DUE FORME DI TERRORISMO

 

Facci dunque uno principe

di vincere e mantenere lo Stato:

e mezzi sempre fieno iudicati onorevoli

e da ciascuno saranno laudati;

perché el vulgo ne va preso con quello che pare

e con lo evento della cosa:

e nel mondo non è se non vulgo,

e pochi non ci hanno luogo quando

gli assai hanno dove appoggiarsi.”

Machiavelli ‘Il Principe’

1. Dal vertice sul panfilo Britannia al colpo di Stato giudiziario di Mani pulite in poi il problema per i dominanti Usa attraverso i subdominanti interni della GF&ID, è diventato non il machiavelliano ‘mantenere lo Stato’ nazionale italiano, ma  quello di modificarne la sua configurazione per inserirlo con una determinata (sotto)posizione in un dato ordine mondiale. A questo scopo è risultata sempre vera la massima del grande fiorentino secondo la quale tutti i “mezzi sempre fieno iudicati onorevoli”. A proposito di questi mezzi, in un recente articolo su questo blog La Grassa metteva per l’ennesima volta in luce come sia in atto una strategia “per attuare, in una crisi come questa, un imponente trasferimento di risorse – per il quale la finanza serve da strumento(anche di terrorismo oltre che di attuazione del programma) – verso i paesi europei più forti e più vicini agli Usa di Obama, oltre che verso questi ultimi.”[1] La finanza è quindi uno strumento per attuare di un programma avente come obiettivo quello di subordinare la formazione sociale italiana al ‘Washington consensus’ mediante lo smantellamento dei nostri settori strategici che consentono margini di autonomia. E nello stesso tempo la finanza è vista come uno strumento adatto per terrorizzare coloro che potrebbero mostrarsi indocili a quel programma, ad esempio mediante il terrorismo del debito pubblico. A proposito del significato del termine terrrorismo “In generale, si può però sostenere che con questa parola ci si riferisce all’uso (specie se sistematico) del terrore—in qualsiasi forma si presenti—al fine di ottenere un risultato politico. Si può infatti ricorrere al terrorismo tanto per conquistare un territorio quanto per proteggerlo, oppure per spingere alla capitolazione il proprio avversario, o almeno per disgregare la sua capacità di resistenza, o infine per indurlo a trattare e a fare delle concessioni, eccetra.”[2]

2. Il 12 dicembre di quarantatre anni fa avveniva la strage di Piazza Fontana, un evento, tra i diversi possibili, in  cui si manifesta l’essere lo Stato  un campo conflittuale tra strategie, strettamente intrecciate, interne ed esterne. La breve ricostruzione che propongo della tramatura politica in cui il tragico evento è inserito, non vuole solo essere un minimo atto di memoria storica, ma far riflettere sul nostro presente. In un testo pubblicato per la prima volta nel 1978 utilizzando uno pseudonimo ed ispirato da una fonte interna all’intelligence inglese l’autore ipotizza a quell’epoca l’esistenza di una “strategia voluta dall’inquilino del Quirinale, in piena concordanza con il consigliere di maggior spicco del presidente Nixon, Kissinger.”[3] Secondo questa strategia ”i vertici della Dc del Partito socialdemocratico si stavano preparando a dare il via alla fase fina del ‘piano Saragat’: lo scioglimento delle  Camere e le elezioni anticipate in clima da crociata anticomunista, con la programmata proclamazione dello ‘stato di pericolo pubblico’.”[4] La probabilità di riuscita era fondata sulla valutazione fattuale secondo la quale “ ‘il partito del presidente’ fosse in larga maggioranza nel paese, potendo  contare su forze politiche, economiche e dell’apparato dello Stato.”[5]  Questo scenario è confermato dal generale Maletti ,allora capo del servizio di controspionaggio del SID, che il un libro-intervista ha affermato: “Lo dico chiaro e tondo. C’era in atto, in Italia, unaprecisa strategia americana: sono certo che sia il capo dello Stato sia Andreotti ne fossero al corrente.

Intervistatori: Questa è un’affermazione molto grave. Si tratta di due altissime figure istituzionali. Giulio Andreotti era un leader della Dc, uno dei massimi esponenti dell’ala destra del partito. Era stato undici volte ministro. A piazza Fontana morirono diciassette cittadini italiani. Il nostro paese era un paese democratico, con venticinque anni di libere elezioni alle spalle.

Risposta: “Attenzione: entrambi erano a conoscenza della strategia di fondo, ma non potevano certo prevedere l’esatto susseguirsi degli eventi.”[6] Quindi continua l’alto ufficiale: “Saragat era senza dubbio un uomo d’ordine. La piega che stavano prendendo gli avvenimenti, in Italia, non gli piaceva per nulla. Certamente era in contatto diretto con Nixon, e certamente era a conoscenza delle varie manovre  della Cia.  C’era un rapporto, molto probabilmente, anche di tipo operativo. Si incontravano e si dicevano: ‘Che facciamo adesso?’ .  Questo mi sembra possibilissimo.”

Intervistatori: Quando Lei dice che Saragat era a conoscenza delle ingerenze americane, si riferisce probabilmente anche a Piazza Fontana?

Sì, certo: mi riferisco a Piazza Fontana.[7]

Riguardo ai modi di operare dei centri strategici statunitensi e dell’effettivo svolgersi della catena di azioni precisa: “Ma bisogna capire questo: Washington, probabilmente, non conosceva il bersaglio. Gli americani, cioè, non avevano idea dove la bomba sarebbe esplosa. Questa scelta spettava ai gruppi italiani. Non credo che gli statunitensi potessero puntare il dito contro la Banca Nazionale dell’Agricoltura, o contro qualsiasi altro obiettivo. La cernita delle provocazioni era riservata esclusivamente ai terroristi. Gli americani, insomma, non eseguivano il lavoro sporco: mi pare ovvio. Quello toccava agli indigeni: agli italiani, ai cileni, ai greci.”

Secondo gli autori del volume sottotitolato ‘La verità politica sulla strage di Piazza Fontana’, i vertici dei diversi apparati statali trovarono un punto di mediazione sul come procedere, per cui  “Fu un’intesa politica siglata il 23 dicembre 1969 tra il ministro degli Esteri, Aldo Moro, e il Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, a impedire che si arrivasse in breve tempo ai responsabili della strage di Piazza Fontana. Dietro quell’intesa la necessità di tutelare ‘Il segreto della Repubblica’. Cioè il tentativo di golpe istituzionale, messo in atto  con il sostegno degli americani e duramente osteggiato dall’intelligence inglese.”[8]

Quanto al raggiungimento delle finalità prefissate è chiarificatore richiamare un volume, dedicato ad una figura legata a quegli eventi, l’agente Z, Guido Giannettini, nella cui parte documentaria si trova un appunto d’epoca che  così recita perentoriamente:  “gli attentati del 12 dicembre 1969 favorivano unicamente il mantenimento dello status quo, cioè la formula Saragat/Rumor (cfr. I/D). In ordine a questa finalità, si dimostravano tremendamente efficaci.”[9]


[1] La Grassa ‘Non bastano i denti’ 30 novembre 2011

[2] Gambino ‘Esiste davvero il terrorismo?’ Fazi editore pag. 13

[3] Bellini ‘Il segreto della Repubblica. La verità politica sulla strage di Piazza Fonatana’ Selene edizioni pag. 32

[4] Bellini ‘Il segreto della Repubblica. La verità politica sulla strage di Piazza Fonatana’ Selene edizioni pag.32

[5] Bellini ‘Il segreto della Repubblica. La verità politica sulla strage di Piazza Fonatana’ Selene edizioni pag.33

[6] Seresini, Palma, Scandaliato ‘Piazza Fontana, noi sapevamo. Golpe e stragi di Stato. Le verità del generale Maletti.’ Aliberti editore pag. 103

[7] Seresini, Palma, Scandaliato ‘Piazza Fontana, noi sapevamo. Golpe e stragi di Stato. Le verità del generale Maletti.’ Aliberti editore pag. 101

[8] Bellini ‘Il segreto della Repubblica. La verità politica sulla strage di Piazza Fonatana’ Selene edizioni

[9] Pace’Piazza Fontana. L’inchiesta: parla Giannettini.’ Armando Curcio editore pag. 81

Fonte: Conflitti e Strategie

CINA: NUOVE RELAZIONI ECONOMICHE INTERNAZIONALI?

Di Julio A. Diaz Vazquez
Centro di Ricerche dell’Economia Internazionale
Università dell’Avana


E’ un fatto universalmente accettato che, l’inserimento della Cina nell’economia mondiale, avvenuta negli ultimi 30 anni sta influendo nei cangianti cambiamenti che avvengono nelle relazioni economiche internazionali. Allo stesso tempo, suggeriscono che, il paese, entrando nella società globalizzata, con successi evidenti,sta affrontando la sfida di assorbire il patrimonio tecnico-culturale istituzionale mondiale, senza perdere l’ancestrale fisionomia della sua cultura molto particolare. La prima metà del XXI secolo verificherà eloquentemente se si trova di fronte ad una minaccia o a una sfida senza precedenti nella sua millenaria storia.
Tuttavia, sembra utile notare che la vocazione ufficiale della Repubblica Popolare Cinese d’integrarsi pienamente all’economia globale come scopo ultimo della politica di riforma e apertura, ha avuto la sua prima manifestazione nel 1983 quando sollecitò e ottenne lo status di osservatore nell’Accordo Generale di Tariffe e Tasse (GATT). Nel 1984 al paese è stato consentito di intervenire nell’Organismo come osservatore speciale, e assistere alle riunioni del Consiglio e alle sue entità subordinate.
Ma, prima si deve ricordare che la Repubblica Cinese è stata uno dei ventitré paesi che firmò la Carta della Costituzione del GATT nel 1957. Nel (4/1948) Governo Nazionalista Cinese, guidato da Chiang Kai-chek, approvò il Protocollo di Applicazione Provvisorio, in occasione della ratifica (5/1947) dell’Accordo dalla maggior parte dei firmatari, il paese si divenne il fondatore del GATT.

Al momento di costituirsi (1-10-1949) la Repubblica Popolare Cinese sospese le sue attività come parte integrante del GATT. In conformità con il diritto internazionale universalmente accettato, la sostituzione delle Autorità Nazionaliste del Governo Popolare non rappresentò un cambiamento o dissoluzione dello Stato.  La personalità internazionale del paese, quindi, è rimasta, inoltre, esistevano meriti perché la Nuova Cina si qualificasse come fondatrice dell’Organizzazione.
Tuttavia, per motivi storici, legati al complesso e teso mondo bipolare stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, intorno agli USA-URSS, per più di 30 anni il paese smise di partecipare all’Organizzazione. Tempo in cui, sia la Cina sia le attività del GATT, sperimentarono sensibili cambiamenti. L’aver richiesto a entrambi gli interessati, in modo retroattivo, di esercitare i doveri e diritti sospesi, avrebbe creato complicate differenze giuridiche. Per questo, la Rep. Cinese sostenne dall’inizio la tesi della rinuncia da entrambi le parti, dell’uso di prerogative che non potevano essere soddisfatte nel passato.
Le richieste sono state ulteriormente complicate dalla decisione delle autorità nazionaliste di Taiwan di far valere per anni le pretese di rappresentare i diritti internazionali della Cina Continentale, comunicando (3/1950) alla Segretaria dell’ONU, l’uscita dal GATT. La (5/1950) richiesta fu accettata, questione che il governo della Rep. Cinese dichiarò illegale, cosa che rese nota in un’energica nota al Dispaccio dell’Organismo.
In (3/1965) la Repubblica Cinese (capitale Taipei), titolo adottato dai nazionalisti a Taiwan, chiese l’adesione al GATT in qualità di osservatore, la richiesta fu accolta. Quando fu reso (1971) alla Rep. Cinese, il suo legittimo luogo nell’ONU fu annullato la partecipazione di Taiwan al GATT.
Con queste premesse (7/1986), il Governo della Cina rivendicò ufficialmente il suo posto di diritto come assegnatario del GATT. Cominciò, da quel momento, un lungo e complesso processo di negoziazioni per definire il calendario e le condizioni in cui tale accesso doveva essere dato; sintesi conclusa il (10-12-2001) accettando l’entrata del paese nell’OMC.  Inutile dire che quasi quindici anni di procedimenti lunghi, si spiegano solo nel fatto che servirono per strappare alla Rep. Cinese il maggior numero di concessioni e di creare i vincoli esterni al suo sviluppo, questione messa in evidenza, tra le altre, dai 15 anni d’attesa per riconoscerla come una economia di mercato. 
II
Così, una volta che in Cina prese corso la politica di modernizzazione, legata alla strategia da sviluppare nel quadro della Riforma e Apertura, e inserita nel processo di globalizzazione dell’economia mondiale, sono stati delineati, a poco a poco, i profili che definiscono gli aspetti specifici delle nuove condizioni nei suoi rapporti economici internazionali. Questi modelli includono: Vantaggi reciproci, profitti condivisi, sviluppo economico, rispetto della sovranità, rispettare il diritto internazionale, aiuto senza condizionamenti politici o di altro tipo, non giudicare le condotte politiche degli stati con cui si creano relazioni,in particolare quando si tratta di paesi in via di sviluppo. Canoni che, sono identificati come Modello, dai contorni molto propri riconosciuti universalmente.
D’altro canto, è significativo che per oltre venti anni i rapporti economici e politici al di fuori della Cina sembrassero muoversi secondo le sintetiche istruzioni tracciate da Deng Xiaoping, di nascondere la brillantezza, aspettare il momento opportuno e costruire capacità. Tradotto in fatti concreti, i suoi significati hanno in fondo il riconoscimento che, dalle circostanze dei paesi poveri e deboli, la Cina doveva evitare conflitti e concentrarsi sul rinnovamento economico. E allo stesso modo, stabilire legami con tutte le nazioni che aiutassero alla ricerca di mercati, risorse naturali, tecnologie e sostegno politico.
Allo stesso tempo, la Cina, per distribuire tutta la capacità economica e politica raggiunta negli ultimi 30 anni, aderisce allo sviluppo pacifico come base della sua proiezione internazionale. Con questo riafferma che non ripeterà le strade seguite dalla Germania alla fine del XIX secolo, che diventando potenza di punta dell’Europa portò a una nuova divisione territoriale del mondo; pretesa che portò alla I Guerra Mondiale. Processo rinnovato negli anni ’30per rivendicare uno spazio vitale in Europa; e coincise con le posizioni imperialiste adottate dal Giappone in Asia che portarono alla II Guerra Mondiale.
Inoltre, nel programmare lo sviluppo della strategia rinnovatrice dell’economia, la Cina prende le distanze da altre esperienze, come fu la strada seguita dall’URSS che, per diverse cause storiche interne ed esterne, cercò di creare una società socialista in un solo paese, isolandosi praticamente dalla globalizzazione economica. Al contrario, la Nuova Cina, integrandosi al processo di globalizzazione economica, ha aperto nuove opportunità a tutte le nazioni partecipanti al tessuto dell’economia internazionale. Non ha neanche manifestato la vocazione di diventare una potenza egemonica né ha dato origine ad alleanze militari orientate verso altri stati.
Al contrario, la Cina, fondamentalmente, dalla seconda metà degli anni ’90 del XX secolo, promuove, in modo coerente, nei suoi rapporti economico-politici esterni il cosiddetto potere blando (1). Nel condurre questa politica approfitta dei successi del suo dinamico boom economico, insieme a una densa rete integrata da aziende, istituzioni, specialisti di diverse discipline- medici, ingegneri, maestri, costruttori- e il reclutamento di studenti- 1 milione 300 mila nel 2009- la creazione di Istituti Confucio, diffusione della lingua, cultura, ecc. Fattori che, uniti a una rinnovata diplomazia, facilitano l’inserimento del paese nell’economia e politica mondiale, oltre all’importante fattore di annullare le manovre volte a frenare la sua emergenza.
Inoltre, dopo il crollo del mondo bipolare, cancellati i confini ideologici e politici nella fase della Guerra Fredda, non solo hanno differenziato gli stati del pianeta opponendoli gli uni contro gli altri, ma sembra che prende piede la geografia politica del mondo globale, segnata nel suo nucleo centrale da componenti economici e geopolitici. Adesso, non sono le risorse o i mercati a stabilire i modelli nell’arena internazionale ma la capacità di fissare canoni, stabilire regolamenti, norme abitudini. In altre parole, le strategie vigenti fino a pochi anni fa stanno cambiando. In questo contesto, la Cina, invece di essere destinataria passiva di questi cambiamenti, è entrata nella concorrenza per stabilire le regole globali.
Così, la Nuova Cina, che è stata allontanata dal contesto esterno per vari decenni, oggi s’integra all’economia globale con le sue istituzioni, e l’obiettivo è diretto, principalmente a rafforzarle, aiutando a eliminare le idee di minaccia, bloccare le pretese dei poteri egemonici, e assicurarsi un ambiente pacifico che contribuisca allo sviluppo nazionale. Collocati in quest’ottica, non c’è da meravigliarsi che, con una visione a lungo termine, tra le altre cose, esistano in Cina diverse posizioni associate alla costruzione di un ordine globale a sua immagine e somiglianza.
Ora messa in questo contesto, appare il bisogno di strutturare politiche più attive e che coinvolgano in modo creativo la Cina nelle tendenze che segnano la traiettoria degli affari internazionali. Pertanto, è necessario superare le ellittiche delineate da Deng Xiaoping quando raccomandava: “Osservare sobriamente gli avvenimenti, mantenere le posizioni, affrontare con calma le sfide, nascondere le capacità e mai affermare la leadership”(2)In altre parole, si tratta di scegliere per evitare confronti, mentre si cambiano nella pratica le regole del gioco stabilite; e con esse, allegati agli schemi interni, costruire una realtà alternativa dove le norme e i valori cinesi siano quelli che determinano il corso degli avvenimenti piuttosto che i modelli dell’Occidente.
Questi punti di vista, rispondono, in uno o nell’altro senso, a rifiutare le mire dei poteri egemonici mondiali di modellare il processo innovatore della Cina secondo le etichette internazionali. In sostanza, queste tendenze possono riunirsi sotto tre gruppi. Uno, quello che stimola l’integrazione alla sfera europeo-americana, spazio nel quale il paese deve lottare per i suoi diritti all’interno del sistema. Un altro favorisce l’erezione di un percorso alternativo, dove la Cina occupa il Centro. Il terzo, con senso più pragmatico, pone la questione di integrare qualsiasi mezzo che contribuisca all’avanzamento degli obiettivi iscritti nel programma di riforma economico-sociale-politico. Quello che è interessante è che tutte hanno in comune la cultura tradizionale cinese con le teorie del pensiero politico-filosofico occidentale.
III
Molte saranno le aree, nelle vicende quotidiane, nelle quali si potrà osservare il dispiegamento dei tratti del Modello dei nuovi rapporti economici che struttura la Cina. Il primo si sviluppa intorno all’Asia. Per ovvi motivi, la regione costituisce una priorità strategica del paese; e lì si applicano con preferenza gli elementi destinati a rinnovare i criteri stabiliti nello scenario dell’economia internazionale: commercio, investimenti, finanze, integrazione economica, immigrazione; cioè, aspetti della diplomazia del potere blando. In quest’ordine, è stata emblematica la cooperazione tra l’Associazione del Sud Est Asiatico- ASEAN- (Singapore, Malesia, Tailandia, Filippine, Indonesia, Brunei, Vietnam, Cambogia, Myanmar, Laos) e la Cina.
Il fatto che ha segnato la pietra miliare nelle relazioni tra l’ASEAN e la Cina è rimasta siglato il 10.2.2003 quando si concluse il protocollo che stabilì l’impegno di ridurre o abolire (2010) le barriere tariffarie al commercio tra i firmatari. Insieme alla riduzione delle tariffe doganali (1/2004) ad alcuni prodotti agricoli, la cooperazione si è estesa alla sfera finanziaria, dei servizi, investimenti, industria, agricoltura e tecnologia. Sul piano politico (2004) è stata siglata la Dichiarazione della Società Strategica per la Pace e la Prosperità. Entrambi i documenti riaffermarono la volontà di aumentare la collaborazione, e inoltre, sono serviti a superare le gelosie e scetticismi che nel passato avevano inquinato i rapporti economici e politici.
Il passo finale per la formazione del mercato libero più grande del pianeta, con più di 850 milioni di consumatori, un PIL superiore ai 6.000 miliardi di dollari e un commercio estero che supera i 4.000 miliardi di dollari, fu dato a Laos, il 30.11.2004 quando fu stretta l’alleanza che diede origine alla nascita dell’ALC tra la Cina e i paesi dell’ASEAN. In un processo a due velocità (7-2005-2010) si è proceduto a eliminare-ridurre le barriere dei dazi per 4.000 elementi di beni fino al livello di 0-5%. Mentre, per altri prodotti, automotori, zucchero, olio vegetale e acciaio abbassano le tariffe ma in minor livello nel 2010, applicabile solo ai soci più sviluppati: Singapore, Malesia, Tailandia, Filippine, Indonesia, Brunei.  Processo che, dopo il completamento nel 2020, con la soppressione totale delle barriere dei dazi, resterà la più grande  zona di libero scambio del mondo.
Allo stesso modo, nel contesto regionale si consolidano anche i coordinamenti tra l’ASEAN +3: Cina, Giappone e Corea del Sud. La crisi asiatica (1997) ha consigliato (2000) che, attraverso le Banche Centrali dei paesi del Gruppo, si stabilisse un pool di riserve di divise- 120.000 milioni di dollari- per far fronte agli attacchi speculativi contro le monete di qualsiasi membro. Inoltre concordarono di scambiare informazione sui flussi dei capitali a breve termine, creando così una specie di sistema di allarme anticipato volto a prevenire possibili crisi finanziarie. È inutile dire che la Cina è stata un fattore decisivo per l’impulso a tali iniziative.
IV
D’altra parte, per molto tempo la Cina, partendo da esperienze passate, ha osservato con astio le organizzazioni multilaterali. Tuttavia, un cambiamento è stato operato nel 1995, con l’adesione di Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, attraverso un Accordo sulla Sicurezza e Cooperazione che diede luogo alla nascita dell’Associazione dei Cinque di Shangai. Inizialmente i loro sforzi si sono concentrati sulla smilitarizzazione delle frontiere comuni- più di 5 mila km- e successivamente, ampliarono le sfere d’interesse al commercio e alla sicurezza.
Così, il 15.6.2001 con l’adesione all’Associazione, dell’Uzbekistan, è sorta l’Organizzazione di Cooperazione di Shangai (OCS).  Si tratta di un segretariato permanente a Pechino, un Consiglio di Affari a Mosca ed una Struttura Regionale Antiterrorismo, a Tashkent, città Uzbeka. Dal 2004 dispone di una forza locale per affrontare le attività terroristiche con base a Bishkek, capitale del Kirghizistan. L’organo di governo è il Consiglio dei Capi di Stato che si riunisce almeno una volta l’anno. Nel 2004 è stato concesso alla Mongolia lo status di osservatore; e nel 2005 si è estesa tale categoria al Pakistan, India e Iran. Dopo un periodo di congelamento delle adesioni, nel summit a Tasken, a giugno del 2010, è stata convenuta l’apertura dell’Organizzazione a nuovi membri.
L’OCS che, non è diretta contro nessun paese o blocco, appare come un’entità idonea per coniugare i diversi interessi dei suoi partecipanti. Prima di tutto, riafferma e proietta la copertura internazionale dei recenti paesi indipendenti dell’Asia Centrale, un tempo parte dell’URSS. Serve a tutti per neutralizzare gli intenti dei poteri egemonici di stabilire la loro presenza e influenza nella Zona, in modo particolare, dopo l’11 settembre. La lotta al terrorismo costituisce un buon alibi per giustificare la crescente dimensione della sicurezza, anche se è certo che, le misure comuni contro l’azione di gruppi estremisti, esercitazioni militari congiunte o bilaterali, sono accompagnate da una trasparenza inusuale, paragonate ad altre esperienze.
Tuttavia, la cooperazione economica guadagna dinamismo, con l’impulso della ricchezza degli idrocarburi, risorse minerali e agricole che possiedono le cinque Repubbliche centro-asiatiche. Collaborazione che ha come incentivo il crescente potere economico della Cina che, in modo perseverante, cerca di assicurarsi le fonti di energia e materie prime che soddisfino il breve e lungo termine di quelle forniture essenziali per sostenere il boom economico del paese. Per la Russia, si tratta di conservare la presenza nella Regione, e se possibile, di riacquistare spazi perduti, servono di base a questi propositi i problemi legati alla sicurezza.
Non può essere trascurato che l’OCS forma un’area di più di 30 milioni di km quadrati, un contingente umano per un totale di più di 500 mila milioni di euro, pari al 25% del pianeta. Ma, in termini solo teorici, passando da osservatori a integranti di fatto, l’Organizzazione unirebbe stati che occupano un’estensione territoriale di 37,2 milioni di kilometri quadrati, con più di 2.800 milioni di cittadini, che sarebbe quasi il 40% della popolazione mondiale: raggrupperebbe quattro nazioni con potenziale nucleare, tre grandi economie, Cina, Russia e India, che possiedono enormi risorse umane, energetiche e naturali. A sua volta, l’esistenza dell’OCS prova che, non solo i paesi dell’Occidente dispongono di capacità per raggrupparsi e stabilire organismi multilaterali.
V
L’altra decisione nella regione asiatica che mostra il ruolo da protagonista della Cina, è data dal sostegno dato per dar vita alla Comunità dell’Est dell’Asia (CEA). Nell’immaginario politico cinese, le iniziative di questo tipo hanno le loro radici nel pensiero di Sun Yat-sen, che ha cercato di propagare, a partire dalla morale e la cultura condivisa, il grande asianesimo tra le nazioni regionali. Nel frattempo, il Giappone militarista ha promosso, dalla fine del XIX secolo, la creazione della grande sfera di co-prosperità dell’Est Asiatico, anche se lo sfondo vero sta nel suo obiettivo di realizzare i suoi desideri imperiali (3).
La CEA può definirsi come un’entità a metà strada tra l’APEC (21 Stati) e l’ASEAN. Riunisce gli sforzi di 16 nazioni, i dieci membri dell’ASEAN più la Cina, il Giappone, l’Australia, la Corea del Sud, l’India e la Nuova Zelanda. La Russia ha lo status di osservatore. Tre sono le condizioni che sono state fissate (2005) per aderire alla Comunità: la firma di un accordo di cooperazione economica, larinuncia all’uso della forza per risolvere le controversie, e invischiarsi in un forte coinvolgimento economico nella regione. Va osservato che gli Stati Uniti, coinvolti da interessi economici, politici e strategici nella Zona, non ammettono la seconda condizione; e la Russia non soddisfa il terzo requisito.
Tuttavia, realizzare la CEA richiederà superare eredità e traumi storici, contrasti geografici naturali e superare diversi ostacoli politici e importanti differenze economiche. Naturalmente, l’Himalaya spezza l’Asia in due parti: da unaesistenza di un Medio Oriente che, piuttosto, costituisce un ente autonomo e l’altra l’estensione della Russia in Siberia. Blocchi che privano al Continente dei vantaggi dell’omogeneità terrestre. Dal punto di vista politico, pesa l’eredità delle usurpazioni territoriali e le atrocità commesse dal Giappone alla fine del XIX secolo e continuate nella prima metà del XX secolo. Non meno importante è la disputa politica e l’interesse generato dalla presenza degli Stati Uniti, e le sue pretese di fissare gli standard della regione.
Senza dimenticare che le sequele della II Guerra Mondiale sono ancora vive nella divisione della penisola coreana, resta presente anche nell’intenzione di separare la Taiwan dalla Cina. Inoltre contano le inquietanti vendite di armi da parte degli USA all’Isola per coinvolgerla nella zona di sicurezza del Giappone, senza disdegnare le pretese di alcuni circoli tailandesi che aspirano a renderla indipendente dal Continente. Tutti fattori che condizionano le proiezioni esterne della Cina per le quali portare a termine l’unificazione territoriale, hanno un significato di un principio irrinunciabile nell’ideale politico del paese. Inoltre gettano ombre sulla stabilità politica nella Regione come gli appetiti nucleari della Rep. Cinese, questione che si riflette nelle preoccupazioni per la sicurezza di diversi Stati asiatici.
Tuttavia, mentre si registra un progresso nella cooperazione economica,raggiungere uno schema di forte integrazione, si prevede non sarà un compito a breve. L’esperienza storica ha dimostrato che la stabilità europea è arrivata prima con gli accordi franco-tedeschi. In Asia, la Cina, fino al primo terzo del XIX secolo ha dominato la scena dell’Estremo Oriente, con il periodo Meiji il Giappone fece sedere i suoi reali nella Regione lasciando una memoria di barbarie che crea un pesante fardello storico. Così per la maggior parte dei sinologi, la chiave per ottenere la loro voluta integrazione economica sembra risiedere nel metodo per raggiungere i loro rapporti politici ed economici tra Cina e Giappone. Anche se tutti i pronostici prevedono che per arrivare a quel livellodovranno superare ostacoli enormi che consumeranno senza dubbio un lungo periodo di tempo.
Mossi in questo contesto, sembra esserci consenso nel fatto che i propositi integrazionisti della CEA siano soggetti ai progressi che si riescono ad articolare almeno in cinque campi. Bisognerebbe cominciare a superare le diversità economiche che, per inciso, sono abissali in termini di PIL pro capite: a Singapore 50.300 dollari annui, a Myanmar 1.200 dollari. Promuovere un’identità comune, cioè, sviluppare una filiazione asiatica che integri le diversità culturali e religiose che convivono nella regione. Risolvere le discrepanze del passato che oppongono il Giappone alla Cina, le due Coree e le Filippine. Superare le controversie marittime territoriali, che includono, nella pratica, la quasi totalità dei paesi. E la questione più spinosa è di trovare il consenso nelle sicurezze condivise dai paesi dell’Asia dell’Est, Sud Est e Sud in relazione alla presenza ragionevole degli USA nella zona. (4)
Infine, nella prospettiva del proprio futuro del XXI secolo, l’OCS e la CEA possono costituire la genesi della proiezione del nuovo Modello che la Cina crea nelle sue relazioni economico-politiche estere. Sembrano costituire il nucleo dell’ordine mondiale cinese dove l’aspetto più significativo è la sovranità statale, nella quale gli Stati nazionali possiedono la capacità di decidere del proprio destino, senza interferenze da domini stranieri, né essere prigionieri del capitale globale. In altre parole, costruire uno spazio nel quale i poteri di ogni nazione influiscano nell’economia, amministrino la politica interna e quello che è più importante, decidano senza ingerenze esterne il controllo dei loro rapporti con l’estero. Processo che alcuni studiosi hanno già battezzato Consenso di Pechino.
VI
Tuttavia, l’Asia non esaurisce il potenziale né l’influenza della Cina per dare vita ai profili del Modello che crea nei suoi legami esterni. E’ ovvio che, numerosi paesi dell’Africa, America Latina, Caraibi, e anche il Medio Oriente, percepiscano il progresso e il salto economico dato dalla Cina nei passati 30 anni come un’alternativa per dare impulso alla crescita e all’ascesa dell’economia. Niente di meglio per provare questo che gli avvenimenti avvenuti con la presenza cinese in Africa. Anche se ci sono evidenze palpabili che in altre latitudini del globo le ricette che la Cina sta applicando hanno trovato risonanza.
In un’altra parte di questo materiale sono raccolte alcune delle principali linee-guida della presenza della Cina in Africa. Anche se il progetto più ambizioso e di maggior incidenza è formato dalla serie di Zone Economiche Speciali (ZES) che s’innalzerebbero nel continente africano sotto l’egida cinese. Queste frange del progresso costituirebbero un modello di crescita e slancio economico, sono accreditate come veri hubs industriali forniti da incentivi fiscali e di altra indole; inoltre di essere connesse al mondo attraverso la rete stradale, ferroviaria, porti ecc. che la Cina sta creando in Africa.
La prima ZES è in atto nella cintura di rame dello Zambia, presume un investimento di 800 milioni di dollari, e fornirà rame, cobalto, diamanti, stagno e uranio. La seconda si collocherà nell’isola Mauritius e la sua attività principale sarà il commercio. Faciliterà alle aziende cinesi l’accesso ai mercati dell’est e del sud africano che vanno dalla Libia allo Zimbabwe, incluso il passo dell’Oceano Indiano e le piazze del sud est asiatico. Il terzo centro sarà un centro navale, situato a Dar es Salaam, capitale della Tanzania. I due restanti hub saranno installati probabilmente, tra le opzioni offerte, in Nigeria, Liberia o le isole di Capo Verde.
Tutto indica che in Africa trovano attraente l’applicazione di un cambiamento graduale, l’uso combinato delle risorse statali e di investimenti esteri nella costruzione di industrie ad alta intensità di capitale con accesso a tecnologie d’avanguardia, il controllo su rami essenziali di interesse nazionale, industrie, servizi, energia, agricoltura, ecc. accoppiato con una gestione efficiente delle aziende pubbliche che generano profitti per il reinvestimento in obiettivi socialicon effetti politici in ampi settori della popolazione. Tutto registrato, non solo per l’attraente crescita economica ma anche per quello che ha significato nel controllo delle proprie politiche economiche. Formula di successo che la riforma e apertura ha portato alla Cina.
Così, in Africa, hanno trovato terreno fertile alla diffusione delle esperienze di politica di reciproco beneficio e condivisione dei profitti, senza condizionamentipolitici che la Cina applica nella cooperazione con i paesi in via di sviluppo.Precisamente dove la Banca Mondiale e il FMI seguendo le ricette del Consenso di Washington (6), tra le altre iniziative draconiane, rifiuta l’intervento statale, stimolano le privatizzazioni e l’impiego di terapie d’urto, clausole lesive alla dignità nazionale, ecc., l’opzione cinese trova sempre più orecchie ricettive.
In altre parole, la collaborazione basata sul Modello che la Cina va modellando nei suoi rapporti con le nazioni africane, sta consentendo a questi paesi di opporsi alle overdosi neoliberali di deregolamentazione, di tagli della spesa pubblica, procedere a massive privatizzazioni, così come ridurre la presenza statale nell’economia. Sembra che combinare politiche economiche graduali con il ruolo che lo Stato deve svolgere e istituzionalizzare meccanismi nazionali macro-economici, legati alle preferenze sociali, continuando le esperienze cinesi, è tornato a rivivere il luogo in cui lo Stato deve occupare nell’intervento e direzione dell’economia.
VII
Tuttavia, detto per quanto riguarda la sfera commerciale e la cooperazione non esauriscono le cause, il raggiungimento e le ripercussioni che forgiano i legami economici esterni della Cina. La sfera finanziaria non è rimasta assente dalle ripercussioni e gli effetti che la crescente presenza del paese nell’economia internazionale sta creando. Così per i paesi in via di sviluppo, in modo particolare quelli africani, la Cina ha rappresentato un jolly che ha permesso di rifiutare le imposizioni di istituzioni tali come il FMI e la BM.
Un buon esempio di quanto detto lo hanno incarnato le negoziazioni per ottenere un prestito che per lungo tempo il FMI e le autorità governative angolane hanno mantenuto. Tutto perché, fino a poco prima della firma dell’accordo, l’Angola informasse il Fondo che rifiutava il prestito. Aveva trovato nella Cina la controparte ideale che le offrì, a condizioni blande, un prestito di 2.000 milioni di dollari. Cambiando del panorama di aiuto allo sviluppo si riconfermò con i 2.000 milioni di dollari che la Cina, per ognuno dei tre anni, diede alle Filippine e ridicolizzarono i 200 milioni che la BM offriva. Tutto questo senza esigenze politiche, alti tassi e sviluppo di progetti di infrastruttura a basso costo.
