Umanità 2.0: estranei alla natura, deumanizzati e pronti per il NWO

Sere fa – durante una seduta di lavaggio del cervello – sono incappato in un dialogo tra due noti personaggi televisivi: il Fazio e la Dandini.  Quest’ultima, interrogata sui temi che hanno ispirato il suo ultimo libro – un saggio sulla passione per il giardinaggio – ha risposto che – come tutti – anche lei da bambina desiderava follemente un giardino; vivere a contatto con la natura e spaziare con lo sguardo oltre il limite angusto della palazzina di fronte. Tutto ciò sottintendendo che come molti – diventando adulta – abbia soffocato tale necessità, relegandola tra le pretese incompatibili con un regime di vita moderno.
Immediatamente Fazio si è dissociato dalle generalizzazioni della ospite, rivendicando la propria predilezione per l’ambiente urbano. La natura è fastidiosa, ha dichiarato tra il serio (molto) e il faceto (poco). E’ pericolosa, scomoda, e poi è piena di bestie, zanzare, tafani che puzzano, e via dicendo.
Animali Metropolitani

Niente di strano. E’ la filosofia dei sedicenti ‘animali metropolitani‘. Gente che si sente a disagio al di fuori del consueto ambiente di città. Tra i più celebri portabandiera di questa ‘idiosincrasia’ vi è l’autore Woody Allen, i cui personaggi risultano sempre molto infastiditi e/o impauriti dalla natura.

La Dandini ha sorriso, un pochetto a disagio. Quindi ha giocato di sponda aggiungendo che tutto sommato anche un terrazzino con sopra qualche piantina possa colmare il vuoto accusato da chi aspiri di vivere a contatto con la natura.
E’ stato uno dei dialoghi più tristi mai trasmessi in televisione.
Da una parte una rappresentante della umanità ‘metropolitana’ non ancora del tutto alienata e dunque costretta a giustificare il proprio bisogno di natura come fosse una curiosa patologia psichiatrica. Dall’altra un esponente della umanità ‘metropolitana’ già assuefatta e dunque convinta (per lo meno a livello conscio, salvo psicofarmaci) di appartenere ad una nuova generazione di esseri umani evoluti, cyber-civilizzati, figli della scienza, della tecnologia e non della natura.Avete presente le persone fissate con lasterilizzazione degli ambienti di casa? Quelli che vogliono sentirsi liberi di poter cenare direttamente sul pavimento dei loro bagni, in tutta sicurezza batteriologica? Convinti chel’acido diammino tetracetico, il nitriloacetico, i policarbossilati, le aldeidi ed i fenoli clorulatisiano senza ombra di dubbio più salubri dei malvagi micro-organismi di cui fanno strage?
Naturalmente ognuno è libero di vivere la propria esistenza in funzione dei valori che ritiene più appropriati. L’importante, come sempre, è farlo in piena consapevolezza.
Qualche legittimo dubbio

Nel caso specifico, prima di inorgoglirci della nostra sublime evoluzione – così sublime da suscitare in noi un compiaciuto disagio nei confronti dello ecosistema fatto di bestie pericolose e insidie di ogni tipo che incombe oltre i confini delle nostre città – dovremmo avere una idea chiara su come siamo finiti fin quaggiù.
Come sia successo che gran parte della specie umana – dopo circa 100.000 anni – millennio più, millennio meno – trascorsi a diretto contatto con la natura, i campi, le albe, i tramonti, i fiumi, i laghi, gli animali, la vita scandita dai personali bioritmi accordati al succedersi delle stagioni, nel giro di un paio di secoli abbia sviluppato un tale ‘disagio’ nei confronti del proprio habitat millenario.

Com’è possibile che una larga parte della nostra specie sia andata raccogliendosi in giganteschi stanziamenti di cemento. Come mai abbia rinunciato agli spazi vivi, liberi, aperti e gratuiti della vita rurale per consegnare tutti i territori della Terra nelle mani delle ‘istituzioni’ ed ammassarsi in miriadi di appartamenti loculari dapagare profumatamente con anni e anni di duro lavoro.

