Salva un inuit: spara a un ambientalista

inuit-child-1-e1405440072119

di Luca Carbone

Che la caccia sia sbagliata in ogni sua forma hanno cercato di insegnarmelo Studio Aperto, Barbara D’Urso e il resto della truppa di tritacervello che ho incontrato durante la mia infanzia, eppure non sono mai riusciti a convincermi. Mi portavano argomenti validissimi per diventare un animalista all’acqua e sapone, come gli occhi dolci di qualche cerbiatto accompagnato da un violino strappalacrime, eppure io non riuscivo a vederci più che un animale. Da rispettare, ovviamente, ma pur sempre un animale. Tuttavia, l’idea di cacciare e uccidere specie a rischio, magari minacciate anche dal cambiamento climatico che è tuttora in atto impressionava, in parte, anche un sadico come me. Perciò, quando ho letto sul TIME di giugno che la caccia all’orso polare sembra sbagliata sono stato attirato dal verbo utilizzato, “sembrare”, riconoscendo all’interno del suo significato il mio pensiero ancora “in parte” spietato.

Ed Ou è un fotografo canadese che ha documentato per il mensile statunitense il suo viaggio nella regione inuit del proprio Paese. Qui il governo sottrae i figli a tale minoranza etnica per mandarli in scuole nelle quali viene proibito l’utilizzo della loro lingua o qualsivoglia espressione della loro cultura millenaria che annovera, tra le altre tradizioni, la caccia all’orso polare, “la loro ultima risorsa di sostentamento”. Per migliaia di anni, infatti, gli Inuit hanno cacciato razionalmente questi mammiferi da cui ricavavano pelli, cibo e combustibili senza minacciare l’esistenza della specie in alcun modo. La caccia all’orso è stata poi criminalizzata in ogni sua forma dal mondo occidentale, unico responsabile del surriscaldamento globale (che è una stronzata, NdR) e, quindi, della lenta estinzione degli orsi (che, invece, si estinguono perchè il loro cibo glielo ciuliamo noi, mica perchè vanno alla deriva sugli iceberg, NdR) . È bastato inventare la favola di centinaia di fantomatici bracconieri per non far ricadere la colpa sul resto del mondo. Distrutto il commercio degli Inuit, questo popolo si trova attualmente in uno stato di povertà assoluta, in cui il consumo di droga, l’alcolismo e i tassi di suicidio hanno valori
incredibilmente alti. Gli Inuit non possiedono occhi abbastanza dolci per poter essere aiutati a non estinguersi.

Qualcuno che non fosse uno sregolato del Talebano era finalmente d’accordo con me: il TIME, tra l’altro. Tutto ciò era stupefacente, ma lo era ancora di più il fatto che non fossimo solo Ed e io contro il resto del mondo. Tutto ciò aveva dell’incredibile.

Pierfrancesco Diliberto, in “arte” Pif, è il reporter del programma di Mtv Il Testimone nel quale documenta i propri viaggi in giro per il mondo alla scoperta di altre culture, tra cui anche quella groenlandese. Ad accompagnarlo per una parte del suo soggiorno c’è Robert Peroni, un sudtirolese trasferitosi in Groenlandia che afferma: “Io sono contro la caccia, ma non qui. Loro vanno a caccia per vivere, altrimenti morirebbero”. Pare infatti che da quelle parti la foca sia quasi come il maiale da noi: grassa, grossa, utilizzata al 100% e assolutamente non in via d’estinzione, poiché l’attività venatoria verso questo mammifero è sottoposta a regole ferree che tutti rispettano (infatti non conviene a nessun groenlandese distruggere il perno della propria economia). A tracciare l’unica differenza che sussiste tra foca e maiale ci pensa un groenlandese intervistato “la prima è libera” dice, “mentre quello che mangiate voi passa una vita in prigione. Dovrei essere io a dire che tutto ciò è orribile”. Eppure, dopo venticinque anni di martellamento da parte di Greenpeace “sono tutti contro la caccia alla foca, simbolo della libertà” continua Robert, “È scientificamente provato che anche il pesce soffre, ma nessuno dice niente perché tutti mangiano salmoni e trote, in più il pesce puzza e non fa gli occhi dolci”. Anche in Groenlandia l’economia è stata distrutta, l’Occidente ha deciso per tutti cosa fosse sbagliato e cosa corretto e una cultura di quattromila anni è stata quasi spazzata via. Attualmente tra i Groenlandesi la disoccupazione ha raggiunto percentuali altissime e l’alcolismo è un problema sociale molto preoccupante.

Ma come?! Possibile che un’associazione nobile come Greenpeace sia responsabile di tali danni? Beh, effettivamente pare che di nobile la suddetta associazione abbia ben poco e che sia piuttosto una multinazionale in cerca di potere e denaro. La gestione dei fondi dell’organizzazione non è mai stata trasparente ed è amministrata da più di 40 uffici in cui a decidere sono i maggiori donatori. Nel 1991, Der Spiegel scoprì che in Germania erano presenti numerose società controllate dall’associazione, in modo da pemetterle di mantenere lo status di organizzazione senza scopo di lucro e accedere alle esenzioni fiscali. Nel 1993, usciva un documentario scandalo in cui si sosteneva l’esistenza di conti correnti in cui venivano versati i soldi delle donazioni (300 milioni all’anno circa) accessibili soltanto ai maggiori esponenti di Greenpeace per poi essere utilizzati in operazioni finanziarie non chiare (poco tempo fa sono stati bruciati 3,8 milioni) o, addirittura, per pagare gruppi di eco-terroristi.

Se il pensiero comune antepone orsi e foche agli esseri umani, io li annovero tra le specie cacciabili
e ci aggiungo Greenpeace.

Fonte

Un Su-25 ucraino a stretto contatto con l’aereo malese poco prima dello schianto

disastro-aereo1

L’esercito russo ha rilevato un jet da combattimento SU-25 ucraino guadagnar quota (tipica manovra d’attacco, N.d.t.) nei confronti del Boeing (malese, N.d.t.) MH17 il giorno della catastrofe. Kiev deve spiegare perché il jet militare stava seguendo l’aereo passeggeri, ha detto il Ministero della Difesa russo.

