individuale. Il paradosso inconscio di questo meccanismo è quello di credere che l’estensione e l’onnipresenza sostituiscano l’autentica forza d’una personalità, la quale si nutre invece da radici molto più profonde delle infinite parole del narcisista, e queste radici sono la fiducia negli altri e l’amore per la vita, come modi di percorrere il proprio cammino di persona. Una pagina di face book, una schermata di contatti di msn, da un lato, come dall’altro infiniti individui che affollano le metropolitane di oggi le cui orecchie sono legate ai fili d’un Ipod e le mani impegnate a scrivere freneticamente brevi messaggi sui propri cellulari, sono solo alcune delle tracce di modificazioni profonde avvenute nella soggettività contemporanea di giovani. E’ la loro percezione di vita che è cambiata e che cambia in modo più sostanziale, è la loro serietà nei confronti di se stessi, è il loro concetto di gruppo, è la loro visione dell’intimità, la rapida estinzione della loro memoria personale e collettiva, ed è la loro vuota rigidità nei confronti delle cose e delle persone che li circondano. Non formare e condividere idee e barricarsi istericamente invece dietro spicciole opinioni.

Il modello del talk show, la distruzione del libro, l’assenza del confronto, la paura del silenzio, la corsa metropolitana delle grandi città alla ricerca di nuovi e infiniti appuntamenti, una vita già tutta riempita tra impegni, relazioni, continue conversazioni virtuali, sport nell’asfittica forma della palestre, intrattenimento a disposizione sempre e comunque, ed in più una accurata sapienza tecnica ed una misera esperienza di vita, stanno rendendo loro sempre più impossibile sentire i bisogni essenziali di pensare, di amare, di conoscere. La cultura dominante è divenuta così oggettiva da stare riuscendo nel rendere tutto così soggettivo nel senso deteriore, nel senso cioè della perdita di contatto con la realtà sociale dei problemi e delle contraddizioni individuali. I nuovi mezzi di comunicazione offrono apparentemente ogni possibilità alla soggettività dei nuovi giovani, che la loro soggettività scompare rispetto alle infinite possibilità, che il sistema gli offre come merce di scambio per la loro acquiescenza al consolidarsi del meccanismo di repressione interna. L’odierna fragilità del narcisista che fa di tutto per sentire presente se stesso e che scrive il suo nome dovunque e che spera ci sia sempre qualcuno pronto in ogni momento  ad inserire in un motore di ricerca su internet quest’ultimo residuo della sua individualità consumata, è d’altra parte la stessa fragilità del sistema, che appare e pretende di essere invincibile, perché onnipresente, e che si mantiene sulla capacità di aumentare la diffidenza fra le persone e la loro incapacità di vivere la loro esperienza di vita in relazione a quella del proprio gruppo. E’ la stessa fragilità d’un sistema che necessità non tanto di reprimere la libertà in astratto di pensiero, che sarebbe un’operazione di per sé difficile quanto inutile, ma di sedare la capacità di guardare la realtà al di là della deformazione della rappresentazione oggettivata che questo presente dà di se stesso attraverso la comunicazione di massa. Le parole del narcisista che espone i suoi meriti passati sulla superficie del sentimento di disperazione e d’impotenza che imprigiona il suo presente, hanno lo stesso ritmo della serie delle pubblicità e dello scorrere delle trasmissioni, in cui l’apparenza del sistema giustifica se stessa come essenza, a ripetizione, all’infinito e a ciclo continuo,  con il fine di estenuare l’ultima residuo della capacità d’una memoria storica. Che anzitutto è una memoria per il futuro, e cioè l’unica base possibile dell’immaginazione.

