Discorso di Barack Obama sul Medio Oriente e il Nord d’Africa.

“La propaganda è un arte non importa se questa racconta la verità”

Joseph Goebbels

Prima parte.

Tantissime grazie. Sedetevi prego. Molte grazie. Voglio cominciare ringraziando Hillary Clinton che ha viaggiato così tanto negli ultimi 6 mesi che sta per raggiungere un nuovo record: un milione di miglia percorse. (Risate). Conto su Hillary tutti i giorni e considero che passerà alla storia come uno dei migliori segretari di Stato del nostro paese.

Il Dipartimento di Stato è un luogo adeguato per commemorare un nuovo capitolo della diplomazia  statunitense. Durante sei mesi, siamo stati testimoni di uno straordinario cambiamento nel Medio Oriente e in Africa del Nord. Piazza dopo piazza, città dopo città, paese dopo paese, il popolo è sceso nelle piazze per reclamare per i suoi diritti elementari. Due leader hanno lasciato il potere. E’ possibile che altri li seguano. E anche se questi paesi sono molto distanti dalle nostre coste sappiamo che il nostro futuro è vincolato a quello di quelle regioni per la forza dell’economia e la sicurezza; per la storia e per la religione.

Oggi voglio parlare di questo cambiamento: le forze che lo impulsano e i modi in cui possiamo rispondere per promuovere i nostri valori e aumentare la nostra sicurezza.

Adesso bene, abbiamo già fatto molto per modificare la nostra politica estera dopo un decennio definita da due costosi conflitti. Dopo anni di guerra in Iraq, 100.000 soldati statunitensi sono ritornati a casa e abbiamo concluso la nostra missione di combattimento in quella regione. In Afghanistan abbiamo interrotto l’avanzamento dei talebani e a luglio cominceremo a riportare il nostro esercito a casa e continueremo a fare la transizione verso la leadership afgana. Dopo anni di guerra contro Al-Qaeda e alleati abbiamo dato un grande colpo a Al-Qaeda eliminando il suo leader, Osama Bin Laden.

Bin Laden non è stato nessun martire. E’ stato un assassino di massa che offriva un messaggio di odio: insisteva sul fatto che i musulmani dovevano prendere le armi contro l’Occidente e che la violenza contro uomini, donne e bambini era l’unica via del cambiamento. Rifiutava la democrazia e i diritti individuali dei musulmani a favore dell’estremismo violento. Il suo piano si concentrava su quello che poteva distruggere non su quello che poteva costruire.

Bin Laden e la sua visione assassina riuscirono ad avere dei sostenitori. Ma anche prima della sua morte, Al Qaeda stava perdendo terreno per importanza dato che una gran maggioranza vedeva che uccidere innocenti non rispondeva alla  richiesta di vita migliore. Quando abbiamo trovato Bin Laden il piano di Al Qaeda era già considerato dalla gran parte della regione come una strada senza uscita e gli abitanti del Medio Oriente e dell’Africa del Nord avevano già preso il loro futuro nelle loro mani.

Questa storia di autodeterminazione ebbe inizio sei mesi fa in Tunisia. Il 17 dicembre, un giovane venditore chiamato Mohammed Bouazizi rimase desolato quando un poliziotto gli confiscò la merce. Non fu qualcosa di inusuale. Lo stesso tipo di umiliazione ha luogo in varie regioni di tutto il mondo: l’implacabile tirannia dei governi che negano la dignità ai suoi cittadini.  Ma questa volta è successo qualcosa di diverso. Dopo che i funzionari locali si rifiutarono di ascoltare le lamentele, questo giovane che non aveva mai partecipato attivamente nella politica si recò alla sede del governo provinciale, si bagnò con la  benzina e si diede fuoco.

Ci sono occasioni, nel corso della storia, che i gesti di cittadini comuni iniziano movimenti a favore del cambiamento perché rispondono ad un desiderio di libertà che si è accumulato durante anni. Negli USA pensate alla sfida dei patrioti a Boston che si rifiutarono di pagare le tasse a un re, o nella dignità di Rosa Parks. Lo stesso avvenne in Tunisia, quando l’atto disperato del venditore ambulante trovò eco nella frustrazione sentita da tutto il paese. Scesero per strada centinaia di manifestanti, dopo diventarono mille. E di fronte ai manganelli e a volte proiettili, si rifiutarono di tornare a casa, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, fino a che un dittatore che era lì da più di due decenni finalmente abbandonò il potere.

