Se nel Golan ci fossero stati 23 morti israeliani, caduti sotto il piombo siriano…

DI FRANCESCO LAMENDOLA (ariannaeditrice.it)

Domenica 5 giugno 2011 era il 44° anniversario della Nakasa, la bruciante sconfitta subita dagli eserciti arabi nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, con la quale non solo svanì il sogno dei profughi palestinesi di poter fare ritorno nei loro paesi d’origine, dopo l’espulsione del 1948, ma altri territori vennero occupati dall’esercito israeliano.

Si trattava delle alture del Golan, sottratte alla Siria; della Transgiordania, sottratta alla Giordania; della Striscia di Gaza e della Penisola del Sinai, sottratta all’Egitto: così, altre centinaia di migliaia di profughi presero la via dell’esilio, mentre gli Arabi che rimasero dovettero adattarsi a vivere sotto un regime di occupazione.

Il Sinai è poi stato restituito all’Egitto, dopo una nuova guerra (quella del Kippur, nel 1973) e il trattato di pace con l’Egitto; Gaza e la Transgiordania avrebbero dovuto costituire il nuovo, fantomatico Stato palestinese; mentre le alture del Golan non sono mai state restituite alla sovranità siriana e, anzi, il governo israeliano ha fatto capire che non lo saranno nemmeno in futuro, data la loro decisiva importanza strategica.

Fu in quella occasione che l’esercito con la stella di Davide occupò il settore giordano di Gerusalemme, aprendo la più grave di tutte le ferite nella coscienza del popolo palestinese e, più in generale, del mondo arabo: perché, oltre al fatto che la città vecchia era abitata da Palestinesi da tempo immemorabile, Gerusalemme è, oltre che il centro morale dell’Ebraismo, anche la terza città santa dell’Islam, dopo La Mecca e Medina, e vanta la presenza di due degli edifici più sacri di quest’ultima religione, la Moschea di Omar e la Moschea di Al Aqsa.

Il 30 giugno 1980, poi, la Knesset, il Parlamento israeliano, ha proclamato unilateralmente che Gerusalemme è la capitale «una e indivisibile» dello Stato d’Israele, benché l’O.N.U. e la comunità internazionale non abbiano mai riconosciuto tale decreto: su 83 Stati che hanno una rappresentanza diplomatica in Israele, 64 la mantengono a Tel Aviv e nessuno a Gerusalemme; solo due, Bolivia e Paraguay, ce l’hanno nel distretto di Gerusalemme, ma fuori dalla città.

Da allora, le autorità israeliane hanno fatto di tutto per snazionalizzare Gerusalemme Est e per indurre la popolazione araba ad andarsene; e ciò a dispetto della risoluzione numero 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la quale si intimava allo Stato di Israele di ritirarsi dai territori occupati con la Guerra dei Sei Giorni nel giugno del 1967, e di restituirli alla legittima sovranità degli Stati arabi. La Corte Internazionale di Giustizia si è espressa in maniera esplicita, affermando che la proclamazione israeliana di Gerusalemme come propria capitale è in palese violazione delle norme che regolano il diritto internazionale.

In occasione della triste ricorrenza della Nakasa, migliaia di manifestanti palestinesi e siriani hanno preso d’assalto le recinzioni di confine sulle Alture del Golan e hanno tentato di penetrarvi, per affermare simbolicamente il loro diritto a fare ritorno alle proprie case, dopo quasi mezzo secolo di esilio; ma la risposta israeliana è stata immediata. Sotto il piombo delle armi automatiche sono caduti 23 manifestanti arabi (secondo la televisione di Damasco), fra i quali una donna e un bambino, mentre più di 200 persone sono rimaste ferite. Altre fonti parlano di cifre diverse, ma sempre su quell’ordine di grandezza: a partire da un “minimo” di quattordici morti, fino a un massimo di 320 feriti.

Anche se l’esercito di Damasco, tutto impegnato a sparare sui propri concittadini per difendere un regime sempre più screditato e traballante, ha un evidente interesse ad amplificare la strage, per ovvie ragioni di strategia mediatica, resta il fatto che essa c’è stata, ma non sembra aver scalfito più di tanto la coscienza dell’opinione pubblica internazionale. Era già successo: per esempio, durane la cosiddetta Operazione Piombo Fuso, lanciata dalle Forze armate israeliane contro le posizioni di Hamas nella Striscia di Gaza, fra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009 e che vide, fra l’altro, bombardamenti dall’aria e dal mare e l’impiego di proiettili al fosforo bianco, provocando un bilancio finale di 1.400 vittime palestinesi, delle quali 800 erano civili e 300 erano donne e bambini.

Questi 23 morti della giornata di ieri, sulle Alture del Golan, sono dunque gli ultimi di una lunga serie che non si è mai arrestata e che continua tuttora, fra l’indifferenza e le tiepide proteste della comunità internazionale che, al massimo, si dice “preoccupata” di quanto sta accadendo, senza distinguere tra uccisori e vittime e senza sbilanciarsi in affermazioni di principio circa la questione centrale della sovranità (con la sola eccezione dello status di Gerusalemme, come abbiamo già detto). Ci domandiamo che cosa sarebbe accaduto se, nel giro di una sola giornata, fossero stati ventitre soldati israeliani a cadere sto il piombo arabo, o meglio, se fossero stati ventitre civili israeliani, compresi donne e bambini, a finire vittime di un attentato terroristico.

Vi sono pochi dubbi sul fatto che la reazione internazionale sarebbe stata fortissima: le maggiori potenze si sarebbero affrettate ad esprimere la loro piena solidarietà ad Israele; il Papa avrebbe espresso orrore per la violenza e cordoglio per le vittime; e la stampa occidentale, a cominciare da quella italiana, invece di dedicare al fatto un articolo in terza pagina, sarebbe uscita con titoli cubitali in prima pagina, corredati da foto scioccanti dei morti e dei feriti. Evidentemente, i morti non sono tutti uguali: anche quando sono civili; anche quando si tratta di donne e bambini. Alcuni sono più uguali degli altri; molto più uguali. Alcuni vengono seppelliti in silenzio, pianti solo dai loro parenti; per altri, il mondo intero leva altissimi lamenti e invoca giustizia contro gli assassini.

Siamo arrivati al punto che persino fare ragionamenti come questo è diventato politicamente scorretto: si viene subito sospettati di antisemitismo. Dire che ventitre civili palestinesi e siriani sono stati uccisi dall’esercito israeliano e che il mondo intero non ha fatto una piega non è un dovere di cronaca, né una testimonianza resa alla verità: è un atto di antisemitismo mascherato e, perciò, tanto più odioso e intollerabile.

Fino a questo punto è arrivato il ricatto morale della cultura politica dominante: se vengono uccisi dei civili israeliani è una barbarie; se vengono uccisi dei civili arabi, sembra che si stia parlando di mosche o di zanzare. Due pesi e due misure davanti alla morte; due pesi e due misure davanti alla storia.

Bisogna che qualcuno lo dica, che qualcuno alzi la voce. Vorremmo invitare tutti a rileggersi quel passo de «La casa in collina» di Cesare Pavese, in cui vengono dette parole memorabili sul senso dei morti ammazzati in guerra, in ogni guerra, sia essa vicina o lontana nel tempo e nello spazio:

«Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche morto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.»

Anche questi ventitre morti palestinesi e siriani, senza un volto, senza un nome, ci interrogano e chiedono che il loro sangue venga placato. Anch’essi ci ricordano che se siamo vivi, se continuiamo la nostra vita di sempre nelle nostre comode case, affaccendati nelle nostre cose d’ogni giorno, lo dobbiamo un po’ anche a loro: a loro, che sono morti al posto nostro. Dovremmo sentirci umiliati avanti a questi morti, anche se non possiamo vederli; né dovremmo chiederci per chi suona la campana. Essa suona per noi. E suona tanto più forte, con rintocchi tanto più sinistri, quanto meno la nostra coscienza si mostra capace d’indignazione; quanto più essa si adagia nel conformismo dominante, che non è solamente politico, ma anche etico.

Francesco Lamendola

Fonte: http://www.ariannaeditrice.it Link: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=39062 6.06.2011

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