… E Poi Non Ne Rimase Nessuno

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Chi di questi tempi si limita a constatare da una posizione in apparenza ‘sicura’ la disperazione del proprio prossimo, convinto che l’agenda globalista proseguirà a mietere vittime solo tra le categorie meno funzionali al potere, ho idea che presto dovrà ricredersi. La tecnologia infatti si accinge a ridimensionare vasti settori della economia e della società che fino a ieri apparivano intoccabili.

L’evoluzione tecnologica, in abbinamento allo stato di narcosi chimico-mediatica che ottunde ampie fasce di popolazione, va sollevando il potere dalla necessità politica di ricorrere a figure professionali intermedie che fungano da esecutori e tutori dello status quo. Nell’ottica strozzinesca e accentratrice dei burattinai il discorso non fa una grinza: perché foraggiare ancora una classe media caporalesca, inquinante e obsoleta, quando la tecnologia è ormai in grado di fungere da canale di controllo e comunicazione immediato tra il vertice e la base della piramide?

Il grado di obsolescenza delle cosiddette ‘risorse umane’ - come sappiamo - è direttamente proporzionale al livello di sviluppo tecnologico conseguito da una data società (v. correlati).
Fino a poco tempo fa alcune tipiche categorie professionali deputate alla propaganda e amministrazione dello status quo potevano dirsi immuni dal pericolo di concorrenza tecnologica. Industriali, dipendenti pubblici e bancari, operatori delle forze dell’ordine, avvocati, notai, magistrati, giornalisti, commercialisti, medici ed – ovviamente – politici. Da oltre un decennio, però – come già abbiamo avuto modo di osservare (v. correlati) – sta andando in scena una demolizione controllata del vecchio status quo in funzione della instaurazione di nuovi paradigmi sociali, culturali ed economici; di conseguenza diverse categorie un tempo protette dall’egida sistemica stanno per subire la revoca di antichi privilegi apparentemente inestinguibili. Alcune di esse sono destinate a cadere in desuetudine, mentre per altre si profila una profonda riorganizzazione che le decimerà e svilirà. E’ il caso della classe politica. Leggi il resto dell’articolo

Il vero obiettivo è privatizzare il pubblico

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A che serve la crisi europea? Una risposta è che rende inevitabile la privatizzazione delle attività pubbliche, con grandi profitti per i privati. Come mostrano i casi di Spagna, Grecia e Portogallo

L’Europa è avvolta in una spirale senza uscita fatta di ricette controproducenti, mentre la crisi fa il suo lento, inesorabile lavoro. Le famiglie, se possono, risparmiano e contraggono i consumi. Le imprese non investono. Le banche cercano di limitare i danni e riducono il credito. Una crisi di debito estero (prevalentemente privato) è stata spacciata per una crisi di debito pubblico. La spesa pubblica viene bloccata con perfetto tempismo da un trattato internazionale che impone un rozzo vincolo di pareggio di bilancio, senza troppo distinguere se si tratti di spesa per investimenti o di spesa corrente.

Era ben noto che una politica di repressione della spesa pubblica, in presenza di un eccesso d’indebitamento del settore privato e di tassi di interesse già bassi e ai minimi storici, non poteva che avere effetti deleteri. Il crollo della domanda interna ha raggiunto le economie più solide della zona euro, che si avvicinano anch’esse a scenari recessivi. Assumendo l’impossibilità di una follia collettiva di tutte le classi dirigenti europee, resta da chiedersi cui prodest? A chi giova tutto questo?

Non è un caso che le ricette per uscire dalla crisi più in voga si concentrino su un punto: la dismissione del patrimonio pubblico per ridurre il debito. Ovviamente, la sensazione di trovarsi in un vicolo cieco per le finanze pubbliche, con la scelta obbligata di privatizzare enti, beni e servizi pubblici, è la scena classica di un film già visto in tante parti del mondo.

Non ci si arriva per caso, anzi, spesso è uno degli obiettivi neanche troppo nascosti della lunga strategia di logoramento del settore pubblico, la cosiddetta “starve the beast”. La bestia è lo stato, nemico ideologico da affamare, sottraendo continuamente risorse necessarie al suo funzionamento. La qualità dei servizi che esso eroga al cittadino diminuisce. Il cittadino lo nota e incomincia a chiedersi se davvero valga la pena mantenere in piedi con le proprie imposte un servizio pubblico sempre più scadente.

Poi arrivano i salvatori della patria, che comprano l’azienda o servizio pubblico a un prezzo conveniente e ne estraggono profitti. Quando va bene, il nuovo proprietario del servizio ex-pubblico lo eroga in modo più selettivo e a costi maggiori per il cittadino. Quando va male, scorpora la parte migliore da quella cattiva, scarica i costi sulla collettività (bad companies), sfrutta gli attivi ancora validi, e poi scappa.

La privatizzazione della sanità negli Stati Uniti ha raddoppiato i costi per i cittadini, escludendo un’enorme fetta della popolazione da ogni copertura sanitaria. Una volta capito l’errore commesso e verificati i costi economici e sociali di tale processo, l’inversione di questa tendenza nefasta è l’atto che Obama considera come il più importante del suo primo mandato presidenziale.

L’esperienza delle “riforme” nell’Europa centrale ed orientale subito dopo la caduta del comunismo ci insegna che le privatizzazioni realizzate per necessità di far cassa si traducono in svendite di beni comuni a vantaggio di pochi privati, che i primi servizi a essere privatizzati sono quelli che funzionano meglio, i gioielli di famiglia, e che questo contribuisce a un notevole aumento delle disuguaglianze.

Altre parti del mondo, come l’America Latina, hanno vissuto esperienze simili, in cui beni e servizi pubblici sono stati ceduti a condizioni vantaggiose solo per l’acquirente. Non è un caso che Carlos Slim, l’uomo più ricco del mondo secondo Forbes, debba la sua fortuna alle privatizzazioni selvagge degli anni ’80-‘90 in Messico, dalle miniere alle telecomunicazioni.

Adesso è il turno della vecchia Europa. Il Portogallo ha chiuso il 2012 privatizzando gli aeroporti, la compagnia aerea nazionale, la televisione (ex) pubblica, le lotterie dello stato e i cantieri navali. In Spagna le privatizzazioni “express” riguardano i porti, gli aeroporti, la rete di treni ad alta velocità, probabilmente la migliore e più moderna d’Europa, la sanità, la gestione delle risorse idriche, le lotterie dello stato e alcuni centri d’interesse turistico. La Grecia è stata recentemente esortata ad accelerare il processo di privatizzazione dei beni e servizi erogati finora dallo stato, come condizione per continuare a ricevere gli aiuti europei.

In Italia Mario Monti, poco prima di dimettersi da Presidente del Consiglio, decretava l’insostenibilità finanziaria del sistema sanitario nazionale, spiegando la necessità di “nuovi modelli di finanziamento integrativo”. L’agenda Monti oggi ci ricorda che “la crescita si può costruire solo su finanze pubbliche sane” e quindi invita a “proseguire le operazioni di valorizzazione/dismissione del patrimonio pubblico”. E sulle prime pagine di alcuni giornali c’è anche chi vede ancora “troppo stato in quell’agenda”.

La teoria economica e l’esperienza del passato ci insegnano che la privatizzazione di aziende pubbliche se da un lato riduce il deficit di un dato anno, dall’altro ha un notevole rischio di aumentare il deficit di lungo periodo, nel caso in cui l’azienda dismessa sia produttiva. Inoltre non basta che la gestione privata sia più efficiente di quella pubblica; il guadagno di efficienza deve anche assorbire il profitto che il privato necessariamente persegue.

Se chi vende (lo stato) ha urgenza e pressioni per farlo, chi acquista (privati) ha un chiaro vantaggio negoziale, che gli permette di ottenere condizioni più convenienti. E se le condizioni della privatizzazione sono più convenienti per il privato, esse saranno simmetricamente più sconvenienti per il pubblico, cioè i cittadini.

Studi recenti dimostrano come i cittadini dei paesi che hanno subito privatizzazioni rapide e massicce negli anni ’90 siano profondamente scontenti degli esiti. I giudizi ex-post sono tanto più critici quanto più rapide erano state le privatizzazioni, maggiore la proporzione di servizi pubblici svenduti (acqua ed elettricità in particolare), e più alto il livello di disuguaglianza creatosi nel paese.

La questione delle privatizzazioni è il punto d’arrivo del processo che l’Europa e l’Italia stanno vivendo. Discuterne più apertamente è fondamentale, se si ha a cuore il bene comune. Le decisioni che si prenderanno in proposito definiranno la rotta che l’Italia sceglierà di seguire nel dopo-elezioni.

 

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LA PRIVATIZZAZIONE DELLA POLITICA E IL MOLOCH DELLO SVILUPPO

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di Francesco Viaro

La tragedia avvenuta in Bangladesh riaccende i riflettori sulla questione delle esternalizzazioni nella produzione di beni da parte dei grandi marchi. La produzione materiale di abiti, macchinari e accessori tecnologici avviene spesso in Paesi del terzo mondo o cosiddetti emergenti; se da una parte c’è l’ovvia e immediata ragione economica (produrre in quei Paesi, dove le telecamere non sono mai accese, a costi ridottissimi e mantenendo in condizioni di semi-schiavitù la forza lavoro), dall’altra c’è anche la questione del marchio.

Il vero marchio trascende il prodotto in sé e diventa un’esperienza di vita, diventa filosofia di vita e parte della vita stessa, trascende il prodotto fisico anzi, il sogno dei grandi guru dei marchi è proprio quello di disfarsi del prodotto e di vendere il concetto, l’esperienza, l’emozione che esso contiene. Diventa difficile parlare di territorialità e di legame con il territorio quando si tratta di questi colossi, e internet diventa quindi lo spazio ideale per i marchi, “liberati dai Paesi del mondo reale dei negozi e della produzione, questi marchi sono liberi di elevarsi, proponendosi non tanto come diffusori di merci o servizi quanto come allucinazioni collettive” (1).

La politica non è da meno e le due amministrazioni Bush Jr. hanno attinto a piene mani dal modello delle hollow corporations, consultando esperti di indagini di mercato e di marchi. Difesa dei confini, protezione civile, intelligence e missioni militari all’estero sono state tutte appaltate a settori privati; il direttore del fondo di finanziamento, Mitch Daniels, ha espresso chiaramente il concetto: “il governo non ha il compito di fornire servizi, ma di accertarsi che siano forniti”. Chealrotte Beers, che aveva diretto diverse agenzie pubblicitarie, venne assunta come sottosegretario alla Diplomazia e agli Affari Pubblici e le critiche per quella nomina furono respinte dal segretario di Stato Colin Powell con queste parole: “Non c’è niente di male ad assumere una persona che sappia vendere. Noi vendiamo un prodotto, e ci serve qualcuno che possa rinnovare il marchio della politica estera e della diplomazia americana”.

La Lockheed Martin, famosa tra le altre cose per la paternità dei discussi caccia F-35, è il più grande appaltatore al mondo della difesa, e un’inchiesta del 2004 del “New York Times” elencava tutti gli ambiti in cui opera, tra cui l’organizzazione del censimento nazionale, la gestione dei voli spaziali e l’assistenza sanitaria. La privatizzazione della politica si estende anche oltre i patri confini: l’occupazione militare dell’Iraq ha visto un consistente impegno di compagnie private quali Blackwater e Halliburton. Quando uomini della Blackwater aprirono il fuoco in piazza Nisour a Baghdad, uccidendo diciassette civili, l’amministrazione statunitense se ne lavò le mani scaricando sugli appaltatori tutta la responsabilità, e la compagnia risorse rinnovando il marchio e assumendo il nuovo nome di Xe Services.

Gli attentati dell’11 settembre 2001 strinsero la nazione attorno al presidente Bush, molto contestato e molto poco apprezzato, e raccolsero molti Paesi europei e non, ostili a quell’amministrazione, attorno agli USA, cosicché l’intervento militare in Afghanistan venne accettato. La guerra all’Iraq fece però scendere nuovamente le quotazioni della Casa Bianca all’estero e a lungo andare anche all’interno della nazione. Il marchio USA era ai minimi storici, finché non arrivò Obama.

Barack Obama, durante la sua prima campagna presidenziale, ricevette più finanziamenti da Wall Street di qualsiasi altro candidato e, una volta eletto presidente, ha confermato nei gangli delle istituzioni economiche e finanziarie persone come Ben Barnake, e continua tuttora sulla strada neoliberista.
Le strategie geopolitiche statunitensi non cambiano: ostilità aperta nei confronti dell’Iran, un uso intensificato dei droni nelle zone di guerra, sostegno incondizionato a Israele (nonostante l’evidente e autentica antipatia di Obama per Netanyahu), opposizione a un blocco europeo unitario, Guantanamo rimane tuttora aperta e funzionante e Obama si è opposto ai processi contro i responsabili di Bush che autorizzarono le torture (2).

Si assiste così a una progressiva privatizzazione dello Stato e della res publica e delle relazioni internazionali. Il liberalismo economico è diventato un modello per i governi occidentali, d’altra parte il capitalismo è anche il portatore di una sua propria antropologia, quella dell’Homo  oeconomicus con la relativa riduzione di qualsiasi cosa a merce, a valore economico con una conseguente tendenza a ridurre i costi. La penetrazione del modello occidentale, che ha come modello gli Stati Uniti  ma che ormai li ha superati e inglobati, passa attraverso la proliferazione dei bisogni di nuovi beni da acquistare.

Il modello dello sviluppo prevede sempre nuovi consumatori e nicchie di mercato in ogni angolo del mondo, poiché ha bisogno di una inarrestabile ed esponenziale crescita. La crisi strutturale che stiamo vivendo e la consapevolezza che questo modello di crescita infinita non si concilia con un sistema chiuso e finito, quale è il nostro pianeta, stanno accelerando e diffondendo ideologie alternative, quali comunitarismo e decrescita.

Inquinamento e sfruttamento dell’ambiente stanno facendo sensibilizzare l’opinione pubblica, senza però mettere veramente in discussione il nostro modello, facendo così parlare di sviluppo sostenibile e di green economy; ma, come scrive Serge Latouche, per tentare di scongiurare magicamente gli effetti negativi dell’impresa sviluppista, siamo entrati nell’era degli sviluppi con l’aggettivo. […] Affiancando un aggettivo al concetto di sviluppo, non si rimette veramente in discussione l’accumulazione capitalista. […] Questo lavoro di ridefinizione dello sviluppo […] si regge sempre su idee di cultura, natura, giustizia sociale. Si ritiene di poter guarire un Male che colpirebbe lo sviluppo in modo accidentale e non congenito. […] Lo sviluppo sostenibile è il più bel risultato di questa arte di ringiovanimento dei vecchi tempi. Illustra perfettamente il processo di eufemizzazione attraverso gli aggettivi volti a cambiare le parole ma non le cose”.

Qual è allora un modello credibile e alternativo a quello dello sviluppo? Il punto è proprio questo: non esiste una grande potenza o un continente, una confederazione di stati e nazioni che possa offrirne uno. Crollato il blocco sovietico, è crollato anche il contrasto tra due grandi modelli e quello sopravvissuto ha invaso il mondo, sia pure con adattamenti particolari. Si tratta quindi di trovare una via che non metta al centro il profitto e i mercati, ma comunità, identità e non veda il pianeta contemporaneamente come una miniera da sfruttare indefinitamente e come discarica.

 

 

* Francesco Viaro è laureato in Lingue e Letterature straniere presso l’Università degli Studi di Padova.

 



(1)N. Klein, No Logo, p. 53

(2) http://www.eurasia-rivista.org/il-marchio-statunitense/18674/

 

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SACCOMANNI RICONVERTE LA SCUOLA ALL’ASSISTENZIALISMO PER BANCHIERI

MINISTRO ECONOMIA E FINANZE FABRIZIO SACCOMANNI/SPECIALE

La morte di Giulio Andreotti avrebbe potuto essere un’occasione per ridimensionare e demitizzare non solo l’immagine di “Belzebù” del personaggio, ma anche il complesso della sua storia di uomo di governo, e ciò proprio alla luce degli avvenimenti successivi al suo tramonto politico. La vicenda della cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, protrattasi per tutti gli anni ’90, ha dimostrato infatti che la dibattuta questione del rapporto delle istituzioni col crimine organizzato non riguardava le scelte di questo o di quell’uomo politico, e neppure di questo o quel partito, bensì il contesto internazionale. In questi giorni la lotta al super-impianto radar che gli USA stanno installando in Sicilia, ha dimostrato ancora una volta che la mafia ha ben altri protettori che i nostri uomini politici, visto che nella costruzione dell’impianto MUOS sono utilizzate imprese edilizie che hanno una ben nota copertura mafiosa.
Al contrario, alle scontate operazioni nostalgia di alcuni, hanno fatto riscontro, da parte di commentatori di “opposizione”, operazioni ancora più improbabili, le quali, per giungere alla condanna politica e morale di Andreotti, hanno finito per coinvolgere nella condanna l’intera Storia italiana. Si tratta di un approccio pseudo-storiografico che ha riguardato a suo tempo anche una parte dell’antifascismo, che finì per santificare il fascismo stesso, considerandolo lo sbocco inevitabile delle contraddizioni del Risorgimento italiano. Antonio Padellaro – che è un commentatore che a volte esprime persino dei momenti di lucidità -, stavolta è arrivato al punto di contrapporre al cinismo guicciardiniano di Andreotti il presunto “idealismo” della Thatcher, cioè una fiaba propagandistica bella e buona, costruita su misura per conferire un alone di credibilità ad una sfacciata lobbista delle multinazionali legate al business dell’importazione del carbone dall’estero. Con la chiusura delle miniere britanniche, imposta dalla Thatcher, il Regno Unito è infatti diventato il Paese maggior importatore di carbone del mondo, con circa cinquanta milioni di tonnellate all’anno.
In realtà nessuna nazione è una monade, tanto più se si tratta di una piccola-media potenza, e non è serio trattare le sue vicende come se avessero soltanto un’origine interna. Gli Stati sono sempre inseriti in una gerarchia coloniale, e i loro governi si barcamenano in questo contesto. Il problema è che la fine dell’Unione Sovietica, e del suo contrappeso politico-militare, comportò un azzeramento dei margini di manovra dell’Italia in politica estera, perciò anche la troppo mitizzata scaltrezza di Andreotti, di fronte a questi nuovi scenari, si rivelò del tutto insufficiente. La fine degli equilibri di potenza ha comportato la fine della politica.
In questo senso, anche chi rimpiange il presunto professionismo politico degli Andreotti o dei Craxi, dovrebbe domandarsi come mai proprio quel ceto di governo consegnò l’Italia alla morsa del Trattato di Maastricht, cioè allo strapotere delle lobby delle privatizzazioni e della finanziarizzazione. Se oggi ci ritroviamo al ministero dell’Economia un lobbista come Fabrizio Saccomanni lo dobbiamo anche al servilismo di quel ceto politico.
Qualche giorno fa sono stati pubblicati i dati di una ricerca, da cui risulterebbe che l’Italia ha il maggior numero di “unbanked”, cioè di cittadini ancora privi di un conto corrente e di una carta di credito. Quindici milioni di unbanked italiani da inserire a forza nel sistema dello sfruttamento finanziario, costituiscono un bel business. L’aspetto più interessante della ricerca è che fra gli unbanked vengono considerati anche i minorenni tra i quindici ed i diciotto anni, cioè dei ragazzi, che vanno precocemente addestrati a versare l’elemosina ai banchieri.
Forse è per questo che l’attuale ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, è da parecchi anni un fervido sostenitore dell’educazione finanziaria nelle scuole superiori; un progetto da lui caldeggiato in varie iniziative ed interviste, promuovendo accordi di collaborazione tra il Ministero dell’Istruzione e la Banca d’Italia. C’è di che sospettare che la ministra Maria Chiara Carrozza stia lì solo come diversivo, come distrazione, e che alla Scuola in realtà provveda Saccomanni.
Nel giugno del 2011, Saccomanni infatti scrisse di persona un articolo per il “Sole-24 ore”, nel quale ribadiva questa importanza del portare l’annuncio della buona novella finanziaria agli unbanked; ed ovviamente, già allora, gli studenti della Scuola superiore erano al centro dei suoi pensieri e dei suoi desideri.
L’assistenzialismo per banchieri è il denominatore comune di tutte le iniziative di governo e di tutte le “riforme strutturali”, e per accorgersene basta appena scostare il velo della retorica ufficiale. Il lobbismo finanziario è infatti diventato sempre più aggressivo, invadente ed evidente, e l’arrivo al governo del banchiere Saccomanni ne costituisce un’ulteriore dimostrazione. Saccomanni proviene dalla Banca d’Italia, ma la sua formazione è dovuta al Fondo Monetario Internazionale, che, insieme con la Banca Mondiale, ha l’inclusione finanziaria dei poveri unbanked come obiettivo prioritario da imporre ai governi.
L’inclusione finanziaria è strettamente connessa all’abolizione del contante ed all’adozione dei mezzi di pagamento elettronici. A livello mondiale il più illustre nemico del contante non è Milena Gabanelli, ma il miliardario Bill Gates. Non si diventa miliardari a caso: il trucco consiste nel trattare la povertà non come un problema, ma come un business. Bill Gates infatti promuove la diffusione dei mezzi di pagamento elettronici persino fra i poveri del continente africano, dove ha in corso un esperimento-pilota localizzato in Kenia.
In questo tipo di scelte di “inclusione finanziaria” c’è da riscontrare una continuità che va oltre il succedersi dei ministri, e che configura un contesto di obblighi coloniali. Nell’aprile del 2010 la ministra Gelmini andava a Piazza Affari per garantire agli operatori della finanza che la Scuola era a loro disposizione per l’allevamento di futuri clienti.
Ma il primo protocollo d’intesa tra Banca d’Italia e Ministero dell’Istruzione per il progetto di educazione finanziaria nelle scuole fu siglato nel 2007, dal ministro Fioroni durante il governo Prodi. Insomma, se Saccomanni è il messia dell’educazione finanziaria nella Scuola, ha pur avuto parecchi Giovanni Battista ad annunciarne la venuta.

 

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Una censura cinese in Italia?

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di Uriel Fanelli

Dopo gli avvenimenti relativi a Grillo e ad altre persone colpite mi hanno chiesto un parere sulla relativa fattibilita’ di una censura in stile cinese in Italia, e devo dire che il problema spiegato cosi’ e’ malposto. Nel senso che i cinesi praticano diversi strati di censura, alcuni mediante DPI/IX (Deep Packer Inspection / Information eXtraction) ed altri mediante un blacklisting progressivo delle fonti esterne. Questo significa che agiscono sia sulla rete di accesso che su quella di trasporto, ovvero i carrier.

Il primo punto da chiarire in questo senso e’ che quando l’opinione pubblica parla di “Internet” si riferisce ai servizi piu’ usati (come Google, Facebook, eBay, Amazon, etc) mentre quando si discute di internet occorre per prima cosa chiarire che stiamo parlando di una infrastruttura di telecomunicazioni, SULLA QUALE si basano questi servizi.

La differenza tra le due cose e’ evidente nella misura in cui quando ci chiediamo a che cosa serva Internet, e quali siano i gruppi di potere coinvolti, se pensiamo ad Internet come ad una rete di servizi (Google, etc) siamo portati a pensare che in ogni caso una censura sul modello cinese andrebbe a colpire piu’ che altro questi.

La realta’ non e’ cosi’ semplice.

La “grande muraglia” cinese non e’ costituita da semplici dispositivi di intercettazione, ma e’ strutturata in diverse fasi, che hanno obiettivi molto diversi.

C’e’ una funzione di intercettazione e deep inspection che si svolge principalmente sulla rete di accesso. La rete di accesso , per intenderci, e’ il primo tratto della rete, che e’ locale (e quindi fisicamente in mano al governo) e viene fornita dall’ ISP. Diciamo che e’ la prima rete che le vostre informazioni transitano. Se facciamo un paragone con il traffico automobilistico, e’ il tratto che fate con l’auto dal vostro garage sino ad imboccare l’autostrada. Terro’ l’esempio per i meno tecnici.
In questa fase, sapere dove voglia andare l’automobile e’ assai difficile. Possiamo chiederlo , ma osservando il suo comportamento solo durante la fase iniziale non abbiamo idea di cosa fara’ successivamente : certo potra’ imboccare l’autostrada che porta verso il posto A, ma in autostrada potra’ poi cambiare idea, e specialmente, che cosa fara’ dopo aver raggiunto il posto A?
In termini tecnici questo significa che non sappiamo bene se la destinazione sia quella definitiva, o se si tratti di un proxy. Cosi’, ovviamente se l’autista e’ cosi’ stupido da dirci dove voglia andare e poi mantenere la parola e’ ok, ma siccome non ci fidiamo – e questa e’ la base del problema – allora ci guadagnamo molto di piu’ a sapere cosa diavolo trasporti.
Cosi’, tutta una serie di malware, spyware, sia a livello di PC sia a livello di router, andrano a cercare nel pacchetto per vedere se ci sono contenuti strani. Allo stesso modo, se il nostro eroe decide di criptare E2E, da un lato cripta il contenuto, ma dall’altro entra direttamente nella lista dei sospetti, da sorvegliare in seguito con altri mezzi polizieschi.
Lo scopo di questo pero’ non e’ quello di censurare i contenuti online, dal momento che agire su chi visita il sito e non sul sito e’ molto dispendioso. Quindi in realta’ se il sito cinese e’ in Cina agiranno sulla rete di accesso DEL SERVER piuttosto che su quella dei singoli utenti. Anche il data center in qualche modo accede alla rete, e sebbene probabilmente sia collegato direttamente ad un backbone, il collegamento avviene direttamente sul suolo cinese. Leggi il resto dell’articolo

Chi sta dietro le “campagne di sensibilizzazione”?

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di Enrico Galoppini

C’è un aspetto che a mio avviso non è ancora stato colto adeguatamente al riguardo dell’attuale forsennata campagna di sensibilizzazione sul cosiddetto “femminicidio”. Che essa è da mettere in stretta relazione con l’altra, altrettanto scatenata, sulla ‘liberalizzazione’ di tutto ciò che è “gay”.

Sul “femminicidio” mi sono già espresso, quindi non mi ripeto ed invito a rileggere quest’articolo, il cui succo era il seguente: che qui, come in altri casi, si tratta di una delle manifestazioni dei danni che può produrre il debordante ego dei moderni.

Mi sono anche già occupato di quella che definivo la “ostentazione della omosessualità”, ma stavolta vorrei invitare a riflettere su quanto l’una e l’altra campagna siano solidali e convergenti verso un unico obiettivo.

Il comune bersaglio, infatti, è la famiglia e, perciò, la sacralità dell’essere umano, che tra l’altro viene a questo mondo proprio perché un maschio e una femmina si uniscono nell’atto procreativo, e successivamente ha la possibilità di crescere forte, retto e sano proprio perché i suoi genitori si dedicano al suo sviluppo, specialmente se si ricordano del “dono” che hanno ricevuto.

In questa unione degli opposti, in queste due polarità che incontrandosi forniscono ad una nuova vita umana l’occasione per venire all’esistenza vi sono un segreto ed una saggezza non umane. E hai voglia a mettere insieme due ‘poli’ dello stesso segno: non funziona in alcun modo, anche se – come sta accadendo nella “progredita” Svezia – si giunge a strapazzare oltre l’incredibile il lessico, incoraggiando l’uso della definizione “persona incinta” piuttosto che “donna incinta” per non “offendere” quelle donne che, credendosi “uomo” ma rimanendo eventualmente incinte, non tollerano l’idea di essere “discriminate”!

Ma qui si evidenza quanto mai la malafede e la cattiva coscienza di tutta l’operazione sovversiva: perché non si fanno chiamare “uomini incinti”? Il perché è comprensibile, trattandosi per l’appunto di un’assurdità che anch’esse/essi (!?) ben comprendono. E allora meglio dissolvere la lingua e la realtà che descrive escogitando l’anodina “persona incinta”.

Non si creda di essere di fronte a delle esagerazioni di qualche “estremista della causa” o di mie invenzioni. Sono infatti solo fenomeni più appariscenti e clamorosi, la classica punta dell’iceberg, che denotano però l’intento che sta alla base di tutta questa fregola per i “diritti delle coppie dello stesso sesso”. Le quali, come per un ordine giunto dal… Basso, diventano materia per il “legislatore” nei più diversi angoli del pianeta, dalla Francia all’Uruguay, fino alla California, dove una povera creatura di undici anni viene giudicata “sicura” della “sua” decisione di cambiare sesso… (a proposito, dove sono i difensori dei “diritti dei minori”?).

Il perché i parlamenti delle “democrazie” si adeguino uno dopo l’altro è presto detto: da una parte, ciò è quel che gli viene richiesto dalle élite che dominano davvero e li han messi lì; dall’altra, pure loro, i parlamentari, annoverano tra le loro fila molti esponenti di questa “lobby omosessuale”, così, oltre che a rendere “legale” ciò che ripugna alla coscienza, creano il “precedente” al quale dovrà poi adeguarsi l’intera società.

Il risultato finale dell’azione congiunta di queste due campagne promosse a tamburo battente è chiaro: da un lato, s’insinua che in ogni famiglia normale (maschio e femmina) si annida “il mostro”, cioè il maschio, e tanto vale dunque lasciar perdere o comunque stare sempre col mitra spianato; dall’altro, si dipinge una “gaia”, gioiosa e spensierata “alternativa”, quella della “famiglia gay”.

Il che non è vero, perché è tra l’altro dimostrato che i matrimoni omosessuali, dove sono “legali”, sono quelli che durano meno.

Ma tanto, chi se ne frega, se l’unica legge è diventata il satanista “fai ciò che vuoi” e il “legislatore” non fa altro che assecondarla fornendogli pure il crisma della “legalità”…

Eppure, chissà quante altre “campagne” potrebbero riscuotere un pubblico interesse ed un ben più vasto e sensato consenso.

L’altro giorno, tre malcapitati milanesi, tra cui uno che portava a spasso il cane ed un altro, giovane, che aiutava il padre ad aprire l’edicola, sono stati massacrati da un ghanese clandestino che, grazie al fatto che sul tema “immigrazione” non è possibile fiatare, circolava come una mina vagante, sebbene fosse già stato identificato più volte (ma non espulso perché “non si può”). La stessa cosa, in scala ridotta, pochi giorni prima, era accaduta a Torino, con un afghano che, preso un coltello in un negozio di kebab, aveva ferito due passanti in una centralissima via in pieno giorno.

Mi limito a questi due esempi, ma si potrebbe andare avanti parecchio. Al che, uno che non è completamente rimbecillito ed intimamente corrotto si chiede: non ci sarebbero gli estremi per una “campagna”? No, non si può, come se trattare con lucidità e senza ipocrisie quest’argomento implicasse automaticamente una sorta di via libera al Ku Klux Klan.

Anzi, più ne succedono di cotte e di crude con protagonisti immigrati sbandati e più la gente viene imbonita con la polemica sullo “ius soli”, che in un simile contesto di degrado è un diversivo per non affrontare alla radice il problema, tenendo conto della reale possibilità di una nazione (peraltro in crisi) di far affluire stranieri sul proprio territorio in base all’effettiva necessità economica.

E non ci starebbe a pennello una “campagna” sull’emergenza lavoro con tutti i suicidi che ci sono? Pare di no, se qualcuno che conta (ma anche lui messo lì dall’élite) ha affermato che in Italia i suicidi sono ancora pochi rispetto ad altri paesi…

Sarebbe fuori luogo una “campagna” sul diritto alla casa, che costa dei sacrifici esagerati (v. “mutuo” e relativa automatica ipoteca)? O un’altra ancora sull’usura di sedicenti “istituti di credito” che mandano in rovina ampi strati della popolazione, e per giunta quelli più produttivi come le piccole e medie imprese?

E questo è nulla rispetto alle “campagne” che si potrebbero imbastire, con la certezza d’un seguito entusiasta ed oceanico, sulla cancellazione della “moneta debito” ed il ripristino della sovranità monetaria, ma anche sulla fine della pluridecennale servitù politica, economica, culturale e militare della nostra nazione a vantaggio degli Stati Uniti d’America.

No, meglio le “campagne” sul randagismo, sulle “mutilazioni genitali” femminili, sulla “prevenzione dei tumori” (anche se comportano “mutilazioni”!), sull’eutanasia, sul “razzismo”, sul “riscaldamento globale” e la protezione della “biodiversità”, sull’AIDS, sui “diritti umani” e naturalmente sul “femminicidio” e i “matrimoni gay”, cioè su tutto quel che genera e diffonde distrazione, disinformazione e dissoluzione in quella che, invece di essere una comunità forte, retta e sana (perché così sono i suoi membri) lentamente si trasforma in una massa di schiavi, informe e imbambolata, illusa come mai s’è visto prima che “tutto è lecito” e che può “fare ciò che vuole”.

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Angelina Jolie e la follia propagandistica del mondialismo

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di Marcello Pamio

La trentasettenne Angelina Jolie, attrice e infaticabile paladina dei diritti umani dei profughi sta facendo parlare di sé in tutto il mondo.
Non si tratta dell’uscita dell’ultimo film, ma quello che sta facendo scalpore sono state le sue dichiarazioni. Al quotidiano principe dell’establishment mondialista, il New York Times, ha dichiarato di essersi fatta togliere entrambi i seni, nella clinica privata Pink Lotus Breast Center (con la sede principale guarda caso a soli 5 miglia da Hollywood), per “prevenire” il cancro!

In questi giorni, nella home page ufficiale del sito della clinica (immagine in alto) è casualmente apparsa l’attrice in splendida forma.
Il ritorno economico per la clinica sarà inimmaginabile…
La Jolie, avrebbe effettuato la mastectomia per i suoi sei figli e soprattutto perché la mamma è morta di cancro alle ovaie nel 2007. 
Non voleva – giustamente – morire di cancro, soprattutto perché: “i medici mi hanno detto che ho il gene BRCA1 che mi dà l’87% di probabilità di avere il cancro al seno e il 50% quello alle ovaie”.

Il BRCA1 (Breast Cancer Type 1 susceptibility protein) è un gene per così dire oncosoppressore, in grado di codificare una proteina che impedisce alle cellule di crescere e dividersi troppo rapidamente o in modo incontrollato (1).
Una eventuale mutazione di questo specifico gene – impone dogmaticamente la visione ortodossa della scienza – farebbe perdere il controllo del ciclo cellulare, e questo originerebbe mutazioni e quindi tumori. 
Stimano che circa il 14% dei tumori alla mammella, e il 10% dei tumori ovarici, siano causati da mutazioni a livello del gene BRCA1 e BRCA2 (2).
Studi effettuati su famiglie a rischio, dicono che le donne che possiedono mutazioni ereditarie a livello dei geni BRCA1 o BRCA2 (come la Jolie) rischiano di sviluppare un tumore alla mammella nell’87% dei casi, contro una probabilità del 10% dei non portatori di mutazioni.

Secondo il National Cancer Institute, le stime di rischio di vita sono le seguenti: circa il 12% delle donne nella popolazione generale svilupperà un cancro al seno durante la loro vita, contro il 60% delle donne che hanno ereditato una mutazione dannosa in BRCA1 o BRCA2 .
In altre parole, una donna che ha ereditato una mutazione in uno dei geni BRCA1 o BRCA2 ha 5 volte più probabilità di sviluppare il cancro al seno di una donna che non ha una tale mutazione. Questo studio non lascia spazio a molti dubbi…
Nel sito governativo PubMed, la libreria nazionale di medicina (U.S. National Library of Medicine) però ci sono altre pubblicazioni molto interessanti, come per esempio lo studio intitolato: “Familiarità del tumore al seno: rianalisi associate di dati individuali provenienti da 52 studi epidemiologici su 58.209 donne colpite da tumore al seno e 101.986 senza la patologia” (3). 

I risultati sono che solamente il 12% delle donne con cancro al seno avevano un parente affetto, mentre l’1% ne aveva due o più. 
La conclusione è che: 8 donne su 9 che sviluppano il cancro al seno NON hanno una madre colpita, la sorella e neppure una figlia. Anche se le donne che hanno parenti di primo grado con una storia di cancro al seno hanno un maggior rischio di malattia, la maggior parte non svilupperà MAI il cancro al seno. Chiaro? 
Anche se non accennano ai geni BRCA1 e 2 (e forse proprio grazie al fatto che nessuno ha detto loro dei geni…), la maggior parte delle donne NON svilupperà mai un cancro, anche se ce l’ha avuto la madre o un altro parente di primo grado! 

Il mantra ufficiale però, portato avanti mediaticamente dalla propaganda più becera, dai testimonial come la Jolie, dagli opinion leader, dal vergognoso neuromarketing, è che noi dobbiamo temere, aver paura della nostra genetica, dei geni che ereditiamo dai genitori. 
Sono o non sono loro che comandano tutto? No, non è così. La realtà, come sempre, è un’altra cosa! 
Questo viene spiegato dettagliatamente dall’epigenetica (epi = sopra, i geni), che sta dimostrando in maniera scientifica e inoppugnabile da molto tempo che l’uomo non è schiavo dei propri geni, ma semmai dei propri schemi mentali e/o comportamentali.

I geni, per semplicità, possono essere paragonati a degli invisibili interruttori che possono attivarsi o disattivarsi a seconda dei comandi, a seconda delle informazioni (epigenomiche) che arrivano loro. E’ l’ambiente interno ed esterno, il nostro stile di vita, la nostra alimentazione, i nostri pensieri e sentimenti che possono dare questi comandi.
Noi non nasciamo difettati(4), ma lo possiamo diventare.

In quest’ottica: quanto può influenzare la psiche di una persona, sapere che nel proprio patrimonio genetico ci sono geni difettosi? Geni che, secondo il terrorismo e la visione disumanizzante della medicina, potranno innescare patologie anche tumorali? Come potrà vivere una persona con la spada di Damocle appesa sopra la testa per anni, decenni? Spada che in qualsiasi momento della vita può cadere e uccidere? 
La psico-somatica insegna che dalla psiche (anima-emozioni) si può passare al soma (corpo-fisico) e anche viceversa (somato-psichica), quindi pensare costantemente (collegandoci anche una emozione come paura di morire, ecc.) che si ha dentro qualcosa che non va, che si è difettosi, che si rischia il cancro, avrà come risultato la cristallizzazione e il potenziamento di questo pensiero. Il pensiero si sa è in grado di creare la materia, nel bene (effetto placebo) e anche nel male (effetto nocebo).

La strategia mondialista lavora proprio in questa direzione: instillare costantemente la PAURA tramite i media per farci vivere costantemente con una spada sopra la testa, e con un gene pronto a trasformarsi in un tumore maligno.
Grazie alle teorie ortodosse, fasulle e fallimentari della genetica classica, ci stanno facendo credere che tutto dipende dal nostro patrimonio genetico: dall’impercettibile, ma non inviolabile per loro, DNA.

Stanno purtroppo per diventare realtà le visioni fantascientifiche veicolate dai film di Hollywood. Un esempio per tutti è “Gattaca: la porta dell’universo”. 
Alla nascita del protagonista, grazie alla lettura del DNA, il medico può tranquillamente profetizzare: “Affezione neurologia, probabilità 60%; mania depressiva, probabilità 42%; sindrome ipercinetica, probabilità 89%; cardiopatia probabilità 99%. Soggetto a morte prematura: aspettativa di vita 30,2 anni”. Questo bambino, generato con un atto d’Amore, è destinato a morire presto e pieno di magagne, chissà come mai?!
Per il secondo figlio invece, i genitori optano che l’Amore non va bene, e si affidano alle cliniche specializzate nella nascita… Qui un genetista di colore descrive dettagliatamente ai genitori quello che la Scienza può fare prima del concepimento, con gli ovuli e spermatozoi. “Mi sono permesso – incalza il medico, con le bave alla bocca – di eliminare ogni affezione virtualmente pregiudizievole: calvizie precoce, miopia, predisposizione all’alcolismo e alle droghe, tendenza alla violenza, all’obesità”. 
Il bambino deve partire “in posizione di vantaggio. Abbiamo già purtroppo molti difetti innati. Ricordate che questo bambino è la somma di voi due….del MEGLIO di voi due”.

Il meglio delle persone, si può anche chiamare “eugenetica” (il gene buono). 
L’uomo in camice bianco si è sostituito a Dio, ed elimina con il bisturi genetico, tutti i difetti innati, tutti i geni malati, per creare una persona sana e perfetta, magari bionda con gli occhi azzurri…
Fantascienza? Purtroppo no. Follia? Certamente sì, ma molto lucida e diabolica.

Tornando al nostro Premio Oscar, la cosa ridicola è che oggi alla Jolie senza mammelle, la probabilità che gli venga un tumore, secondo i medici, è diventata del 5%. Quindi non ZERO, per tanto, paradossalmente avrà sempre il rischio di un tumore!
Spingendo questa perversa logica agli estremi limiti, ecco il triste risultato: gli hanno detto di avere l’87% di probabilità di sviluppare un tumore al seno, e quindi ha tolto le mammelle; però gli hanno anche detto di avere il 50% di probabilità di sviluppare un tumore alle ovaie, quindi tra non molto dovrà farsi pure una isterectomia totale. Rimane da sapere quante probabilità ha di sviluppare un tumore ai polmoni? O al cervello? Cosa farà in questi casi?

Non si sta giudicando la scelta individuale e personale fatta da una persona consapevole (?) e soprattutto informata (?), qui si giudicano le pericolosissime dichiarazioni a mezzo stampa, di una delle più ricche, famose e ammirate attrici di Hollywood. 
Ricordiamo sempre che la struttura massonica Hollywood, è la più potente casa di produzione filmica del mondo, il più grande creatore di sogni e desideri del pianeta. 
Non si tratta di Michelina Rossi ma di Angelina Jolie; non lo ha confessato al prete, ma al quotidiano più letto del mondo.
La foto qui a fianco ritrae la Jolie con addosso una maglietta dal disegno e scritta inequivocabili: il triangolo con dentro l’occhio onniveggente che sovrasta il pianeta Terra e sotto la scritta Illuminati, la potentissima congrega massonica che controlla di tutto, Hollywood incluso.
Angelina Jolie fa parte del Sistema, è finanziata e controllata dal Sistema, per cui qualche dubbio sorge spontaneo nella sua decisione di dire al mondo intero la sua coraggiosa eresponsabile scelta.

Quante donne, per non dire quante adolescenti, emuleranno il percorso di coraggio edeterminazione intrapreso dalla Jolie? Quante donne si faranno estirpare i seni, ovaie, utero e perché no, anche la tiroide, nella vana speranza di evitare un tumore? Tumore che poi magari verrà lo stesso…
In tale logica demenziale, dobbiamo riconoscere all’ex presidente statunitense George Bush junior (junior in tutti i sensi), l’intelligenza della sua proposta per risolvere il problema degli incendi dei boschi: “abbattere gli alberi, per abbattere gli incendi”.
Il discorso, anche in ambito medico, purtroppo, non fa una piega.

Note

[1] Genetics Home Reference, http://ghr.nlm.nih.gov/gene/BRCA1
[2] National Cancer Institute at the National Institutes of Health, http://www.cancer.gov/cancertopics/factsheet/Risk/BRCA
[3] Familial breast cancer: collaborative reanalysis of individual data from 52 epidemiological studies including 58,209 women with breast cancer and 101,986 women without the disease”. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/11705483

[4] La medicina parla di una piccolissima percentuale di malattie per così dire genetiche, cioè ereditate dai genitori. Ma anche in questo caso bisognerebbe analizzare dettagliatamente e attentamente se è successo qualcosa prima del concepimento e soprattutto durante la gravidanza. Se sono stati assunti farmaci, droghe, vaccini, metalli pesanti, ecc. prima, durante e dopo la gravidanza.

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E se volessero privatizzare ENI e Finmeccanica?