Siamo arrivati così alla condizione in cui non esistono più specchi nell’immagine del mondo d’un giovane d’oggi; non esistono cioè più luoghi in cui fermarsi e guardarsi, riconoscere come si è diventati, e come il mondo è diventato attraverso i cambiamenti dei propri occhi, delle proprie espressioni e dei propri comportamenti. Il tempo per questo non c’è più. Gli unici parametri possibili di misura del cambiamento sono quelli delle trasformazioni in qualche modo misurabili, il peso, l’altezza, l’ingrassamento o quelli misurabili dalla mediocrità del semplice giudizio sociale, bello, brutto, buono, bravo etc. La piazza d’altronde da tempo non è più lo specchio di ciò che si è insieme agli altri, della propria identità e della posizione che si è scelta nel mondo. E così senza gli altri ogni forma d’autentica autocoscienza di ciò che si è, è impossibile. Se guardarsi in uno specchio, anche per un attimo, quindi non avviene più, in questi ultimi venti anni siamo arrivati di corsa addirittura ad incarnare direttamente il modello della vetrina di noi stessi, vetrina in cui a guardare sono solo gli altri dall’esterno, così che l’autocoscienza che all’individuo rimane è soltanto quella che si rifà al loro giudizio e alla rifrazione delle opposte vetrine degli individui isolati, tra cui a prevalere è un semplice Noi. Un Noi che non esprime così la sintesi della vivacità della risonanza di più Io, ma la realizzazione sociale dell’implicita norma ‘ nessuno Io’.

VI. La questione del narcisismo non è una questione di psicologia. Ha la sua manifestazione psicologica, ma proviene dalla nuova catastrofe sociale degli ultimi venti anni.

Ad oggi milioni di giovani sono arrivati a credere che internet offra loro la possibilità di conoscere il mondo e di parlare con chiunque e in qualunque parte si trovi, ma la realtà è che in modo rapido la loro percezione del mondo si è deformata, l’esteriorità delle loro relazioni ha prevalso sul contenuto, il valore della loro amicizia s’è persa nella nuova forma di individualismo d’oggi, il tradizionale matrimonio forzato è diventato la forzatura dello stare insieme nella nuova condizione di solitudine. Al di fuori dei conoscenti utili alla propria sopravvivenza quotidiana, degli affetti necessari a mantenere il livello minimo di stabilità nella baraonda di questo smarrimento di senso, tutto il resto del mondo che ne resta fuori, e cioè lo sfondo reale e continuo della vita sociale, scompare dietro una spenta indifferenza o la paranoia della paura. Il destino del proprio paese, le sorti della propria classe o anche solo il disfacimento del proprio gruppo ristretto di conoscenti e amici non è più il destino che coinvolge anche il singolo: l’illusione del narcisismo infatti è che ciascuno abbia un percorso speciale e indipendente dalla complessità delle esperienze della propria vita, dai suoi errori e dai suoi cambiamenti e che aderire ad un modello sociale sia di per sé l’espressione d’una volontà autonoma. Le condizioni della nuova società stanno portando da un lato l’immediatezza della spontaneità vitale a trasformarsi in un contatto di superficie tra personalità rigide ed insicure, e dall’altro ad annientare la riflessività e il tempo necessari per lo sviluppo di un pensiero individuale attraverso la compulsività del flusso continuo di immagini e parole.

La comunità non esiste più, non è più quella dei vecchi ordini sociali tradizionali, né quella dei vincoli dell’appartenenza alla nazione, alla classe sociale o a un partito politico. E con la comunità scompare anche un certo ordine di tempo della vita, il tempo che si misura in mesi, anni e decenni e non quello di minuti, ore e giorni che è invece il tempo dello scorrere della coscienza comune al giorno d’oggi. Con la scomparsa della memoria, con il restringimento dell’orizzonte di futuro, con la paura che scandisce il ritmo del presente, la vita non ha lo spazio per avanzare lungo una traiettoria, la ricerca della sopravvivenza che prevale sulla vita non è più quella dell’ordine di cose materiale, ma quella dell’autonomia soggettiva entro un certo schema di modelli, abitudini e vincoli sociali con cui la società odierna avvolge il tempo libero dal lavoro dei singoli individui.

La frammentazione del tempo nell’infinito svolgimento del mondo in cui ciascun è immerso alla lettura d’un giornale o all’ascolto di un telegiornale, in cui la moltitudine di notizie, informazioni, raccomandazioni e consigli abbondano confusamente senza un centro, è la stessa dello spazio delle nuove città in cui la spettacolarizzazione del consumo ha sovrastato ormai ampiamente con i nuovi manifesti gli strati archeologici sovrappostisi uno sopra l’altro nei secoli di storia.

VII. Il problema del narcisismo oggi è in fondo il problema della sensibilità umana, e il problema della qualità della sensibilità è da sempre il problema dell’uomo. Sensibilità è la relazione dell’uomo con il suo mondo di persone e di cose, basata sulla sua capacità di trovare ciò che fuori come qualcosa anche di proprio e che cioè può essere sentito e riconosciuto. Perché l’abbondanza delle parole, degli schermi con il proprio viso sulle pagine iniziali dei computer, delle frasi ridicole e altisonanti con cui ci si presenta sulle pagine delle chat, sono il risultato di una restrizione e d’una perdita più profonda. E cioè quella di non vivere il contatto con le emozioni e i sentimenti che di volta in volta accompagnano le vicende e le relazioni della vita. Se storicamente lo sviluppo della personalità umana era al suo inizio ancora molto legata ai movimenti e alle influenze naturali, al contatto con gli umori più profondi e al cambio delle stagioni, questa naturalezza che nelle pulsioni erotiche e aggressive, pur in uno stato di profonda ingiustizia a livello sociale e nello scoordinamento della facoltà degli individui, si è conservata per secoli come una sorgente di vitalità e di resistenza importante alla stereotipia dell’ordine sociale, al giorno d’oggi invece, in una società dalla cultura apparentemente così accresciuta, lo sviluppo di personalità singole nell’ordine sociale si regola proprio su di una limitazione eccessiva della sensibilità e della capacità di nutrire dei sentimenti, che siano la gioia o la disperazione. Il viso di giovani del passato lacerato dalle sofferenze e dalla rinuncia è diverso da quello analogo di un giovane d’oggi; nelle strade  metropolitane di oggi i loro visi infatti non sono né tristi né felici, né arrabbiati né gioiosi, semplicemente la loro vitalità e la loro espressività è ridotta. Sono sempre pronti a rispondere alla gentilezza o all’arroganza in modo indifferente con una battuta di spirito colta dal mondo dello spettacolo e a fare di tutto per confinare ogni relazione umana nel cerchio ristretto della circostanza in cui questa si trova. Parlano ma non parlano, guardano ma non vedono niente, non hanno un progetto e continuano a parlare del loro presente come se stessero affrontando le difficoltà dell’ultimo quiz alla televisione. Quello che non si trova più da decenni sui volti è la violenza della guerra vissuta, il dolore della miseria quotidiana della sopravvivenza, e non c’è più la violenza introiettata di chi si sente ogni giorno derubato del diritto a vivere. Ma al tempo stesso non c’è nemmeno più la forza e la decisione che nascono da queste esperienze devastanti, la convinzione a lottare: ormai quasi ogni forma di autentico coraggio è scomparsa. La distruzione della sensibilità nel narcisismo di oggi è la vetrina onnipresente in cui esiste solo la superficie, e la superficie ha una gamma limitata di espressioni, di parole, di modi di dire. Ogni attività si è tramutata nel nascondimento della propria passività ad emozioni che non vivono dentro e non vengono sentite, e che si esprimono solo con la rigidità interna degli organi del corpo. Il mito americano dell’affermazione è diventato il dettame della perfezione esteriore, niente più pianto e rabbia nei visi – bisogna essere vincenti oggi e domani; il dolore non può essere più sentito,la maschera costante è quella del compiacimento continuo nei confronti delle situazioni e delle persone. Nel tempo di oggi il dolore non parla più. Ogni giorno i talk show e le telenovela trasmettono e vendono i sentimenti di attori che recitano agli spettatori la parodia di quello che nessuno di loro riesce più ad essere, e dalla sua ogni spettatore, nella telenovela che osserva, ammira inconsapevolmente il funerale della vita dei propri sentimenti. Rinunciare a sentire è ad oggi rinunciare anzitutto a sentire il conflitto e l’ingiustizia, verso di cui nessuno più coltiva sentimenti di rabbia e di odio, che sono la vera sorgente per il riscatto. Il risentimento individuale nella società borghese non c’entra niente con l’odio dell’ingiustizia, e neppure c’entra nulla con la lotta per la trasformazione del mondo; questo risentimento odierno è solo l’incessante ritmo con cui si avvertono i torti e le delusioni d’una società fondata sugli interessi privati più meschini.

E se si arriva a non sentire più l’esistenza di certe cose, di certi sentimenti, di certe aspirazioni, non si capisce per cosa e come ci si dovrebbe battere per modificare l’ordine di cose esistenti. Lottare per cosa? Rischiare la vita per cosa? Per quale destino di domani, sacrificare la vita di oggi? Un confronto, un ideale d’alternativa, un modello, un ricordo, come ogni movimento rivoluzionario si è trovato a dare a se stesso, guardando al suo passato e idealizzandolo, è necessario per far crescere nell’animo dei singoli, di collettivi di persone e di gruppi sociali l’ideale concreto di ciò che può essere una vita diversa e in ragione di cui un nuovo mondo va creato. La lotta contro il capitalismo nella forma della società d’oggi non è infatti che la lotta per un’altra idea di società, e un’altra idea di società deve essere un’altra idea di uomo.

Se amare è l’espressione più alta di una personalità educatasi alla vita e al contatto con gli altri, oggi amare è divenuto impossibile. L’instabilità di qualunque relazione, la paura che stare con un’altra persona e condividere significa perdere se stessi, e che in questa società borghese dare significa privarsi di qualcosa e non arricchire ciò che si è, sono ostacoli troppo forti allo slancio nei confronti della vita e all’uscire fuori dalla propria particolarità individuale, che invece sono l’essenza del sentimento d’amore. Imparare ad essere quello che ancora non si è e immaginare quello che ancora non esiste. Così che la società degli uomini senza vita è divenuto il mondo dell’amore degradato alla simbiosi con la merce e alla mercificazione della simbiosi dei corpi e di ciò che rimane dei sentimenti di uomini e donne, che al passaggio nella macina della loro attività lavorativa e della società della merce onnipresente, non arrivano da adulti nemmeno più a ricordare d’aver creduto un tempo, almeno in qualche momento della loro infanzia, di riuscire ad amare la propria vita.

