NORIMBERGA: LA PROFEZIA DI MAURICE BARDECHE

NORIMBERGA: LA PROFEZIA DI MAURICE BARDECHE

Estratto da “Norimberga o la Terra Promessa” di Maurice Bardèche – Effepi, Milano, 2000.

Dalla “Premessa” 

Ci sono libri del cui specifico retroterra ideologico non si sottoscriverebbe neppure una sillaba e di fronte ai quali, tuttavia, ci si deve inchinare. Nuremberg ou La Terre Promiseè uno di questi. Le autorità lo fecero sequestrare al suo apparire, ancora oggi ne è proibita in Francia la ristampa ed esso valse la galera all’autore. Ma la nobiltà di cui Bardèche era partecipe era quella di Voltaire che rivendica la memoria di Lally-Tolendal e di Calas e quella di Zola che prende le difese di Dreyfus.

Negli stessi giorni in cui egli lo scriveva, l’argomentazione centrale di esso, la critica, cioè, e la ripulsa della farisaica parodia di giustizia messa in scena dai vincitori a Norimberga, parodia al riparo della quale costoro consumavano la loro vendetta su dei vinti che l’iniquità tramutava, da colpevoli quali erano (quantunque non più colpevoli dei vincitori), in vittime, si trovava a corrispondere al pensiero di Benedetto Croce. E a Croce quel pensiero ispirava un indignato discorso alla Costituente.

Passano gli anni e di quel discorso non ci si ricorda più. Allora può succedere che un tizio, un francese, un mostro di erudizione o supposto tale, un tizio che però, come la quasi generalità dei suoi conterranei, ha un’idea penosamente orecchiantistica dello stato e delle tendenze della nostra cultura, creda di ingraziarsi il lettore italiano di oggi mettendo avanti proprio il nome di Croce nella prefazione di un libro in cui, fra le altre cose, si può leggere, in un linguaggio spirante pacatezza ed equanimità, l’apologia del tribunale militare internazionale e della sua procedura da cannibali. E il lettore italiano non si rende conto dell’incongruità, dato che quel discorso è immeritatamente finito nel dimenticatoio.

Norimberga. Quell’opera di ingiustizia era anche opera di menzogna. Oggi lo si può dire e dimostrare anche più esaurientemente di mezzo secolo fa e più, perché Norimberga, che è parecchie cose insieme, è anche la macchina di propalazione della leggenda dello sterminio e dei sei milioni. Per certi aspetti le pagine che Bardèche dedicava a questo punto sulla scorta dell’informazione estremamente frammentaria disponibile a quel tempo sono esemplari. Mostrano che perfino allora era possibile dubitare: bastava non permettere che nel proprio foro interiore la voce della ragione venisse sopraffatta dal frastuono della più sospettabile delle propagande. Nuremberg fa di Bardèche uno degli antesignani del revisionismo olocaustico; in carcere egli sarà fra i primi lettori del Mensonge d’Ulysse di Rassinier e se ne servirà per la preparazione della propria autodifesa.

Nuremberg è molte altre cose ancora. Si può, lo ripetiamo, non concordare minimamente con le premesse ideologiche di Bardèche. Ma il suo ripristino di alcune evidenze testimonia di una pulizia morale e intellettuale in cui è raro imbattersi. Per certi versi quello che viene qui riproposto è anche un libretto profetico: la globalizzazione vi è descritta con un anticipo di più decenni. E non è attualissima la questione della sinistra «ingerenza umanitaria »?