Insomma, i lati positivi del regime di vita urbano sono valsi lo sradicamento dal nostro habitat, dai ritmi innati che scandivano le nostre esistenze? A prescindere dai vantaggi (reali o apparenti) che la vita metropolitana ci avrebbe arrecato, siamo sicuri che un simile ‘baratto’ fosse legittimamente praticabile?
E ancora, siamo sicuri che tale repentina transizione sia stata spontanea? Che tutti coloro che da sempre vivevano nelle campagne ed i piccoli borghi, e che costituivano la stragrande maggioranza della umanità, a far capo dal tardo Diciottesimo secolo abbiano progressivamente deciso in piena coscienza di fare armi e bagagli e trasferirsi nelle città?L’argomento è complesso e affascinante, e la sua trattazione meriterebbe molto più di un semplice post. Tuttavia qualche ipotesi possiamo provare ad azzardarla.
Strabiliante coincidenza

Sappiamo che buona parte delle convinzioni che presumiamo di avere sviluppato autonomamente in realtà derivi dalle contingenze ‘economiche, sociali e culturali’ del nostro tempo, e che in larghissima parte queste ultime scaturiscano dalle misure concrete deliberate da chi detiene il potere al fine di ‘guidare’ il gregge.
Il fenomeno del cosiddetto ‘inurbamento‘ non fece eccezione. Ebbe inizio parallelamente a tre storiche rivoluzioni che traghettarono la società ‘occidentale’ dai vecchi paradigmi basati su aristocrazia ed economia rurale, adun nuovo ordine basato su ‘democrazia’ e industria Stiamo parlando delle Rivoluzioni AmericanaFrancese ed Industriale, le quali per una ben straordinaria coincidenza – come strumenti di una orchestra affiatata, grazie alsoffio del ‘wind of change’ – ebbero inizio in contemporanea.La Rivoluzione Francesetrasse ispirazione dalla vittoriosa guerra con cui il popolo americano conquistò (per lo meno apparentemente) la indipendenza dal regime inglese. A tal riguardo, alcune fonti sostengono che la agenda della massoneria americana, la quale contribuì in modo determinante alla creazione degli USA, si fosse prefissata esattamente quello obiettivo, creare cioè uno stato nuovo di zecca che fosse d’esempio e ispirazione per le popolazioni occidentali (vedi post correlati).Obiettivo centrato in pieno, alla luce di ciò che accadde in Europa.
Sebbene i testi scolastici ce la descrivano come una straordinaria vittoria conseguita dal popolo, a seguito della quale tutti gli uomini diventarono ‘uguali’ ed il potere politico passò dalla classe nobiliare alla ‘collettività’, ogni volta che sentiamo parlare della Rivoluzione Francese dovremmo tenere a mente il celebre motto usato da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo Gattopardo: “Cambiare tutto, affinché nulla cambi”.
Ci sono momenti, nel corso della storia umana, in cui le popolazioni giungono ad intuire la verità celata dietro le apparenze. Il che innesca un processo di ribellione. La abilità dei burattinai consiste nel prendere il controllo di tali inarrestabili processi, così da poterli ‘gestire’, indirizzandoli a proprio piacimento.
La Rivoluzione Industriale
Ciò detto, diamo una occhiata a ciò che accadde durante il momento storico che diede i natali al fenomeno dello inurbamento – quello della ‘Rivoluzione Industriale‘ – citando stralci di testi non sospetti, alcuni dei quali proposti nelle scuole, dunque approvati dallo stesso sistema che continua a propagandare la vita urbana.
Nei secoli precedenti (la Rivoluzione Industriale) la legge obbligava i proprietari a lasciare una parte delle loro terre «aperte» ai contadini, i quali avevano il diritto di farvi pascolare gli animali e raccogliere la legna e la vegetazione spontanea. Quando questo vincolo cadde (all’inizio del Settecento), la superficie delle terre coltivate crebbe notevolmente, in quanto i «campi aperti» vennero in gran parte bonificati e dissodati.
Forti del loro aumentato potere, i proprietari terrieri finirono con l’impadronirsi anche delle terre comunali e le recintarono (enclosures).
I proprietari più ricchi attraverso le enclosures raggrupparono diversi campi e parti delle terre comuni in modo da formare grandi aziende agricole produttive.
Le motivazioni sopra citate aggravarono le condizioni di vita dei piccoli proprietari terrieri (già in difficoltà per le pesanti tassazioni) che furono costretti ad abbandonare le loro terre e a trasferirsi in città, e delle masse contadine. Moltissimi contadini e braccianti, infatti, rimasero senza lavoro e furono costretti ad emigrare nelle città dove divennero operai delle nascenti fabbriche. (Fonte)
(…) Ma l’altra storia, quella che non viene quasi mai raccontata, parla di espropri legali, di tortuose manovre ed imbrogli realizzati grazie al concorso delle autorità, del Parlamento, dei parroci e dei giudici di pace. (Fonte)