VIII. Nel dominio dell’apparenza sull’essenza, nella società capitalistica dei nostri tempi, il livellamento del consumo prevarica sulla coscienza realistica della propria condizione sociale. La rottura delle barriere tradizionali di privilegi culturali non è avvenuta infatti per la riorganizzazione del fine della società nel garantire un’istruzione effettiva a tutti i suoi membri, ma per via della soppressione dei livelli differenti di cultura che tradizionalmente hanno caratterizzato la storia passata. Le ruote incessanti dell’industria della cultura e la produzione in serie dei nuovi fenomeni culturali televisivi hanno via via lasciato superare alcune differenze di classe nel rapporto con la cultura. Era difficile immaginare cent’anni fa che l’uomo più ricco d’Italia leggesse le stesse cose e si divertisse allo stesso modo d’un contadino o di un lavoratore artigiano, mentre adesso non solo i due guardano lo stesso telegiornale e leggono magari anche lo stesso giornale, ma si divertono alle stesse stupide battute del varietà che li accompagna a letto e leggono l’ultimo libro del comico televisivo in vendita nelle migliori librerie. Oggi giorno il personaggio di Berlusconi in Italia incarna la perfetta riuscita del programma di mercificazione e spettacolarizzazione della vita, al di là della fusione di grande economia e politica. In ogni modo le differenze effettive della loro vita rimangono, per via delle loro differenti possibilità economiche ed anzi aumentano nel nuovo mondo. Tuttavia i loro riferimenti, i loro discorsi, la loro cultura media si è avvicinata, il senso che danno alla vita in questo tipo di sistema è più simile al confronto di prima, soprattutto se si pensa ai decenni delle grandi contrapposizioni di idee e di valori del secolo scorso. La soppressione odierna dell’autocoscienza di classe, in particolar modo nei giovani, è la riduzione delle differenze reali all’omologazione della forma. L’inconsistenza delle loro identità è divenuta la base del loro finto accordo indipendente dalle differenze di classe e di cultura. La politica della merce riesce forse ancora di più che la mercificazione della politica a mischiare i colori delle idee, a livellare i vestiti come gli atteggiamenti, le speranze come i valori. Per cui una pagina di un blog d’un figlio d’una ricca famiglia iscritto a Giurisprudenza non ha né forma né contenuto che siano in sostanza differenti da quello d’un ragazzo costretto a lavorare dai suoi sedici anni; entrambi vivono la loro eterna adolescenza in un’infinita illusione narcisistica. Entrambi parlano come alcuni dei protagonisti dei miti del momento della televisione, entrambi camminano con Ipod nelle orecchie quando escono ascoltando probabilmente le stesse canzoni. La cultura ha sì perso una buona parte del suo contenuto di classe, ma questo non perché si è liberata dalle catene della discriminazione per nascita, ma perché ha annullato se stessa nell’indifferenza del contenuto che il concetto di valore di scambio della merce e quello di successo dello spettacolo le offrono per la propria autoriproduzione. Questa indifferenziazione non è un risultato eterno e definitivo, tuttavia purtroppo al momento regge le sorti della formazione culturale e morale delle nuove generazioni, in modo più o meno indipendente dalla loro appartenenza sociale. E questo processo d’omologazione s’accresciuto in modo esponenziale negli ultimi venti anni di crisi delle idee nella politica e di sconfitta e arretramento storico in Europa delle idee del socialismo. Il vecchio è tornato a prevalere sul nuovo al ritmo del riciclaggio della merce, e l’omologazione della coscienza presente dei giovani avviene a prescindere dalle differenze di classe in quanto differenze di formazione della realtà della personalità umana. Quest’ultima realtà è dominata da un sistema onnipresente e fondato sulla rimozione del valore d’essenza dei bisogni umani, per cui ad oggi merce è la rimozione del valore del tempo della vita. D’altra parte il sistema capitalistico nella fase della ricerca millimetrica del consenso è il sistema della rimozione della realtà e – come si è già detto – rimozione del dolore della propria reale condizione di vita. Nel momento in cui la rigidità del sistema iniziasse a scricchiolare in alcuni dei suoi punti fondamentali, si generasse in modo più cosciente un’insofferenza nei confronti della mancanza di senso del sistema presente di valori, e questo fermentasse verso la ricerca di nuove strade per costruire un destino alternativo alla deriva del capitalismo odierno, all’inizio prevarrebbe la stessa incredulità per come il tempo sia passato veloce sopra il destino di alcune generazioni, senza esserci stata un reazione effettiva, e senza lo sviluppo d’un nuovo movimento politico e di formazione di idee.

Dire la verità, scriveva già Gramsci, di per sé è rivoluzionario, e non perché esista un corso prestabilito nel corso della storia, ma perché verità significa riappropriazione delle proprie possibilità come individui legati ad una certa storia, ad una particolare classe e gruppo sociale e a determinati valori.

