I forcaioli di Mladic

mladic(di Gabriele Adinolfi) Il generale Mladic – dicono in molti – non avrà ucciso a Srebrenica tutte le persone di cui lo hanno accusato, le prove del massacro saranno pure una messa in scena del team Clinton, come è ormai palese, ma egli non è uno stinco di santo e di sicuro qualcuno avrà ammazzato. Quindi, dicono gli stessi, poco male se viene sequestrato, estradato e sicuramente condannato da una corte internazionale. In fin dei conti se lo merita. D’altronde è uno slavo, quindi feroce; e figurarsi quanto può essere stato cattivo in una guerra civile che è stata anche scontro etnico e religioso. Dunque ora che paghi il fio! Prove di colpevolezza? Cosa contano mai. In fin dei conti era un uomo di guerra e in guerra si uccide di sicuro. Non appartiene ai buoni, ergo i civili, le donne, gli anziani, i bambini che siano stati vittime eventuali delle sue truppe non sono “effetti collaterali di interventi umanitari” come quelle che la Nato continua a mietere in tutti gli scenari possibili e che non hanno, loro, lo status di vittime.

Perché questo accade nel mondo globalizzato dalla democrazia biblica in salsa americana, fatta di eletti e di sottouomini: ci sono vittime da vendicare e vittime da dimenticare, ci sono massacri di serie A e massacri che non debbono avere alcuna eco.

Ma quelli che “qualcosa avrà pur fatto” si sono posti almeno uno dei quesiti principali?

Il primo riguarda il diritto in assoluto, ovvero il diritto del “mostro”. Ha massacrato? Ha ordinato massacri? Ha comandato o effettuato pulizie etniche? Non ce lo si chiede neppure più. L’accusa è stata formalizzata con un falso, il falso è comprovato ma questo, lo sappiamo, non interessa il Tribunale dell’Aja e men che meno i nostri pacifici giustizieri di salotto.

Siamo oramai giunti a questo. Non conta definire se qualcuno è colpevole di qualcosa: è sufficiente che il “mostro” abbia il profilo adatto. E, chiaramente, che sia un vinto. In tal caso non ha e non deve avere alcuna garanzia. Può essere processato più e più volte, calpestando ogni codice, come accadde al capitano Priebke, condannato infine per responsabilità che non gli potevano assolutamente competere, o al funzionario francese Bosquet, condannato per “collaborazione” e segregato ottuagenario con tanto di revoca della grazia presidenziale.
E puoi persino essere giudicato come criminale nazista in Israele ed essere colà assolto da un tribunale ebraico e poi ti arresta qualcun altro, com’è accaduto al vecchio Demianiuk.

Se sei vinto, e dalla parte dannata, le regole del codice non esistono. E se poco poco le accuse pretestuose si rivelassero così deboli e il processo così imbarazzante per l’accusa, ecco che al vinto può sempre accadere di morire provvidenzialmente in detenzione, come è accaduto a Miloševic.

Chi processa Mladic?

La giustizia dovrebbe essere fine di ogni uomo degno e libero; la giustizia a prescindere dalla simpatia per l’individuo o per la causa di chi ne viene privato: è la ragione per cui mi sono sempre schierato per costui, anche se mio avversario, che si trattasse degli arrestati del 7 aprile, della Baraldini o di Strauss-Kahn, o anche se non vi fossero implicazioni politiche dirette, come nei casi di Parlanti e Busco. Non si può perseguire l’utopia iniqua di una giustizia di parte, come fanno certi giurati salottieri nostrani: o c’è o non c’è, e quando non c’è non esiste società in cui valga vivere.

L’ingiustizia è ancor più insopportabile quando viene scientemente commessa sui vinti, che siano italiani, tedeschi o giapponesi o che si chiamino piuttosto Ceausescu o Mladic anziché Papadopulos.

Non esiste uomo libero e degno che non sia disposto a difendere i diritti dei vinti. Non perché si sia dalla parte loro, che non è indispensabile, non perché si preferisca obbligatoriamente la loro causa a quella dei loro nemici. Rammento Maître Vergès, avvocato di sinistra, quando assunse la difesa disperata del tedesco Barbie, anch’egli processato e condannato cinquant’anni dopo – e senza prove di delitto – per aver militato dalla parte sbagliata. Vergès contestò ai tribunali francesi il diritto di giudicare qualcuno per “crimini contro l’umanità”, visto che allo stesso tempo in cui esercitava Barbie, i francesi gettavano vivi negli altiforni i nazionalisti algerini.

E qui c’è da porsi la seconda domanda. Chi osa processare Mladic? Gli uomini e le istituzioni dei “bombardamenti umanitari”, dei genocidi in America, della rapina intensiva di braccia e di vite africane, della duplice strage atomica in Giappone, dei bombardamenti al fosforo e al napalm?
Chi osa? E in nome di che? E come sceglie chi processare e chi no? Perché mai l’eccidio probabilmente inesistente di Srebrenica, se avesse avuto luogo sarebbe un crimine contro l’umanità e non lo sono invece quelli dei kosovari sui serbi? Perché non si processano i narcopadrini del Kosovo che, protetti dalla cintura dei militari europei, hanno strangolato migliaia di civili, li hanno sezionati e hanno fatto commercio dei loro organi?
Chiedersi perché è pura retorica. Conta solo da che parte si sta e su che gradino della scala del crimine organizzato.

Chi sì e chi no

Si replicherà che quello non giustifica questo. Che i crimini degli altri non riscattano i tuoi. Che è giusto e necessario che chi ha commesso crimini su popolazioni inermi sia processato e condannato.
In linea di principio diciamo di sì. Ma allora che si processino anche i crimini dei vincitori, come ebbe a dire chiaramente Léon Degrelle. E che si processino innanzitutto i propri.