La storia di questa rivoluzione e di quelle che sono seguite non devono essere nessuna sorpresa. I paesi del Medio Oriente e dell’Africa del Nord hanno ottenuto la loro indipendenza molto tempo fa, ma in troppi posti il popolo continuava ad essere oppresso. In troppi paesi, il potere si concentrò nelle mani di pochi. In troppi paesi, un cittadino come il giovane venditore non ha dove andare, non c’è un potere giuridico onesto che  lo ascolti , né una stampa indipendente che gli dia voce; ne un partito politico degno di credito che rappresenti le sue opinioni; ne elezioni libere e imparziali dove possa scegliere il suo rappresentante.

E questa mancanza di autodeterminazione- l’opportunità di fare quello che si desidera con la propria vita- si applica anche all’economia della regione. Sì, alcuni paesi hanno la fortuna di contare con la ricchezza del gas e del petrolio e questo ha generato anche prosperità. Ma in un’economia internazionale basata sulla conoscenza e basata sull’innovazione, nessuna strategia per lo sviluppo si può fondare esclusivamente su quello che è estraibile dal suolo, e la gente non può raggiungere il suo potenziale quando non può aprire un negozio senza dover pagare tangenti.

Di fronte a queste sfide, molti leader nella regione hanno cercato di orientare le richieste dei loro popoli verso altri paesi. Si è incolpato l’Occidente di essere la radice di tutti i problemi, mezzo secolo dopo la fine del colonialismo. L’antagonismo verso Israele è diventata l’unica valvola accettabile di espressione politica. Le divisioni delle tribù, origine etnico e setta religiosa furono uno strumento nelle manipolazioni per afferrarsi al potere o privare ad altri di esso.

Ma gli avvenimenti degli ultimi sei mesi mostrano che le strategie di repressione e strategie di distrazione non funzionano più. La TV satellitare e Internet offrono una finestra su un mondo più ampio, un mondo di progresso incredibile in posti come l’India, Indonesia e Brasile. I cellulari e le reti sociali permettono che i giovani si connettano e organizzino come mai lo avevano fatto prima. E allora, è sorta una nuova generazione. E le loro voci ci dicono che non si può negare il cambiamento.

A Il Cairo, abbiamo sentito la voce di una giovane madre dicendo: “E’ come se finalmente potessi respirare aria fresca per la prima volta”.

A Sana, abbiamo sentito uno studente dire: “La notte deve arrivare alla sua fine”.

A Bengasi, abbiamo sentito un ingegnere dire: “Le nostre parole adesso sono libere. E’ una sensazione che non è possibile spiegare”.

A Damasco, abbiamo sentito un giovane affermare: “Dopo il primo urlo, il primo clamore, senti dignità”.

Queste urla di dignità umana si stanno ascoltando in tutta la regione. E per mezzo della forza morale della non violenza, i popoli della regione sono riusciti ad ottenere più cambiamenti in sei mesi di quanto i terroristi siano riusciti ad ottenere in decenni.

Certamente che un cambiamento di questa grandezza non è facile. Ai tempi nostri- un’era di cicli di TG di 24 ore e comunicazione continua- la gente spera che la trasformazione della regione si risolva in settimane. Ma passeranno anni prima della fine di questa storia. Nel frattempo, ci saranno giorni buoni e giorni cattivi. In alcuni luoghi i cambiamenti saranno veloci, in altri graduali. E come abbiamo già visto, appelli ai cambiamenti danno luogo a dispute feroci per il potere.

La questione di fronte a noi è che ruolo svolgeranno gli USA man mano questa storia si sviluppi. Durante decenni, gli USA sono stati presenti nella regione in base ad un insieme di interessi basici: combattere il terrorismo e fermare la propagazione di armi nucleari, assicurare il libero flusso del commercio e salvaguardare la sicurezza della regione, difende la sicurezza di Israele e procurare la pace tra arabi e israeliani.

Continueremo a fare queste cose, con la ferma convinzione che gli interessi degli USA non sono ostili alle speranze dei popoli; sono essenziali per essi. Consideriamo che nessuno si beneficia di una corsa alle armi nucleari nella regione ne degli attacchi brutali di Al Qaeda. Pensiamo che i popoli di tutto il mondo, incluso quelli della regione, vedrebbero la paralisi della loro economia se si interrompesse la fornitura di energia. Come lo è stato nel caso della Guerra del Golfo, non tolleriamo l’aggressione attraverso le frontiere. Compiremo con le nostre promesse a amici e alleati.