Ed è, Nuremberg, un’estrema espressione letteraria di un filone tutto francese che sembra paradossale, ma non lo è, vedere affiorare in colui che si considerava « uno scrittore fascista »: il filone del socialismo proudhoniano, che era anch’esso un nazional-socialismo; ed era stata una sorta di bizzarria della storia a realizzare il paradosso di portarlo a convergere, quel filone, con tutt’altro nazionalsocialismo. Ma sarebbe, questo, un discorso lungo e complesso. Accontentiamoci di constatare che l’ascendenza proudhoniana era una fra quelle che permettevano allo « scrittore fascista » di considerare le cose senza venir meno, a differenza di tanti a lui vicini, agli imperativi nascenti da un senso di umanità che gli faceva onore. Leggi il resto dell’articolo

Il progressismo reazionario

(di Alessio Bava) Ciò che apparentemente sembra un ossimoro si profila con sempre più concretezza nella realtà effettuale odierna: il “progressismo reazionario”. I due termini sono storicamente antitetici, ma nell’attuale fase politica hanno trovato la loro sintesi.

Nella maggior parte dei casi coloro che vengono annoverati nella schiera dei progressisti sono, consapevoli o meno, promotori di politiche di fatto reazionarie.

Il progressismo rimane più che altro di facciata, o per meglio dire “laterale”, cioè applicato solo a questioni secondarie, come la morale e il costume, a discapito delle questioni primarie, come quella nazionale e geopolitica, o socio-economica ed energetica. Passando, per dirla con Marx, da una critica della struttura ad una critica della sovrastruttura, rafforzando così solo lo status quo. Leggi il resto dell’articolo

Il default della Grecia

La recente elezione di Draghi alla presidenza della Bce conferma un rilancio sempre più aggressivo di una guerra finanziaria non dichiarata dagli Usa nei confronti di un’Europa imbelle, con delle conseguenze tutte ancora da decifrare; il cui Default della Grecia rappresenta il paradigma delle buone intenzioni, per lastricare meglio le strade che portano all’inferno. L’ex Governatore di Bankitalia, già vice Presidente della Goldman Sachs (area europea) , intende proseguire sulla stessa linea politica tracciata dall’uscente Presidente della Bce Trichet e che suona come un appello ad una “stabilità dei prezzi “ nella zona euro: la gabbia di ferro entro cui far convivere forzatamente i vincoli dei parametri dei debiti di Maastricht, onde mantenere lo stesso livello dei tassi di interesse (sui finanziamenti bancari) e che pongano freno ad un “rischio contagio” dei Bond europei; oltre al tentativo di mettere al riparo un livello dei prezzi in risalita, con il rebus di una stagflazione (inflazione+stagnazione): lo specchio drammatico di una permanenza ad oltranza di una stagnazione europea. Draghi parlando al Parlamento europeo (14 giugno) si è dichiarato contrario ad ogni ristrutturazione (sconto dei prestiti) del debito greco, perché favorevole ai finanziamenti delle banche; oltre all’aggiunta di una sua “ciliegina” quando afferma che la situazione dell’Italia “negli anni ’90 era peggiore della Grecia di adesso” e che nel ’92 seppe far fronte con un piano che venne considerato credibile dai mercati”, e nonostante non ci fossero strumenti finanziari internazionali di sostegno a ciascun economia nazionale, per cui “ogni mese dovevamo emettere titoli per un importo tre volte superiore a quelli della Grecia”, e infine, “l’Italia aveva un’esposizione 10 volte superiore a quella greca”. Non c’è che dire per queste dichiarazioni riservate ad un’Italia “cornuta e mazziata”. L’ineffabile ex Governatore non finisce mai di stupire, quando si presenta come un “salvatore della patria”, omettendo quando decise insieme ad altri suoi compatrioti riuniti su un panfilo inglese: come far fuori l’intero sistema industriale (e bancario) italiano dell’Iri, onde rivenderlo a “spezzatini” ed a prezzi stracciati, grazie all’aiutino concesso, con la “svalutazione della lira”, dell’allora Presidente del Consiglio Giuliano Amato. Le dichiarazioni di Draghi aprono, un piccolo squarcio di verità su “Mani Pulite”, sia pure in assenza di ricerca storica ancora tutta da (ri)scrivere su quella oscura trama(e) di una svendita dell’Italia non soltanto industriale, e con delle modalità così sorprendenti e singolari. La posizione del nuovo Presidente della Bce è in apparente contrasto all’ondivaga Germania coinvolta con la Grecia insieme ad un gruppo di paesi europei esposti nei confronti del default greco, e perciò interessati ad un prestito “ristrutturato” da rinviare (per i prossimi sette anni) e nella speranza di una restituzione dubbia se non impossibile, dato l’ammontare del debito greco contratto, che è pari a 80-90 miliardi di euro; una controversia su un rinvio creato ad arte, entro il cortile europeo, con le stesse regole che hanno finora presieduto tutte le querelle tra gli stati europei: ogni contrasto tra gli stati (europei) deve essere risolta sotto la giurisdizione dei fidati organismi Usa del Fmi (Fondo Monetario Internazionale) e della dipendente Bce, che interferiranno con il collaudato sistema del divide et impera Insomma si gioca, sulle buone intenzioni tra paesi civili, dove ognuno cerca di mettere democraticamente in c.. all’altro, in una sorta di guerra umanitaria: nel mentre si distrugge economicamente ogni infrastruttura economica-finanziaria del paese suindicato, le truppe di occupazione del Fmi allestiscono ospedali da campo per gli aiuti finanziari, nel tentativo di rianimare i “morti che camminano”, e con l’imperativo: nessun paese europeo ha il diritto di dichiararsi fallito. Questa è la sorte riservata all’Europa divenuta ormai un campo di battaglia (secondo le regole di Maastricht) con morti e feriti, e altri paesi rimasti ancora in vita; così come può succedere che alcuni paesi europei declassati – perché messi sotto osservazione dalle ben note società Usa di “Rating” , come Spagna, Portogallo, Italia e addirittura la stessa Francia – possano travolgere l’intera area europea, data l‘imponente massa finanziaria immessa dagli Usa ed in grado di svalutare ogni realtà produttiva non più competitiva, il cui Default viene usato come una clava rivolta a tutti i paesi che non sottostanno ad ogni diktat finanziario d’oltreatlantico.