L’aumento demografico creò la nascita della città industriale, che si popolò di artigiani e contadini che abbandonarono le campagne per lavorare nelle fabbriche dando origine al fenomeno dell’inurbamento. Si costruirono alle periferie delle grandi città abitazioni fatiscenti e insane, prive di servizi igienici. (Fonte)

Ebbene, molti riterranno che tale ‘transizione’ si sia verificata esclusivamente per ragioni finanziarie, in quanto lo avvento della ‘economia della crescita’ trasformò i grandi proprietari terrieri in avidi speculatori. In parte dev’essere vero. Altri esamineranno la faccenda dal punto di vista della neonata classe industriale. I nuovi ritmi produttivi reclamavano grandi quantità di lavoratori a basso costo che mandassero avanti le catene di montaggio. Lavoratori che abitassero in prossimità dei luoghi di lavoro, per ottimizzare la produttività. E dove recuperare cotanta mano d’opera? Ovviamente nelle campagne, anche attraverso una serie di provvedimenti istituzionali con cui si penalizzò l’antico sistema latifondistico, attuati da una neonata classe politica che si fece carico di concretizzare l’obiettivo perseguito dai burattinai.
La Nuova Era

Con l’avvento della ‘nuova era’, edificata sui valori del ‘sogno americano’ la progressiva ingerenza con cui le istituzioni avocarono il controllo su ogni settore produttivo, unita alla esplosione demografica che la pur vertiginosa crescita industriale non riuscì ad assorbire, finirono per generare una condizione umana fino ad allora praticamente inedita: la disoccupazione, da cui scaturì il fenomeno della emigrazioneIl lavoro smise di costituire una scelta per diventare un diritto, una merce ed infine un privilegio.

La criminalità nelle aree urbane crebbe di pari passo alla disoccupazione, e tutto ciò rese necessaria una sfilza di regolamentazioni, vincoli, controlli, contrappesi, con cuianno dopo anno furono cancellate le abitudini sociali che avevano contraddistinto le città pre-industriali. La gente incominciò a disertare l’agorà uscendo di casa solo per lavoro, e adattandosi a vivere giornate intere in totale isolamento, rinchiusa tra quattro mura, abitudine fino ad allora del tutto estranea alla esperienza umana.

I rapporti interpersonali scaderono in vuote consuetudini da ‘consumare’ nei risicati intervalli tra le incombenze che il cittadino moderno si trovò obbligato ad adempiere adun ritmo forsennato, non più subordinato alle leggi della ciclicità naturale, bensì ai nuovi diktat autoreferenziali della crescita economica e della ‘catena di montaggio.’

Nei decenni successivi, grazie al fascino esercitato dalle nuove tecnologie, il processo di svuotamento delle campagne diventò inarrestabile. Innovazioni quali il telefono e la elettricità corrente sortirono sull’individuo medio l’effetto di una droga, e nessuno intese più prendere in considerazione il ritorno ad un regime di vita rurale, anche perché nel frattempo la economia agricola aveva perduto gran parte dei suoi connotati classici, adeguandosi ai nuovi paradigmi del profitto e della concorrenza globale.

Come al solito fu la collettività stessa ad accogliere a braccia aperte il cambiamento, inebriata dai prodigiosi luccichii di facciata con cui i burattinai usano mascherare ogni oscura sostanza.

Ecco sorgere migliaia di microcosmi sintetici in perenne espansione. Mega-zone di concentramento caratterizzate da montagne di materiale inerte che oscuravano il sole, pensate per contenere una tale abnorme densità abitativa e poi spacciate per opere artistiche tendenti verso il cielo (che romantico, lo skyline!).

Un intrico di binari ferroviari, autostrade e rotte aeree collegarono le città in ossequio alla ottimizzazione dei tempi produttivi, così perfino nei viaggi la natura finì confinata lungo i bordi delle carreggiate e oltre gli oblò degli aeroplani, insieme alla sua verdeggianteinospitalità.
La ‘storia’ fa il suo corso
Tempo qualche decennio, ed ecco nascere nuove generazioni di individui che non avevano mai visto un pollo comprensivo di penne. Individui letteralmente terrorizzati dalle più comuni specie animali tra cui galline, cani, mucche. Che canticchiavano ‘Nella vecchia fattoria’ senza mai averne vista una di persona. Che non sapevano coltivare la verdura di cui si alimentavano, costruire le case in cui vivevano, preparare i ritrovati con cui si curavano. Individui-strumenti, passivi e deresponsabilizzati, non più in grado di rapportarsi al mondo in maniera autosufficiente. Costretti a sottostare alle condizioni imposte dalla burocrazia e dal mercato per soddisfare qualsiasi necessità che esulasse le loro specifiche mansioni all’interno del sistema.

I decenni trascorsero fino ai tempi attuali, popolati da individui intossicati da scorie di ogni tipo ed alimenti industriali semi-sintetici, bombardati da radiazioni elettromagnetiche, i quali quando si ammalano si chiedono cosa mai abbia potuto compromettere la loro salute. Individui che da un lato si fanno in quattro per accedere agli agi, le comodità e le ottimizzazioni della modernità e dall’altro soffrono la sedentarietà, il sovrappeso e le patologie ad essi connesse, magari sciupando lo scarso tempo libero facendo jogging o distruggendosi di fatica nelle palestre. Generazioni di individui depressi, ansiosi, stressati, che si chiedono se la loro condizione psichica possa derivare dalle scarse gratificazioni del loro impiego o della loro relazione sentimentale, quando una delle principali cause del loro malessere lo hanno avuto davanti agli occhi fin dalla più tenera età sotto forma di un muro di cemento con appeso sopra un orologio. Un pò come un pesce spiaggiato convinto di sentirsi poco bene a causa di una indigestione.

Ecco crescere nuove generazioni di spettatori che adorano la cinematografia ‘on the road’, le storie ‘di frontiera’ e quelle catastrofiche in cui uno sparuto gruppo sociale è obbligato a sopravvivere alle asperità di un mondo post-apocalittico. Un mondo pericoloso e faticoso, ma anche sconfinato, libero e pieno di prospettive, solidarietà e ‘senso.’ Lo stesso senso che per una qualche ‘insondabile’ ragione sembra essersi eclissato nelle vite di tanti cittadini contemporanei, mal compensato da palliativi più o meno dannosi.

