Scansione Impronte: Eldorado per il Sistema e gli Hacker

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Gli ultimi modelli di smatphone includono nuove tecnologie che definire rischiose per gli utenti, è un eufemismo. Oltre agli ormai noti chip GPS per la geo-localizzazione – cui gli utenti sono indotti a concedere l’assenso per fruire di alcune funzioni – ed ai chip NFC - per mezzo dei quali sarà possibile usare il telefono come carta di credito, nuovo passo concreto verso l’abolizione del denaro contante (v. correlati) – ora contengono un sensore per la scansione delle impronte digitali, che secondo le case produttrici servirebbe a “fare acquisti in maniera più veloce, e a sbloccare il dispositivo.”
In altre parole, gli utilizzatori stanno rinunciando alla riservatezza delle proprie impronte digitali per lo sfizio di sfruttare in maniera diversa con i propri dispositivi due funzioni già espletate egregiamente da un decennio senza l’ausilio delle impronte digitali.
Si tratta di un vero e proprio Eldorado per il Grande Fratello, un tempo autorizzato alla raccolta delle impronte digitali solo durante le visite per il servizio militare ed a seguito dell’arresto dei cittadini. Dopo avere prestato il consenso a cuor leggero al trattamento dei propri dati in materia di abitudini di consumo, orientamento politico e religioso, interessi, navigazione web, spostamenti geografici, contatti e amicizie, ora milioni di utenti stanno deliberatamente auto-schedando i propri dati biometrici senza nemmeno l’ombra di una buona ragione a titolo di contropartita.
Naturalmente i produttori dei dispositivi assicurano che le scansioni delle impronte digitali saranno archiviate localmente solo sui dispositivi in possesso degli utenti, tuttavia alla luce delle rivelazioni di Edward Snowden sul famigerato programma Prism della NSA, non si può che dubitare fortemente di tali affermazioni.
Di solito gli utenti giustificano la scelta di rinunciare alla propria privacy con l’argomento del ‘non avere nulla da nascondere’.
La prima obiezione a tale ingenuo modo di pensare – di ordine etico e politico – è stata evidenziata in un articolo pubblicato tempo fa su questo blog:

“Se non ci da fastidio che qualcuno da qualche parte ci osservi a piacimento, ascoltando le nostre conversazioni e monitorando i nostri movimenti, stiamo ammettendo di essere degli schiavi ubbidienti. La sorveglianza invisibile è una forma assai insidiosa di controllo del pensiero, e quando utilizziamo la logica del ‘non ho nulla da nascondere quindi ben venga la sorveglianza’ stiamo implicitamente ammettendo la nostra sottomissione ad un padrone e la nostra rinuncia alla sovranità della nostra mente e del nostro corpo.”

La seconda obiezione – di ordine assai più concreto – scaturisce dai rischi oggettivi corsi da coloro che decidano di auto-schedare le proprie impronte. Infatti le case produttrici riconoscono che le impronte digitali potranno essere utilizzate per identificarsi prima di acquistare le app presso gli store online, in remoto, elemento che conferma che le impronte saranno catalogate al’interno di banche dati remote; altrimenti non sarebbe possibile effettuare il raffronto all’atto degli acquisti.
Il punto, da tenere in debita considerazione, è che tali banche dati potrebbero essere violate tramite hackeraggio, elemento che rappresenta un rischio per gli utilizzatori, dal momento che una volta in possesso delle impronte digitali di un ignaro utente, grazie alle tecnologie di stampa 3D non sarebbe complicato riprodurle in formato tridimensionale ed utilizzarle per disseminare falsi indizi all’interno di una qualsiasi ‘scena del crimine.’

“Sono sicuro che qualcuno in possesso di una buona copia di un’impronta digitale e una decente capacità di ingegneria dei materiali, o anche solo di una stampante di buon livello – sarebbe in grado di farlo. (…) Se il sistema è centralizzato, ci sarà un ampio database di informazioni biometriche che sarà vulnerabile alle violazioni da parte degli hacker.”

Non sarà forse il momento di fermarsi a riflettere su quanto potrebbero costarci i nostri nuovi, apparentemente innocui giocattoloni digitali?

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La lista completa dei massoni d’Italia, nome per nome, dal Trentino alla Sicilia

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di Edoardo Bettella

26.410. È il numero dei massoni in Italia. Popoff ha deciso di pubblicarne la lista, loggia per loggia, regione per regione. Abbiamo calcolato le maggiori concentrazioni geografiche in Italia (Firenze e la Toscana) e le professioni che contano più iscritti (medici e avvocati).

Ventiseimila nomi. Sono gli affiliati italiani alle logge massoniche nazionali, perfettamente riconosciute e legittimate dalla legge italiana. A due settimane dall’editoriale di Ferruccio De Bortoli su “Il corriere della sera”, in cui al patto Renzi-Berlusconi viene associato un «odore stantio di massoneria», Popoff pubblica le liste degli iscritti. Seppur divulgate originariamente da “La voce delle voci” cinque anni fa, hanno ancora molte cose interessanti da raccontare. Vediamo quali.

Sarà un caso, forse, ma la regione italiana che conta più iscritti è la Toscana. E tra tutte le città d’Italia, quella tra in cui vi risiedono più massoni è Firenze. Stiamo parlando di più di duemila liberi muratori nella sola città bagnata dall’Arno. Quasi il dieci per cento del totale dell’Italia intera.

Se, a Firenze, si aggiungono Arezzo, Grosseto, Livorno, Lucca, Massa Carrara, Pisa, Pistoia, Prato e Siena, arriviamo a un totale di più di quattromilacinquecento. La città che, dopo Firenze, conta il maggior numero di liberi muratori è Torino, con quasi duemila affiliati. Al terzo posto troviamo Roma, con milleseicentotrenta. Seguono, in ordine decrescente, Milano (milleduecentosettanta), Palermo (milleduecentosessanta), Perugia (ottocentottantotto) e Genova (ottocentotrenta).

Una menzione particolare merita Perugia. Il capoluogo umbro, infatti, conta poco più di centosessantamila abitanti. Questo significa che c’è un massone ogni, circa, centottantasei abitanti. Il numero è poco distante da quello di Firenze, dove ne troviamo uno ogni centottantatrè. La differenza sostanziale sta nel fatto che, però, Firenze ha più del doppio degli abitanti di Perugia, che diventa, quindi, una delle città con la maggiore concentrazione di affiliati a logge massoniche per numero di abitanti.

Tra le professioni, troviamo più di duemila medici, oltre mille avvocati e dirigenti, novecento imprenditori, quasi seicento dipendenti ministeriali, trecentoventi ragionieri, duecentocinquanta assicuratori, duecentoventi industriali. Sono solo numeri, professioni, aree geografiche. Ma sarà un caso che il Corriere parli di «odore stantio di massoneria» riferendosi proprio a un patto che ha, come punti di contatto in parlamento, due toscani doc come Denis Verdini e Maria Elena Boschi?

“Il Corriere della sera” parla di «odore stantio di massoneria» riferendosi al patto tra Renzi e Berlusconi, che trova i due punti di contatto in Denis Verdini per Forza Italia e Maria Elena Boschi per il Partito democratico. Ma c’è qualche legame tra questa affermazione e le radicate origini toscane dei due?

Alcuni chiarimenti: queste liste fanno riferimento alle logge nazionali, non a quelle estere o sovra-nazionali, anche dette Ur-Lodges, intorno alle quali spesso aleggia un velo di mistero e segretezza. In Italia, in seguito allo scoppio dello scandalo della P2, la legge Spadolini-Anselmi ha vietato l’esistenza di associazioni segrete (come già previsto dall’articolo 18 della Costituzione) obbligando anche la non segretezza riguardo agli iscritti.

La più grande loggia massonica italiana è il Grande oriente d’Italia (Goi), con sede a Roma e con più di ventimila affiliati. Ne esistono molte altre, più piccole e con meno affiliati, come, ad esempio, la Gran loggia d’Italia degli Alam o la Gran loggia regolare d’Italia. Dal Goi si è dissociato, nel 2010, Gioele Magaldi, fondatore del Grande oriente d’Italia democratico (God), movimento massonico di opinione nato all’interno del Grande oriente d’Italia, ma con lo scopo di riformarne la struttura interna all’insegna della trasparenza. È, di fatto, una forza di opposizione interna al regime «dispotico» del Goi. La scissione nacque in seguito alla presa di coscienza, da parte di Magaldi, delle attitudini dell’ex Gran maestro del Goi Gustavo Raffi, orientate esclusivamente alla preservazione del potere fine a se stesso e all’arricchimento personale, principi totalmente opposti a quelli della tradizionale massoneria.

Pubblichiamo, di seguito, la lista di ventiseimila nomi, frutto dello strabiliante lavoro di Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola, de “La voce delle voci”, che, nel 2009, l’hanno divulgata.

ECCO LA LISTA

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Geni che odiano i talenti

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di Sebastiano Caputo

Come in politica anche nel mondo artistico si distinguono genio e talento. Otto Weininger, morto suicida all’età di ventitré anni per colpa di una scommessa persa con un amico, scriveva a proposito: “il genio è l’uomo atemporale e le sue opere vivono eternamente”. Il genio è inattuale perché sfugge al presente, non è figlio della sua epoca, tantomeno può essere spiegato in relazione ad essa. Questa è la ragione per cui l’industria culturale nella società dell’intrattenimento denigra la genialità e produce solo talenti, profondamente conformisti, effimeri, consumabili, usa e getta. La letteratura suggerisce “il libro dell’anno”, il cinema premia i film più avvincenti, l’arte concepisce “ready made” e “happening”, la musica si riduce al “Talent Show”.