Fonte : http://conflittiestrategie.splinder.com/post/24720761/il-default-della-grecia-di-gianni-duchini

Come salvare l’Italia: uscire dall’Euro (e dalla UE)

 

 

 

 

 

 

 

DI MARINO BADIALE E FABRIZIO TRINGALI
megachip.info

1. Introduzione

Il tema dell’Europa diventerà uno dei punti cruciali della discussione politica in Italia nei prossimi mesi, perché le nuove regole europee in tema di finanza pubblica hanno conseguenze durissime per l’Italia. La discussione sul “che fare” di fronte a tali norme diventerà estremamente accesa quando il governo italiano comincerà ad agire secondo il loro dettato. Chi voglia combattere il degrado che attanaglia il nostro paese, e opporsi alla rovina cui ci porta l’attuale organizzazione economica e sociale, deve aver ben chiaro lo scenario che ci troveremo di fronte nel breve e medio periodo.

L’analisi che qui proponiamo inizia illustrando la recente riforma che il Consiglio europeo ha varato lo scorso 24-25 marzo. Gli accordi introducono nuove regole di governo delle finanze pubbliche dei paesi dell’Eurozona, con lo scopo di garantire la stabilità dell’Euro e di far ripartire la crescita del PIL nell’area Euro.

L’articolo è diviso in tre parti: nelle prima descriveremo i fatti, cioè spiegheremo le principali caratteristiche di questa riforma epocale, e le motivazioni che hanno spinto l’Europa a prendere tali decisioni.

Nella seconda ci soffermeremo sulle gravissime conseguenze sociali e politiche che i nuovi accordi comporteranno per il nostro Paese.

Nella terza discuteremo le possibili risposte politiche alla situazione descritta. In particolare affronteremo il tema di una possibile Europa diversa dalla attuale, cioè delle caratteristiche dell’Unione Europea di cui avremmo bisogno, che sono diametralmente opposte a quelle dell’attuale UE. Dopo aver discusso e criticato alcune proposte possibili, tireremo le logiche conclusione della nostra analisi, che anticipiamo qui: è necessario difendere il popolo italiano dall’attuale Unione Europea, promuovendo al più presto l’uscita del nostro Paese dall’Euro.

