Democrazia totalitaria

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di Tommaso Segantini

Quando si parla di totalitarismo o di regimi totalitari, oggi, si fageneralmente riferimento al fascismo, al nazismo o al comunismo sovietico del Novecento. Sono stati scritti infiniti libri sulle caratteristiche di queste societa’ etichettate, giustamente, totalitarie. Alcune di queste caratteristiche sono per esempio la repressione dei dissidenti (basti pensare ai gulag sovietici), l’uso della violenza per creare terrore, o l’uso massiccio della propaganda, in grado di controllare il pensiero e quindi le vite degli individui.

Lo scopo di questo articolo e’ di mostrare che alcune caratteristiche tipiche dei regimi totalitari appena citati, che ci appaiono lontani, appartenenti ormai solo alla storia passata, sono tuttora presenti nelle nostre societa’ occidentali. E’ importante sottolineare che le forme di controllo delle elite sulla popolazione sono cambiate, sono diventate quasi invisibili, impercettibili, ma piu’ efficaci che mai. Efficaci a tal punto che le masse hanno interiorizzato, e ritengono naturali, giuste e razionali le leggi del capitalismo assoluto di oggi. Assoluto perche’ non c’e’ piu, oramai, alcuna opposizione ideologica ad esso. L’ideologia dominante neoliberista legittima il mondo di oggi insieme a tutte le sue contraddizioni e, punto cruciale, lo eternizza, impedendo a priori anche solo l’ideazione di un tipo di societa’ alternativa a quella odierna. La propaganda del Novecento oggi e’ sostituita da una spaventosa omologazione mediatica. I mass media sono largamente influenzati da poteri economici e finanziari, e la contrapposizione ideologica tra le diverse testate e’ minima o nulla. Come puo’ questa omologazione dei media portare alla formazione di un pensiero critico tra i membri della societa’, che e’ probabilmente l’elemento piu’ importante per il buon funzionamento di un sistema democratico?

Interessante e’ anche l’aspetto della violenza. Almeno quella,  infatti, sembra essere assente dalle nostre societa’ occidentali. E’ comune l’affermazione che l’Unione Europea ha garantito un periodo di pace in Europa senza precedenti nella storia. Questo e’ vero, se si identifica la violenza col carro armato e con l’invasione militare. Diego Fusaro afferma pero’ che “il nuovo Hitler non si presenta con la svastica e il braccio teso: parla un inglese fluente, si appella alle sacre leggi della finanza e alla volontà del mercato, identifica la libertà con la liberalizzazione integrale”.  Sempre citando Fusaro, ” lo spread ha preso il posto dei carri armati”. La violenza non e’ piu quindi solo militare ma di tipo economico. Un esempio concreto e attuale di questo nuovo tipo di violenza e’ la Grecia, messa in ginocchio dall’Euro e dalle misure di austerita’ europee.

Infine, il nostro sistema economico e’ dominato da multinazionali, descritte da Chomsky come “le istituzioni umane piu’ vicine al totalitarismo”. Esse sono entita’ sovranazionali, non vincolate a nessun territorio, e capaci di influenzare se non interamente dettare le agende dei governi. Per fortuna i regimi totalitari del Novecento sono passati, ma occorre rendersi conto che il desiderio delle elites di controllare le nostre vite, di manipolarci, di renderci schiavi, e’ sempre vivo; e’ dovere di noi cittadini unirci e combattere contro questo nuovo tipo di dittatura economico-finanziaria.

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Amarsi è un po’ scannarsi

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di Pierangelo Buttafuoco

Che cosa si nasconde dietro le vendette che scattano quando una storia d’amore finisce Dipende da come l’uomo prende le donne: c’è il narciso, il debosciato, lo struggicuore

Il peggio delle donne è la vendetta. Quell’amarsi un po’ di maschi e femmine per poi scannarsi finisce in rappresaglia con l’uomo sotto scacco, matto. E’ la pazzia che si mastica tutto in tema di vendetta della donna, quando tutto si rende impossibile – il difficilissimo tornare indietro di due che si sono amati, voluti, desiderati – e il maschio perde il potere. Tutto diventa incredibile: lo spettacolo si fa o-sceno, tutto va fuori scena. E il signore diventa preda della signora, trasformata in una erinni implacabile, votata all’unica evirazione possibile su un etero-macho attempato: togliergli la pace.

E’ la santa pace che l’uomo cerca dopo aver risolto le trappole del desiderio, i doveri e i rantoli della carne di un destino, sufficientemente passabile, di maschio bisognoso di frasche. Ma quel che veramente la donna non perdona al proprio padrone – titolare del marchiatore – è l’averlo perso quel potere di marchiare, perfino il potere di averle tutte, le altre femmine, e perdere lei stessa (quell’unica che dopo avergli concesso ciò che è lecito rinnovando il pudore, adesso gli muove guerra, giusto appunto il contrario della pace).

La prima regola per fronteggiare la vendetta di una donna è, dunque, quella di non darle motivo di vendicarsi. Con le donne il carisma non basta. Il caso del presidente della Repubblica francese fa testo. L’aveva già fatto, testo, Bill Clinton. E con le donne, infatti, ci vuole sensibilità. Non è poi vero che tutto il manicomio di Parigi sia scoppiato a causa della permeabilità digitale dell’epoca. Tanto meno la tragedia accade a causa dei paparazzi che poi fanno gli scatti al capo dello stato sullo scooter, in viaggio verso quella bella figliola, Julie Gayet, dal fianco della quale lui se ne scivola via stupendosi di essere rimasto solo, abbandonato.