In fondo il genio musicale ripudia la televisione, non passa in radio, se ne frega di vendere dischi, vede il mainstream come un tradimento. È la storia di Rino Gaetano, legato alla sua terra di origine, la Calabria, ostile nei confronti delle etichette discografiche, scettico in merito alla sua partecipazione al Festival di Sanremo, ma costretto dalla RCA (casa discografica) a cantare “Gianna” invece di “Nuntereggae più”, come invece avrebbe voluto lui. Quella musica che lui stesso detestava – dopo il festival, pentito, disse: “Sanremo non significa niente e non a caso ho partecipato con Gianna che non significa niente” – ebbe però un grande successo, rimanendo per quattordici settimane nella Top Ten e vendendo oltre 600mila copie. “Gianna”, commerciale, melodica, priva di senso, faceva del genio Gaetano, un semplice cantante di talento, un esecutore, un personaggio d’intrattenimento. Allo stesso modo Fabrizio De André affermava nel 1984 ai microfoni di Mixer: “certe volte mi sentivo inorgoglito, altre volte deluso. Ma sempre in ogni caso un po’ vergognoso a vedermi quasi costretto a sfogliare le riviste specializzate, per scrutare con un occhio quasi da lumaca, fuori dalle orbite, quale posizione avesse ottenuto in classifica il mio ultimo, cosiddetto, prodotto discografico. Perché questo voleva dire che il disco in quanto funzione oggettiva di consumo, aveva assunto un’importanza superiore a quella delle canzoni per le quali viveva, e nelle quali sinceramente mi sentivo di avere vissuto”.

I tempi sono cambiati, gli artisti anche. Ad Alessandro Mannarino, unico ed ultimo erede della cultura musicale degli anni Settanta, si contrappongono i concorrenti di X Factor, i quali, a furia di professarsi trasgressivi, tra tatuaggi, bling bling, spogliarelli, piercing, smanicati, vestiti alla moda, capelli platinati, non fanno altro sacrificarsi sull’altare dell’omologazione. Questa assolutizzazione dell’arte musicale, che di fatto è sinonimo di appiattimento culturale, viene santificata da quattro giudici che non cercano il genio, ma il talento, che non vogliono l’avanguardia ma l’imitazione. Mai come nei Talent Show il critico d’arte si è trasformato nel portavoce dell’industria culturale che inserisce lancia nuovi prodotti nel mercato discografico.

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Il nuovo ordine dell’Europa: distruggere ogni differenza

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di ida Magli

All’inizio degli anni Novanta le scienze umane sono state fatte sparire dall’orizzonte dell’informazione di massa, semplicemente con il silenzio, non parlandone più \. Dato l’enorme entusiasmo che avevano suscitato nel periodo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale fino agli anni Novanta, il fatto che nessuno abbia fatto rilevare questa sparizione sarebbe «strano» se non rappresentasse la conferma che la sparizione è stata voluta.

 Le cattedre ovviamente sussistono, ma le loro scienze non fanno più notizia \. Contemporaneamente sono state eliminate dalle scuole, per ordine dell’Ue, antiche, nobilissime e essenziali discipline come la geografia, la letteratura latina e greca con le lingue corrispondenti, riducendole tutte a fantasmi, innocui brandelli di un sapere inesistente. Perfino la storia, privata di tutti i contributi metodologici di cui l’epoca moderna l’aveva arricchita, sembra diventata un residuo d’altri tempi, impotente a dare agli uomini quella consapevolezza di se stessi che ne è il frutto principale, conquista fondamentale della civiltà europea. Anche questo è stato deciso e messo in atto nel più completo silenzio.

Sembra di vivere in una società di analfabeti, dove nessuno è in grado di valutare e di esprimere un giudizio su simili provvedimenti. Eppure anche soltanto il corpo insegnanti italiano (ma il decreto riguarda tutte le scuole dell’Ue) è costituito da circa un milione di persone. Come mai non hanno protestato, non hanno espresso il loro parere su una decisione così grave? Di fatto i governanti, provvedendo a educare tutti con le scuole di Stato, hanno dettato anche il tipo di insegnamento cui i sudditi debbono essere sottoposti, tipo d’insegnamento che possiamo riassumere nel dato che segue: gli studenti debbono studiare in modo da non imparare nulla, o quasi. Per prima cosa non debbono imparare a «pensare», a che cosa serva «pensare», a che cosa serva «conoscere»; di conseguenza, debbono imparare tutto senza imparare nulla su di sé, sulla propria vita, sul proprio ambiente, sul proprio gruppo, sulla propria storia, sulle istituzioni e sul potere che le regge. Sembra evidente che tutto questo sia stato programmato in vista dell’ideologia di chi comanda in Europa, o almeno di quello che si suppone sia questa ideologia: l’omogeneizzazione mondiale, la formazione di persone tutte uguali: i «cittadini del mondo».
È obbligatorio, pertanto, insegnare ai ragazzi quale sia la verità sul sesso stabilita dal Potere. Non quella che il bambino vede, sente, tocca su di sé da quando è nato, quella della natura che ha fornito il pene e l’utero per la prosecuzione della specie, Dna diversi fra maschi e femmine, così come ha fornito gli occhi per vedere, i polmoni per respirare, ma quella del gender (termine che non viene mai tradotto vista la sua ambiguità). Che poi è ovviamente quella imposta dagli omosessuali «maschi» e che l’Italia ha approvato: si è maschi o femmine, o anche trans, se l’individuo crede o pensa o desidera, o «sente» di esserlo. Il Consiglio d’Europa ha fornito la traccia obbligatoria per tutti. Al Policlinico di Bari si effettuano cambiamenti di sesso con 170mila euro a intervento forniti dalla Regione Puglia, stanziamento che naturalmente serve a incrementarli. Perché si vogliono rendere più frequenti e «normalizzare» i cambiamenti di sesso caricandone la spesa sulle spalle della società? La spiegazione va cercata nel loro desiderio di integrazione. Le tecniche chirurgiche odierne facilitano questo scopo, anche se si tratta di operazioni di per sé molto complesse, e che lasciano sempre, o quasi sempre, conseguenze negative fisiche e psicologiche.
Una cosa, però, la si può dedurre con sicurezza da questi comportamenti: nella direzione di senso impressa all’Europa dal Laboratorio per la Distruzione l’uguaglianza finale non sarà soltanto quella delle idee, della lingua, della religione, della Patria, ma anche fisica. L’uguaglianza che si persegue, però, è il più possibile «indistinta», di cui il modello è il «trans» \. Quello che abbiamo davanti oggi, dunque, in Occidente, è il mondo della non-forma che pretende di diventare modello prevalente sulla forma. È ciò cui tende il Laboratorio per la Distruzione: nulla è più debole della non-forma. Come è ovvio, sul grigio cui si sta riducendo l’Europa, debolissimo di per sé, vincerà il «nero».
Si tratta, dunque, di preparare i giovani a non appartenere a nulla, a non identificarsi in nulla, a non sapere orientarsi sessualmente ma anche geograficamente, come è stato affermato con semplicità eliminando la geografia dagli insegnamenti scolastici: a che servirebbe visto che il pianeta appartiene a tutti? Perfino della psichiatria e del problema dei malati di mente, di cui si era discusso in Italia con grande passione dal ’68 in poi a causa delle teorie di Franco Basaglia sulla necessità di chiudere i manicomi e di liberare i pazienti da una vita presso a poco carceraria, adesso non si sente più parlare. Non esistono più malati di mente? Come si curano? Come se la cavano i parenti nell’assisterli? Non lo sappiamo. È evidente che l’informazione in proposito è stata messa a tacere.

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Gli olocausti non sono quel che pensate. Ma Prodi ci è andato vicino

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di Liliane Tami

Prima di iniziare tale discorso sul genocidio è bene fare una parentesi per spiegare le differenze semantiche che vi sono tra questo termine, oramai inflazionato, e la parola Olocausto. Queste due parole sono troppo spesso confuse, quando invece un’analisi corretta dei fatti richiede la più totale precisione nell’uso dei lemmi.

Secondo la Bibbia l’olocausto è un sacrificio che avviene tramite combustione di un corpo da immolare a Dio. Gli olocausti presenti nella Torà avvengono solo ed eslusivamente attraverso il rogo di piante ed animali, in quanto Dio sembra apprezzarnel’odore. Inoltre, il termine Olocausto deriva dal greco “ Olos ( tutto) e “kaustos”, che appunto significa “bruciato”. Nell’attuale tradizione cristiana cattolica, gli olocausti vengono frequentemente perpetuati tramite l’accensione di aromi, spezie ed incensi. Nell’ultimo secolo, soggiogato al post-moderno, la questione linguistica ha iniziato ad attenersi sempre meno alla vera valenza semantica dei termini per riscoprirne un uso più estetico.

Proprio attorno a quest’impossibilità di tradurre esattamente un termine-segno con un preciso concetto ha a lungo dibattuto Quine, il filosofo del linguaggio per eccellenza, nei suoi studi presenti nel testo “ Parola ed oggetto” ha fatto venir meno il rapporto di differenziazione che vi era tra metafora e significato reale. Così, da questa rivoluzione estetica del linguaggio, liberato da un rapporto biunivoco ed imprescindibile con la realtà, si è iniziato ad usare il termine olocausto anche per designare, in modo scorretto, esplosioni, incendi, roghi e quant’altro avesse a che fare col fumo e col fuoco. È per questo che, attualmente, i ragazzi dei licei devono patire la beffa di leggere nei loro libri titoli come “L’olocausto di Nagasaki” o l’”Olocausto degli Armeni ” o “Olocausto degli Ebrei e dei testimoni di Geova” senza che venga loro spiegato chiaramente che si tratta di metafore.

Sì, questi eventi hanno portato certamente dei dolori, delle macerie e dei roghi di carne, ma una sana pignoleria mi costringe a ribattere dicendo che no, il significato esatto del termine olocausto implica la totale e completa carbonizzazione della vittima da immolare. Il ridurre un singolo cadavere ai suoi elementi di base, ossia gas e frammenti ossei, è un usanza atavica che si ritrova da millenni in Asia e che di recente è stato importato nel mondo cristiano cattolica. Durante la seconda guerra mondiale molte spoglie umane, sia di tedeschi che di altre popolazioni, per una questione numerica ed igienica sono state sottoposte a cremazione anzichè ad inumazione. Ciò ha recato particolare scandalo solo presso i popoli giudaici e i testimoni di Geova, perchè la loro tradizione afferma che i corpi debbano essere inumati integri, al fine di poter risorgere dopo l’Apocalisse. Per loro l’offesa morale di non esser seppelliti è immensa, ed è per questo che sono gli unici a lamentarsi così tanto d’aver subito un olocausto.

L’uso del termine olocausto in ambito bellico è quindi utilizzabile solo a patto di sottolinearne la valenza estetica e metaforica . A causa dello scorretto uso tale parola ha perso la sua valenza sacra ed è diventato sinonimo di “eliminazione” e “ genocidio”. Un genocidio è invece la totale e completa estirpazione di un ceppo genetico, etnico e culturale da una data regione. È per questo che , attualmente, è possibile parlare di un tentativo da parte della Commissione Europea di perpetuare un genocidio.

Massimo teorico dell’annientamento genetico delle popolazioni europee è Romano Prodi, che in un ciclo di conferenze intitolato “Disuguaglianze. Perchè?” tenutosi presso l’università di Pavia e alla Bocconi nel mese di settembre 2014 ha ribatito queste sue idee totalitarie. Nonostante il perbenismo imponga di non parlare di pulizie etniche Prodi ha enfatizzato l’importanza di annientare tutte le differenze culturali ed antropologiche che vi sono tra le diverse nazioni europee. Esponendo la sua teoria di annientamento identitario, a partire da un processo di centralizzazione bancaria e politica, perpetuato dalla Commissione Europea e dalla banca Centrale,con la conseguente cancellazione dei confini, l’eliminazione delle tradizioni e la più totale fusione tra le diverse culture, ha esposto il suo progetto di unificazione di tutto il mondo. Il suo programma di pulizia etnica prevede innanzitutto l’estirpazione radicale dei popoli che, avvalendosi del diritto di autodeterminazione voglio lottare in favore di una secessione, come i Catalani, i Bretoni, i Padani e gli Scozzesi. Per perpetuare questo mostruoso crimine contro l’autodeterminazione dei popoli, l’ex presidente della Commissione Europea ha detto che è disposto ad usare ogni mezzo, sia esso burocratico, economico o politico.

Hitler, i califfi e Pol Pot hanno usato il sangue per eliminare le etnie di loro sgradimento. Romano Prodi, con la scusa dell’”Uguaglianza sociale e dell’unificazione”, le elimina mediante il lavoro in ufficio e la propaganda. Dotato di una capacità oratoria degna di Goebbels, Prodi insinua nei suoi ascoltatori il pericolosissimo tarlo del volere annientare le identità etnicamente e culturalmente differenti. Il suo obbiettivo è quello di mischiare tutte le popolazione del mondo, al fine di creare una nuova umanità tutta uguale, priva di identità etniche, orfana di valori e soprattutto priva del proprio patrimonio genetico, culturale edantropologico.

La strategia della Commissione Europea di perpetuare un lento genocidio consiste nell’ibridare le singole identità nazionali le une con le altre tramite l’abolizione dei confini e con la più totale fusione con le altre civiltà, come quella Americana ed Africana. Romano Prodi ha esplicitamente detto che in futuro non dovrà più esserci alcuna forma di disuguaglianza, esattamente come diceva Hitler quando con gioia contemplava le sue conquiste. Anzichè avvalersi del ferro e del fuoco per perpetuare questi crimine contro l’umanità, a scapito delle minoranze di cultura diverse, i partiti europeisti si avvalgono del becero populismo e della promessa di felicità trovabile solamente in un mondo di cittadini tutti iper-tassati, soggiogati all’organo non democratico della Banca Centrale e, soprattutto, tutti identici l’uno all’altro. Per eliminare un popolo, come quello dei Scoti , dei Galli Bretoni e dei Longobardi della Lombardia, bisogna innanzitutto fingere che essi non esistano. In seguito, anzichè far la fatica di metterli nei forni crematori, basta fare un rogo dei loro diritti e delle loro libertà.

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Democrazia totalitaria

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di Tommaso Segantini

Quando si parla di totalitarismo o di regimi totalitari, oggi, si fageneralmente riferimento al fascismo, al nazismo o al comunismo sovietico del Novecento. Sono stati scritti infiniti libri sulle caratteristiche di queste societa’ etichettate, giustamente, totalitarie. Alcune di queste caratteristiche sono per esempio la repressione dei dissidenti (basti pensare ai gulag sovietici), l’uso della violenza per creare terrore, o l’uso massiccio della propaganda, in grado di controllare il pensiero e quindi le vite degli individui.

Lo scopo di questo articolo e’ di mostrare che alcune caratteristiche tipiche dei regimi totalitari appena citati, che ci appaiono lontani, appartenenti ormai solo alla storia passata, sono tuttora presenti nelle nostre societa’ occidentali. E’ importante sottolineare che le forme di controllo delle elite sulla popolazione sono cambiate, sono diventate quasi invisibili, impercettibili, ma piu’ efficaci che mai. Efficaci a tal punto che le masse hanno interiorizzato, e ritengono naturali, giuste e razionali le leggi del capitalismo assoluto di oggi. Assoluto perche’ non c’e’ piu, oramai, alcuna opposizione ideologica ad esso. L’ideologia dominante neoliberista legittima il mondo di oggi insieme a tutte le sue contraddizioni e, punto cruciale, lo eternizza, impedendo a priori anche solo l’ideazione di un tipo di societa’ alternativa a quella odierna. La propaganda del Novecento oggi e’ sostituita da una spaventosa omologazione mediatica. I mass media sono largamente influenzati da poteri economici e finanziari, e la contrapposizione ideologica tra le diverse testate e’ minima o nulla. Come puo’ questa omologazione dei media portare alla formazione di un pensiero critico tra i membri della societa’, che e’ probabilmente l’elemento piu’ importante per il buon funzionamento di un sistema democratico?

Interessante e’ anche l’aspetto della violenza. Almeno quella,  infatti, sembra essere assente dalle nostre societa’ occidentali. E’ comune l’affermazione che l’Unione Europea ha garantito un periodo di pace in Europa senza precedenti nella storia. Questo e’ vero, se si identifica la violenza col carro armato e con l’invasione militare. Diego Fusaro afferma pero’ che “il nuovo Hitler non si presenta con la svastica e il braccio teso: parla un inglese fluente, si appella alle sacre leggi della finanza e alla volontà del mercato, identifica la libertà con la liberalizzazione integrale”.  Sempre citando Fusaro, ” lo spread ha preso il posto dei carri armati”. La violenza non e’ piu quindi solo militare ma di tipo economico. Un esempio concreto e attuale di questo nuovo tipo di violenza e’ la Grecia, messa in ginocchio dall’Euro e dalle misure di austerita’ europee.

Infine, il nostro sistema economico e’ dominato da multinazionali, descritte da Chomsky come “le istituzioni umane piu’ vicine al totalitarismo”. Esse sono entita’ sovranazionali, non vincolate a nessun territorio, e capaci di influenzare se non interamente dettare le agende dei governi. Per fortuna i regimi totalitari del Novecento sono passati, ma occorre rendersi conto che il desiderio delle elites di controllare le nostre vite, di manipolarci, di renderci schiavi, e’ sempre vivo; e’ dovere di noi cittadini unirci e combattere contro questo nuovo tipo di dittatura economico-finanziaria.

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Amarsi è un po’ scannarsi

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di Pierangelo Buttafuoco

Che cosa si nasconde dietro le vendette che scattano quando una storia d’amore finisce Dipende da come l’uomo prende le donne: c’è il narciso, il debosciato, lo struggicuore

Il peggio delle donne è la vendetta. Quell’amarsi un po’ di maschi e femmine per poi scannarsi finisce in rappresaglia con l’uomo sotto scacco, matto. E’ la pazzia che si mastica tutto in tema di vendetta della donna, quando tutto si rende impossibile – il difficilissimo tornare indietro di due che si sono amati, voluti, desiderati – e il maschio perde il potere. Tutto diventa incredibile: lo spettacolo si fa o-sceno, tutto va fuori scena. E il signore diventa preda della signora, trasformata in una erinni implacabile, votata all’unica evirazione possibile su un etero-macho attempato: togliergli la pace.

E’ la santa pace che l’uomo cerca dopo aver risolto le trappole del desiderio, i doveri e i rantoli della carne di un destino, sufficientemente passabile, di maschio bisognoso di frasche. Ma quel che veramente la donna non perdona al proprio padrone – titolare del marchiatore – è l’averlo perso quel potere di marchiare, perfino il potere di averle tutte, le altre femmine, e perdere lei stessa (quell’unica che dopo avergli concesso ciò che è lecito rinnovando il pudore, adesso gli muove guerra, giusto appunto il contrario della pace).

La prima regola per fronteggiare la vendetta di una donna è, dunque, quella di non darle motivo di vendicarsi. Con le donne il carisma non basta. Il caso del presidente della Repubblica francese fa testo. L’aveva già fatto, testo, Bill Clinton. E con le donne, infatti, ci vuole sensibilità. Non è poi vero che tutto il manicomio di Parigi sia scoppiato a causa della permeabilità digitale dell’epoca. Tanto meno la tragedia accade a causa dei paparazzi che poi fanno gli scatti al capo dello stato sullo scooter, in viaggio verso quella bella figliola, Julie Gayet, dal fianco della quale lui se ne scivola via stupendosi di essere rimasto solo, abbandonato.

Non è dunque per l’impossibilità ormai di nascondersi agli occhi della gente che la signora ha scritto il libro; tutto è accaduto perché non ci si piglia se non ci si rassomiglia, Valérie Trierweiler è identica a François Hollande e il testo del caso è tutto nel loro essere esibizionisti e auto-distruttivi uguali. Lei ha capito di essere finita, lui pure. Lei però può farsi forte di un vantaggio – il peggio – e usarlo: mettendo in atto la vendetta.

Il peggio delle donne è nella deriva sordida degli strepiti e della piazzata, non basterebbero mai gli schiaffi per calmarne l’ira, neppure caricarsi addosso un nuovo maschio può servire; si placano – le donne in piena vendetta – solo quando sentono la fiamma ossidrica saldare la bara di zinco in cui seppelliscono il loro amore.

Gli uomini danno il peggio alle donne. In un’alba d’estate, a Donnalucata, aspettando un autobus ho visto una donna andarsene via da un uomo – quello che le urlava dietro “puttana, torna qua” e lei, inesorabile, che se ne partiva via. Lo lasciava tremebondo, il tapino. Con le lacrime, sudato, febbricitante, lui se ne stava abbracciato al vecchio zio che però in quel sentirsi dire – “come devo fare, zio, come devo fare, come devo fare senza di lei?” – ritraendosi, disdegnato, consolava il nipote dicendogli: “Come, come devi fare? Ti devi sparare. Fai schifo!”. Era lui a dare il peggio a lei.

Il peggio delle donne è un esercizio di fantasia. Ne inventano di nuove, sempre – l’ultimo è l’uso improprio di bestseller – e per l’uomo che incappa in una femmina decisa a portare a termine la vendetta non ci sono algoritmi che possano aiutarlo nelle previsioni e nelle necessarie contromisure. L’uomo è, per sua natura, innocente come il buon selvaggio di Rousseau. Non può cavarsela tra le insidie delle proprie voluttà. E’ sempre fesso. Fa danni senza mai averne misura e consapevolezza. Schiavo delle proprie passioni sa che ogni lasciata è perduta mentre la donna, magnete in assoluto il più potente tra i poli stabiliti dalla vita, sa solo una cosa: doversi accaparrare il deposito cromosomico, il migliore possibile, necessario per perpetuare se stessa. L’uomo se la dà a gambe, capita, ma una volta abbandonata, la donna, abbandona col carico: odia di un odio purissimo perché il più delle volte in quell’amarsi, volersi, desiderarsi, non c’è amore ma solo colpa, la mistica della colpa.

Tutte queste vicende, poi, che riguardano uomini di una certa età e che vogliono mantenere quel senso di onnipotenza, tipico del maschio, finiscono inesorabilmente nel ridicolo perché chi non si rassegna fa fatica a rassegnarsi. E’ la dimensione sociale a far impazzire la maionese, il tema – tutto femminile – di ritrovarsi umiliata, sporcata, dimenticata. E se cautela può soccorrere il maschio alle prese con la pazza vendicatrice l’unica è quella di mettere distanza, a maggior ragione quando sono solo rose e fiori. Paolo Mantegazza, il padre della sessuologia, spiegò un concetto forse grossolano ma vero: il maschio ha a disposizione tremila cartucce. Tremila sparatine – la metafora è legata al pistolino – da dispensare alle donne nell’arco di una vita e culminanti nella regola fissata da un monito, “Il settantino lascia la femmina e si prende il vino”, e gli unici fiori, le uniche rose possibili, sono stabiliti dalla fisiologia.

Tutte queste vicende, insomma, hanno una spiegazione robusta di scienza e di natura. E senza anatemi, ecco, può essere svelata: l’essere umano ha un solo istinto, ed è la sopravvivenza. Forse la ragione può governarlo questo impulso ma, come insegna Platone, “l’uomo sopravvive nel bello”. All’essere umano sono dati due modi d’eternità: o fare figli o incontrare la gloria. Achille non ha figli e vive nella grandezza. Il resto degli uomini, invece, genera. E in tutto questo c’è un fatto. E cioè che la femmina può fare un figlio ogni nove mesi – uno l’anno – mentre il maschio, invece, può ingravidare anche ogni giorno. La femmina, a un certo punto, smette. Il maschio, anche. Meglio: il maschio vede ridimensionare la propria potenza sessuale e ciò è perfino più grave. In quella condizione, infatti, il maschio offre più di un motivo al disprezzo di sé e siccome l’unico vero cosmetico è il Viagra, tutta la segreta gioia maligna dell’evirazione che la donna investe nella vendetta è nel prendersi quel danno intimo per farne un guadagno di pura apparenza. Ridicolizzandolo. Mettendo in mostra – nella pazzia che si mastica tutto in tema di vendetta – il maschio. Accendendo su di lui tutti i riflettori, ma nell’espressione tutta sua e tutta tipica dell’avidità delusa.

Non è poi così automatico che le donne diano il peggio, incontrando il peggio. Certe donne – particolarmente cattive – giustificano quel modo di dire: “Una volta che glielo concedi, il cosiddetto, ci vuole un Carnelutti per farselo ridare indietro”. Il caso che fa testo, attualmente, è quello di Hollande. Ci s’interroga su come un botolo così, proprio brutto, possa avere un carnet di signore così interessanti da cui n’è venuta fuori una – Valérie, fuori di zucca – particolarmente cattiva. Ha lasciato lo charme per adornarsi di spazzatura. Ha abbandonato il ruolo per abbracciare un genere. Nessuno oserà più avvicinarla, mai più un uomo le si accosterà cercandole la mano. E come le vedove dei riti indiani, bruciando il proprio maschio, madame Trierweiler s’è buttata nel rogo. Ed è l’unico risultato della vendetta.

Il caso in questione – Hollande – è certamente quello di un Narciso, la sciagura peggiore in cui può incappare una donna, ma non è ancora il caso limite, questo: quello dell’uomo che ha l’anima di una puttana. E’, infatti, peggio dell’Io-Narciso, quello dell’uomo che ha l’anima di una puttana. E’ un caso interessantissimo, non è Hollande, è l’uomo medio dell’orizzonte post sessuale. E non sappiamo se, per caso, l’acuto Massimo Recalcati lo abbia approfondito ne “L’uomo senza desiderio”.
E’ l’ermafrodito per eccellenza. E’ colui il quale mescola nel proprio io interiore il ruolo di maschio con quello di femmina; colui che mette in atto il perdersi di se stesso, neppure facendo male alla prossima come il seduttore ma devastandosi da sé per poi precipitare negli abissi dei fraintendimenti, delle mutande e delle docce di angoscia dove lo sciacquio di pensieri, bagnati di femmina, lo riduce alla consunzione spirituale. Un po’ come succedeva a Bobby, un cane, quando si smarriva per più di una settimana, per strapazzare e fecondare le cagne della contrada, per poi buttarsi a modo di un morto per giorni e giorni, reclamando solo quiete, silenzio e oblio.

Non è ruolo da commedia all’italiana quello dell’uomo che ha l’anima di una puttana. E’ tragicissimo e con l’impudicizia che scoperchia i tetti delle case per piluccarne i bocconi più ghiotti – al modo dei cuochi con i coperchi delle pentole dove sono messe a cuocere le pietanze – l’uomo che ha l’anima di una puttana fa strame delle donne, dimenticandole, confondendosi nei ricordi, riducendole a una indistinta pappa dove neppure la vendetta può smuoverlo, anzi. Ogni reazione di femmina è un divertimento, un’alzata di spalla e un sorso. Ogni acqua toglie la sete e si sa – il dettato di popolo è antico – il maschio che è di bocca buona, di tutto fa un boccone. Non si sforza nella bellezza, anzi: sguazza nell’overbooking. Entra direttamente in macelleria e se può aiutare a farsi un’idea del tipo, ebbene: l’atmosfera dei quadri di Francis Bacon, grottesca e sbavata, per quanto frocia, è perfetta.

Qui nessuno è il Madame Bovary di nessuno ma se vale il reciproco specchiarsi tra uomo e donna, nel campionario delle vendette serve a far scienza un terzo tipo oltre al Narciso e al debosciato, ed è l’uomo-d’amore dove lo scannarsi è anche quel po’ di argine fatto di menzogne che l’uomo innamorato, il maschio preso da vero e irrimediabile fatto di cuore, pone affinché non venga travolto dal sentimento. L’uomo-d’amore è, per dirla con Silvano Nigro, “lo struggicuore”. Forse, stropicciato in petto, è ancora più un disastro per ogni donna rispetto agli altri tipi, mostrasi sì piacente a chi lo mira – galante com’è – da non lasciare tregua.

E’ forgiato nell’impasto de’ poeti, l’uomo-d’amore. Ed è indispensabile al punto che ogni donna deve fuggirne e siccome tutto ciò che nel mondo ordinario è fuggevole, con lui diventa sublime, solo con lui il virtuosismo dell’illusione coincide con l’apoteosi del vero amore. E ama, l’uomo-d’amore, per sfasciarsi di muto dolore nel momento in cui l’amata lo consegna all’assenza e al silenzio.

Il peggio delle donne è la vendetta. E non c’è peggiore vendetta del silenzio – perfino peggio del perdono, dove tutto torna, ma sotto caricatura. Quell’amarsi un po’ di maschi e femmine per poi perdersi finisce nell’apnea di un vuoto con l’uomo sotto scacco, senza più la propria Regina. La donna consapevole di essere forte, la dea cha sa di essere molto amata (ché molto lo fu e molto lo sarà sempre), sa come doversene andare. Sparisce e l’uomo-d’amore abita la desolazione di un lutto senza tomba. Lei non c’è e lui reclama l’elemosina di un tango, poco meno di due minuti e mezzo di tango dove – senza lei – è proprio difficile capire dove mettere le mani, come muovere i piedi e come disegnarsi in volto un sorriso. Tutto finirà, per dirla con Paolo Conte, “in un gesto timido”. E il reciproco specchiarsi sarà tutto nello “specchio panico”. Nella danza della vanità.

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