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di Filippo Bovo

Vale la pena sottolinearlo: il governo Letta è una riedizione riveduta e corretta del precedente governo Monti. La sua funzione consiste nel riuscire laddove questi aveva fallito. Per esempio nella svendita dei “gioielli di famiglia”: ENI e Finmeccanica in primis. Monti era partito in quarta ma s’era poi arenato di fronte ad evidenti e stringenti logiche politiche e geopolitiche; anzi, nei limiti del possibile aveva pure proseguito le politiche amichevoli del precedente governo Berlusconi, soprattutto con la Cina. Per il “partito americano”, suo grande patrocinatore, Monti s’era quindi rivelato un fiasco completo. Letta ha la funzione di dare, in tutto questo, un giro di vite, d’imprimere un cambio di rotta. Non a caso s’è scelta, come ministro per gli affari esteri, una personalità come quella d’Emma Bonino: con lei, visti i suoi trascorsi politici, non vi sono dubbi che i rapporti con Cina e Russia saranno più tesi. E quando parliamo di rapporti con la Russia, non possiamo non citare il “dossier energetico”.
L’ENI, tradizionalmente grande strumento non soltanto economico ma anche diplomatico nelle mani dei governi italiani, potrebbe perciò subire un ridimensionamento d’influenza e d’importanza. Da sempre canale strategico dei rapporti italo-russi, potrebbe subire da parte del nuovo governo quei colpi d’ascia che ne farebbero una realtà aziendale meno strategica e più marginale. Il disarmo dell’ENI potrebbe e sarebbe quindi il primo passo d’una strategia che culminerebbe nella sua alienazione da parte dello Stato.
Del resto non dimentichiamoci che, già in tempi non sospetti, Letta s’era espresso a favore d’una cessione da parte dello Stato delle quote in ENI, ENEL e Finmeccanica: per la precisione in piena campagna elettorale, quando probabilmente ancora non sapeva che un giorno sarebbe stato prescelto per ricoprire il ruolo di primo ministro in un governo dalla maggioranza bypartisan. L’intervista, rilasciata nel corso d’una conferenza aperta al pubblico, è facilmente reperibile in internet. Alfano, espressione del PDL quanto Letta lo è del PD, ha da sempre sostenuto questa stessa posizione, che del resto è presente anche nel programma elettorale del suo partito: almeno in linea teorica, quindi, i due principali partiti della maggioranza non dovrebbero litigare su una cessione dei “gioielli di famiglia” che li vede entrambi concordi.
Noi di Stato e Potenza ovviamente c’auguriamo che tale piano non s’avveri; già in passato, con una manifestazione, abbiamo sostenuto la necessità che l’ENI resti italiana ed in mani pubbliche. Non arretreremo mai da questa posizione.

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Terrorismo atlantico

ganser

Dall’intervista a Daniele Ganser in Il terrorismo in Europa occidentale. Dalla “strategia della tensione” al giorno d’oggi, a cura di Giacomo Gabellini (collegamenti nostri – ndr).
Daniele Ganser, storico svizzero di prestigio internazionale, è ricercatore presso il Centro per gli Studi sulla Sicurezza (CSS) dell’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia (ETH) di Zurigo.
In Italia, è stato pubblicato dalla casa editrice Fazi il suo libro Gli eserciti segreti della NATO. Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, il più esauriente e dettagliato studio realizzato sull’argomento.

 

Anche paesi membri della NATO come la Germania (strage dell’Oktoberfest) e il Belgio (omicidi del Brabante) sono tuttavia stati pesantemente investiti dal fenomeno terrorista. Pensa che esistano collegamenti tra gli eventi che si sono verificati nei vari paesi? Quale obiettiva perseguivano, secondo lei, gli attentatori?
Si, nel corso della Guerra Fredda si sono indubbiamente verificati attacchi terroristici anche in altri Paesi, oltre all’Italia. Ci sono stati attentati anche in Germania, Belgio, Turchia, Francia e Svezia, dove venne assassinato il primo ministro Olof Palme. Per gli storici, è importante considerare ciascun attacco separatamente dagli altri, perché si tratta di crimini molto complicati. Penso tuttavia che esista un collegamento con gli eserciti segreti dell’apparato NATO-Stay Behind anche per quanto riguarda la Germania, dove nel 1989 si verificò l’attentato all’Oktoberfest di Monaco di Baviera, e il Belgio, scosso dalla campagna terroristica che colpì la regione del Brabante, rispetto alla quale sono emerse prove che conducono a un gruppo di destra denominato Westland New Post (WNP) che era a sua volta legato alla NATO. C’è un modello simile: in Italia, il gruppo di estrema destra Ordine Nuovo al quale apparteneva Vincenzo Vinciguerra, era connesso alla rete Stay Behind, e gli eserciti segreti di Stay Behind erano coordinati dalla NATO attraverso due organi segreti, il Comitato Clandestino Alleato (ACC) e il Comitato Clandestino di Pianificazione (CPC). Lo sappiamo grazie ad alcuni generali italiani che hanno partecipato a diverse riunioni di tali organismi. E’ pertanto possibile immaginare che la NATO e gli Stati Uniti abbiano coordinato gli attacchi terroristici in Europa occidentale sferrati da gruppi di estrema destra supportati dagli eserciti segreti di Stay Behind. Il problema è che fino ad ora noi storici ci siamo potuti basare solo su indicazioni, poiché non disponiamo di prove solide, e la NATO non intende assolutamente parlare del terrorismo che ha sconvolto l’Europa occidentale durante la Guerra Fredda. E’una questione molto delicata, naturalmente. Anche la CIA, che supportava gli eserciti segreti di Stay Behind, non vuole parlare di terrorismo in Europa. E nemmeno il presidente Barack Obama è disposto a trattare l’argomento. Si tratta pertanto di un difficile campo di ricerca, ma ciò non ci distrae dal nostro compito di far luce su questa rete di menzogne e violenza.

La proliferazione del terrorismo in Europa occidentale ha visto in molti casi (Italia e Germania in primis) la responsabilità di gruppi neofascisti. Non è però mancato il terrorismo di matrice opposta, messo in atto da fazioni come le Brigate Rosse e la Rote Armee Fraktion. In Italia, le operazioni compiute dalle Brigate Rosse hanno beneficiato di colossali inadempienze da parte delle forze di polizia, talmente evidenti da portare esponenti politici come Sergio Flamigni a pensare a un supporto attivo dei servizi segreti. Quale è la sua opinione in merito a ciò?
Non mi sono occupato in maniera molto approfondita delle Brigate Rosse e della RAF, quindi non saprei. Ho focalizzato i miei studi sugli eserciti segreti della NATO e sull’Operazione Gladio. Ma è più che plausibile, da quel che ho potuto vedere, che i servizi segreti si siano serviti sia delle frange terroristiche di destra quanto di quelle di opposta matrice. Si tratta di un’idea bizzarra per molti comuni cittadini, convinti che i servizi segreti adempiano al compito di proteggere la democrazia dai terroristi. Naturalmente, vanno effettuate ulteriori ricerche riguardo al terrorismo sostenuto dallo Stato.”