Ma, dobbiamo riconoscere che una strategia basata soltanto nella ricerca esclusiva di questi interessi non riempiranno pance vuote ne permetteranno che le persone si esprimano liberamente. Anzi, se non si appoggiano le aspirazioni più grandi della gente media, si alimenteranno i sospetti che pullulano da anni sul fatto che gli USA vanno lì per i propri interessi a costo degli interessi altrui. Dato che questa mancanza di fiducia è mutua, dato che agli statunitensi ci ha fatto male quando sono stati presi degli ostaggi e la retorica violenta e attacchi terroristici che hanno ucciso mille dei nostri cittadini- una mancanza di cambiamento nella nostra strategia minaccia con una spirale sempre più profonda divisioni tra gli USA e il mondo arabo.

E per questo, due anni fa a Il Cairo, ho cominciato ad aumentare la nostra partecipazione in base a interessi mutui e rispetto mutuo. Allora pensavo- e continuo a pensarlo- che non è solo in gioco la stabilità delle nazioni ma anche l’autodeterminazione delle persone. Lo status quo che non è sostenibile. Le società unite dal timore e la repressione forse offrano l’illusione di stabilità durante un periodo, ma sono costruite su falle strutturali che, prima o poi, porteranno al collasso.

Quindi, affrontiamo un’opportunità storica. Abbiamo l’opportunità di mostrare che gli USA valorizzano la dignità del venditore ambulante di Tunisia più che la forza bruta del dittatore. Non deve esserci il minor dubbio che gli Stati Uniti d’America accoglie il cambiamento che promuove l’autodeterminazione e le opportunità. Sì, alcuni pericoli accompagneranno questa congiuntura che tanto promette. Ma dopo aver accettato per decenni le cose come erano nella regione abbiamo l’opportunità di essere a favore del mondo come deve essere.

Certamente, facendolo, dobbiamo procedere con umiltà. Non sono stati gli USA a motivare le persone a scendere per le strade in Tunisia e a Il Cairo, è stata la gente stessa che ha iniziato questi movimenti ed è la gente stessa che in fin dei conti deve determinare il seguito.

Non ogni paese seguirà il nostro stile particolare di democrazia rappresentativa e ci saranno momenti che i nostri interessi a breve termine non saranno allineati perfettamente con la nostra visione a lungo termine per la regione. Ma possiamo pronunciarci- e così lo faremo- per un insieme basico di principi che hanno guidato la nostra risposta agli avvenimenti negli ultimi sei mesi:

Gli USA si oppongono all’uso della violenza e della repressione contro gli abitanti della regione. (Applausi)

Gli USA appoggiano un insieme di diritti universali. E tra questi diritti si trovano la libertà d’espressione, la libertà d’assemblea pacifica, la libertà di culto, l’uguaglianza per uomini e donne di fronte alla legge, e il diritto di scegliere i propri governanti, sia in Baghdad o Damasco, Sana o Teheran.

E appoggiamo la riforma politica e economica nel Medio Oriente e Africa del Nord che può soddisfare le aspirazioni legittime delle persone medie in tutta la regione.

Il nostro sostegno a questi principi non è un interesse secondario. Oggi voglio manifestare chiaramente cos’è una priorità primordiale che deve tradursi in misure concrete e appoggiate con tutti gli strumenti diplomatici, economici e strategici alla nostra portata.

Permettetemi di essere specifico. In primo luogo, sarà politica degli USA promuovere la riforma in tutta la regione e appoggiare transizioni verso la democrazia. Questo sforzo si inizia in Egitto e Tunisia, dove c’è molto in gioco dato che la Tunisia è stata all’avanguardia di quest’onda democratica e l’Egitto è nostro alleato da molto tempo e questo è il paese più grande del mondo arabo. Entrambi i paesi possono diventare un eccellente esempio con elezioni libere ed imparziali, una società dinamica e istituzioni democratiche efficaci e capaci di rendere conto e leadership regionale responsabile. Ma il nostro sostegno deve estendersi anche ai paesi dove ancora non si sono verificate tali transizioni.

Sfortunatamente, in troppi paesi, fino ad ora si è risposto con violenza agli appelli ai cambiamenti. L’esempio più estremo è la Libia, dove Muamar Gheddafi lanciò una guerra contro il suo stesso popolo, con la promessa di perseguirli come topi. Come ho detto quando gli Stati Uniti si unì alla coalizione internazionale non possiamo impedire tutte le ingiustizie che un regime perpetua contro il suo popolo e l’esperienza in Iraq ci ha insegnato quanto è costoso e difficile cercare di imporre un cambiamento di regime con la forza, nonostante tutte le buone intenzioni.

Ma in Libia, abbiamo visto l’imminenza di un massacro, avevamo un mandato per agire e abbiamo ascoltato il chiamato d’aiuto del popolo libico. Se non avessimo fatto qualcosa al riguardo, insieme ai nostri alleati della NATO e la coalizione regionale, migliaia di persone sarebbero morte. Il messaggio era stato chiaro: per mantenere il potere uccideremo quante persone sia necessario. Adesso il tempo è contro Gheddafi. Non ha il controllo del suo paese. L’opposizione ha organizzato un Consiglio Di Transizione legittimo e fedele. E quando Gheddafi parta o venga deposto con la forza, dècade di provocazione arriveranno alla fine e potrà cominciare la transizione verso una Libia più democratica.

Anche se la Libia ha affrontato un alto livello di violenza, non è stato l’unico luogo dove i leader hanno ricorso all’oppressione per rimanere al potere.- Di recente, il regime sirio ha scelto la via dell’uccisione e dell’arresto in massa dei suoi cittadini. Gli USA hanno condannato questi atti, e, in collaborazione con la comunità internazionale, abbiamo aumentato le sanzioni contro il regime sirio, incluse le sanzioni annunciate ieri contro il presidente Assad e il suo entourage.

Il popolo sirio ha dimostrato il suo coraggio esigendo una transizione verso la democrazia. Il Presidente Assad adesso ha un’opzione: può guidare questa transizione o lasciare la strada libera. Il governo sirio deve smetterla di sparare contro i manifestanti e deve permettere le proteste pacifiche. Deve mettere in libertà i prigionieri politici e smettere di realizzare arresti ingiusti. Deve dare acceso agli osservatori sui diritti umani a città come Dara e dar inizio ad un dialogo serio per promuovere una transizione democratica. Sennò il Presidente Assad ed il suo regime continueranno ad affrontarsi all’opposizione nell’interiore e continueranno isolati all’esterno.

Fino ad ora, la Siria ha seguito il suo alleato, l’Iran, e richiesto assistenza a Teheran in tattiche repressive. E questo mette in evidenza l’ipocrisia del regime iraniano che dice di difendere i diritti dei manifestanti all’estero ma attua rappresaglie contro il suo popolo dentro il paese. Ricordiamo che le prime manifestazioni pacifiche nella regione furono nelle strade di Teheran, dove il governo ha trattato in modo brutale a uomini e donne, e arrestò a gente innocente. Ancora ascoltiamo l’eco degli slogan dai tetti di Teheran. L’immagine di una donna giovane morendo per strada rimane nella nostra memoria. E continueremo ad insistere sul fatto che il popolo iraniano merita il rispetto dei suoi diritti universali ed un governo che non affoghi le aspirazioni della sua gente.

Si conosce bene la nostra opposizione all’intolleranza dell’Iran e le misure di repressione che usano, così come anche il suo programma nucleare illecito ed il suo appoggio al terrorismo. Ma se gli USA devono essere degni di fiducia, dobbiamo riconoscere che i nostri amici nella regione non sempre hanno reagito alle esigenze di cambiamento in modo coerente…con cambiamenti che sono coerenti con i principi che oggi ho descritto. Questo è stato il caso dello Yemen, dove il presidente Saleh deve compiere la sua promessa di trasferire il potere. E questo è anche il caso adesso del Bahrein.

Il Bahrein è nostro alleato da tempo e ci siamo compromessi alla sua sicurezza. Riconosciamo che l’Iran ha cercato di approfittarsi dei disturbi avuti lì e che il governo del Bahrein ha un interesse legittimo nello stato di diritto.

Ma, oggi abbiamo insistito sia pubblicamente che in modo privato sul fatto che gli arresti in massa e la forza bruta vanno contro i diritti universali dei cittadini del Bahrein, e noi….e queste misure non faranno che scompaiano i legittimi appelli alla riforma. L’unica strada da seguire è che il governo e l’opposizione partecipino ad un dialogo e non è possibile avere un vero dialogo quando parte dell’opposizione pacifica è nel carcere. (Applausi). Il governo deve creare le condizioni per il dialogo, e l’opposizione deve partecipare a creare un futuro giusto per tutti.

Certamente, una delle lezioni più a portata di mano di cui possiamo imparare in questo periodo è che le divisioni settarie non necessariamente devono portare al conflitto. In Iraq vediamo la promessa di una democrazia di origine etnica e sette molteplici. Il popolo iracheno ha rifiutato i pericoli della violenza politica a favore di un processo democratico, anche mentre assume la piena responsabilità della sua stessa sicurezza. Certamente, come tutte le democrazie emergenti, affronteranno difficoltà. Ma l’Iraq è pronto per svolgere una funzione chiave nella regione se continua il suo progresso pacifico. E quando lo farà, sarà un orgoglio per noi accompagnarli come fedeli alleati.