“Un jet militare dell’aviazione ucraina è stato rilevato guadagnar quota, a una distanza dall’aereo malese tra i 3 e i 5 chilometri”, ha detto il capo della Direzione Operazioni Principali del quartier generale delle forze militari russe, il tenente generale Andrey Kartopolov, durante una conferenza stampa a Mosca.

“A [Noi] piacerebbe ottenere una spiegazione del perché il jet militare stava volando lungo un corridoio dell’aviazione civile, quasi allo stesso tempo e allo stesso livello di un aereo passeggeri”, ha dichiarato.

“Il jet da combattimento SU-25 può acquisire una quota di 10 km” ha aggiunto. “E ‘dotato di missili aria-aria R-60, in grado di colpire un bersaglio a una distanza fino a 12 km, e la gittata di sicurezza arriva a 5 km.”

La presenza del jet militare ucraino può essere confermata da riprese video effettuate dal centro di controllo di Rostov, dichiarato Kartopolov.

Al momento dello schianto dell’MH17 un satellite americano stava volando sopra l’Ucraina orientale, secondo il Ministero della Difesa russo. Ha esortato gli Stati Uniti a pubblicare le foto satellitari ed i dati acquisiti.

Inoltre, l’MH17 si è schiantato nella zona coperta dai sistemi Buk dell’esercito ucraino, missili semoventi terra-aria a medio raggio, ha detto il generale russo.

“Abbiamo immagini spaziali di certi luoghi, in cui è stata dislocata la difesa aerea dell’Ucraina, nel sud-est del Paese”, ha osservato Kartapolov. Le prime tre immagini che sono stati mostrate dal generale, sono datate 14 luglio. Le immagini mostrano sistemi di lancio di missili Buk a circa 8 km a nord-ovest della città di Lugansk – un veicolo semovente e due lanciatori, secondo l’alto ufficiale. Un’altra immagine mostra una stazione radar vicino a Donetsk.

diastro-aereo3

Mentre la terza immagine mostra la posizione dei sistemi di difesa aerea vicino a Donetsk, ha spiegato. In particolare, si può vedere chiaramente il sistema semovente, circa 60 unità di attrezzature militari e speciali, ha spiegato.

diastro-aereo4

“Le immagini di questa zona sono state anch’esse effettuate il 17 luglio. Bisogna notare che il lanciamissili è assente [dalla scena]. Il numero cinque nell’immagine mostra il sistema missilistico Buk la mattina dello stesso giorno nella zona di Zaroschinskoe – 50 km a sud di Donetsk, e 8 km a sud di Shakhtyorsk “, ha detto il Kartapolov

diastro-aereo5

Traduzione di Massimiliano Greco per Stato e Potenza

Fonte: RT

Istituzioni e media dalla parte del Sionismo

renzi-e-shalom

di Alessio Pizzichini

False-flag o no, l’uccisione dei tre ragazzi israeliani ha dato il pretesto alla forze armate sioniste di bombardare quel poco che è rimasto della Palestina. Sono più di 80 i Palestinesi uccisi e centinaia i feriti, secondo la Rete Italiana SIM (International Solidarity  Movement), in questi tre giorni (numeri in continua crescita). A questi vanno aggiunti gli innumerevoli imprigionati senza prove e le decine di persone picchiate perché non ebree, tra cui bambini e ragazzi, senza dimenticare Mohamed Hussein Abu Khdeir, il diciassettenne rapito, picchiato e bruciato vivo. L’Unione Europea, premio nobel per la pace 2012, ha prorogato fino a giugno 2015 la missione EUPOL COPPS, consistente nel finanziamento di circa 9,8 milioni di euro per supportare la costruzione dello Stato Palestinese nell’ottica di un lavoro comune per la risoluzione del conflitto Israelo-Palestinese. D’altro canto finanza anche la ricerca bellica di Israele attraverso la IAI (Israel Aerospace Industrie) con 53 miliardi di euro, e ha finanziato Afcon, il costruttore di rivelatore di metalli per i check-point militari in territori occupati palestinesi. (Ciò dichiarato dalla stessa Commissione europea, che confermò che l’ IAI era una dei 34 soci israeliani impegnati nei 26 progetti finanziati dall’UE per la tecnologia dell’informazione.) Contraddizione che rivela ancor più marcatamente quanto l’Unione Europea sia subordinata allo stato di Israele, economicamente e militarmente il più potente al mondo.

A capo di ogni organizzazione e istituzione siede un sostenitore del Sionismo, appoggiato dai media di regime, anch’essi inchinati a denaro e successo promessi in cambio di una propaganda spudoratamente schierata. Si guardi Matteo Renzi, la cui vittoria alle recenti europee è stata guidata da tutti i media, che mai così palesemente hanno sostenuto un politico. Da media sia di destra sia di sinistra, a rimarcare quanto inattuale sia oggi questa dicotomia. A invitare a votare Renzi fu anche la comunità ebraica di Roma: “Fatelo per Israele, votate Renzi”. L’ultimo socialdemocratico a capo del PD Bersani, per quanto sia criticabile, considerava le posizioni di Renzi su Israele inaccettabili: “Su Israele e Palestina Renzi dice cose che neanche tutte le destre messe insieme…”. E i media Italiani svolgono il loro ruolo di offrire un’informazione di parte e schierata. Ma schierata dalla parte di chi? A destra o a sinistra? Schierata con lo stato di Israele, con le sue politiche imperialiste fiancheggiate da quelle occidentali. Supportano il burattino di turno che prende la strada più breve e spianata per il successo: quella della difesa del Sionismo e dell’imperialismo dell’Alleanza Atlantica, ormai considerabile nostrano.

Fanno passare gli occupati per i terroristi, le azioni dei Sionisti come azioni di legittima difesa; neanche una parola sulle aggressioni delle squadracce ebree a Roma a coloro che si recavano a manifestazioni e presidi di solidarietà per il popolo Palestinese; servizi sulla rabbia e la voglia di vendetta ai funerali di Mohamed Hussein Abu Khdeir, il diciassettenne Palestinese bruciato vivo, e neanche uno sguardo alle manifestazioni degli ebrei che inneggiano allo sterminio degli arabi; lunghi servizi sui tre Israeliani uccisi e il numero dei morti Palestinesi detto a mezza bocca durante il servizio sui razzi lanciati verso i territori Israeliani, come se Hamas disponesse veramente di armi del genere.

Un’informazione vomitevole, di parte, schierata, che legittima l’unico terrorismo nel conflitto Israelo-Palestinese: quello Sionista. Un’informazione che funge da braccio destro per le esportazioni di democrazia, dipingendo come mostri i presidenti che non volevano e non vogliono allinearsi alla politica statunitense e non vogliono trasformare l’economia del proprio Paese in un disastroso neoliberismo basato sulle teorie della Scuola di Chicago. Un’informazione che presenta come sacro e inviolabile il pensiero unico dominante di turno: quello della legittimità di Israele ad esistere. E se sei fuori dal coro sei bollato come anti-semita. Dal dopoguerra ad oggi i partiti politici sono stati indirizzati verso questa via, quella della difesa e del sostegno al Sionismo. Le uniche voci fuori dal coro provenirono da sinistra, sia dal PCI che dal PSI. Dal primo fino alla svolta socialdemocratica ed europeista, dal secondo fino alla sua degenerazione con lo spianamento della strada per il successo di Berlusconi.

Prima il PSI svolgeva quel ruolo di Partito Socialista che difendeva la sovranità e l’identità nazionale, e l’unico, dopo la svolta del PCI, a remare controcorrente in politica estera. Bettino Craxi, nel discorso alla Camera dei Deputati del 6 Novembre 1985, definiva legittima la lotta armata dei Palestinesi contro gli occupanti Israeliani, e sarebbe stato anti-storico non considerarla tale, poiché anche lo stesso Mazzini programmava assassini politici per realizzare l’unità. Dichiarazioni che provocarono reazioni sconcertanti tra le file della DC e dell’MSI, partiti che sempre hanno appoggiato Israele. Il primo il partito filo-americano per eccellenza (eccetto qualche sussulto di libertà), il secondo quel partito che del fascismo ha raccolto la parte borghese e conservatrice tralasciando del tutto quella socialista e rivoluzionaria. Craxi, con tutte le critiche che gli si possono avanzare, fu l’ultimo politico a difendere l’indipendenza nazionale in politica estera e a combattere la sua subordinazione a quella americana. Oggi in Parlamento soltanto il Movimento 5 Stelle parla di sovranità e di autonomia in politica estera. Ma i suoi limiti sono troppi, su tutti quello di non prendere una posizione ferrea definitiva da portare avanti con determinazione.

Fuori dal Parlamento sono tante le organizzazioni e le associazioni di difesa di diritti schierate con la Palestina. Sono altrettanti i partiti e i movimenti politici: dai vari comunisti ai movimenti per la sovranità, e parte delle destre socialiste e conservatrici. Questa divisione è ciò che non permette di creare una forte resistenza multipolare dal basso alla politica estera dell’attuale governo. Mostra cioè l’incapacità di relazionarsi con il presente, i retaggi degli anni passati che non si riescono a superare neanche momentaneamente quando si tratta di opporsi all’imperialismo Sionista e Atlantico e di difendere vite umane innocenti come quelle Palestinesi.

Fonte

Tecnologia Predittiva: la Sanità Diventa Orwelliana

data

di N. West

Senza dare nell’occhio, la tecnologia predittiva sta prendendo piede. Le operazioni di elaborazione e schedatura dei dati personali effettuate dal governo, insieme alla nuova grande industria del brokeraggio dei dati, non solo minacciano le più basilari norme a tutela della privacy, ma stanno fornendo al potere alcuni strumenti di gestione della vita dei cittadini, un tempo inimmaginabili.

Fino ad oggi è stato un tema dai connotati molto tecnicistici e noiosi, tuttavia la notizia virale secondo cui Facebook starebbe usando alcuni algoritmi di proprietà per andare oltre la sorveglianza e manipolare le emozioni dei propri utenti in una sorta di grande esperimento psicologico, ha introdotto il tema nella cultura main-stream. Di certo un simile esperimento condotto senza il consenso dei soggetti coinvolti costituisce una enorme violazione della privacy e dell’etica. Tuttavia quando si tratta di ‘polizia’ e ‘sanità’ ogni diritto individuale passa in secondo piano, e il mondo odierno galoppa verso una società orwelliana in cui i ‘crimini’ saranno prevenibili attraverso la tecnologia predittiva.
L’instaurazione di un apparato di polizia e sanità predittiva è supportata da massicce campagne di marketing finalizzate a convincere l’opinione pubblica che simili strumenti contribuiranno a rendere la vita delle persone più sicura. La nozione di predizione del crimine in stile Minority Report sta diventando una realtà in Illinois e in California. Nel frattempo la sanità si prepara a gestire la diffusione sul mercato consumer di una serie di gadget indossabili dotati di milioni di sensori per il monitoraggio in tempo reale di ogni parametro biologico dell’utilizzatore (v. correlati). Attratta dalla promessa di una maggiore aspettativa di vita la gente sta abbracciando questa tecnologia con grande entusiasmo.
Tuttavia, se credete che il tutto si risolverà in una semplice raccolta di dati biometrici ad esclusivo uso e consumo dell’utente, siete fuori strada. Basta dare un’occhiata ad un articolo uscito su Bloomberg, dal titolo: Il Tuo Medico Sa Che Fai una Vita Insalubre: Lo Hanno Informato i Broker di Dati. Il pezzo spiega come siano sufficienti i dati sui vostri acquisti per tracciare un profilo dettagliato del grado di salubrità del vostro stile di vita.

“Presto potrebbe accadere che riceviate una chiamata dal vostro medico (o dal vostro assicuratore – n.d.t.) nel caso in cui smetteste di frequentare la palestra, o assumeste l’abitudine di comprare barrette di cioccolato al market o iniziaste a fare shopping nei negozi di alimenti specializzati in confezioni giganti. 

“Tutto ciò perché alcuni ospedali hanno iniziato a elaborare i dati dei consumatori per tracciare dettagliati profili sui pazienti già in cura e per identificare le persone con maggiori probabilità di ammalarsi in futuro, così che la struttura sia in grado di intervenire prima che ciò accada. Le informazioni raccolte dai broker sui registri pubblici e sulle transazioni elettroniche riveleranno quali negozi frequenti un soggetto, quali alimenti acquisti abitualmente, e se sia un fumatore. La più grande catena di ospedali della Carolina ha già elaborato i dati di 2 milioni di persone mediante alcuni algoritmi progettati per identificare soggetti a rischio, e in Pennsylvania sono usati i dati demografici.”

Ora provate a immaginare cosa accadrà quando avranno a disposizione i vostri dati biologici in tempo reale. Come illustrato da un articolo di Jon Rappoport, questo tipo di dati esercita una enorme attrattiva sulle forze corrotte che mirano al controllo totale. Nell’inquietante verbosità della legge Affordable Care Act (aka Obamacare) si cela la volontà di imporre istituzionalmente l’uso dei gadget indossabili. Rappoport cita due stralci di un articolo pubblicato su Managed Care, dal titolo Il Trattamento dei Dati nel Settore Sanitario Consentirà la Tracciatura di Modelli di Predizione Avanzata.

Leggi il resto dell’articolo

E bravo Renzi, hai bruciato un milione di posti di lavoro

12

Con 10 miliardi di euro si può creare quasi un milione di posti di lavoro, con stipendi da 1.200 euro netti al mese: perché invece disperdere quella cifra su dieci milioni di persone che un lavoro ce l’hanno già, e a cui 80 euro in più non cambiano certo la vita? Luciano Gallino non ha dubbi: «Al reale cambiamento, Renzi ha preferito lo spot ad effetto, l’impatto mediatico: 10 miliardi per 10 milioni di persone. Rimane impresso nelle menti, ma non cambia le sorti di nessuno». Tutto perfettamente in linea col rigore – per i lavoratori – raccomandato dai “padroni del mondo”, interessati a mantenere alta la disoccupazione: lo stesso progetto del Jobs Act che frammenta e precarizza ulteriormente il lavoro «nasce vecchio di vent’anni», già proposto nel lontano 1994 proprio dall’Ocse, uno dei massimi super-poteri mondiali, quello da cui oltretutto proviene l’attuale ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan.

A colloquio con Giacomo Russo Spena per “Micromega”, il sociologo dell’ateneo torinese denuncia il Jobs Act come un residuato bellico che porta la firma dell’Ocse, cioè «uno dei tanti organismi internazionali che entrano negli affari dei singoli Stati raccomandando sempre flessibilità, concertazione, taglio dello stato sociale». Esattamente vent’anni fa, spiega Gallino, l’Ocse produsse uno studio sull’indice di Lpl, cioè “legislazione a protezione dei lavoratori”, un indicatore di rigidità del mercato. Tesi: più alto è l’indicatore, più alta è la disoccupazione. «Da allora – dice Gallino – molti giuristi, economisti e sociologi hanno dimostrato come lo studio fosse stato scritto scegliendo prima le conclusioni, ovvero l’idea che bisognava smantellare e ridurre la protezione giuridica del lavoro per creare nuovi posti di lavoro, e solo successivamente analizzati i dati che, ovviamente, suffragavano quest’impostazione. In realtà – conclude il sociologo – non c’è alcuna conferma che il taglio dell’indice Lpl possa portare ad aumento dell’occupazione».

Nel 2006, continua Gallino, la stessa Ocse, dopo una serie di risultati, ha ammesso la contraddittorietà del fondamento: l’indice Lpl per l’Italia nel 1994 era superiore al 3,5. Dopo 12 anni, con le riforme delle leggi Treu 1997 (govenro Prodi) e Maroni-Sacconi 2003 (governo Berlusconi), era sceso ad 1,5. Più che dimezzato, eppure «i precari sono diventati 4 milioni». Identica musica col governo Monti: «La riforma Fornero ha seguito la stessa scia». E ora ecco il Jobs Act, a favorire ancora una volta la mobilità in uscita. «Nel 2014 ci ritroviamo con progetti lanciati su scala nazionale nel 1994». Sicché, «l’idea di continuare a perseverare con la medesima tecnica, che ha prodotto l’attuale disastro sociale, è preoccupante». Sintetizzando: con Renzi, «siamo di fronte a un conducente che affronta una strada tortuosa di montagna guardando soprattutto nello specchietto retrovisore: una cosa pericolosa, da non fare».

Precarizzazione “espansiva”, come l’austerity “felice” spacciata dai guru di Harvard e adottata dalla Troika europea? «La precarietà mina la vita di milioni di persone, com’è evidente dagli ultimi 15-20 anni. Distrugge professionalità, costringendo una persona nell’arco di 10 anni a passare da un mestiere all’altro penalizzando esperienze magari indispensabili. E inoltre riduce la produttività del lavoro, come si palesa nelle statistiche. In Italia, culla della precarietà, le imprese ottengono un minimo di profitto e fanno quadrare il bilancio tagliando sul costo del lavoro e puntando sulla compressione salariale dei dipendenti o sulla loro estrema flessibilizzazione». Tutto questo, «invece di investire su tecnologia qualificata, innovazione, ricerca e nuovi settori produttivi: così la precarietà non rappresenta una pessima strada solo per le condizioni di vita dei lavoratori, ma anche per l’economia perché incentiva una strada sbagliata». A questo punto sarebbe fondamentale una vera opposizione. La Cgil? Non pervenuta: il sindacato della Camusso è ormai «appannato».

Fonte

La lobby più potente del mondo

influence-lobbying

di Andrea Baranes

Poteri . L’esercito degli Stakeholder, 60 a 1 per la finanza

Sono 1.700 addetti per un fat­tu­rato di oltre 120 milioni di euro l’anno. Non par­liamo di una mul­ti­na­zio­nale, ma dell’esercito di lob­bi­sti che affolla le isti­tu­zioni euro­pee a Bru­xel­les e della quan­tità di denaro for­nita ogni anno da ban­che e altre imprese del set­tore per soste­nerne le atti­vità. Sono alcuni dei dati rias­sunti nel rap­porto pub­bli­cato il 9 aprile da Cor­po­rate Europe Obser­va­tory — Ceo e inti­to­lato “la potenza di fuoco della lobby finan­zia­ria”, che siamo in grado di anticipare.

Se è banale, se non inge­nuo, sor­pren­dersi di fronte alla noti­zia di un mondo finan­zia­rio che eser­cita una for­tis­sima atti­vità di lobby sulle isti­tu­zioni euro­pee, ben diverso è leg­gere i dati e le cifre in gioco. Ogni regola, Diret­tiva, o ricerca passi da Par­la­mento, Com­mis­sione, Bce o qual­si­vo­glia altra isti­tu­zione euro­pea è sog­getta a que­sta potenza di fuoco. «Pro­ba­bil­mente la lobby più potente del mondo»; parole non di un qual­che gruppo di com­plot­tari, ma del Com­mis­sa­rio euro­peo Algir­das Semeta.

Così come non sono gruppi di com­plot­tari ma decine di par­la­men­tari euro­pei di diversi par­titi e schie­ra­menti che già a giu­gno 2010 sot­to­scri­vono un appello nel quale testual­mente si segnala che «pos­siamo vedere ogni giorno la pres­sione eser­ci­tata dall’industria ban­ca­ria e finan­zia­ria per influen­zare le leggi che li gover­nano. Non c’è nulla di straor­di­na­rio se que­ste imprese fanno cono­scere il pro­prio punto di vista e hanno discus­sioni con i legi­sla­tori. Ma ci sem­bra che l’asimmetria tra il potere di que­sta atti­vità di lobby e la man­canza di una espe­rienza oppo­sta ponga un peri­colo per la democrazia».

Que­sto peri­colo diventa pur­troppo evi­dente scor­rendo il rap­porto di Ceo. In sede euro­pea il mondo finan­zia­rio supera la spesa in atti­vità di lobby di ogni altro gruppo di inte­resse per un fat­tore di 50 a 1.

Per fare un esem­pio tra i molti pos­si­bili, una recente discus­sione al Par­la­mento euro­peo su una Diret­tiva riguar­dante hedge fundpri­vate equity, 900 emen­da­menti sui 1.700 totali sono stati redatti non da par­la­men­tari ma da lob­bi­sti del mondo finanziario.

Al Par­la­mento euro­peo sono attivi gruppi come il Euro­pean Par­lia­mentary Finan­cial Ser­vi­ces Forum (EPFSF) che com­prende mem­bri del Par­la­mento e lob­bi­sti finan­ziari per «pro­muo­vere un dia­logo tra il Par­la­mento euro­peo e l’industria dei ser­vizi finanziari».

Que­sto dia­logo com­prende ad esem­pio inviti ai par­la­men­tari per «semi­nari edu­ca­tivi sul tra­ding dei deri­vati». Il forum è finan­ziato prin­ci­pal­mente dai suoi 52 mem­bri, tra i quali JP Mor­gan, Gold­man Sachs Inter­na­tio­nal, Deu­tsche Bank, Citi­group e altri. E’ pos­si­bile saperlo per­ché ad oggi è l’unico gruppo di rilievo in ambito finan­zia­rio a rive­lare il nome dei pro­pri mem­bri. Il “Regi­stro per la Tra­spa­renza” delle atti­vità di lobby, isti­tuito in Ue nel 2008 per pro­vare a fare chia­rezza, è infatti uni­ca­mente volon­ta­rio, lasciando a imprese e lob­bi­sti la scelta di regi­strarsi o meno. Sta di fatto che un sin­golo par­la­men­tare euro­peo rivela di avere rice­vuto qual­cosa come 142 inviti in due anni dal mondo finan­zia­rio per “eventi”, “semi­nari” o simili. Leggi il resto dell’articolo

La Sindrome di Yeltsin e il ritorno delle Potenze.

Vladimir-Putin-1024x678

di Uriel Fanelli

Ogni volta che vedo spuntare sui giornali quanto sia popolare Putin in Russia, ed ora vedo quanto popolare sia Erdogan in Turchia, e poi vedo che alcuni giornali cianciano di “Ritorno delle Potenze”, mi scopro a chiedermi “ma perche’ guardano il dato sbagliato?” . Il vero problema non e’ quanto sia popolare Putin in Russia. Non e’ una sorpresa. E non e’ nemmeno quanto sia popolare Erdogan in Turchia. Anche questo e’ risaputo. Il problema che dovremmo farci semmai e’ un altro: quanto e’ popolare Putin in Germania, Italia, Francia, Inghilterra?

Questo e’ il punto del problema, e questo e’ l’interrogativo: i leader che appaiono piu’ forti , piu’ inamovibili, piu’ rigidi, ed a volte persino piu’ violenti, stanno entrando nella hit parade della politica europea , e nessuno si chiede il perche’.

In questo senso, sarebbe utile conoscere la storia della Russia moderna, per capirlo.  Se non si capisce per quale motivo i personaggi come Putin , Erdogan , ma anche leader molto fermi nel dire “NO”  siano  in tale ascesa.

Dopo il crollo del comunismo, la Russia fu semplicemente assalita dal peggio dei gangsters delle borse americane ed inglesi. Nonostante non mancasse la pubblica amministrazione russa , e nonostante non mancassero certo persone oneste in Russia, essi non persero tempo a costruire qualcosa di buono. Cercarono sistematicamente i mafiosi locali, che arricchirono sino a farne degli oligarchi, e ridussero la Russia in un luogo da cui fuggire. Nel periodo in cui la “Democrazia” arrivava in Russia, fuggirono a questa situazione , che definirei “pre-batistiana” quasi 50 milioni di russi, tale fu la drammatica catastrofe demografica avvenuta in quel periodo.

Se nel periodo comunista il russo poteva almeno uscire di casa per andare a bere vodka col vicino, in quel periodo rischiava di venire ucciso o rapinato dagli “Uligani”, o venire coinvolto in qualche sparatoria tra gang di mafiosi. Le donne andavano letteralmente scortate, le giovani venivano rapite per rifornire i mercati della prostituzione, un fiume di droga invase la nazione, che divenne un inferno invivibile.

Quando i russi volevano piu’ polizia, o solo una polizia migliore, veniva risposto loro che il comunismo era finito, e che quella era la democrazia e la via occidentale. Per anni la gente imploro’ non dico il ritorno dello stato comunista, ma almeno l’arrivo di uno stato qualsiasi. E parlo di una situazione al cui confronto i peggiori quartieri di Napoli sembravano il centro di Zurigo. in confronto.

Ora, quando arriva Putin e torna lo stato, e’ ovvio che tutti fecero festa. Non te ne frega un cazzo se qualcuno perseguita i gay, se nella situazione precedente i bambini venivano rapiti per girare snuff movies, o per essere venduti in qualche mercato di pervertiti: a quel punto, rivuoi una morale qualsiasi , e se si esagera nell’altra direzione, beh, quando hai visto l’inferno, e l’inferno ti ha detto “io sono la democrazia”, allora sei ben felice della tua dittatura.

Questa e’ la sindrome Russa: una mostruosa massa di potenti gangster che arrivano, chiamano “liberta’ ” i loro porci comodi, e riducono ogni cosa in un inferno. Dopo questo, chiunque porti un minimo di ordine e’ il benvenuto. Putin non ha bisogno di nascondere le sue tendenze autoritarie, perche’ dopo aver spedito in carcere un pochino di oligarchi, e aver fatto vedere le loro famiglie implorarlo per una decina di anni, il russo ha capito una cosa: che finche’ ci sara’ qualcuno come Putin, quell’orrore chiamato democrazia non tornera’.

Leggi il resto dell’articolo

La partita dell’energia tra Eni e shale gas

658x0_Screen_Shot_2014-01-24_at_6.12.14_PM

di Francesco Carlesi

La fratturazione idraulica è una tecnica d’estrazione di gas che sta assumendo sempre più importanza e notorietà in questi ultimi anni. Per ogni pozzo, trenta o quaranta milioni di litri d’acqua, miscelata con sostanze chimiche (coperte da segreto industriale) vengono sparate con una pressione che frantuma la roccia, liberando il gas, che viene catturato e commercializzato. Tutto ciò sta diventando un’impressionante arma nelle mani degli Stati Uniti d’America, i maggiori produttori e consumatori a livello mondiale del cosiddetto shale gas, i cui prezzi rispetto alle risorse  energetiche tradizionali appaiono estremamente competitivi. Non a caso, sono proprio le lobby industriali americane ad opporsi alla vendita verso l’estero dello shale, per mantenere un vantaggio economico non indifferente rispetto ai concorrenti europei e asiatici. Difficile credere che sarà così per sempre.

La questione ucraina si inserisce appieno in questo contesto. Impossessarsi del paese – chiave attraverso il quale passa la maggior parte del gas russo per l’Europa (e quindi l’Italia) avrebbe un valore strategico fondamentale per gli Usa nella “lotta energetica” che anima le maggiori potenze mondiali. A quel punto, infatti, potrebbe essere facile per il paese a stelle e strisce entrare sul mercato con lo shale gas da dominatore incontrastato. I recenti incontri diplomatici di Obama e il tentativo di isolare la Russia nascondono anche questa valenza.

La nota vicenda del South Stream (che “bypassa” l’Ucraina) assume quindi una volta di più carattere vitale per l’Italia, in una partita in cui è l’indipendenza nazionale ad essere in gioco. Centrale per il nostro paese e il suo “braccio armato”, l’Eni di Scaroni, sarà anche la capacità di differenziare le fonti di approvvigionamento energetico. All’ordine del giorno vi è la questione della Tap (Trans Adriatic Pipeline), che  dovrebbe portare gas naturale dall’Azerbaijan all’Italia tramite Grecia e Albania. Questo progetto di Gasdotto Trans-Adriatico prevede la realizzazione di un nuovo metanodotto di importazione di gas naturale dalla regione del Mar Caspio all’Europa, lungo circa 870 km, con approdo sulla costa italiana,  nella provincia di Lecce. Sarà dura però superare le perplessità di ambientalisti e partiti politici (SEL in primis), che si oppongono strenuamente alla realizzazione in questione.

Importante è anche il gas proveniente dalla Libia, in cui ancora subiamo le conseguenze dell’intervento armato contro Gheddafi, grazie al quale Francia e Inghilterra si sono inserite nel paese mettendo in pericolo i nostri interessi. Tornare a essere “matteiani” e recuperare le posizioni in Africa, un continente nel quale oltre alla tradizionale presenza francese si stanno facendo prepotentemente strada attori quali Cina e Brasile, è una delle sfide più importanti che si pongono di fronte alla nostra nazione.

Anche perché, oltre agli Stati Uniti, anche Israele potrebbe diventare un futuro esportatore di gas, se riuscisse a sfruttare a pieno la recente scoperta del maxi-giacimento Leviathan nel Mar di Levante. Stiamo parlando di un paese che che sin dagli anni ’50 tentò di ostacolare le nostre politiche indipendentiste sul piano energetico e delle relazioni internazionali. Riguardo al Leviathan, già si è aperta una lotta, diplomatica e non, tra le potenze della zona come Cipro e Turchia (oltre ovviamente a Russia e Stati Uniti) per trarre massimo vantaggio da una situazione che potrebbe letteralmente rivoluzionare gli scenari.

Come si evince facilmente, le carte in tavola possono cambiare da un momento all’altro. Oltre alle pesanti incognite emerse recentemente riguardo allo shale gas, sia dal punto di vista delle reali potenzialità dei giacimenti che da quello del devastante impatto ambientale, i maggiori nodi da sciogliere per il nostro paese restano legati alla capacità strategica dell’Eni. A Scaroni, impegnato in diversi incontri importanti tra Africa e Washington in questi giorni, il compito di dare voce all’Italia nella complessa rete in cui da sempre si muove la nostra tormentata politica estera.

Fonte

Il caso-Moro e la politica internazionale

Aldo_Moro_br

di Francesco Carlesi

E’ il 2009 quando un lettera anonima alla Stampa a proposito del caso – Moro si conclude con queste parole: «La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente…Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più». Partendo proprio da queste rivelazioni, l’esperto di antiterrorismo Enrico Rossi ha svolto una serie di indagini, sollevando recentemente il dubbio di un “intervento di copertura” dei servizi segreti in occasione della strage di Via Fani. L’ispettore Rossi, ora in pensione, riapre una delle ferite più gravi della storia repubblicana, i cui contorni appaiono ancor oggi tutt’altro che chiari.

Ma le sue parole possono stupire solamente gli sprovveduti o i disinformati. Sin dai giorni del sequestro, la seduta spiritica a cui partecipò Romano Prodi fece capire che qualcosa di torbido si celava dietro la vicenda. E il documentatissimo libro Doveva Morire del giudice Ferdinando Imposimato, che si occupò a lungo del caso, già aveva messo a nudo le barriere che magistrati e polizia avevano trovato nelle loro indagini. Muri eretti da personaggi i cui nomi e cognomi sono noti, come l’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga, che creò un apposito “comitato ombra” per perseguire i suoi scopi. Fini personali e “americani”.  Aiutato per l’occasione dall’immancabile CIA nella persona di Steve Pieczenik. E si capisce come non abbia senso qui tirare in ballo il ritornello dei “servizi deviati”, se è vero che la politica filoatlantica è stata uno dei capisaldi della classe dirigente italiana del dopoguerra, e di rimando di militari e forze dell’ordine. E proprio chi tentò di “deviare” da questa linea è stato inesorabilmente colpito, come Mattei e lo stesso Moro. Aprire al mondo arabo e cercare una via indipendente per l’Italia è stato il grande peccato mortale della politica italiana post – 1945, da allora inesorabilmente inquinata dalle manovre dei servizi americani, russi e israeliani (oltre che delle logge massoniche nazionali e internazionali quale la P2), in cerca dei loro interessi nel paese crocevia geopolitico del mediterraneo. Rilevare ciò è un mero dato di fatto che non ha nulla a che vedere con l’altro abusato ritornello del “complottismo”. «Non esistono complotti, solo strategie», e basta qui rifarsi al citato libro di Imposimato, o ad acute ricerche quale Dominio incontrollato di Filippo Ghira.

Se è vero quindi che molti giovani di diverse fazioni si organizzarono per “combattere il sistema” con mezzi spesso illegali, altrettanto pacifico sembra rilevare il ruolo che i servizi segreti giocarono negli anni della Guerra fredda. Servizi di tutto il mondo, e strutture internazionali come l’Hyperion di Corrado Simioni, che elaborarono raffinate strategie e fecero dell’infiltrazione uno dei capisaldi del loro modus operandi. Non a caso Bettino Craxi nel 1980 indicò proprio Simioni come il “grande vecchio” dietro le Br e diverse azioni terroristiche sul suolo italiano. Ma a suggerimenti di questo tipo troppo spesso la stampa e la politica non ha dato seguito con indagini e (auto)critiche serie. Vedremo se le parole di Rossi saranno un momento per riflettere e tentare di scoprire una delle tante verità celate dietro l’apparenza della democrazia, oppure solo l’ennesima occasione mancata.