Tuttavia operazioni come quelle descritte non sono un caso aneddotico. E’ stata la copia di quello che frequentemente si sarebbe fatto nel Continente africano. In situazioni simili si sono visti coinvolti paesi che vanno dall’Algeria, Chad, Etiopia, Nigeria, Sudan, Uganda, Zambia, fino allo Zimbabwe. In breve, una sola figura riassume la preminenza del ruolo delicato che la Cina ora gioca nel settore finanziario per i paesi in via di sviluppo, dimostrato nel mondo dei 110.000 milioni di dollari che nel 2008-2009 forniti in rapporto ai 100.000 che in quegli anni la BM aveva finanziato.
D’altra parte, il sistema monetario internazionale, con il dollaro come ancora principale e tasso di cambio fluttuante, offre segnali periodici di esaurimento, così come conferma, dalla fine del 2008, l’intensità e la profondità della crisi finanziaria che scuote l’economia mondiale. Nel frattempo, i paesi emergenti dell’Asia e altre latitudini accumulano gigantesche riserve di dollari; pur mantenendo tassi di cambio fissi, quasi con il dollaro. Situazione che è spesso chiamata Bretton Woods II. La Cina, in questo contesto, con immense riserve di divise sta diventando il maggiore creditore del mondo e gli Stati Uniti il più grande debitore del mondo concentrando enormi deficit di conto corrente ebilancio nazionale.
L’altro fattore che comporta, derivante dalla proiezione del funzionamento del sistema monetario internazionale, è la bassa fluttuazione delle divise nei principali mercati emergenti, Cina inclusa. Allo stesso modo, i continui e pericolosi squilibri dell’economia USA hanno indebolito il dollaro in qualità di moneta di riserva che unito ad altri fattori interni che ostacolano le attuali regole monetarie, mettono in discussione la sostenibilità del sistema. Pur riconoscendo che ci sono diverse cause che possono precipitare il suo collasso: il peggioramento e la prolungata crisi finanziaria, la generalizzazione e aumento dei focolai di protezionismo, lotte politiche, ecc. Motivi che danno un impulso ai richiami per modificare il regime vigente.
La maggior parte delle analisi suggerisce che a breve termine non è prevedibile un cambiamento radicale dell’attuale funzionamento del sistema monetario internazionale. Allo stesso tempo, ci sono diverse coincidenze circa al ruolo centrale che la Cina svolge nel futuro disegno delle politiche che infine riescano a trovare consenso; nonostante il crescente potere che il paese acquista nella risoluzione di qualsiasi controversia sulla scena globale, l’elevata esposizione che mantiene in relazione al dollaro, porterà a una drastica rottura dello status quo che gli procurerebbe colossali perdite di attivi.
Chiaramente, la Cina, diventando uno dei giocatori chiave del futuro sistema finanziario internazionale lo farà in modo graduale e in base al proprio beneficio. Nel germe del nuovo scenario già appaiono elementi di questo tipo. Il paese ha sperimentato l’uso dello yuan (renminbi) nelle transazioni internazionali,autorizzando- in forma pilota, 2009- la vendita esterna delle aziende nazionali.  Ha introdotto anche misure affinché entità private, pubbliche, banche, aziende e i governi locali lancino titoli in yuan.  Va aggiunto che le imprese straniere presenti in Cina, sono entrate in queste transazioni. Nel frattempo, la Banca Mondiale ha lanciato buoni yuan- 76 milioni- e la Banca Asiatica dello Sviluppo ha già emesso obbligazioni anch’esse in yuan.
Inoltre, la Cina e la Russia (dal 2010) utilizzano le loro monete nel commercio bilaterale. Mentre l’utilizzo dello yuan si estende agli scambi commerciali con la Corea del Sud, Malesia, Bielorussia, Indonesia e Kazakistan. Anche la Banca dello Sviluppo della Cina ha firmato accordi per 10 milioni di dollari sotto titolati in yuan con il Brasile e Argentina; e Cile e Perù mostrano interesse nell’accogliere questa modalità. (vedi nota aggiuntiva N.D.T)
Secondo quanto ha dichiarato il Governo cinese queste operazioni non sono mirate a sostituire il dollaro, si tratta solo di misure volte a proteggere l’economia nazionale. Tuttavia, per arrivare a giocare il ruolo di moneta universale, tutte le previsioni parlano dei costi e della lunga strada che resta ancora da fare.
Infine se valorizziamo che i cambiamenti che si reclamano nel sistema monetario internazionale non sono dietro l’angolo, resta da stabilire se lo yuan, prima diventerà una moneta di riserva in Asia, in che misura e in quale modo arriverà a quella fase. Questo interrogativo richiede di salvare a due possibili momenti: uno in quale forma o quanto la Regione è preparato per costituire una nuova Zona Monetaria unificata. L’altro, quale paese e quindi, quale moneta svolgerà in modo ottimale le funzioni di riserva: lo yuan o lo yen. Ma non ci sono raccomandazioni sufficienti per prevedere che la Cina sarà nell’occhio del ciclone qualunque sia la strada futura nell’evoluzione economico-politica prevista in Asia.
Per ultimo, dopo la fine dell’universo bipolare Stati Uniti-URSS, sembrava che le relazioni politico-economiche internazionali nell’era di un pianeta globalizzato, sotto l’egida del capitalismo e il potere economico-politico-militare statunitense, reggevano in un ambiente mondiale battezzato come nuovo. Ordine che supponeva la perdita da parte degli stati nazionali del controllo sui loro destini, l’imposizione delle privatizzazioni, in democrazie tipo le rivoluzioni di velluto, arancioni, verdi, ecc., la lotta contro il terrorismo, lo stato minimo, liberalizzazione del commercio, ecc. In questo scenario il differente Modello che la Cina nei suoi rapporti esteri sta edificando con i paesi in via di sviluppo presagisce la sua affermazione internazionale.
Note
1- Questo concetto è stato coniato dal politologo americano Joseph Nye nel 1990. A differenza del potere duro, che ricorre a formule aggressive, minacce, blocchi ed anche guerra per costringere i paesi a sottomettersi a quello che altri vogliono, il potere blando (o morbido) consiste nell’arte di far sì che altri pretendano quello che l’interessato persegue senza ricorrere alla forza. Vedere Mark Leonard, Cosa pensa la Cina?
 