Non è dunque per l’impossibilità ormai di nascondersi agli occhi della gente che la signora ha scritto il libro; tutto è accaduto perché non ci si piglia se non ci si rassomiglia, Valérie Trierweiler è identica a François Hollande e il testo del caso è tutto nel loro essere esibizionisti e auto-distruttivi uguali. Lei ha capito di essere finita, lui pure. Lei però può farsi forte di un vantaggio – il peggio – e usarlo: mettendo in atto la vendetta.

Il peggio delle donne è nella deriva sordida degli strepiti e della piazzata, non basterebbero mai gli schiaffi per calmarne l’ira, neppure caricarsi addosso un nuovo maschio può servire; si placano – le donne in piena vendetta – solo quando sentono la fiamma ossidrica saldare la bara di zinco in cui seppelliscono il loro amore.

Gli uomini danno il peggio alle donne. In un’alba d’estate, a Donnalucata, aspettando un autobus ho visto una donna andarsene via da un uomo – quello che le urlava dietro “puttana, torna qua” e lei, inesorabile, che se ne partiva via. Lo lasciava tremebondo, il tapino. Con le lacrime, sudato, febbricitante, lui se ne stava abbracciato al vecchio zio che però in quel sentirsi dire – “come devo fare, zio, come devo fare, come devo fare senza di lei?” – ritraendosi, disdegnato, consolava il nipote dicendogli: “Come, come devi fare? Ti devi sparare. Fai schifo!”. Era lui a dare il peggio a lei.

Il peggio delle donne è un esercizio di fantasia. Ne inventano di nuove, sempre – l’ultimo è l’uso improprio di bestseller – e per l’uomo che incappa in una femmina decisa a portare a termine la vendetta non ci sono algoritmi che possano aiutarlo nelle previsioni e nelle necessarie contromisure. L’uomo è, per sua natura, innocente come il buon selvaggio di Rousseau. Non può cavarsela tra le insidie delle proprie voluttà. E’ sempre fesso. Fa danni senza mai averne misura e consapevolezza. Schiavo delle proprie passioni sa che ogni lasciata è perduta mentre la donna, magnete in assoluto il più potente tra i poli stabiliti dalla vita, sa solo una cosa: doversi accaparrare il deposito cromosomico, il migliore possibile, necessario per perpetuare se stessa. L’uomo se la dà a gambe, capita, ma una volta abbandonata, la donna, abbandona col carico: odia di un odio purissimo perché il più delle volte in quell’amarsi, volersi, desiderarsi, non c’è amore ma solo colpa, la mistica della colpa.

Tutte queste vicende, poi, che riguardano uomini di una certa età e che vogliono mantenere quel senso di onnipotenza, tipico del maschio, finiscono inesorabilmente nel ridicolo perché chi non si rassegna fa fatica a rassegnarsi. E’ la dimensione sociale a far impazzire la maionese, il tema – tutto femminile – di ritrovarsi umiliata, sporcata, dimenticata. E se cautela può soccorrere il maschio alle prese con la pazza vendicatrice l’unica è quella di mettere distanza, a maggior ragione quando sono solo rose e fiori. Paolo Mantegazza, il padre della sessuologia, spiegò un concetto forse grossolano ma vero: il maschio ha a disposizione tremila cartucce. Tremila sparatine – la metafora è legata al pistolino – da dispensare alle donne nell’arco di una vita e culminanti nella regola fissata da un monito, “Il settantino lascia la femmina e si prende il vino”, e gli unici fiori, le uniche rose possibili, sono stabiliti dalla fisiologia.

Tutte queste vicende, insomma, hanno una spiegazione robusta di scienza e di natura. E senza anatemi, ecco, può essere svelata: l’essere umano ha un solo istinto, ed è la sopravvivenza. Forse la ragione può governarlo questo impulso ma, come insegna Platone, “l’uomo sopravvive nel bello”. All’essere umano sono dati due modi d’eternità: o fare figli o incontrare la gloria. Achille non ha figli e vive nella grandezza. Il resto degli uomini, invece, genera. E in tutto questo c’è un fatto. E cioè che la femmina può fare un figlio ogni nove mesi – uno l’anno – mentre il maschio, invece, può ingravidare anche ogni giorno. La femmina, a un certo punto, smette. Il maschio, anche. Meglio: il maschio vede ridimensionare la propria potenza sessuale e ciò è perfino più grave. In quella condizione, infatti, il maschio offre più di un motivo al disprezzo di sé e siccome l’unico vero cosmetico è il Viagra, tutta la segreta gioia maligna dell’evirazione che la donna investe nella vendetta è nel prendersi quel danno intimo per farne un guadagno di pura apparenza. Ridicolizzandolo. Mettendo in mostra – nella pazzia che si mastica tutto in tema di vendetta – il maschio. Accendendo su di lui tutti i riflettori, ma nell’espressione tutta sua e tutta tipica dell’avidità delusa.

Non è poi così automatico che le donne diano il peggio, incontrando il peggio. Certe donne – particolarmente cattive – giustificano quel modo di dire: “Una volta che glielo concedi, il cosiddetto, ci vuole un Carnelutti per farselo ridare indietro”. Il caso che fa testo, attualmente, è quello di Hollande. Ci s’interroga su come un botolo così, proprio brutto, possa avere un carnet di signore così interessanti da cui n’è venuta fuori una – Valérie, fuori di zucca – particolarmente cattiva. Ha lasciato lo charme per adornarsi di spazzatura. Ha abbandonato il ruolo per abbracciare un genere. Nessuno oserà più avvicinarla, mai più un uomo le si accosterà cercandole la mano. E come le vedove dei riti indiani, bruciando il proprio maschio, madame Trierweiler s’è buttata nel rogo. Ed è l’unico risultato della vendetta.