Fonte

I veri costi che nessuno taglia sono quelli della sovranità ceduta

italia_tagli

di Gianni Dessi

Poco tempo fa, ho scritto in una nota che il presunto (?) taglio delle commesse legate all’acquisto dei famigerati, e sonori bidoni, Jet “F35”, sarebbe certamente sacrosanto, ma anche decisamente tardivo e non risolutivo in nulla. Un ritardo che ha permesso di buttare più di 3 miliardi già investiti dagli stessi cialtroni che oggi (ad un solo anno di distanza) dicono essere superflui.
(leggi articolo correlato a fondo pagina)
Ho anche già palesato che Il programma “soldato futuro”, come altri programmi militari, e’ certamente rinviabile a fronte delle esigenze impellenti generate dalla crisi attuale.
Ciò che proprio non mi torna, è la volontà dichiarata dal governo: da un lato, di non sostituire con altro le mancate acquisizioni – queste necessarie a tenere in vita un dispositivo accettabile ed autonomo di difesa; dall’altro, di operare un generale piano di dismissione della logistica militare italiana, rinunciando de facto et sine die alla possibilità di avere una politica militare indipendente.
Non torna, perché si mette in discussione la sicurezza, ed esistenza stessa, di una nazione in quanto tale, salvo avere in mente (non essendo loro né pacifisti né ingenui), il definitivo appalto della difesa ad organismi sovranazionali (UE e NATO), slegandola da ogni possibile ultimo trait d’union con la nazione stessa. Parte del più generale piano di liquidazione della sovranità nazionale italiana residua e dismissione dei suoi beni strategici e produttivi.
Questi tagli – questi si, populisti nel peggior senso del termine ed in assenza di una definita diversa e nuova politica estera, oggi completamente assente – rischiano di essere solo un palliativo ancor più dannoso delle spese.
Infine, giova chiedersi :dove andranno a finire questi risparmi? Ai disoccupati, alle famiglie, ai lavoratori, alle PMI? Ovviamente no, anche li si taglia alla grande. La risposta e’ – dati i parametri e gli impegni vincolanti dei trattati europei – andranno a ripianare il debito truffa ed a finanziare progetti UE e USA.
Il gioco delle tre carte sarebbe completo. Il banco vince sempre e noi continuiamo ad agonizzare.
A ben guardare, basterebbe semplicemente riappropriarsi della propria politica estera e sovranità nazionale (su quella monetaria, leggi articolo correlato a fondo pagina), ma questo non è in discussione e guarda caso va nella stessa direzione di quanto sopra esposto
Vediamo nel dettaglio alcune voci.
Iniziamo con il Fiscal Compact, il quale dovrebbe “comportare, ogni anno, tagli alla spesa ed aumenti delle entrate per complessivi 50 miliardi di euro circa. Nel tentativo di ridurre lo stock di debito pubblico, si ridurrebbe ulteriormente il Pil aumentando quindi il rapporto tra stock e debito”.
Per il MES, l’Italia dovrà versare in scaglioni una percentuale del 17,9% del totale, cioè 125,3 miliardi di Euro, sul totale di 700 miliardi di Euro previsti.
Questo, non è messo minimamente in discussione.
Vogliamo parlare della nostra azione “poco diplomatica” in Ucraina e la volontà di aderire alle (auto)sanzioni europee alla Russia? Il nostro volume d’affari complessivo con la Russia si avvicina ai 28 miliardi di euro ( 10 export e 18,5 import), che verrebbero messi a rischio per assecondare i capricci Neo Atlantici di Mr. Obama e le voglie di mercati e materie prime della Cancelliera Merkel. Per non parlare dei danni alla nostra economia, non solo in materia energetica, che potrebbe causare un irrigidimento delle rispettive posizioni.
Insomma, dopo aver autoboicottato la nostra economia mediterranea e vicino orientale, contribuendo attivamente (e finanziariamente) ad attaccare i nostri migliori partner commerciali, facciamo sepuku anche con quello che rimane.
Giova ricordare i danni fatti con le cosidette “primavere arabe” che, per noi e per loro, si sono rivelati bui inverni. Il danno alla nostra economia è ammontato nel 2011 in un calo del 20% delle esportazioni complessive con il Nord Africa. La riduzione è in buona parte dovuta al crollo (-77%) delle esportazioni verso la Libia, a causa della guerra civile che ha interrotto per alcuni mesi il flusso di beni e servizi. Rilevante, ma certamente più contenuto, è il calo delle esportazioni verso l’Egitto (-12%) e la Tunisia (-11%).
Lo scempio portato avanti in Libia è costato da solo circa 2 miliardi di euro in esportazioni (fonte Camera di Commercio Italo Libica) e circa 1 miliardo di spese militari di guerra.
Con l’Iran (- 20% di solo export nel 2012) l’interscambio (import/export) è diminuito – dal 2011 al 2012 – di 3,5 miliardi. Senza valutare le enormi perdite future in termini di “costo opportunità”. Parliamo infatti, di un mercato di 79 milioni di persone, di cui il 70% tra i 15 e i 64 anni di età, in continua evoluzione.
Con la Siria, si è fatto ben di peggio (- 1,16 miliardi di euro) con l’abdicazione al ruolo di principale partner economico europeo e di terzo partner mondiale (dopo Cina e Arabia Saudita) acquisito grazie agli accordi bilaterali siglati da Bashar Assad e Silvio Berlusconi nel vertice del 20 febbraio 2002. Grazie a quegli accordi l’Italia giocava un ruolo da protagonista nell’estrazione del petrolio e delle materie prime e garantiva alle proprie aziende ruoli di primo piano nella realizzazione di infrastrutture collegate.
Volutamente, e non certo per secondaria importanza, sto tralasciando l’aspetto geopolitico ed umanitario (nel vero senso della parola, non usraeliano del termine), che è ben stato affrontato in molte altre sedi. Gli scempi fatti, e ancora in corso, chiedono vendetta davanti a Dio e agli uomini, italiani e non.
A questo fosco quadro, si dovrebbero aggiungere i costi del mantenimento attivo di truppe, uomini e mezzi, in giro per il mondo a combattere guerre per procura.
Dal dopoguerra ad oggi,ma il 90% negli ultimi 30 anni, le nostre FFAA sono state impegnate in 132 missioni internazionali ( 38 ONU, 27 NATO, 23 UE, 43 altre), di cui ben il 40% di peace keeping ed il 17% di peace enforcement. Ossia, di guerra. Ancora oggi, ben 27 missioni sono in corso, al modico costo di 1,5 miliardi annui “in chiaro”(2013).
Non sappiamo, ma ammontano a centinaia di milioni, i costi occulti delle nostre sovvenzioni in termini di intelligence, armi, logistica e fondi per le operazioni di destabilizzazione per conto della NATO, come in Siria. Come è difficilmente calcolabile la “quota parte” italiana, uscita sempre dalle tasche dei contribuenti, che l’UE impiega per ripianare debiti e assistere stati, da portare nell’alveo della dittatura finanziaria europea e del suo mercato drogato. Gli 11 miliardi promessi alla golpista Ucraina sono ascrivibili a questi.
Last but not least, spendiamo ben 3,5 milioni di euro al mese per l’operazione Mare Nostrum, il cui nome nono poteva essere più ingannevole e inappropriato. Qui, per conto della globalizzazione e dei suoi interessi, ci facciamo carico del “prelievo e trasporto a domicilio” di masse di diseredati (vittime come noi, non certo colpevoli) utili al dumping sociale in patria, alle politiche di deportazione forzata per conto delle multinazionali ed ai criminali progetti delle èlite globali di distruzione delle identità e delle culture (di origine ed arrivo).
Si potrebbe anche andare avanti, ma credo che il quadro (equivalente a centinaia di miliardi di euro) possa bastare.
Appare chiaro che, nel nome dell’Europa e del suo prono servilismo agli USA/NATO, abbiamo distrutto una florida economia e decennali (alle volte, secoli) rapporti di parternariato commerciale.
Ora, ci continuano a chiedere dismissioni e privatizzazioni spacciandole come “necessarie”. Ci impongono rinunce salariali, tagli pensionistici e del personale, diritti del lavoro conquistati in secoli di dure lotte, pretendendo il plauso bovino delle masse anestetizzate da una politica assente e da media criminali e compiacenti. Ci vendono le continue cessioni di sovranità, più o meno mascherate, più o meno popolari, come i rimedi ai mali causati proprio dalla rinuncia al ruolo di Nazione e alla nostra esistenza come popolo, indipendente e sovrano.
Insomma, se proprio si vuole perire, almeno lo si faccia senza essere complici prudenti dell’assassino e con la dignità di una Nazione.

Fonti:
ISN
Newsmercati
Camera Italolibica
CCII
ilsole24ore
Difesa

Fonte

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 71 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: