Non si vede benissimo,ma siamo in guerra

Chi scrive non è un pacifista e non ha alcuna concezione visionaria della realtà, non è attaccabile, dunque, come un Gino Strada qualunque da un tipico Edward Luttwak. Conosciamo benissimo la storia della politica estera statunitense, le strategie e le modalità tattico-operative di cui si è servita, così come quelle di cui si sono serviti i periodici avversari degli Stati Uniti, e della Nato in genere a partire dal 1949. Conosciamo da “vicino” il potenziale strategico di Washington e la sua ormai conclamata vocazione unipolare, di cui riteniamo di poter essere radicali critici se non strenui avversari. Quello che risulta assurdo ed incomprensibile è invece l’atteggiamento dell’opinione pubblica italiana che, nonostante la criticissima situazione internazionale, continua a praticare atti di onanismo con polemiche ariose su tornate elettorali e liti di condominio tra Berlusconi e Bersani, la Moratti e Pisapia o Lettieri e De Magistris. Proprio una settimana fa, il neo-sindaco di Napoli ha fatto in tempo soltanto a passare nel suo nuovo ufficio comunale prima di andare a salutare calorosamente il vice-presidente degli Stati Uniti d’America John Biden, in visita alla base americana della città partenopea. Dal 25 marzo quella base è diventata il ponte di comando delle operazioni dell’alleanza nord-atlantica in Libia, operazioni cui l’Italia sta partecipando non solo passivamente (e, tuttavia, in guerra la partecipazione non è mai realmente passiva), fornendo alla coalizione almeno cinque basi militari presenti sul nostro territorio (Solenzara, Gioia del Colle, Aviano, Sigonella più l’aereoporto di Trapani), ma anche attivamente con interventi aerei dei cacciabombardieri italiani. La montante propaganda simil-patriottica bipartisan si sta servendo della ricorrenza dei 150 anni dell’unità nazionale, per indorare nelle fauci dell’opinione pubblica una pillola amarissima: era stato La Russa a garantire che l’Italia avrebbe soltanto concesso le basi, per garantire la sicurezza aerea attraverso l’istituzione di una no-fly zone, come deciso dalla fantomatica comunità internazionale – termine con cui solitamente si indicano i soli Paesi della Nato, più qualche piccolo ed insignificante Stato, magari persino “canaglia”, pronto a dare il proprio assenso in sede Onu, in cambio di consistenti aiuti o finanziamenti (quella volta toccò ai governi pseudo-seri del Gabon e della Bosnia). Poi il Ministro della Difesa (che, tra l’altro, in tv non è stato in grado di rispondere ad una domanda sul presidente bielorusso Lukashenko, personaggio a lui completamente ignoto), aveva garantito che l’uso dei cacciabombardieri italiani avrebbe riguardato soltanto compiti di controllo e rifornimento, senza partecipare ai raid sulla Tripolitania. A sbaragliare il campo, è arrivato poi il presidente Napolitano, che a più riprese ha sottolineato come, volente o nolente, l’intervento fosse necessario, ribadendo la vicinanza dell’Italia agli Stati Uniti e alle ragioni della Nato. Ogni domenica siamo costretti ad assistere ad un abominevole spettacolino messo in piedi dalla Rai, con un Massimo Giletti improvvisato esperto di politica estera e affari militari, pronto a celebrare le grandi capacità della nostra aviazione. A breve la trasmissione Report su Rai3, condotta da una delle eroine della sinistra radical-chic, la Gabbanelli, si concentrerà sui “crimini” di Gheddafi. Pochi giorni fa, la Digos di Perugia ha arrestato Nuri Ahusain, rappresentante degli studenti libici nel nostro Paese, accusato di “fare propaganda per il governo di Gheddafi”, inquadrato quale governo “internazionalmente non riconosciuto” a differenza del “legittimo” governo temporaneo di Bengasi, applicando, dunque, sul piano dell’ordine interno una disposizione condizionata dalle decisioni della Nato. Come è possibile non comprendere che l’Italia è un Paese in guerra? Quando mai potrebbe essere arrestato un cittadino che fa propaganda politica in favore del governo di un Paese non belligerante all’interno di un Paese altrettanto non-belligerante? Quando mai il Presidente della Repubblica potrebbe scavalcare lo stesso articolo 11 della Costituzione, affermando la necessità dell’intervento al fianco della coalizione atlantica, per altro nemmeno passato al vaglio del Parlamento per poi essere ratificato dal Quirinale (così come la legge prevede)? L’Italia è in guerra e lo è contro un Paese che fino a cinque mesi rappresentava il migliore e più credibile partner sul Mediterraneo, con ingenti vantaggi per la sicurezza marittima e per l’approvvigionamento energetico del nostro Paese. Ovviamente, tutto questo non si può dire, perché, se si affermasse ciò, si ammetterebbe che l’Italia ha per l’ennesima volta agito in base ad una consolidata tradizione che ci ricopre di ridicolo da almeno un secolo. Nelle nostre strade deve regnare l’indifferenza, deve trionfare la distrazione, devono abbondare le battaglie sui referendum, devono affollarsi le spiagge delle nostre coste, con la sola eccezione di un livello di guardia un po’ più alto lungo la Sicilia meridionale, memori del missile del 1986. Per il resto deve essere percepito che “è tutto a posto”, e la gente non deve essere minimamente scalfita dalla pericolosissima intercapedine in cui il nostro Paese si è infilato. Eppure, come ricorda Andrea Nativi nell’editoriale Libia: la guerra che nessuno voleva fare… su RID di maggio, “il JFC di Napoli era a serio rischio, quanto meno di subire una ‘degradazione’” ma “ora però tutto cambia” perché “le strutture di comando in Italia e in Sud Europa diventano quelle di ‘prima linea’”, senza contare il fatto che il passaggio del comando delle operazioni dall’Onu alla Nato ha praticamente sancito l’inutilità del comando militare europeo EUCOM. Del resto, una volta eliminate le installazioni strategiche di difesa e sorveglianza, le poche batterie mobili e l’aviazione (per altro scarsa sia nella qualità sia nella quantità) di Gheddafi, il problema è rimasto: la guerra civile continua all’interno del Paese, spaccandolo in due tra Tripolitania (fedele a Gheddafi) e Cirenaica (assediata dai cosiddetti ribelli golpisti), col Fezzan ancora incerto sul suo destino. È evidente che per interessi sia petroliferi sia strategico-militari, la partita si giocherà tutta tra Tripoli e Bengasi e che decisivi saranno i rapporti di forza del confronto terrestre. Scendere a terra da parte delle truppe dell’alleanza nord-atlantica costituirebbe una evidente violazione della Risoluzione Onu n. 1973, già palesemente “oltrepassata” secondo il giudizio di Russia, Cina, India, Brasile e diversi altri leader dei Paesi dell’area extra-Nato, ma soprattutto sarebbe un azzardo folle per l’amministrazione Obama, prossima a congedare Robert Gates (se ne andrà in pensione il 30 giugno) che ha comunque firmato e stabilito le attuali e prossime strategie statunitensi nel Quadrennial Defense Review 2010-2013. Gates qualche giorno fa ha ricordato come gli Stati Uniti debbano necessariamente diminuire la loro spesa militare, già alle stelle negli ultimi dieci anni. Il Segretario alla Difesa, prossimo al pensionamento, ha esplicitamente sostenuto: “La mia speranza è che il fatto che la realtà stia cambiando negli Stati Uniti, spinga i leader europei a realizzare che la deriva degli ultimi vent’anni non può continuare, non se si vuole un partenariato transatlantico forte“, esortando gli alleati europei a un maggior sforzo che sia sufficiente a compensare le debolezze strutturali dell’America post-crisi finanziaria. Eppure Francia e Gran Bretagna hanno già dimostrato la loro inaffidabilità, l’Italia si è esposta al ridicolo di fronte al mondo stracciando un Trattato di Amicizia e Cooperazione e voltando le spalle ad una nazione alleata, la Spagna e il Portogallo sono sull’orlo del default finanziario, mentre la Norvegia già ha ridotto il suo impegno richiamando alla base 2 dei 6 jet impegnati nelle operazioni di bombardamento del territorio libico. Questa guerra, oltre alla criminale aggressione unilaterale e alla totale inconsistenza delle prove portate a sostengo della condanna internazionale della leadership di Muhammar Gheddafi, sta lentamente rivelandosi quale un colossale flop occidentale, che, di questo passo, potrebbe condurre la coalizione ad un pantano senza via d’uscita. L’Italia è in questa guerra ed è coinvolta completamente, in pratica già sconfitta in partenza. Per non rendere ancor più grave la situazione, compromettendo la sicurezza nazionale ed esponendoci a ritorsioni e attacchi militari libici, sarebbe il caso di venirne subito fuori, tornando a trattare con Gheddafi, attraverso un rimpasto di governo che sostituisca almeno metà dell’attuale esecutivo con personaggi dal diverso orientamento per quanto riguarda la politica internazionale, come Stefania Craxi o Claudio Scajola.

Fonte : http://conflittiestrategie.splinder.com/post/24707267/non-si-vede-benissimo-ma-siamo-in-guerra-di-andrea-fais

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