Il caso in questione – Hollande – è certamente quello di un Narciso, la sciagura peggiore in cui può incappare una donna, ma non è ancora il caso limite, questo: quello dell’uomo che ha l’anima di una puttana. E’, infatti, peggio dell’Io-Narciso, quello dell’uomo che ha l’anima di una puttana. E’ un caso interessantissimo, non è Hollande, è l’uomo medio dell’orizzonte post sessuale. E non sappiamo se, per caso, l’acuto Massimo Recalcati lo abbia approfondito ne “L’uomo senza desiderio”.
E’ l’ermafrodito per eccellenza. E’ colui il quale mescola nel proprio io interiore il ruolo di maschio con quello di femmina; colui che mette in atto il perdersi di se stesso, neppure facendo male alla prossima come il seduttore ma devastandosi da sé per poi precipitare negli abissi dei fraintendimenti, delle mutande e delle docce di angoscia dove lo sciacquio di pensieri, bagnati di femmina, lo riduce alla consunzione spirituale. Un po’ come succedeva a Bobby, un cane, quando si smarriva per più di una settimana, per strapazzare e fecondare le cagne della contrada, per poi buttarsi a modo di un morto per giorni e giorni, reclamando solo quiete, silenzio e oblio.

Non è ruolo da commedia all’italiana quello dell’uomo che ha l’anima di una puttana. E’ tragicissimo e con l’impudicizia che scoperchia i tetti delle case per piluccarne i bocconi più ghiotti – al modo dei cuochi con i coperchi delle pentole dove sono messe a cuocere le pietanze – l’uomo che ha l’anima di una puttana fa strame delle donne, dimenticandole, confondendosi nei ricordi, riducendole a una indistinta pappa dove neppure la vendetta può smuoverlo, anzi. Ogni reazione di femmina è un divertimento, un’alzata di spalla e un sorso. Ogni acqua toglie la sete e si sa – il dettato di popolo è antico – il maschio che è di bocca buona, di tutto fa un boccone. Non si sforza nella bellezza, anzi: sguazza nell’overbooking. Entra direttamente in macelleria e se può aiutare a farsi un’idea del tipo, ebbene: l’atmosfera dei quadri di Francis Bacon, grottesca e sbavata, per quanto frocia, è perfetta.

Qui nessuno è il Madame Bovary di nessuno ma se vale il reciproco specchiarsi tra uomo e donna, nel campionario delle vendette serve a far scienza un terzo tipo oltre al Narciso e al debosciato, ed è l’uomo-d’amore dove lo scannarsi è anche quel po’ di argine fatto di menzogne che l’uomo innamorato, il maschio preso da vero e irrimediabile fatto di cuore, pone affinché non venga travolto dal sentimento. L’uomo-d’amore è, per dirla con Silvano Nigro, “lo struggicuore”. Forse, stropicciato in petto, è ancora più un disastro per ogni donna rispetto agli altri tipi, mostrasi sì piacente a chi lo mira – galante com’è – da non lasciare tregua.

E’ forgiato nell’impasto de’ poeti, l’uomo-d’amore. Ed è indispensabile al punto che ogni donna deve fuggirne e siccome tutto ciò che nel mondo ordinario è fuggevole, con lui diventa sublime, solo con lui il virtuosismo dell’illusione coincide con l’apoteosi del vero amore. E ama, l’uomo-d’amore, per sfasciarsi di muto dolore nel momento in cui l’amata lo consegna all’assenza e al silenzio.

Il peggio delle donne è la vendetta. E non c’è peggiore vendetta del silenzio – perfino peggio del perdono, dove tutto torna, ma sotto caricatura. Quell’amarsi un po’ di maschi e femmine per poi perdersi finisce nell’apnea di un vuoto con l’uomo sotto scacco, senza più la propria Regina. La donna consapevole di essere forte, la dea cha sa di essere molto amata (ché molto lo fu e molto lo sarà sempre), sa come doversene andare. Sparisce e l’uomo-d’amore abita la desolazione di un lutto senza tomba. Lei non c’è e lui reclama l’elemosina di un tango, poco meno di due minuti e mezzo di tango dove – senza lei – è proprio difficile capire dove mettere le mani, come muovere i piedi e come disegnarsi in volto un sorriso. Tutto finirà, per dirla con Paolo Conte, “in un gesto timido”. E il reciproco specchiarsi sarà tutto nello “specchio panico”. Nella danza della vanità.

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La Spirale del Declino Culturale. Un Nuovo Rinascimento?

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di W. de Gruijter

Gli scienziati stanno schiacciando il tasto ‘Panico’, dato che sembra ormai ragionevole ipotizzare l’avvento di una inaudita catastrofe umanitaria dovuta all’incremento delle disparità economiche.

Tuttavia nessuno sembra voler far nulla per evitare che ciò accada; soprattutto perché il linguaggio etico ha smesso di interessare la politica che si occupa di economia. Per cui adesso si assiste ad un tentativo di rivitalizzare l’argomento etico.

E’ un tema che sta tornando in voga poiché dall’uscita del bestseller dell’economista francese Thomas Piketty e del libro degli epidemiologi inglesi Kate Pickett e Richard Wilkinson, praticamente nessun pensatore critico può più permettersi di ignorarlo. Il colpo di Stato finanziario evolutosi dall’inizio degli anni ’80 condurrà inevitabilmente a un disastro umanitario che coinvolgerà tutti gli interessati, tanto i ricchi quanto i poveri. Ma nel frattempo nessuno muove un dito per evitare che il disastro si consumi.
Viene da chiedersi:
“Chi creerà per l’umanità un sistema di interpretazione valido che identifichi e differenzi le azioni buone da quelle cattive, l’insopportabile dal sopportabile?”
Si tratta di una questione etica ancora priva di risposta, che lo scrittore russo Aleksandr Solženicyn (1918-2008) espresse ritirando il premio Nobel nel 1970, e che non è mai stata tanto attuale. Difatti l’argomento ‘etica’ sta per fare ritorno nel discorso culturale, soprattutto in materia economica. Sebbene al momento la prospettiva possa sembrare piuttosto inconcepibile ci sono diverse buone ragioni per ritenere che il cambiamento stia per interessare la nostra società.
Le culture rifioriscono a seconda della stagione, esattamente come le piante ed i fiori. Secondo il filosofo, storico e Premio Nobel britannico Bertrand Russell (1872-1970), tutto ciò frequentemente si verifica tra fasi di rigorosa moralità e decadenza morale. Sicché non credo che il ‘libero’ paradigma espressione del mercato decadente, dove tutto gira intorno alla competizione, al consumo e alla manipolazione possa ritenersi scolpito per l’eternità nella pietra della cultura. Il libero mercato è maturo per un po’ di moralità, dal momento che questo dogma unilaterale della crescita economica sta ostacolando in modo sempre più radicale la rifioritura e la crescita della cultura.
In primo luogo, per rendere le cose più chiare, bisogna chiarire che un paradigma – o visione del mondo – è una rete di idee, tramandate di solito attraverso l’educazione, l’istruzione, i media e la politica, con cui l’individuo dà un senso all’esperienza della propria esistenza (emozioni, istinti, intuizioni e razionalizzazioni). E’ molto importante capire il significato del concetto, dal momento che all’interno delle idee paradigmatiche si cela un potere enorme, quasi magico; soprattutto perché tutti inconsciamente le fanno proprie.
Nella nostra epoca la maggior parte delle persone accetta l’idea che il possesso di prodotti, in particolare quelli rari o quelli che rendono la vita più comoda, determini se qualcuno meriti rispetto e amore. E chi non desidera sperimentare l’amore? Pertanto la maggior parte della gente si fa in quattro, per così dire, con l’obiettivo di ottenere quella roba che dovrebbe garantirle la ‘felicità.’ Ironia della sorte, in questo modo spesso trascura i momenti (le scelte) senza prezzo fondamentali per lo sviluppo personale. Eppure nell’ottica economica questo è esattamente l’atteggiamento più appropriato. Perché quanto più ci si isola, tanto più elevata è l’assenza d’amore, maggiore è la compulsione nell’acquistare cose che compensino il vuoto interiore – equazione estremamente nota al settore del marketing.
Intanto da tale mentalità (come da qualsiasi altra cosa) si sviluppano conseguenze. L’idea che il valore delle persone dipenda dalla quantità di prodotti posseduti crea un folto insieme di effetti collaterali. Ciò spiega, ad esempio, l’accettazione sociale che un banchiere fallisca a spese della collettività per poi proseguire la carriera come se niente fosse, mentre nei ranghi più bassi della società una frode di un migliaio di dollari possa essere punita con la detenzione in carcere.
Quando una società si basa sempre più unilateralmente sui beni materiali, ecco che inizia a trascurare gli elementi di natura immateriale, come – nel precedente esempio – la giustizia sociale. Ma anche l’importanza di cose come la compassione, la solidarietà e la cooperazione sono trascurati all’interno della visione del mondo materialista e competitivo; ciò che emerge è una mentalità da ‘ognuno per se’, che cammina di pari passo con un atteggiamento cinico; come se la fede nella bontà intrinseca del genere umano stia lentamente disintegrandosi, soppiantata da un quadro molto più oscuro della natura umana. Cinismo comprensibile, considerato il contesto, che genera passività e minaccia realmente gli interessi della comunità nel suo insieme; tutto ciò potrebbe comportare un peggioramento delle cose, specie se abbiamo a che fare con una sorta di profezia auto-avverante.
Tutto sommato non si può escludere che sia stato messo in moto un circolo vizioso di declino culturale. Anche una serie di recenti ricerche effettuate dagli epidemiologi britannici Kate Pickett e Richard Wilkinson hanno sottolineato tale concetto. In effetti le persone risultano essere molto più intimamente interconnesse di quanto vorrebbe dare ad intendere la superficiale mentalità materialistica. Per la precisione, man mano che la gerarchia sociale si accresce (e con essa le disparità tra ricchi e poveri), le persone sono sempre più valutate sulla base della loro ‘roba’, piuttosto che in funzione della loro reale essenza di esseri umani.
Psicologicamente tutto ciò è vissuto con un incremento della pressione, dato che per soddisfare questo tipo di standard è necessario coltivare regolarmente una mentalità nota per i suoi rischi per la salute. Infatti nei paesi ove vigono grandi differenze di ricchezza si registra un elevato incremento delle malattie legate allo stress, della diffidenza reciproca, di disturbi psichici come la depressione e le dipendenze. Inoltre la pressione legata al desiderio di ‘successo’ porta – tra le altre cose – ad un incremento degli abbandoni scolastici e ad una diminuzione dell’aspettativa di vita media. In realtà molti accademici sono arrivati a concludere che l’unico tipo di personalità che si adatti a vivere bene nel mondo neo-liberista sia quella dello psicopatico, qualcuno cioè che è naturalmente incline a sperimentare minore stress e dolore interiore.
Quest’ordine di cose non può proseguire per sempre, come ha affermato lo scrittore russo Aleksandr Solzhenitsyn. Non è lontano il momento in cui il freddo materialismo, esattamente come erose il modello comunista, finirà per erodere dall’interno anche quello neoliberista, essenzialmente a causa della totale carenza di ispirazione e vitalità all’interno della società che ne è diventata espressione.
Questa situazione è tutt’altro che statica. Esistono naturalmente numerosi parametri coinvolti – ma in base alla capacità umana di ragionare e fronteggiare un problema comune, prima o poi i valori immateriali torneranno nel cuore del dibattito pubblico; soprattutto in tema di economia. Tale necessario reflusso prenderà l’avvio da un punto di svolta emblematico (ad esempio il fallimento di una banca ritenuta troppo grande per fallire, oppure un movimento di protesta di massa) e la rivalutazione complessiva del ragionamento etico tornerà ad essere una realtà; e non stupitevi se tale argomento sarà propugnato dai repubblicani (in quanto è già accaduto  in passato): se le regole del gioco cambiano, tutto è possibile.
Nel frattempo la visione dominante degli ultimi trent’anni sta lentamente crollando sotto il fardello dell’attuale crisi. In un numero crescente di persone stanno facendosi strada seri dubbi al riguardo. Perfino a Wall Street, dove aziende come Standard & Poor’s hanno iniziato a denunciare apertamente le pericolose conseguenze dell’incremento delle disparità economiche.
Chi lo sa; forse i primi sintomi di un nuovo rinascimento sono già avvertibili.

L’autore: Werner de Gruijter è uno psicologo sociale e moderatore delle Symposion Nights, piattaforma per il pensiero critico con sede in Amsterdam.

Articolo in lingua inglese, pubblicato sul sito Global Research
Link diretto:
http://www.globalresearch.ca/a-vicious-circle-of-crisis-and-cultural-decline-towards-a-rebirth-of-the-west/5397140

Traduzione a cura di Anticorpi.info

L’ unificazione del pensiero nella società

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di Alessandro della Ventura

 

Il mondo che conosciamo oggi, checchè se ne dica, è un mondo molto meno libero di quello che pensiamo. Tutto ciò che riteniamo opportuno, nella norma, attuabile è filtrato da un subconscio collettivo che viene instillato in noi fin da quando muoviamo i primi passi nella società, momento che può essere rappresentato dall’incontro con la scuola. Quando entriamo nella scuola siamo dei bambini gioiosi, ansiosi di poter esprimere la nostra voglia di vivere e la nostra creatività al prossimo. Ma non appena ci imbattiamo in questa istituzione ci vengono tarpate le ali e la nostra unicità viene vista come un pericolo, come un fattore destabilizzante dell’ordine della società poichè potente oltre ogni misura e incontrollabile. Questo avviene in buona parte con l’inconsapevolezza degli insegnanti che si trovano ad agire per instradare questa moltitudine di ragazzini all’interno di una società che li vuole in un determinato modo: uniformati, senza spirito critico, controllabili e usufruibili per gli scopi del sistema. Gli insegnanti sono assolutamente necessari per la crescita dei bambini, in quanto supervisori e supporto delle famiglie per la formazione di una buona educazione dei futuri cittadini. Ma ‘formazione’ non va intesa nel senso di indottrinamento ma come reindirizzamento delle proprie pulsioni e di tutto quanto possa recare danno al prossimo verso una pacifica convivenza nella società, che può essere perseguibile lasciando libero sfogo alle tendenze personali e alle capacità del singolo e non invece sacrificandole.

Lo scenario che invece si configura è terribilmente rassomigliante a quello che ci facevano vedere i Pink Floyd nella loro celebre canzone “Another brick in the wall”. I ragazzi sono al pari di burattini che vengono del tutto espropriati della loro personalità, costretti a rispondere alle esigenze del sistema. Ridotti a semplici ingranaggi di un’enorme macchina il cui unico scopo è andare avanti nella produzione fregandosene dei dettagli, di tutto quello che c’è al di sotto e che realmente muove il mondo. Così afferma Martha Nussbaum, una tra le filosofe più influenti nell’etica e nella pedagogia contemporanea: “in un mondo che obbedisce alle leggi del mercato, anche la scuola si è dovuta ‘adattare’. L’importante, secondo la concezione della scuola di oggi, non è fornire agli studenti gli strumenti necessari per riflettere e per interrogarsi sul mondo, ma è far andare avanti un sistema a un ritmo sempre più sfrenato. Oggi il sistema scolastico è diventato una sorta di fabbrica che sforna giovani ingegneri, economisti, tecnici, pronti a inserirsi nell’ingranaggio infernale del sistema capitalistico odierno.”

Da tutte queste considerazioni si evince come il sistema scolastico sia il punto nodale attraverso cui è possibile avviare una definitiva inversione di tendenza e ricostruire un nuovo modo di concepire gli altri e il mondo che ci circonda.

Ma un altro errore che troppo spesso in questo periodo si compie è di concepire un modello giusto ed egualitario di società in quanto “omologazione” e abbattimento delle alternative possibili, in modo da appianare le differenze e dare l’impressione che sia tutto in ordine e equamente distribuito.

E’ esemplare quello che sta accadendo in campo politico-economico. Sta sempre più emergendo una tendenza globale, fondamentalmente di stampo capitalista neoliberale, che tende a soppiantare tutte le strade “non convenzionali” e a far apparire il modello di società odierno come l’unico possibile e in cui non può essere apportato alcun cambiamento, pur essendo evidente la sua imperfezione. Citando il professore di filosofia Diego Fusaro: “Il sistema oggi non dichiara la propria perfezione ma si fa vanto della propria imperfezione non pronunciandosi sulla possibilità di trasformazione” e ancora il primo comandamento del modello sociale appare come “Non avrai altra società all’infuori di me”.

Quella che potrebbe sembrare una visione universale, neutrale, aperta alla possibilità di scelta e autodeterminazione delle altre culture in realtà cela in sè una prospettiva discriminatoria e particolaristica di ciò che è la vita buona cosicchè le culture minoritarie od oppresse sono costrette ad assumere una forma estranea. Questo è stato individuato in modo lungimirante dal filosofo canadese Charles Taylor: “la presunta società equa e cieca alle differenze non solo è disumana (perchè sopprime le identità) ma è a sua volta, in modo sottile e inconscio, fortemente discriminatoria. [...] l’idea stessa di un simile liberalismo potrebbe essere una sorta di contraddizione pragmatica, un particolarismo mascherato da universale.”

Un altro esempio di questa tendenza a soppiantare ogni via centrifuga dall’opinione unica e dominante è il continuo ridimensionamento del ruolo della filosofia e dell’arte nell’istruzione. Entrambe infatti aprono le menti alla creatività personale, permettono di esprimere pienamente la propria unicità e trascendono il concetto stesso di giusto e sbagliato, normale o meno secondo l’opinione comune.

Il processo di unificazione del pensiero irrompe con la globalizzazione che, dietro l’illusione di farci sentire più vicini al di là delle distanze geografiche, ci sta rendendo tutti uguali senza una cultura, valori, senza spirito critico. Invece di permetterci uno scambio proficuo di rapporti interculturali ci sta abbassando tutti sullo stesso piano, ossia spersonificati, costretti ad osservare il mondo che ci circonda attraverso una lente che ci viene imposta e costruita ad arte. Dobbiamo invece imparare a rivalutare il potere intrinseco dell’individuo in quanto persona unica e inimitabile, che è speciale proprio per la sua ‘diversità’ e per la sua capacità di manifestare la propria essenza in base alle sue aspirazioni.

Il mondo è bello proprio perchè è vario. Ricordiamolo sempre.

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Identità tra destino e costruzione culturale

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di Andrea Lacarpia

“Tu dunque su questa mia terra non spargere coti insanguinate che affilino armi e cuori di giovani e contese e rovine furenti … e i miei cittadini non aizzarli … a guerre civili, a violenze di fratelli contro fratelli. Con nemici di fuori sia, la guerra, che allora non è penosa e in essa ci sarà un terribile amore di gloria: non dico una battaglia di uccelli domestici.”

(versi dell’Orestea di Eschilo, con i quali Atena placa l’ira delle Erinni)

Il concetto d’identità è connesso all’individuazione dei confini che suddividono territori, intesi non solo come luoghi, ma anche come comunità e singole individualità. Immaginando il tempo come un corso d’acqua, l’identità può essere vista come una diga che, arginando la discesa dell’informe fluire, ne disciplina la forza donandole forme ben definite. Come la diga, prodotto dell’ingegno che ricalca le leggi naturali con il fine di ottenerne un maggiore beneficio, l’identità è un prodotto culturale, finalizzato alla prosperità e basato su un patto di comunione e reciproco rispetto, stipulato dall’uomo con i luoghi nei quali vive, che gli antichi ritualizzavano con le offerte e i sacrifici alle divinità locali.

Un’interpretazione frettolosa della contrapposizione flusso/diga potrebbe far pensare che il casuale fluire del tempo corrisponda alla libertà, mentre le costruzioni identitarie, stipulando patti ed elevando argini che si contrappongono a tale flusso, blocchino la libertà costringendola in confini innaturali. Osservando meglio le cose si può invece scoprire quanto le costruzioni identitarie possano essere espressione della natura e della libertà, tanto più della incontrollata vita senza leggi. In natura si può notare come ogni ente ed ogni luogo del mondo possieda un’identità propria formatisi per adattamento: essa è il risultato del dialogo tra la struttura genetica originaria che disciplina le forme (gli archetipi) e l’ambiente esterno con il quale essa si relaziona. Il risultato di tale dialogo sono le diverse forme naturali, che si stratificano nel tempo come sedimentazioni geologiche, mantenendo una struttura primigenia chiaramente individuabile dall’occhio innocente. La natura, quindi, incorpora in sè non solo il flusso dirompente, ma anche l’armonioso argine che trattiene e disciplina, e l’uomo ne perpetua l’operato attraverso le forme culturali, frutto della calibrazione delle pulsioni istintive con il giusto mezzo, il senso della misura che è la forma delle società civili. L’uomo è realmente libero quando è insieme flusso e argine, quando accetta di essere parte di un mondo diversificato nel quale, pur nella costante trasformazione dell’esistenza che si adatta al fluire del tempo, riesce a definire per esso e per la propria comunità un’identità coerente e stabile, ispirata dallo spirito del territorio che occupa e delimita, con il quale stipula accordi di reciproco rispetto e protezione (amor patrio). Le pretese d’universalità portano l’uomo alla prevaricazione, alla distruzione delle diverse identità e delle diverse concezioni di libertà, diverse perchè relative alle specificità naturali e culturali dei diversi territori.

Nell’uomo la libertà si esprime nell’atto di volontà guidato dalla consapevolezza di ciò che si è realmente: voler essere se stessi, nella propria concretezza spazio temporale, opponendosi alle illusioni di un’identità sfuggente, senza forma e senza luogo, vuota sia dal punto di vista materiale che spirituale.

L’identità racchiude concetti che possono sembrare opposti: destino e libertà, natura e costruzione culturale. Tutte contrapposizioni proprie del dualismo della psiche (individuale e collettiva), che le narrazioni mitologiche mettono in risalto tentando un’armonizzazione in cui il destino, pur essendo la forza più prorompente e misteriosa (subconscio magmatico e indefinito, dalla forza inesorabile), viene disciplinato dalla persuasione della parola e delle immagini (linguaggio), delle quali si fa alleato nella costruzione del mondo. In particolare, l’Orestea di Eschilo, la più grande trilogia di tutto il teatro mitico, racconta il tormento interiore di Oreste diviso tra luminosa volontà (Apollo) e oscuro destino (Erinni), terminando la narrazione con la riconciliazione tra la ragione olimpica e il Fato. A mediare positivamente è Atena, personificazione dell’intelligenza, la quale utilizza il giusto linguaggio che persuade le irrazionali Erinni, le forze della necessità che opprimono Oreste, cristallizzandole in forme simboliche. Dice la Dea: “Persuasione ha guidato il linguaggio della mia bocca”. In fondo, le Erinni ed Atena rappresentano le estreme gradazioni che può assumere la stessa energia che da occulta e lunare diviene intelliggibile e solare: entrambe spesso accompagnate da serpenti, nelle prime essi sono portatori di angoscia e calamità, mentre nella seconda sono trasformati in energia positiva. La trasformazione alchemica delle Erinni, rese benevole e accettate dalla società ateniese, cambia il destino di Oreste, liberato dal rimorso per aver ucciso la madre e con essa il legame con il passato. La stessa liberazione dagli aspetti negativi del destino si attua nella città di Atene, che accetta l’oscura tradizione incarnata dalle Erinni, rigenerandola nelle forme di una nuova coscienza mondata dagli eccessi del mondo tribale.

Ecco quindi che l’identità, quale costuzione culturale che cristallizza il flusso naturale in forme stabili, è parente del linguaggio con il quale Atena trasforma ed esorcizza le informi forze del destino: da oscure energie distruttive esse divengono energie salvifiche. Imbrigliando l’energia naturale in forme definite, il linguaggio simbolico dona dimore stabili al mutevole destino.

Anche Platone, nella sua cosmologia espressa nel Timeo, definisce con chiarezza il duale rapporto tra imprevedibilità del fato e stabilità del logos (ragione, intelligenza cosmica): “La generazione di questo universo fu il risultato della combinazione di Necessità e Ragione. Ragione prevalse su Necessità col persuaderla a indirizzare la massima parte delle cose in divenire verso ciò che è meglio; in tal modo e in base a tale principio questo universo fu plasmato alle origini dalla vittoria della persuasione intelligente su Necessità”.

(tratto da Arengo Culturale)

Fonte

Internet, sensi (pochi) e controsensi (tanti) della nostra epoca

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di Mario De Maglie

Trasformare le tragedie in farsa, perdere il confine tra il personale ed il collettivo, convincendosi che il personale sia collettivo e di interesse comune e il collettivo personale e di propria competenza, questa è (anche?, soprattutto?) la nostra epoca. Basta guardare un tg, sfogliare una rivista, girare in rete e abbondiamo di significati svuotati e vuoti riempiti di nullo significato. Che epoca bastarda quella in cui viviamo, si puó dire? Concedetemi l’espressione.

Se guardiamo al generale, molte notizie vengono ripetute all’infinito, rimbalzando a destra e sinistra sui social network e sulle varie testate online, poi, di punto in bianco, scompaiono e si è già presi da quella successiva, questo relativamente indipendentemente dalla notizia in sé. Ce ne sono alcune per cui sarebbe importante poter avere degli aggiornamenti, viene meno misteriosamente la frequenza di quando l’evento è esploso e aveva il vantaggio del nuovo e del manipolabile (in seguito “qualcuno che ha tempo da perdere” può avere il capriccio di approfondire e farsi una idea diversa da quanto riportato dai soliti media).

Fukushima, la Libia, la Siria, l’Ucraina, per citarne alcuni, chi ne parla più con la stessa intensità degli inizi? In alcuni casi chi ne parla più? Nei peggiori, chi se ne ricorda più? Gaza, sotto attacco israeliano, balza giustamente in primo piano, ma la vita dei palestinesi  anche in tempo di “pace”, è sempre da prima pagina per le condizioni indegne a cui è sottoposto un popolo nella sua quotidianità.

Eppure le vicende raccontate non si fermano, ma continuano. Storie di violenza, sopraffazione e incuranza della salute pubblica producono tutt’ora delle conseguenze, ma sembriamo non rendercene conto.

Si creano le opinioni e si addestra la gente a considerarle come dati di fatto, il soggettivo si mette in ghingheri e si vanta, da solo davanti allo specchio, di essere oggettivo fino a crederci, convincere se stessi è la chiave per convincere gli altri.

L’indignazione internettiana dura il tempo di una foglia che si stacca dall’albero e raggiunge terra, la pianta ne è ricca e in un autunno perpetuo, al comodo della nostra panchina, fatta di tablet, pc, telefonini intelligenti e qualche cartaceo che ancora resiste, aspettiamo la prossima cadere.

Se guardiamo al particolare, al noi composto dalla gente comune, l’ atteggiamento con il quale possiamo condividere le nostre notizie di vita, seppure esse abbiano ricadute, nella maggior parte dei casi, decisamente più blande e meno tragiche rispetto agli eventi mondani, prolifera di similitudini con quanto scritto in precedenza. Apprendiamo un ben definito modo di vivere o meglio di apparire. Quel che è importante ora non lo sarà più domani, quel che ho ora, non mi basterà più domani.

Online pubblico e privato giocano a scambiarsi continuamente i ruoli, proprio come due bambini i cui genitori si siano assentati, fidandosi troppo della loro capacità di autoregolarsi e autoregolamentarsi e al ritorno neanche loro saranno più in grado di distinguere la prole.

L’antropologo statunitense Edward Hall, con le sue ricerche sulla prossemica, ha delimitato le aree interpersonali (spazi fisici) in cui un individuo vive e interagisce. Egli individua quattro diverse distanze dall’altro a cui una persona risponde regolando la propria comunicazione: la distanza intima (0-45 cm), la distanza personale (45-120 cm) per l’interazione tra amici, la distanza sociale (1,2-3,5 metri) per la comunicazione tra conoscenti o il rapporto insegnante-allievo, la distanza pubblica (oltre i 3,5 metri) per le pubbliche relazioni.

L’area intima, ossia l’area nella quale l’individuo permette la vicinanza di un’altra persona o altrimenti si sente da essa invaso, è di soli 45 cm, ciò vuol dire meno di un braccio sollevato a mezz’aria. Chiunque valichi la soglia è nostro intimo o è ospite sgradito. Non ci sono definizioni per esprimere il concetto di intimità, essa è nel profondo di ognuno, se portata a galla con le parole può già divenire altro da noi. L’intimità non si (con)divide, si conquista e si difende.

Se fisicamente quindi abbiamo dei limiti a cui il nostro corpo risponde, la “mente-online” di ultima generazione (i telefonini saranno pure intelligenti, ma non necessariamente l’aggettivo va usato su chi li utilizza) si sta abituando pericolosamente a non averne, per cui intimo, personale, sociale e pubblico diventano un guazzabuglio, salvo poi retrocedere quando non ci si relaziona più virtualmente, ma dal vivo, allora vecchie difese e sano senso del pudore e del limite hanno la loro rivalsa, non c’è l’etere o un nickname a rappresentarci, ma “solamente” quel che siamo. Su internet leoni, dal vivo barboncini o poco meno.

Battaglia feroce quella tra i sensi ed i controsensi che ci legano al nostro vivere in un’epoca che ha stravolto i confini fino a pretenderne quasi la soppressione come logica conseguenza.

Fonte

Per il diritto di voto all’ Orsa Daniza.

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di Uriel Fanelli

Da qualche giorno su Feedly mi arrivano ste cose sull’ orsa trentina che avrebbe scatenato un dibattito sulla sua cattura, e se i primi giorni la ignoravo, piano piano , persistendo la notizia, ho cercato di capire che diavolo succedesse in Italia. Di mio, avendo abitato nel mezzo di un bosco sull’ Appennino ( invece qui vicino a Neandertal difficilmente incontrero’ animali selvatici) , conosco gia’ tutte le stronzate inventate dall’uomo di citta’ che esce in un bosco.

L’uomo di citta’ che esce in un bosco tende a presentare la sua gita domenicale, o la sua uscita per funghi, come “l’eterna lotta tra l’uomo e la natura” (ah! la tauromachia!) e quindi ha gia’ per se’ la tendenza a rappresentare un territorio antropizzatISSIMO come una specie di Jungla ove si lotta corpo a corpo con animali pericolosissimi.
 
L’animale piu’ pericoloso che possiate trovare in un bosco alpino o appenninico e’ il cretino. (Cretinis Cretinis Urbanis)  Questa specie ha un complesso rituale di accoppiamento che consiste nel vantarsi di fronte alle femmine delle cose piu’ improbabili. Avventure che  succedono loro mentre fanno cose tutto sommato poco pericolose, tipo andare a pesca, andare a caccia, uscire per funghi, passeggiare, andare a gettare i rifiuti, fare riunioni coi colleghi.
 

Una delle strategie di accoppiamento piu’ funzionanti e’ quella di raccontare la lotta corpo a corpo contro pericolosissimi animali selvatici, incontrati appena fuori Sasso Marconi. Nella zona ove vivevo normalmente c’erano, se non ricordo male i racconti sul Resto del Carlino, Caprioli Ninja (Capriolis Sicarii Levantis)  capaci di distruggere una fattoria e diversi ettari di coltivazione in pochi attimi. Per tacere dei Tassi Giganti (Taxus Vino Veritas )  :i tassi che sfasciavano i miei sacchi dei rifiuti avevano la normale dimensione di un tasso. Forse erano quelli piccoli, mentre quelli del Resto del Carlino erano sempre tassi alti due metri, che pesavano tre tonnellate e aprivano automobili come fossero simmenthal. Le volpi normali sono animaletti poco piu’ grandi di un gatto e fuggono quando vi vedono, almeno sono sempre fuggite quando il mio cane abbaiava. L’ uomo del Resto del Carlino incontra regolarmente volpi ferocissime ( Vulpii Vietkonghis Schwarzeneggeri)  che sbudellano il suo cane, normalmente un terranova cingolato.  Perche’ il cretino gira in citta’ con un Pitbull Panzer T-Rex, ma l’animale pericoloso e’ la volpe.

Ogni volta che la lobby dei cacciatori voleva il gusto di sparare qualche colpo in piu’, iniziavano a fioccare sul resto del carlino  storie che testimoniavano la NECESSITA’ di piu’ cacciatori per “regolare” la popolazione di animali ferocissimi che giravano tra i grattacieli di Porretta Terme distruggendo ogni cosa, tipo il Capriolo Godzilla (Capriola Japanica) e il Cinghiale Bulldozer (Suis Droga Droga) O giu’ di li’.

 
Per cui, sia Resto del Carlino che Gazzetta dell’ Appennino mi avevano gia’ abituato ad eroici corpo a corpo con lo Scoiattolo Fremen (Scoiaptolis Arrakis ), ad eroiche lotte di trincea della famiglia bolognese contro orde di Calabroni Bombardieri (Calabronis Tupolievis) , sino ad incontri col mistico Cinghiale Leviatano ( Cinghialis Fantasius Quinquitonnellatis) , che si distingue dagli altri per essere grande quanto un elefante ipetrofico. ( A sua volta avvistato dalle parti di Castel d’Argile, se non ricordo male  un esemplare di  Elefantis Magno Lambruschis).
 
 In realta’ si trattava di famiglie che hanno intravisto uno scoiattolo (piu’ spesso un ghiro) su un ramo, sono state punte da un calabrone e, tornando a casa la sera, coi fari della macchina hanno inquadrato il sedere di un suino selvatico.
Cosi’, non mi stupisce leggere del cercatore di funghi che fa corpo a corpo con l’ Orsa di Satana ( Ursus PacificRimmis AlQaedis ). C’e’ solo un distinguo: sul mio pianeta, quando fate corpo a corpo con un’orsa, il racconto del “momento magico” sta sull’autopsia. Se potete raccontarlo alle signore dei salotti che frequentate, allora durante il corpo a corpo …. uno dei corpi non era sul posto.(sempre che non vi chiamiate Michele Strogoff).

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