2. I fatti.

Il problema che le nuove regole europee si propongono di affrontare è quello del debito pubblico di alcuni paesi europei, i famigerati “PIIGS” (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna). E’ noto che la crisi economica, iniziata nel 2007 negli USA e dilatatasi poi al mondo intero nel 2008, si è trasformata per questi paesi in possibilità di “crisi del debito sovrano”, cioè in una possibile incapacità di onorare il loro debito pubblico. I meccanismi di questo passaggio sono diversi nei vari paesi, perché diverse sono le situazioni di partenza e le loro storie rispettive. Si può comunque genericamente affermare che la causa prossima dei problemi è rappresentata in primo luogo dalla trasformazione dei debiti privati in debiti pubblici, tramite le diverse forme di aiuto al settore finanziario adottate dai diversi paesi, e in secondo luogo dalla crisi dell’economia reale, con drastica riduzione del PIL e con la necessità di spese anticicliche. Questa situazione ha generato una dinamica negativa del rapporto debito/PIL (in questa fase il parametro fondamentale) che si teme possa sfuggire al controllo. In questa realtà agiscono i timori degli investitori, che chiedono interessi sempre più alti per sottoscrivere le nuove emissioni di titoli di Stato dei paesi in difficoltà, uniti a manovre speculative che accentuano le difficoltà. Il risultato è che il debito continua a crescere, fino al rischio di insolvibilità.

Pertanto l’Unione Europea ha deciso di intervenire, promuovendo negoziati finalizzati alla stesura di un nuovo patto di stabilità e crescita.

I negoziati hanno portato alla riforma della governance europea, approvata il 24-25 marzo 2011. Ecco alcune delle novità principali:

A. Gli accordi stabiliscono obiettivi molto chiari, che i paesi membri sono tenuti a rispettare:

– pareggio di bilancio entro 5 anni

– riduzione del debito per un importo annuale pari ad un ventesimo della cifra eccedente il rapporto del 60 per cento fra debito e PIL

Il mancato rispetto di questi parametri darà luogo a sanzioni.

B. I Paesi in difficoltà potranno accedere a prestiti in base all’ European Stability Mechanism[2].

C. Viene introdotto l’”Euro Plus Pact”. Si tratta di un patto per la competitività di stampo fortemente liberista, che impone agli stati membri di rivedere diversi aspetti della legislazione nazionale, prevalentemente nel campo del lavoro. Flessibilità, contenimento dei salari e della spesa pensionistica sono i capisaldi di questo pacchetto.

D. Viene varato il “Six Pack”: si tratta di sei proposte di legge, di cui gli stati membri hanno già avviato l’iter legislativo. Contengono diverse norme, prevalentemente finalizzate ad aumentare le sanzioni in caso di sforamento dei parametri di stabilità, e a rendere automatica la loro applicazione, attraverso il reverse mechanism (la Commissione Europea attiva automaticamente le sanzioni, a meno che il Consiglio non si pronunci diversamente).

E. Viene confermato il cosiddetto “Semestre Europeo”, varato nel 2010. Si tratta di una procedura di sorveglianza multilaterale dei bilanci nazionali, affidata ad una task-force presieduta dal presidente del Consiglio europeo. Lo scopo è rafforzare il coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri. Le raccomandazioni emesse devono essere recepite dagli stati membri. Prevalentemente si tratta di spinte alla liberalizzazione/privatizzazione, alla riforma del lavoro e al ridimensionamento della spesa per la previdenza sociale.

L’avvio del primo Semestre europeo quest’anno è stato segnato dalla ‘Annual Growth Survey’ della Commissione, pubblicata a gennaio, che ha messo in luce 10 azioni che l’Ue dovrà intraprendere nel 2011/2012. Tra di esse è prevista la riforma dei sistemi pensionistici[3].

Leggi il resto dell’articolo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: