« L’ARTE DELLA GUERRA » Democrazia polacca in Africa

Sorpresa dalle rivoluzioni che hanno rovesciato i dittatori arabi alleati della Tunisia e dell’Egitto, Washington si è rapidamente adattata. Ora la parola d’ordine è approfittare della fine delle dittature per imporre la deregulation economica, vale a dire, aprire la strada ad un’altra forma di sfruttamento di questi paesi. Proprio come la CIA usa gli attivisti serbi per lanciare le rivoluzioni colorate, essa utilizza gli attivisti polacchi per la transizione economica.

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Quale modello di transizione democratica dovrebbero adottare Egitto e Tunisia, appena liberatisi dalle dittature di Mubarak e Ben Ali? Il presidenrte Obama non ha dubbi: quello polacco. La Polonia – ha dichiarato il 28 maggio a Varsavia – ha effettuato un «percorso verso la libertà che ha ispirato molti in questo continente e oltre». Elenca quindi i grandi meriti di Varsavia. Anzitutto, quello che «Stati uniti e Polonia hanno forgiato una eccezionale partnership nella difesa, radicata nella duratura alleanza della Nato».

Per forgiarla ancor più, il presidente Obama e il presidente Komorowski hanno annunciato che in Polonia sarà dislocato un distaccamento della U.S. Air Force, formato da cacciabombardieri F-16, affiancati a quelli venduti dagli Usa alla Polonia. Sarà realizzato in territorio polacco anche un sito missilistico dello «scudo anti-missili». Intanto il Pentagono vi ha dislocato batterie di missili Patriot. Grandi progressi anche nella partnership tra le forze speciali dei due paesi e nell’addestramento congiunto delle truppe (2.600 uomini) che la Polonia tiene in Afghanistan sotto comando Usa. E si annuncia un ulteriore accordo che «ridurrà fortemente le barriere al commercio in articoli della difesa», permettendo alla Polonia di importare (indebitandosi ancora di più) altri armamenti Usa.

Si capisce quindi perché Obama sia così entusiasta del modello polacco e dichiari: «Vogliamo incoraggiare le nazioni del Medio Oriente e Nordafrica che lottano per la transizione alla democrazia, soprattutto Egitto e Tunisia, a beneficiare dell’esempio polacco».

L’incoraggiamento non è solo verbale. A Varsavia i due presidenti hanno incontrato gli «attivisti polacchi per la democrazia», appena rientrati da una «riuscita visita» in Tunisia guidata dall’ex-presidente Walesa (insignito, come Obama, del Premio Nobel per la pace). Visti i risultati, hanno deciso di inviare in Tunisia altri «esperti di transizione perché collaborino col nuovo governo».

Molto apprezzato da Obama anche il fatto che, in Libia, attivisti polacchi collaborino col consiglio di Bengasi per una «transizione politica» del paese, ossia per il rovesciamento del governo di Tripoli. Meritevole opera ispirata da Washington.

Elisabeth Sherwood-Randall, influente consigliera di Obama, ha precisato che «istituzioni democratiche statunitensi, tra cui il National Democratic Institute (Ndi), stanno già sostenendo l’impegno dei polacchi nei movimenti arabi per la democrazia». Quale sia il ruolo di queste «istituzioni democratiche», dirette e finanziate dalla Cia e da altre agenzie federali, lo conferma il Ndi quando scrive che il suo lavoro a Bengasi è stato facilitato dal fatto che «importanti personalità libiche avevano già partecipato a suoi corsi tenuti in Marocco e negli Stati uniti».

Non mancano i soldi per queste attività. La Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, dopo aver smantellato e privatizzato le proprietà pubbliche della Polonia e di altri paesi dell’Est, sbarca in Egitto e Tunisia offrendo 5 miliardi di dollari in cambio di «adeguate riforme», che spalanchino le porte alle multinazionali e alle basi militari straniere. È la nuova crociata con in prima fila gli attivisti polacchi, fieri di portare sul petto l’emblema di un F-16 sullo sfondo del dollaro.

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