 

Fonte

Soros, lo speculatore nemico dell’Italia

Soros

di Andrea Angelini

Il fatto incredibile non è che esistano gli speculatori che sono un tutt’uno con il capitalismo finanziario. L’incredibile è che in un Paese come l’Italia alcuni di questi criminali vengano pure gratificati di premi e di lauree honoris causa. Come venti anni fa all’Università di Bologna e giorni fa al Premio Terzani.
È il caso di George Soros uno dei peggiori criminali in circolazione che si muove perfettamente a suo agio in quel mondo di gangsters legalizzati che nulla hanno da invidiare ai mafiosi o ai narcos.
Soros, il finanziere ungherese-americano è infatti uno dei tanti discepoli, si fa per dire, dell’altrettanto sopravalutato e famigerato filosofo Karl Popper, il fautore della “società aperta” e al tempo stesso il sostenitore più accanito dal punto di vista teorico della tesi che il sistema liberal-liberista rappresenti il migliore dei mondi possibili e che il Libero Mercato non potrà che portare benefici a tutti i Paesi del mondo. Un grande Mercato sul quale potranno muoversi “liberamente” materie prime, merci, prodotti finiti, ovviamente capitali e dulcis in fundo, si fa sempre per dire, lavoratori.
Tutto fisiologico, tutto previsto.
Insomma il lavoro ridotto a merce con uomini e donne trasformati in semplici strumenti della produzione e consumatori.
Individui lasciati a se stessi e senza più legami e radici con la propria terra di origine e di nascita. Come appunto Soros che non riesce a non tenere conto che il padre fu uno dei più accesi sostenitori di quella non lingua che è l’esperanto che doveva, nelle intenzioni dei suoi ideatori, abbattere le frontiere e fare venire meno tutte le differenze culturali tra i popoli.
Un’unica grande melassa multiculturale unita ovviamente, perché è lì che si finirà, da interessi economici “comuni” e amministrata da un governo mondiale in grado di imporre la propria volontà a tutti i popoli.
Il ruolo dell’esperanto in realtà è stato già assunto dall’inglese… Qualcuno si rende conto di avere già sentito questa canzone? L’hanno interpretata personaggi come i neocons di Bush che di fatto hanno i loro consequenziali epigoni anche nell’attuale amministrazione democratica di Barack Obama, uno dei peggiori maggiordomi di Wall Street che siano arrivati alla Casa Bianca?
L’aspetto incredibile dei riconoscimenti che Soros ha ricevuto in Italia sta nel fatto che la laurea dell’ateneo di Bologna gli venne assegnata due anni dopo la sua massiccia speculazione, ottobre 1992, contro la lira che provocò una svalutazione del 30% dopo che l’allora governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, pressato dalla Repubblica di Scalfari, aveva prosciugato le riserve valutarie di Via Nazionale peredifendere un cambio della lira che era nei fatti indifendibile. La laurea honoris causa gli venne concessa per la sua attività filantropica nei Paesi dell’ex Europa dell’est comunista. Per aver contribuito, tramite le sue fondazioni, alla diffusione delle idee di democrazia e di libertà. Ossia del Libero Mercato. Una attività che è stata funzionale all’entrata dei capitali “occidentali” in quei Paesi e ala loro colonizzazione.
Una attività che il criminale di Wall Street ha continuato pure dopo finanziando le varie “rivoluzioni” che si sono verificate in Jugoslavia, Ucraina, Georgia.
E più recentemente in Egitto dove i giovani del Cairo erano andati a scuola dai colleghi serbi di Otpor, i primi della serie, per imparare come si gestiscono i moti di piazza. Otpor è finanziata appunto da Soros.
Anche l’assegnazione del Premio letterario Tiziano Terzani fa venire i sudori freddi perché, presumibilmente, è stato attribuito non soltanto al suo ultimo libro ma per avere cercato di migliorare la comprensione tra i popoli. Sì certo, convincere tutti i popoli del mondo che il migliore dei mondi possibili è e resta sempre quello occidentale fatto di libertà e di democrazia. E pazienza se la libertà, come la dittatura che lo ha preceduto, viene imposta con la forza delle armi a quei popoli che non ne vogliono sapere.
Con una notevole faccia di bronzo, e senza pensare di apparire contraddittorio, il gangster di Wall Street ha detto di non essere pentito del suo attacco alla lira del 1992 (“Fu una buona speculazione”) dal quale gli azionisti del Quantun Fund, ora sono soltanto suoi famigliari, ottennero enormi guadagni. Le crisi finanziarie, ha sostenuto, sono la conseguenza dell’operato delle Autorità regolatrici dei Mercati, come le Banche centrali, che creano regole sbagliate che danno spazio agli speculatori. Insomma, se mi offrite l’occasione di essere quello che sono, un bandito, perché non dovrei approfittarne? Gli speculatori sono soltanto portatori di “cattive notizie”. Quanto all’Italia, non se la passa bene ma può risollevarsi. Pure l’Europa deve fare la sua parte, allentando i vincoli di bilancio e le regole di austerità che hanno trasformato l’Unione in un gruppo tenuto su da una relazione tra creditori e debitori. In ogni caso, la crisi attuale lavora per il ritorno di Berlusconi. Se l’Europa vuole riprendersi, a suo avviso, deve puntare sulle Piccole e Medie Imprese alle quali la Bce e le banche ordinarie devono preoccuparsi di fare arrivare finanziamenti e non darli soltanto ai grandi gruppi industriali.
Inoltre, i Paesi europei devono cedere completamente la propria sovranità ad una Autorità Centrale che gestisca le entrate fiscali e le spese in uscita. Una Autorità che si muova di concerto con la Banca centrale Europea in modo che funzionino allo stesso modo del Tesoro e della Federal Reserve negli Stati Uniti.
Poi, si potrebbero unire gli organismi, dall’una e dall’altra parte dell’Atlantico e realizzare quel governo mondiale che è il sogno dell’Alta Finanza,delle multinazionali e dei politici loro servi.

Germania. Fondo salva-banche Soffin in attivo nel 2012
Per la prima volta dalla sua fondazione, nel 2008, l’anno passato il fondo tedesco salva-banche Soffin ha chiuso il bilancio in attivo. Lo ha reso noto ieri l’autorità federale per la stabilizzazione del mercato finanziario (Fmsa), che gestisce il fondo. Nel 2012 il bilancio di Soffin ha segnato un attivo di 580 milioni di euro. Solo nel 2011, anche a causa del taglio del debito greco in mano ai privati, il fondo aveva chiuso con perdite per 13,1 miliardi di euro. Attualmente la partecipazione di Soffin a istituti salvati dallo Stato è scesa di 1,7 miliardi di euro a 6,3 miliardi. Contemporaneamente le banche interessate hanno restituito l’87% delle garanzie statali, mancano ancora 3,7 miliardi di euro.

Cipro. Ue dà il via libera a prima tranche “aiuti”
L’Ue ha sbloccato la prima tranche di aiuti a Cipro. Il fondo salva-Stati Esm ha versato ieri nelle casse del Paese due miliardi di euro, un altro miliardo dovrebbe essere versato entro il 30 giugno. Lo ha deciso l’Eurogruppo.

Parigi e Berlino lanciano un piano contro la disoccupazione giovanile
Il quotidiano tedesco Rheinische Post ha rivelato che Francia e Germania sono pronte a lanciare entro fine mese un piano europeo contro la disoccupazione giovanile. “New deal for Europe”, questo il nome dell’iniziativa, sarà presentata a Parigi il 28 maggio dal ministro del Lavoro francese, Michel Sapin e dal collega tedesco Ursula von der Leyen. Secondo le indiscrezioni il piano prevede prestiti per miliardi di euro dalla Banca europea degli Investimenti alle aziende che si impegneranno ad assumere o a formare giovani

Fitch: il peggio non è passato
Il peggio della crisi del debito nell’Eurozona non è affatto passato. Un sondaggio fra gli investitori condotto dall’agenzia di rating Fitch, sostiene che dai mercati è arrivata soltanto una tregua, non supportata “da una stabilizzazione economica e da progressi verso l’unione bancaria”. L’estate resta il periodo più critico.

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