Ora io sarò forse in possesso di dati limitati, ma mi risulta che a processare e a condannare a morte propri uomini per crimini di guerra siano stati solo i tedeschi, che hanno impiccato alcuni soldati per esazioni sul fronte dell’est e hanno persino fucilato, sul fronte dell’ovest, due SS sospettate di aver abusato sessualmente di una contadina. Il che mentre i buoni avanzavano per marocchinate da sud e per genocidi da est. Marocchinate e genocidi che hanno avuto in premio non corde o pallottole, ma decorazioni e brillanti carriere. Rammento anche lo scandalo di una strage compiuta da una pattuglia americana in un villaggio viet. Il sergente che si macchiò del crimine – vari assassinati tra cui una contadina cui fece esplodere l’utero – fu condannato alla degradazione e alla sospensione e trascorse qualche mese ai domiciliari.
E sono quelli che trattano così i propri uomini a decidere chi processare e chi no.

Così come decidono quali popolazioni bombardare “umanitariamente” semplicemente perché i loro leader, che si chiamino Gheddafi o Miloševic, hanno osato reagire a insurrezioni armate mentre, per le stesse ragioni, aiutano invece un Karzai, magari assassinando migliaia di civili per “effetti collaterali”.

La logica di Norimberga

D’altronde questa logica, che si ripercuote su L’Aja, fu formalizzata nell’immediato dopoguerra durante il Processo di Norimberga. Lì molti imputati vennero giudicati per delitti retroattivamente concepiti. Vale a dire per reati che non erano tali quando furono o sarebbero stati commessi. Senpre lì fu definito in modo disinvolto che le responsabilità individuali potevano essere attrbuite anche a chi non ne aveva per gerarchia o per grado.
Ma ciò che più fa urlare allo scandalo è l’introduzione del principio di non reciprocità. Che significa semplicemente questo: i tedeschi non potevano invocare a propria difesa l’esistenza di crimini nemici analoghi o identici a quelli imputati loro, né per giustificare una propria reazione, né per richiedere che fossero processati anche i nemici. I quali, en passant, addebitarono loro anche alcune delle loro stragi, come quella di Katyn. Insomma definirono ufficialmente il diritto del vincitore di processare e di condannare il vinto, a prescindere dai diritti del vinto, senza che il vincitore avesse o abbia a rispondere del suo operato.

E da Norimberga a L’Aja non è cambiato nulla, solo il colore politico e la nazionalità dei processati.

Il verbo dell’attualità

Una grande e violenta ipocrisia. Mladic sarà dunque capro espiatorio; lo sarà perché i suoi se lo sono venduto: l’otto settembre non è prerogativa italica. Se lo sono venduto in cambio dell’accettazione nell’Unione Europea che in questi anni non ha fatto altro che alzare i paletti nelle trattative con la Serbia che, a differenza del narcostato dei sanguinari kosovari, doveva e deve sempre dimostrarci qualcosa.

Come se dodici anni fa non avessimo bombardato noi Belgrado, ma fossero stati loro a bombardare noi. Come se non avessimo ancora le mani lorde del loro sangue, della loro strage, per giustificare la quale venne utilizzata proprio la montatura poi smascherata del “massacro” di Srebrenica. E quando dico noi, intendo proprio noi, perché fornimmo le basi – e anche qualche pilota – per quella prolungata carneficina, esattamente con il medesimo servilismo sanguinario con cui le stiamo lasciando utilizzare per sterminare la popolazione libica. Mi rendo conto che nessun politico avrebbe avuto più il coraggio di rifiutarle dopo che la loro non concessione ai terroristi alati di stampo atlantico in occasione della guerra del Kippur costò le vite di Carrero Blanco prima e di Moro poi.

Io servo, tu servi, egli bombarda, noi ci pieghiamo, voi applaudite, essi rapinano.
Così si coniuga il verbo dell’attualità politica che però, poi, pretende di sublimarsi in una parodia satanica di giustizia.

Che diritto internazionale?

Accuse costruite e architettate, assenza di garanzie giuridiche per il “mostro” designato, iniquità di trattamento tra delitto e delitto, indegnità storica e morale di chi impone il giudizio. Questi argomenti sono già più che sufficienti per prendere partito. Ma ce n’è ancora un altro.

Cos’è questa corte internazionale? Che autorità giuridica e morale ha – essa – di giudicare chicchessia? In nome di quale diritto parla? In nome di una globalizzazione di diritto WASP. Globale perché? Globale per chi? Ma dove sta scritto che gli americani e quelli che li imitano abbiano il diritto di definire leggi e costumi per tutto il mondo, stritolando e rigettando tutte le specificità latine, germaniche, slave, ottomane, saracene, cinesi, giapponesi,mongole, amerinde, vichinghe? Rispetto alle quali, tutte, perdono il confronto in modo imbarazzante.

Sta scritto sì, ma nei rapporti di forza. E’ la forza dei gangsters che fa gli USA. Alla forza ci si può anche piegare e si può allora accogliere serenamente il famoso monito “Vae Victis“. Ma non si contrabbandi la prepotenza con lo ius che con questo non c’entra affatto.

Liberissimi – quelli che vogliono – d’inginocchiarsi davanti ai potenti e di scodinzolarci intorno sperando che gettino loro qualche osso da spolpare. Ma non siano ipocriti, non ci provino a mistificare la realtà e soprattutto non ci vengano a dare lezioni.

I criminali, innocenti ma anche colpevoli, di fronte al loro spettacolo sono giganti.

Il loro modello internazionale, invece, nella sua feroce e ipocrita mediocrità, nella sua meschina vigliaccheria, è pura oscenità.

E nella sua oscena parodia di giustizia è satanismo allo stato puro.

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