Nella distruzione della cultura come privilegio d’una classe, e cioè dell’ideologia, il capitalismo si è affermato distruggendo ogni ideologia estranea alla propria logica di sussistenza. Nel fare questo ha assolutizzato la natura del suo sistema, mentre ha distrutto la naturalità dell’espressione dei bisogni umani; nel ridurre tutti ugualmente minorati, li ha resi anche così diversi da non riuscire più a  comunicare qualcosa che non sia la sola loro esperienza personale; nell’invadere di immagini con la televisione ogni camera di ogni casa, ha distrutto l’immaginazione di intere generazioni e l’entusiasmo necessario alla trasformazione della storia; il concetto di libertà accostato a quello di merce ha perso il suo valore d’emancipazione umana.

Il narcisismo di oggi in fondo quindi non è che il modo in cui migliaia di giovani si difendono dalla confusione della mancanza d’una traiettoria nella loro vita e dall’impossibilità di sviluppare se stessi in un mondo sociale che nella sostanza continua ad essere basato su una ferrea discriminazione di classe. Il problema principale rimane che la realtà, in questo mondo, per essere trasformata va nuovamente riaffermata e riconosciuta e che la verità può essere riconquistata se si prova a rompere la monotonia della produzione in serie di vita e pensieri senza più un fine dei mezzi di comunicazione, e a ridare un nuovo senso all’organizzazione collettiva di politica e cultura.

L’omogeneizzazione infatti è stata possibile solo nel dominio della passività e della sfiducia; nel momento in cui si ritrovano nuove energie da investire nel campo della lotta per la trasformazione della miseria del presente, le vere differenze inizieranno ad essere nuovamente riconosciute e ad essere affermate. Il dominio dell’identico oggi è proprio il dominio della mortificazione della vitalità dei giovani senza speranza, che, nati in una particolare congiuntura storica tra un vecchio che non finisce e il nuovo che non nasce, hanno smarrito il filo della memoria storica. Ed in fatti nel passaggio storico per cui lottare, dalla cultura massificata di oggi ad un nuovo tipo di cultura di massa, il semplice termine medio della massa non garantirà di per sé la semplicità e l’esito della riuscita. Anzi se un tempo si pensava che l’orizzonte del socialismo sarebbe stato quello di scoprire e valorizzare gli Aristotele costretti a pascolare il bestiame e viceversa di scoprire quanti falsi Aristotele solo una società divisa in classi permette di assumere il ruolo di grandi scienziati, ad oggi il problema è diventato inoltre quello di scoprire chi siano mai questi Aristotele oggi, e cioè cosa sia diventata la scienza nell’epoca del dominio della tecnica e della divisione dei saperi. Poiché l’infinita specializzazione e il tecnicismo promossi dalla cultura dominante come l’autentica cultura comune di oggi, sono infatti al tempo stesso la base della miopia e la perdita di riferimenti delle masse rispetto a principi generali della vita e della società, senza i quali è impossibile un’effettiva azione pratica.  Se resta quindi tutta da cominciare allora, e presto, la discussione sulla nuova educazione possibile per le masse al giorno d’oggi, e sull’idea nuova d’un movimento di rottura con il sistema esistente in direzione d’una società liberata nel socialismo, questa discussione non può che passare per come realmente sono e stanno diventando i giovani del nostro tempo.

Fonte : http://www.cittafuture.org/index_file/NuoviGiovaniNarcisiCitt%C3%A0Future.htm

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One Response to Narcisismo di massa e comunicazione

  1. Zeo says:

    La coscienza è una minima parte del nostro essere.Tutti i vettori della comunicazione di massa parlano all’inconscio principalmente e, siccome a questo viene progressivamente preclusa o inibita la manifestazione naturale nella sfera mondana, man mano che scorrono gli anni sotto l’influenza dei mezzi “medium” di comunicazione di massa l’essere umano si riconosce propio con questi, inscenatori della realtà catodica.La solitudine, l’ansia, l’insonnia e la depressione sono i prodromi dell’alienazione.Ma nondimeno frustrante si rivela il tentativo di portare alla coscienza eventi che ad essa non appartengono, provocando la totale disfatta della volontà.Il tavolo è servito, ve ne è cibo a sazietà.Panem et circenses.

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