Allora, nei prossimi mesi gli USA devono usare tutta la loro influenza per fomentare le riforme nella regione. Anche mentre riconosciamo che ogni paese è differente, dobbiamo pronunciarci con onestà sui principi in cui crediamo, sia con amici che con nemici. Il nostro messaggio è semplice: se si fanno carico dei rischi che comporta la riforma, conteranno con il pieno appoggio degli Stati Uniti.

Dobbiamo anche intensificare i nostri sforzi per ampliare le nostre relazioni al di là delle elite, in modo da poter comunicare con le persone che forgeranno il futuro, particolarmente i giovani. Continueremo a compiere le promesse fatte a Il Cairo: creare reti di imprenditori e aumentare gli scambi educativi, promuovere la cooperazione tra la scienza e la tecnologia, e combattere le malattie. In tutta la regione la nostra intenzione è di prestare aiuto alla società, incluso chi non conta con approvazione ufficiale e chi dica verità che siano scomode. Inoltre, useremo la tecnologia per connetterci con il popolo e ascoltare la sua voce.

Quindi il punto è che la vera riforma non si produce solo nelle urne. Per mezzo dei nostri sforzi, dobbiamo appoggiare i diritti basici di libera espressione e acceso all’informazione. Sosterremo il libero acceso a internet  e il diritto dei giornalisti di essere ascoltati, appartengano a un grande mass media o sia un solitario blogger. Nel XXI secolo, l’informazione è potere, non è possibile nascondere la verità e in fin dei conti la legittimità dei governi dipenderà dai cittadini attivi e informati.

Questo dialogo aperto è importante anche se quello che si dice non s’incastra con la nostra visione del mondo. Permettetemi di essere chiaro, gli USA rispettano il diritto che siano ascoltate tutte le voci pacifiche e rispettose della legge, anche se discrepano. E a volta abbiamo profonde discrepanze con esse(le voci pacifiche)

Siamo desiderosi di lavorate con tutti quelli che si compromettono con una democrazia genuina che non escluda nessuno. A quello che ci opporremo sarà a qualunque intento da parte di qualsiasi gruppo di restringere i diritti altrui e di afferrarsi al potere per mezzo della coercizione, e non del consenso. Dato che la democrazia non si basa solo nelle elezioni ma in istituzioni solide e responsabili e nel rispetto dei diritti delle minoranze.

Questa tolleranza è di importanza particolare per quanto riguarda la libertà di culto. Nella piazza di Tahrir, abbiamo sentito egiziani di tutte le sfere dire :”Musulmani, cristiani, siamo uno”. Gli USA si sforzeranno affinchè prevalga quello spirito, tutte le religioni siano rispettate e si creino ponti tra di esse. In una regione che è la culla di tre religioni mondiali, l’intolleranza può solo causare sofferenza. E perché questa stagione di cambiamenti abbia successo, i cristiani copti devono avere il diritto di praticare la loro religione liberamente a Il Cairo e non devono mai distruggere moschee sciite a Bahrein.

Questo rispetto verso le minoranze religiose deve estendersi anche ai diritti delle donne. La storia prova che i paesi più prosperosi e pacifici sono quelli in cui il potere viene dato alle donne. E per questo continueremo a insistere sul fatto che i diritti universali si applichino sia a donne che a uomini, assegnando aiuti alla salute infantile e materna, aiutare le donne a insegnare o aprire negozi, e sostenere il diritto delle donne di avere voce e voto e di candidarsi per incarichi politici. La regione non potrà mai raggiungere  il suo pieno potenziale se non si permette che la metà della sua popolazione raggiunga il suo pieno potenziale. (Applausi).

Adesso, incluso mentre promuoviamo la riforma politica, incluso mentre promoviamo i diritti umani nella regione, i nostri sforzi non possono fermarsi a questo. Allora, il secondo modo che abbiamo per sostenere i cambiamenti positivi nella regione è quello di usare i nostri sforzi per promuovere lo sviluppo economico dei paesi che realizzino la transizione verso la democrazia.

In fin dei conti non è stata solo la politica a far scendere i manifestanti per le strade. Quello che è stato decisivo per molti è l’incessante preoccupazione di alimentare e di mantenere la propria famiglia. Troppe persone nella regione si svegliano ogni giorno con aspettative minime, a parte di sussistere quel giorno, forse con la speranza che la fortuna cambi. In tutta la regione ci sono giovani con una solida educazione, ma in un’economia chiuda, non possono trovare lavoro. Agli imprenditori avanzano idee ma la corruzione fa sì che non possano usare tali idee.