Sogni mostruosamente proibiti
A tal proposito, gli appassionati di catastrofismo e ‘new age’ non si sentano in colpa se di tanto in tanto si sorprendono a vagheggiare di una gigantesca calamità naturale che faccia crollare la attuale civiltà riportando l’umanità ad un nuovo medio evo.E’ chiaro che nei loro inconfessabili sogni ad occhi aperti la catastrofe non rappresenti un fine, bensì un mezzo. E’ un allarme che riecheggia nelle loro coscienze. Un espediente psicologico con cui donano voce a un sacrosanto istinto soffocato dai tabù della ‘modernità’ (vedi post correlati). Esprime la viscerale necessità di tirarsi fuori da questo drammatico processo di alienazione, ritornando ad una vita più dignitosa e armoniosa; un desiderio di decostruzione, di libertà, di natura, di fuga dalle maglie sempre più fitte di un sistema che ha disatteso ogni aspettativa, e invece di renderci più liberi e felici ha finito per alienarci dal vero mondo, assoggettandoci allo arbitrio di una manciata di piccole anime in giacca e cravatta.Vi siete mai chiesti se le funzioni assolte dai parchi cittadini e dagli alberelli spaesati ai lati delle vie urbane siano solo estetiche e di ‘ossigenazione dell’aria’? Ed i pochi metri quadri di praticello ricavati intorno alle villette di periferia? Mi chiedo se la loro funzione non sia anche un pò ‘politica’. Avete presente le mini-rocce corredate di mini-palombaro e mini-forziere con cui presumiamo di rendere più confortevoli le prigioni di vetro dei nostri pesci rossi?E ancora, vi siete chiesti perché la televisione ci rimpinzi di trasmissioni e documentari a tema naturalistico? E come mai riscuotano tanto successo videogiochi in cui l’unico scopo è quello di gestire una fattoria virtuale? E come mai – più in generale – siamo letteralmente subissati dalle ficition? La risposta più scontata sarebbe che tali ‘prodotti’ garantiscono profitti elevati. Il che può starci, ma potrebbe anche essere che il sistema stesso si preoccupi di somministrare ai cittadini più ‘inquieti’ – quelli non ancoraassuefatti come Woody Allen e Fazio – una quotidiana razione di evasione dal ripetitivo grigiore quotidiano, e di naturalità ‘onirica’. Chiamasi valvola di sfogo, o catarsi (vedi post correlati), e serve ad alleviare gli squilibri psichici suscitati da una vita in cattività, vissuta all’interno di un habitat costrittivo, alieno, insalubre. Una vita da pesci rossi.
Ma anche ammettendo che i dati di mercato siano reali, dovremmo chiederci come mai un certo genere di intrattenimento attiri un pubblico così vasto. Cos’è che renda le fiction a sfondo anarchico e apocalittico così appetibili. Perché i documentari sulle lande selvagge, le foche e gli gnu attirino tanti spettatori. Cosa ispiri i molti movimenti filosofici e spirituali incentrati sulla attesa di una Fine del Mondo Così Come lo Conosciamo. Ed ancora, cos’è che induce molte persone – ad esempio la Dandini – a desiderare un giardino o perlomeno un terrazzino su cui poter innaffiare qualche pianta comprata in un centro commerciale.

Welcome to machine
Sembra evidente che da qualche decennio una parte della umanità stia attraversando uno dei momenti di lucidità di cui si parlava paragrafi addietro. L’attuale sistema sociale, nato verso la fine del Settecento, con la sua (finta) democrazia rappresentativa e la sua scala di valori improntata sul ‘sogno americano’ sta segnando il passo, anche grazie al dispiego di mezzi e forze con cui i burattinai stanno adoperandosi per accelerarne lo smantellamento. Analizziamo gli espedienti con cui stanno distruggendo i capisaldi della attuale società; la ‘instabilità’ politica, economica, energetica; le provocazioni con cui cercano di fomentare la rivolta ed il caos sociale. Guardiamoci intorno; le videocamere nelle strade, le nuove tessere sanitarie microchippate, gli smartphones dotati di chip NFC, i GPS ricetrasmittenti, la rete telematica, che percepiamo come libera e rivoluzionaria; le clausole contrattuali che sottoscriviamo per scaricare l’ultima app di Facebook o del telefonino. E’ tempo di cambiare. Tempo che la collettività – ancora una volta ‘ispirata’ da input percepiti come ‘spontanei’ e ‘rivoluzionari’ – si diriga verso i nuovi paradigmi sistemici. Tempo che torni a battersi per ottenere nuovi diritti e benefici; oscure sostanze celate dietro facciate luccicanti. Nuove frontiere del progresso che la conducano alla definitiva robotizzazione.


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