2-  Deng, Xiaoping, Problemi fondamentali della Cina di oggi. 
3- Una panoramica del tessuto dei rapporti e contraddizioni che avvolgono i legami Cina- USA- Giappone e altri Stati dell’Asia- Oceania possono essere consultati in: Spitaels, Guy, China- USA due potenze in conflitto? 
4- Vedere, Xulio Rios, Cina in 88 domande. 
5- Concetto introdotto da Joshua Cooper Remo, citato da Giovanni Arrighi, Adam Smith a Pechino. 
6- Il Consenso di Washington che ha pianificato le politiche enfatizzavano : 1)- rafforzamento della disciplina fiscale, 2)- diminuzione della spesa pubblica, 3)- riforma fiscale, 4)- liberalizzazione finanziaria, 5)- tassi di cambio competitivi, 6- liberalizzazione commerciale, 7- eliminazione dei controlli sui movimenti del capitale, 8)- privatizzazione delle aziende pubbliche, 9)- eliminazione delle barriere alla competitività, 10)- rispetto dei diritti di proprietà. Questo credo fu adottato per anni come principio guida da istituzioni come il FMI, la BM. A loro volta tecnocrati e sicofanti delle scienze economiche lo elevarono al rango di dogmi infallibili.

Fonte:  http://www.rebelion.org/docs/126143.pdf

Nota aggiuntiva: “Nel 2001 la Cina è entrata a far parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Da allora il commercio estero ha continuato a crescere in modo esponenziale. Il Commercio in America Latina si è moltiplicato per 10 in meno di 10 anni. La Cina porta principalmente prodotti di fabbricazione industriale mentre l’America Latina vende principalmente materie prime, prodotti agricoli ed energia. Dal Brasile escono il legno, carta, ferro, carne e petrolio.Dall’Argentina soia e mais, dal Venezuela fertilizzanti, minerali di ferro e petrolio, dal Cile rame e carta, da Cuba nichel e cobalto, dalla Colombia frutta e cuoio, dall’Ecuador verdure, dal Salvador pesce, dal Paraguay e Nicaragua lana, dall’Uruguay lana e mais, dal Perù ramePer alcuni di questi paesi il mercato cinese è estremamente importante. La Cina è il mercato principale per il Perù. Per il Cile e l’Argentina è al terzo posto e per il Brasile al quarto. Il Cile ha anche firmato il trattato del libero commercio con la Cina. 

In questo momento le esportazioni di petrolio per la Cina sono ancora modeste ma questo potrebbe cambiare velocemente a breve termine. Il Venezuela ha promesso un aumento importante delle esportazioni, in Brasile sono stati scoperti nuovi giacimenti petroliferi e in Ecuador e Perù la Cina ha investito nello sfruttamento dei campi petroliferi.
Nel 2007 la quinta parte di tutti gli investimenti esteri della Cina si sono collocati in America Latina. I cinesi hanno iniettato capitali in vari settori. 
In Brasile hanno investito nell’aeronautica, acciaio, industria nucleare, biotecnologia, industria farmaceutica, informatica, sfruttamento petrolifero, agricoltura e banche. In Venezuela hanno investito nella costruzione di autobus e tir, e nel settore delle telecomunicazioni. A Cuba hanno anche fabbricato autobus e si occupano dell’estrazione del petrolio e del nichel. In Bolivia investono nell’estrazione di petrolio e ferro. In Perù nell’estrazione del gas e petrolio e in Colombia petrolio.Gli investimenti in infrastrutture sono altrettanto importanti. La Cina sta aiutando l’Argentina nell’espansione della rete della metropolitana. In Brasile stanno costruendo un gasdotto e nel Venezuela stanno installando l’infrastruttura necessaria per la telefonia mobile, così come per le reti a fibra ottica. In Bolivia, Ecuador e Brasile costruiscono centrali energetiche e in Ecuador costruiscono scuole e ospedali”. (estratto da :http://www.rebelion.org/noticia.php?id=126008)
Tradotto e segnalato per Voci Dalla Strada da VANESA
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