La maggior risorsa da sfruttare nel Medio Oriente e nel Nord d’Africa è il talento dei suoi cittadini. Durante queste recenti proteste abbiamo visto dispiegato tale talento, quando le persone fanno uso della tecnologia per commuovere la mondo. Non è una coincidenza che uno dei leader di piazza Tahrir sia stato un dirigente di Google. Adesso è necessario canalizzare quella energia da un paese all’altro affinchè la crescita economica possa far materializzare i successi della strada. Così come la mancanza di opportunità individuali suscita rivoluzioni democratiche, l’espansione della crescita e amplia prosperità suscita transizioni democratiche di successo.

Allora, degli eventi mondiali, abbiamo imparato che è importanti focalizzarsi sul commercio e non solo in aiuti, in investimenti e non solo in assistenza. L’obiettivo deve essere un modello dove il protezionismo dà luogo all’apertura, dove pochi passano le redini del commercio a molte mani e dove l’economia crea lavoro per i giovani. Quindi, le basi del sostegno degli USA alla democrazia sono quelle di assicurare la stabilità finanziaria,promuovere la riforma, e integrare mercati competitivi tra di essi e con l’economia internazionale. E cominceremo con la Tunisia e l’Egitto.

In primo luogo abbiamo chiesto alla Banca Mondiale e al FMI di presentare un piano durante il vertice del G-8 settimana prossima su quello che è necessario per stabilizzare e modernizzare l’economia della Tunisia e l’Egitto. Insieme dobbiamo aiutarli a ricuperarsi dalle perturbazioni delle proteste democratiche e appoggiare i governi che quest’anno saranno eletti. Dobbiamo anche insistere ad altri paesi perché aiutino l’Egitto e la Tunisia a rispettare le necessità finanziarie a breve termino.

In secondo luogo non vogliamo che un Egitto democratico si veda oscurare dai debiti del passato. Quindi allevieremo quest’Egitto democratico togliendo 1,000 milioni di dollari in debito e lavoreremo insieme ai nostri alleati egiziani per dare quelle risorse al fine di promuovere la crescita e la capacità imprenditoriale. Aiuteremo l’Egitto a recuperare l’acceso al mercato per finanziare infrastrutture e creare posti di lavoro. E aiuteremo i nuovi governi democratici a recuperare attivi rubati.

E in terzo luogo stiamo lavorando con il Congresso per creare Fondi Imprenditoriali col fine di investire in Tunisia e in Egitto. E questi avranno come modello i fondi che hanno appoggiato le transizioni in Europa Orientale dopo la caduta del Muro di Berlino. La Corporazione per l’Investimento Privato all’Estero (Overseas Private Investment Corporation o OPCI) aprirà tra poco un’operazione di 2.000 milioni di dollari per sostenere l’investimento privato in tutta la regione. E lavoreremo con gli alleati per reindirizzare la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (European Bank for Reconstruction and Development) con lo scopo che dia lo stesso appoggio che ha dato all’Europa alle transizioni democratiche e la modernizzazione economica  in Medio Oriente e Africa del Nord.

In quarto luogo, gli USA lanceranno un Programma di Società per il Commercio e l’Investimento (Trade and Investment Partnership Initiative), un programma integrale per il Medio Oriente e l’Africa del Nord. Se escludiamo le esportazioni del petrolio tutta quella regione di più di 400 milioni di abitanti esporta circa la stessa quantità che la Svizzera. Quindi lavoreremo con l’UE per facilitare il commercio dentro la regione, ampliare gli attuali accordi per promuovere l’integrazione con i mercati degli Stati Uniti e Europa e aprire la porta ai paesi che adottano alti standard di riforma e liberalizzazione commerciale con lo scopo di forgiare un accordo regionale di commercio. E allo stesso modo che l’affiliazione  all’UE è servita d’incentivo per la riforma in Europa, la visione di un’economia moderna e prospera sarà un potente attrattivo per la riforma nel Medio Oriente e Africa del Nord.

La prosperità richiede anche far crollare i muri che impediscono il progresso: la corruzione delle elite che rubano il proprio popolo, la burocrazia che impedisce che un’idea diventi un’azienda, il nepotismo che distribuisce ricchezza in base alla tribù o alla setta. Aiuteremo i  governi ad investire in campagne per combattere la corruzione, lavoreremo con legislatori che usano la tecnologia per aumentare la trasparenza e far che il governo sia in grado di rendere conto dei suoi atti. Politica e diritti umani, riforma economica.

Seconda parte:

Permettetemi finire con la menzione di un’altra pietra fondamentale della nostra strategia per la regione collegata alla ricerca della pace.

Per decenni, il conflitto tra gli israeliani e gli arabi si è filtrato come un’ombra sulla regione. Per gli israeliani ha rappresentato vivere con il timore che i loro figli potessero morire nell’esplosione di un autobus o in un attacco con missili sulla loro casa, e il dolore di sapere che agli altri bambini della regione viene insegnato  odiarli. Per i palestinesi ha rappresentato soffrire l’umiliazione dell’occupazione e non vivere mai in un paese proprio. Ancor di più questo conflitto  ha avuto un costo grande per il Medio Oriente dato che impedisce che ci siano società che potrebbero offrire sicurezza, crescita e la formazione professionale di persone comuni.

Durante più di due anni il mio governo ha lavorato con le parti interessate e la comunità internazionale per finire con questo conflitto. Ma le nostre aspettative non sono diventate realtà. Si continua con la costruzione di insediamenti israeliani. I palestinesi hanno abbandonato le negoziazioni. Il mondo osserva un conflitto che continua e continua e lo vedono semplicemente come uno stagnamento. Di fatto c’è chi dice che con tutti i cambiamenti e incertezze nella regione, semplicemente non è possibile raggiungere avanzamenti adesso.

Non sono d’accordo. In questa congiuntura dove i popoli del Medio Oriente e dell’Africa del Nord stanno disfacendosi dei carichi del passato, sforzarsi per una pace duratura che ponga fine al conflitto e risolva tutte le richieste è più urgente che mai. Di fatto questo è il caso per entrambe le parti.

Per i palestinesi gli sforzi nel negare la legittimità d’ Israele faliranno. Gli atti simbolici per isolare Israele di fronte alle Nazioni Unite a settembre non creeranno uno stato indipendente. I leader palestinesi non otterranno la pace o il progresso se Hamas insiste su una strada di terrore e di rifiuto. Ed i palestinesi non otterranno mai la loro indipendenza se negano a Israele il diritto d’esistere.

In quanto a Israele, la nostra amicizia ha radici nella nostra storia e nei valori condivisi. Il nostro compromesso con la sicurezza d’Israele è irrompibile. E ci manterremo fermi di fronte agli intenti di far convogliare tutte le critiche nei fori internazionali verso Israele. Ma precisamente a causa della nostra amicizia, è importante che diciamo la verità: lo status quo non è sostenibile e quindi Israele deve essere anche audace nelle sue azioni per avanzare verso una pace duratura.

Di fatto, un numero sempre maggiore di palestinesi vive a ovest del fiume Giordano. La tecnologia renderà più difficile che Israele si difenda. Una regione che sperimenta un profondo cambiamento porterà ad un populismo sotto il quale milioni di persone, non solo uno o due leader, dovranno credere che la pace è possibile. La comunità internazionale è stanca di un processo interminabile che non produce mai risultati. Il sogno di uno stato ebreo democratico non può diventare realtà attraverso un’occupazione permanente.

Adesso bene, in fin dei conti, corrisponde agli israeliani e ai palestinesi agire. Nessuno può imporre la pace…..ne gli USA ne nessun altro. Ma i problemi non spariscono se la soluzione si posterga all’infinito. Quello che gli USA e la comunità internazionale possono fare è dire onestamente quello che tutti sanno, una pace duratura richiederà due stati per due popoli: Israele come stato ebreo e territorio del popolo giudaico, e lo stato di Palestina come territorio del popolo palestinese, con riconoscimento mutuo, autodeterminazione in ciascun stato e pace.

Sebbene è necessario negoziare le questioni centrali del conflitto, il fondamento di quelle negoziazioni è chiaro: una Palestina viabile, un Israele sicuro. Gli Stati Uniti credono che le negoziazioni devono produrre due stati, uno stato palestinese con frontiere permanenti con Israele, la Giordania e l’Egitto, e uno stato israeliano con frontiere permanenti con la Palestina. Consideriamo che le frontiere tra Israele e la Palestina devono basarsi sulle frontiere del 1967 con demarcazioni mutuamente accordate, in modo che si stabiliscano frontiere riconosciute e sicure per entrambi gli stati. Il popolo palestinese deve avere il diritto all’autodeterminazione e raggiungere il suo pieno potenziale come uno stato sovrano e contiguo.

Per quanto riguarda la sicurezza d’Israele, ogni stato ha il diritto di difendersi, e Israele deve potersi difendere da sola di fronte a qualunque minaccia. Le clausole devono essere sufficientemente ristrette per evitare il risorgere del terrorismo, fermare l’infiltrazione di armi e proporzionare un efficace controllo alle frontiere. Il ritiro completo e graduale dell’esercito israeliano deve essere coordinato con i palestinesi che devono assumere la responsabilità della sicurezza in uno stato sovrano e demilitarizzato. E la durata di questo periodo di transizione deve essere accordata e si deve poter dimostrare l’efficacia delle disposizioni della sicurezza.

Questi principi forniscono una base per le negoziazioni. I palestinesi devono sapere i contorni territoriali del loro stato, gli israeliani devono sapere che si affronteranno le loro preoccupazioni per quanto riguarda la sicurezza. Tengo conto che questi passi da soli non risolveranno il conflitto, perché restano due questioni che suscitano emozioni profonde: il futuro di Gerusalemme e dei rifugiati palestinesi. Ma avanzare adesso sulle questioni territoriali e della sicurezza forniranno le fondamenta per risolvere queste due questioni in modo giusto e imparziale, e che rispetti i diritti e aspirazioni sia di tanti israeliani che di palestinesi.

Adesso, permettetimi dire quanto segue: riconoscere che le negoziazioni devono cominciare con gli argomenti del territorio e la sicurezza, non significa che sarà facile riprendere le negoziazioni. In modo particolare, il recente annuncio di un accordo tra Fatah e Hamas porta ad una seria e legittima domanda per Israele: Come qualcuno può negoziare con chi si è mostrato non disposto a riconoscere il suo diritto d’esistere? E nelle settimane e mesi futuri i leader Palestinesi dovranno offrire risposte credibili a queste domande. Nel frattempo, gli Stati Uniti, i nostri alleati del Quartetto, e i paesi arabi dovranno continuare tutti gli sforzi per poter superare lo stagnamento attuale.

Riconosco che sarà difficile riuscirci. La mancanza di fiducia e l’ostilità si sono trasmessi da generazione in generazione e a volte si sono ingranditi. Per questo sono convinto che, per la maggior parte, gli israeliani e palestinesi preferiscono guardare verso il futuro al posto di rimanere intrappolati nel passato. Lo vediamo nello spirito del padre di un ragazzo che Hamas ha ucciso, che ha aiutato a creare un’organizzazione che ha riunito israeliani e palestinesi che avevano perso i loro cari. Il padre disse: “Gradualmente mi sono reso conto che l’unica speranza di poter andare avanti era riconoscendo il volto del conflitto”. Lo vediamo negli atti di un palestinese che ha perso tre figlie nel bombardamento israeliano a Gaza. Disse: “Ho il diritto di sentire rabbia. Molta gente si aspetta che senta odio. La mia risposta a loro è che non odierò. Dobbiamo avere la speranza nel domani”.

Questa è la decisione che si deve prendere, non semplicemente nel conflitto tra Israele e Palestina, ma in tutta la regione. Scegliere tra l’odio e la speranza. Tra le catene del passato e la promessa del futuro. E’ una decisione che devono prendere i leader ed i popoli. Ed è una decisione che definirà il futuro di una regione che è stata culla della civiltà e un cresolo di conflitti.

Per il popolo statunitense, le scene di insorgenza nella regione potrebbero essere motivo di preoccupazione, ma le forze che ispirano sono familiari. La nostra nazione è stata fondata dopo le ribellioni contro un impero. Il nostro popolo ha lottato in una dolorosa guerra civile che estese la libertà e la dignità agli schiavi. E io non sarei qui se generazioni passate non avessero ricorso alla forza morale della non violenza come un modo per perfezionare il nostro paese, organizzandosi, marciando e protestando insieme e pacificamente per far diventare realtà quelle parole della dichiarazione della nostra indipendenza: “Consideriamo evidenti questi principi. Che tutti gli uomini sono creati uguali”.

Queste parole devono guidare la nostra risposta al cambiamento che sta trasformando il Medio Oriente e l’Africa del Nord, parole che ci dicono che la repressione fallisce e che cadono i tiranni e che ogni uomo e donna devono godere di certi diritti inalienabili.

Non sarà facile. Non c’è una strada diretta verso il progresso e i momenti di speranza sono sempre accompagnati da momenti di difficoltà. Ma gli Stati Uniti d’America hanno messo le basi al principio che i popoli devono governare se stessi. E adesso non possiamo dubitare nel difendere con fermezza coloro che stanno facendo valere i loro diritti, dato che sappiamo che il loro successo porterà come conseguenza un mondo più pacifico, più stabile e più giusto.

Molte grazie a tutti. (Applausi). Grazie.

Traduzione: FreeYourMind!

Fonte:  voltairenet


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