Scansione Impronte: Eldorado per il Sistema e gli Hacker

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Gli ultimi modelli di smatphone includono nuove tecnologie che definire rischiose per gli utenti, è un eufemismo. Oltre agli ormai noti chip GPS per la geo-localizzazione – cui gli utenti sono indotti a concedere l’assenso per fruire di alcune funzioni – ed ai chip NFC - per mezzo dei quali sarà possibile usare il telefono come carta di credito, nuovo passo concreto verso l’abolizione del denaro contante (v. correlati) – ora contengono un sensore per la scansione delle impronte digitali, che secondo le case produttrici servirebbe a “fare acquisti in maniera più veloce, e a sbloccare il dispositivo.”
In altre parole, gli utilizzatori stanno rinunciando alla riservatezza delle proprie impronte digitali per lo sfizio di sfruttare in maniera diversa con i propri dispositivi due funzioni già espletate egregiamente da un decennio senza l’ausilio delle impronte digitali.
Si tratta di un vero e proprio Eldorado per il Grande Fratello, un tempo autorizzato alla raccolta delle impronte digitali solo durante le visite per il servizio militare ed a seguito dell’arresto dei cittadini. Dopo avere prestato il consenso a cuor leggero al trattamento dei propri dati in materia di abitudini di consumo, orientamento politico e religioso, interessi, navigazione web, spostamenti geografici, contatti e amicizie, ora milioni di utenti stanno deliberatamente auto-schedando i propri dati biometrici senza nemmeno l’ombra di una buona ragione a titolo di contropartita.
Naturalmente i produttori dei dispositivi assicurano che le scansioni delle impronte digitali saranno archiviate localmente solo sui dispositivi in possesso degli utenti, tuttavia alla luce delle rivelazioni di Edward Snowden sul famigerato programma Prism della NSA, non si può che dubitare fortemente di tali affermazioni.
Di solito gli utenti giustificano la scelta di rinunciare alla propria privacy con l’argomento del ‘non avere nulla da nascondere’.
La prima obiezione a tale ingenuo modo di pensare – di ordine etico e politico – è stata evidenziata in un articolo pubblicato tempo fa su questo blog:

“Se non ci da fastidio che qualcuno da qualche parte ci osservi a piacimento, ascoltando le nostre conversazioni e monitorando i nostri movimenti, stiamo ammettendo di essere degli schiavi ubbidienti. La sorveglianza invisibile è una forma assai insidiosa di controllo del pensiero, e quando utilizziamo la logica del ‘non ho nulla da nascondere quindi ben venga la sorveglianza’ stiamo implicitamente ammettendo la nostra sottomissione ad un padrone e la nostra rinuncia alla sovranità della nostra mente e del nostro corpo.”

La seconda obiezione – di ordine assai più concreto – scaturisce dai rischi oggettivi corsi da coloro che decidano di auto-schedare le proprie impronte. Infatti le case produttrici riconoscono che le impronte digitali potranno essere utilizzate per identificarsi prima di acquistare le app presso gli store online, in remoto, elemento che conferma che le impronte saranno catalogate al’interno di banche dati remote; altrimenti non sarebbe possibile effettuare il raffronto all’atto degli acquisti.
Il punto, da tenere in debita considerazione, è che tali banche dati potrebbero essere violate tramite hackeraggio, elemento che rappresenta un rischio per gli utilizzatori, dal momento che una volta in possesso delle impronte digitali di un ignaro utente, grazie alle tecnologie di stampa 3D non sarebbe complicato riprodurle in formato tridimensionale ed utilizzarle per disseminare falsi indizi all’interno di una qualsiasi ‘scena del crimine.’

“Sono sicuro che qualcuno in possesso di una buona copia di un’impronta digitale e una decente capacità di ingegneria dei materiali, o anche solo di una stampante di buon livello – sarebbe in grado di farlo. (…) Se il sistema è centralizzato, ci sarà un ampio database di informazioni biometriche che sarà vulnerabile alle violazioni da parte degli hacker.”

Non sarà forse il momento di fermarsi a riflettere su quanto potrebbero costarci i nostri nuovi, apparentemente innocui giocattoloni digitali?

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Geni che odiano i talenti

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di Sebastiano Caputo

Come in politica anche nel mondo artistico si distinguono genio e talento. Otto Weininger, morto suicida all’età di ventitré anni per colpa di una scommessa persa con un amico, scriveva a proposito: “il genio è l’uomo atemporale e le sue opere vivono eternamente”. Il genio è inattuale perché sfugge al presente, non è figlio della sua epoca, tantomeno può essere spiegato in relazione ad essa. Questa è la ragione per cui l’industria culturale nella società dell’intrattenimento denigra la genialità e produce solo talenti, profondamente conformisti, effimeri, consumabili, usa e getta. La letteratura suggerisce “il libro dell’anno”, il cinema premia i film più avvincenti, l’arte concepisce “ready made” e “happening”, la musica si riduce al “Talent Show”.

In fondo il genio musicale ripudia la televisione, non passa in radio, se ne frega di vendere dischi, vede il mainstream come un tradimento. È la storia di Rino Gaetano, legato alla sua terra di origine, la Calabria, ostile nei confronti delle etichette discografiche, scettico in merito alla sua partecipazione al Festival di Sanremo, ma costretto dalla RCA (casa discografica) a cantare “Gianna” invece di “Nuntereggae più”, come invece avrebbe voluto lui. Quella musica che lui stesso detestava – dopo il festival, pentito, disse: “Sanremo non significa niente e non a caso ho partecipato con Gianna che non significa niente” – ebbe però un grande successo, rimanendo per quattordici settimane nella Top Ten e vendendo oltre 600mila copie. “Gianna”, commerciale, melodica, priva di senso, faceva del genio Gaetano, un semplice cantante di talento, un esecutore, un personaggio d’intrattenimento. Allo stesso modo Fabrizio De André affermava nel 1984 ai microfoni di Mixer: “certe volte mi sentivo inorgoglito, altre volte deluso. Ma sempre in ogni caso un po’ vergognoso a vedermi quasi costretto a sfogliare le riviste specializzate, per scrutare con un occhio quasi da lumaca, fuori dalle orbite, quale posizione avesse ottenuto in classifica il mio ultimo, cosiddetto, prodotto discografico. Perché questo voleva dire che il disco in quanto funzione oggettiva di consumo, aveva assunto un’importanza superiore a quella delle canzoni per le quali viveva, e nelle quali sinceramente mi sentivo di avere vissuto”.

I tempi sono cambiati, gli artisti anche. Ad Alessandro Mannarino, unico ed ultimo erede della cultura musicale degli anni Settanta, si contrappongono i concorrenti di X Factor, i quali, a furia di professarsi trasgressivi, tra tatuaggi, bling bling, spogliarelli, piercing, smanicati, vestiti alla moda, capelli platinati, non fanno altro sacrificarsi sull’altare dell’omologazione. Questa assolutizzazione dell’arte musicale, che di fatto è sinonimo di appiattimento culturale, viene santificata da quattro giudici che non cercano il genio, ma il talento, che non vogliono l’avanguardia ma l’imitazione. Mai come nei Talent Show il critico d’arte si è trasformato nel portavoce dell’industria culturale che inserisce lancia nuovi prodotti nel mercato discografico.

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Il nuovo ordine dell’Europa: distruggere ogni differenza

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di ida Magli

All’inizio degli anni Novanta le scienze umane sono state fatte sparire dall’orizzonte dell’informazione di massa, semplicemente con il silenzio, non parlandone più \. Dato l’enorme entusiasmo che avevano suscitato nel periodo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale fino agli anni Novanta, il fatto che nessuno abbia fatto rilevare questa sparizione sarebbe «strano» se non rappresentasse la conferma che la sparizione è stata voluta.

 Le cattedre ovviamente sussistono, ma le loro scienze non fanno più notizia \. Contemporaneamente sono state eliminate dalle scuole, per ordine dell’Ue, antiche, nobilissime e essenziali discipline come la geografia, la letteratura latina e greca con le lingue corrispondenti, riducendole tutte a fantasmi, innocui brandelli di un sapere inesistente. Perfino la storia, privata di tutti i contributi metodologici di cui l’epoca moderna l’aveva arricchita, sembra diventata un residuo d’altri tempi, impotente a dare agli uomini quella consapevolezza di se stessi che ne è il frutto principale, conquista fondamentale della civiltà europea. Anche questo è stato deciso e messo in atto nel più completo silenzio.

Sembra di vivere in una società di analfabeti, dove nessuno è in grado di valutare e di esprimere un giudizio su simili provvedimenti. Eppure anche soltanto il corpo insegnanti italiano (ma il decreto riguarda tutte le scuole dell’Ue) è costituito da circa un milione di persone. Come mai non hanno protestato, non hanno espresso il loro parere su una decisione così grave? Di fatto i governanti, provvedendo a educare tutti con le scuole di Stato, hanno dettato anche il tipo di insegnamento cui i sudditi debbono essere sottoposti, tipo d’insegnamento che possiamo riassumere nel dato che segue: gli studenti debbono studiare in modo da non imparare nulla, o quasi. Per prima cosa non debbono imparare a «pensare», a che cosa serva «pensare», a che cosa serva «conoscere»; di conseguenza, debbono imparare tutto senza imparare nulla su di sé, sulla propria vita, sul proprio ambiente, sul proprio gruppo, sulla propria storia, sulle istituzioni e sul potere che le regge. Sembra evidente che tutto questo sia stato programmato in vista dell’ideologia di chi comanda in Europa, o almeno di quello che si suppone sia questa ideologia: l’omogeneizzazione mondiale, la formazione di persone tutte uguali: i «cittadini del mondo».
È obbligatorio, pertanto, insegnare ai ragazzi quale sia la verità sul sesso stabilita dal Potere. Non quella che il bambino vede, sente, tocca su di sé da quando è nato, quella della natura che ha fornito il pene e l’utero per la prosecuzione della specie, Dna diversi fra maschi e femmine, così come ha fornito gli occhi per vedere, i polmoni per respirare, ma quella del gender (termine che non viene mai tradotto vista la sua ambiguità). Che poi è ovviamente quella imposta dagli omosessuali «maschi» e che l’Italia ha approvato: si è maschi o femmine, o anche trans, se l’individuo crede o pensa o desidera, o «sente» di esserlo. Il Consiglio d’Europa ha fornito la traccia obbligatoria per tutti. Al Policlinico di Bari si effettuano cambiamenti di sesso con 170mila euro a intervento forniti dalla Regione Puglia, stanziamento che naturalmente serve a incrementarli. Perché si vogliono rendere più frequenti e «normalizzare» i cambiamenti di sesso caricandone la spesa sulle spalle della società? La spiegazione va cercata nel loro desiderio di integrazione. Le tecniche chirurgiche odierne facilitano questo scopo, anche se si tratta di operazioni di per sé molto complesse, e che lasciano sempre, o quasi sempre, conseguenze negative fisiche e psicologiche.
Una cosa, però, la si può dedurre con sicurezza da questi comportamenti: nella direzione di senso impressa all’Europa dal Laboratorio per la Distruzione l’uguaglianza finale non sarà soltanto quella delle idee, della lingua, della religione, della Patria, ma anche fisica. L’uguaglianza che si persegue, però, è il più possibile «indistinta», di cui il modello è il «trans» \. Quello che abbiamo davanti oggi, dunque, in Occidente, è il mondo della non-forma che pretende di diventare modello prevalente sulla forma. È ciò cui tende il Laboratorio per la Distruzione: nulla è più debole della non-forma. Come è ovvio, sul grigio cui si sta riducendo l’Europa, debolissimo di per sé, vincerà il «nero».
Si tratta, dunque, di preparare i giovani a non appartenere a nulla, a non identificarsi in nulla, a non sapere orientarsi sessualmente ma anche geograficamente, come è stato affermato con semplicità eliminando la geografia dagli insegnamenti scolastici: a che servirebbe visto che il pianeta appartiene a tutti? Perfino della psichiatria e del problema dei malati di mente, di cui si era discusso in Italia con grande passione dal ’68 in poi a causa delle teorie di Franco Basaglia sulla necessità di chiudere i manicomi e di liberare i pazienti da una vita presso a poco carceraria, adesso non si sente più parlare. Non esistono più malati di mente? Come si curano? Come se la cavano i parenti nell’assisterli? Non lo sappiamo. È evidente che l’informazione in proposito è stata messa a tacere.

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Democrazia totalitaria

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di Tommaso Segantini

Quando si parla di totalitarismo o di regimi totalitari, oggi, si fageneralmente riferimento al fascismo, al nazismo o al comunismo sovietico del Novecento. Sono stati scritti infiniti libri sulle caratteristiche di queste societa’ etichettate, giustamente, totalitarie. Alcune di queste caratteristiche sono per esempio la repressione dei dissidenti (basti pensare ai gulag sovietici), l’uso della violenza per creare terrore, o l’uso massiccio della propaganda, in grado di controllare il pensiero e quindi le vite degli individui.

Lo scopo di questo articolo e’ di mostrare che alcune caratteristiche tipiche dei regimi totalitari appena citati, che ci appaiono lontani, appartenenti ormai solo alla storia passata, sono tuttora presenti nelle nostre societa’ occidentali. E’ importante sottolineare che le forme di controllo delle elite sulla popolazione sono cambiate, sono diventate quasi invisibili, impercettibili, ma piu’ efficaci che mai. Efficaci a tal punto che le masse hanno interiorizzato, e ritengono naturali, giuste e razionali le leggi del capitalismo assoluto di oggi. Assoluto perche’ non c’e’ piu, oramai, alcuna opposizione ideologica ad esso. L’ideologia dominante neoliberista legittima il mondo di oggi insieme a tutte le sue contraddizioni e, punto cruciale, lo eternizza, impedendo a priori anche solo l’ideazione di un tipo di societa’ alternativa a quella odierna. La propaganda del Novecento oggi e’ sostituita da una spaventosa omologazione mediatica. I mass media sono largamente influenzati da poteri economici e finanziari, e la contrapposizione ideologica tra le diverse testate e’ minima o nulla. Come puo’ questa omologazione dei media portare alla formazione di un pensiero critico tra i membri della societa’, che e’ probabilmente l’elemento piu’ importante per il buon funzionamento di un sistema democratico?

Interessante e’ anche l’aspetto della violenza. Almeno quella,  infatti, sembra essere assente dalle nostre societa’ occidentali. E’ comune l’affermazione che l’Unione Europea ha garantito un periodo di pace in Europa senza precedenti nella storia. Questo e’ vero, se si identifica la violenza col carro armato e con l’invasione militare. Diego Fusaro afferma pero’ che “il nuovo Hitler non si presenta con la svastica e il braccio teso: parla un inglese fluente, si appella alle sacre leggi della finanza e alla volontà del mercato, identifica la libertà con la liberalizzazione integrale”.  Sempre citando Fusaro, ” lo spread ha preso il posto dei carri armati”. La violenza non e’ piu quindi solo militare ma di tipo economico. Un esempio concreto e attuale di questo nuovo tipo di violenza e’ la Grecia, messa in ginocchio dall’Euro e dalle misure di austerita’ europee.

Infine, il nostro sistema economico e’ dominato da multinazionali, descritte da Chomsky come “le istituzioni umane piu’ vicine al totalitarismo”. Esse sono entita’ sovranazionali, non vincolate a nessun territorio, e capaci di influenzare se non interamente dettare le agende dei governi. Per fortuna i regimi totalitari del Novecento sono passati, ma occorre rendersi conto che il desiderio delle elites di controllare le nostre vite, di manipolarci, di renderci schiavi, e’ sempre vivo; e’ dovere di noi cittadini unirci e combattere contro questo nuovo tipo di dittatura economico-finanziaria.

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La Spirale del Declino Culturale. Un Nuovo Rinascimento?

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di W. de Gruijter

Gli scienziati stanno schiacciando il tasto ‘Panico’, dato che sembra ormai ragionevole ipotizzare l’avvento di una inaudita catastrofe umanitaria dovuta all’incremento delle disparità economiche.

Tuttavia nessuno sembra voler far nulla per evitare che ciò accada; soprattutto perché il linguaggio etico ha smesso di interessare la politica che si occupa di economia. Per cui adesso si assiste ad un tentativo di rivitalizzare l’argomento etico.

E’ un tema che sta tornando in voga poiché dall’uscita del bestseller dell’economista francese Thomas Piketty e del libro degli epidemiologi inglesi Kate Pickett e Richard Wilkinson, praticamente nessun pensatore critico può più permettersi di ignorarlo. Il colpo di Stato finanziario evolutosi dall’inizio degli anni ’80 condurrà inevitabilmente a un disastro umanitario che coinvolgerà tutti gli interessati, tanto i ricchi quanto i poveri. Ma nel frattempo nessuno muove un dito per evitare che il disastro si consumi.
Viene da chiedersi:
“Chi creerà per l’umanità un sistema di interpretazione valido che identifichi e differenzi le azioni buone da quelle cattive, l’insopportabile dal sopportabile?”
Si tratta di una questione etica ancora priva di risposta, che lo scrittore russo Aleksandr Solženicyn (1918-2008) espresse ritirando il premio Nobel nel 1970, e che non è mai stata tanto attuale. Difatti l’argomento ‘etica’ sta per fare ritorno nel discorso culturale, soprattutto in materia economica. Sebbene al momento la prospettiva possa sembrare piuttosto inconcepibile ci sono diverse buone ragioni per ritenere che il cambiamento stia per interessare la nostra società.
Le culture rifioriscono a seconda della stagione, esattamente come le piante ed i fiori. Secondo il filosofo, storico e Premio Nobel britannico Bertrand Russell (1872-1970), tutto ciò frequentemente si verifica tra fasi di rigorosa moralità e decadenza morale. Sicché non credo che il ‘libero’ paradigma espressione del mercato decadente, dove tutto gira intorno alla competizione, al consumo e alla manipolazione possa ritenersi scolpito per l’eternità nella pietra della cultura. Il libero mercato è maturo per un po’ di moralità, dal momento che questo dogma unilaterale della crescita economica sta ostacolando in modo sempre più radicale la rifioritura e la crescita della cultura.
In primo luogo, per rendere le cose più chiare, bisogna chiarire che un paradigma – o visione del mondo – è una rete di idee, tramandate di solito attraverso l’educazione, l’istruzione, i media e la politica, con cui l’individuo dà un senso all’esperienza della propria esistenza (emozioni, istinti, intuizioni e razionalizzazioni). E’ molto importante capire il significato del concetto, dal momento che all’interno delle idee paradigmatiche si cela un potere enorme, quasi magico; soprattutto perché tutti inconsciamente le fanno proprie.
Nella nostra epoca la maggior parte delle persone accetta l’idea che il possesso di prodotti, in particolare quelli rari o quelli che rendono la vita più comoda, determini se qualcuno meriti rispetto e amore. E chi non desidera sperimentare l’amore? Pertanto la maggior parte della gente si fa in quattro, per così dire, con l’obiettivo di ottenere quella roba che dovrebbe garantirle la ‘felicità.’ Ironia della sorte, in questo modo spesso trascura i momenti (le scelte) senza prezzo fondamentali per lo sviluppo personale. Eppure nell’ottica economica questo è esattamente l’atteggiamento più appropriato. Perché quanto più ci si isola, tanto più elevata è l’assenza d’amore, maggiore è la compulsione nell’acquistare cose che compensino il vuoto interiore – equazione estremamente nota al settore del marketing.
Intanto da tale mentalità (come da qualsiasi altra cosa) si sviluppano conseguenze. L’idea che il valore delle persone dipenda dalla quantità di prodotti posseduti crea un folto insieme di effetti collaterali. Ciò spiega, ad esempio, l’accettazione sociale che un banchiere fallisca a spese della collettività per poi proseguire la carriera come se niente fosse, mentre nei ranghi più bassi della società una frode di un migliaio di dollari possa essere punita con la detenzione in carcere.
Quando una società si basa sempre più unilateralmente sui beni materiali, ecco che inizia a trascurare gli elementi di natura immateriale, come – nel precedente esempio – la giustizia sociale. Ma anche l’importanza di cose come la compassione, la solidarietà e la cooperazione sono trascurati all’interno della visione del mondo materialista e competitivo; ciò che emerge è una mentalità da ‘ognuno per se’, che cammina di pari passo con un atteggiamento cinico; come se la fede nella bontà intrinseca del genere umano stia lentamente disintegrandosi, soppiantata da un quadro molto più oscuro della natura umana. Cinismo comprensibile, considerato il contesto, che genera passività e minaccia realmente gli interessi della comunità nel suo insieme; tutto ciò potrebbe comportare un peggioramento delle cose, specie se abbiamo a che fare con una sorta di profezia auto-avverante.
Tutto sommato non si può escludere che sia stato messo in moto un circolo vizioso di declino culturale. Anche una serie di recenti ricerche effettuate dagli epidemiologi britannici Kate Pickett e Richard Wilkinson hanno sottolineato tale concetto. In effetti le persone risultano essere molto più intimamente interconnesse di quanto vorrebbe dare ad intendere la superficiale mentalità materialistica. Per la precisione, man mano che la gerarchia sociale si accresce (e con essa le disparità tra ricchi e poveri), le persone sono sempre più valutate sulla base della loro ‘roba’, piuttosto che in funzione della loro reale essenza di esseri umani.
Psicologicamente tutto ciò è vissuto con un incremento della pressione, dato che per soddisfare questo tipo di standard è necessario coltivare regolarmente una mentalità nota per i suoi rischi per la salute. Infatti nei paesi ove vigono grandi differenze di ricchezza si registra un elevato incremento delle malattie legate allo stress, della diffidenza reciproca, di disturbi psichici come la depressione e le dipendenze. Inoltre la pressione legata al desiderio di ‘successo’ porta – tra le altre cose – ad un incremento degli abbandoni scolastici e ad una diminuzione dell’aspettativa di vita media. In realtà molti accademici sono arrivati a concludere che l’unico tipo di personalità che si adatti a vivere bene nel mondo neo-liberista sia quella dello psicopatico, qualcuno cioè che è naturalmente incline a sperimentare minore stress e dolore interiore.
Quest’ordine di cose non può proseguire per sempre, come ha affermato lo scrittore russo Aleksandr Solzhenitsyn. Non è lontano il momento in cui il freddo materialismo, esattamente come erose il modello comunista, finirà per erodere dall’interno anche quello neoliberista, essenzialmente a causa della totale carenza di ispirazione e vitalità all’interno della società che ne è diventata espressione.
Questa situazione è tutt’altro che statica. Esistono naturalmente numerosi parametri coinvolti – ma in base alla capacità umana di ragionare e fronteggiare un problema comune, prima o poi i valori immateriali torneranno nel cuore del dibattito pubblico; soprattutto in tema di economia. Tale necessario reflusso prenderà l’avvio da un punto di svolta emblematico (ad esempio il fallimento di una banca ritenuta troppo grande per fallire, oppure un movimento di protesta di massa) e la rivalutazione complessiva del ragionamento etico tornerà ad essere una realtà; e non stupitevi se tale argomento sarà propugnato dai repubblicani (in quanto è già accaduto  in passato): se le regole del gioco cambiano, tutto è possibile.
Nel frattempo la visione dominante degli ultimi trent’anni sta lentamente crollando sotto il fardello dell’attuale crisi. In un numero crescente di persone stanno facendosi strada seri dubbi al riguardo. Perfino a Wall Street, dove aziende come Standard & Poor’s hanno iniziato a denunciare apertamente le pericolose conseguenze dell’incremento delle disparità economiche.
Chi lo sa; forse i primi sintomi di un nuovo rinascimento sono già avvertibili.

L’autore: Werner de Gruijter è uno psicologo sociale e moderatore delle Symposion Nights, piattaforma per il pensiero critico con sede in Amsterdam.

Articolo in lingua inglese, pubblicato sul sito Global Research
Link diretto:
http://www.globalresearch.ca/a-vicious-circle-of-crisis-and-cultural-decline-towards-a-rebirth-of-the-west/5397140

Traduzione a cura di Anticorpi.info

L’ unificazione del pensiero nella società

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di Alessandro della Ventura

 

Il mondo che conosciamo oggi, checchè se ne dica, è un mondo molto meno libero di quello che pensiamo. Tutto ciò che riteniamo opportuno, nella norma, attuabile è filtrato da un subconscio collettivo che viene instillato in noi fin da quando muoviamo i primi passi nella società, momento che può essere rappresentato dall’incontro con la scuola. Quando entriamo nella scuola siamo dei bambini gioiosi, ansiosi di poter esprimere la nostra voglia di vivere e la nostra creatività al prossimo. Ma non appena ci imbattiamo in questa istituzione ci vengono tarpate le ali e la nostra unicità viene vista come un pericolo, come un fattore destabilizzante dell’ordine della società poichè potente oltre ogni misura e incontrollabile. Questo avviene in buona parte con l’inconsapevolezza degli insegnanti che si trovano ad agire per instradare questa moltitudine di ragazzini all’interno di una società che li vuole in un determinato modo: uniformati, senza spirito critico, controllabili e usufruibili per gli scopi del sistema. Gli insegnanti sono assolutamente necessari per la crescita dei bambini, in quanto supervisori e supporto delle famiglie per la formazione di una buona educazione dei futuri cittadini. Ma ‘formazione’ non va intesa nel senso di indottrinamento ma come reindirizzamento delle proprie pulsioni e di tutto quanto possa recare danno al prossimo verso una pacifica convivenza nella società, che può essere perseguibile lasciando libero sfogo alle tendenze personali e alle capacità del singolo e non invece sacrificandole.

Lo scenario che invece si configura è terribilmente rassomigliante a quello che ci facevano vedere i Pink Floyd nella loro celebre canzone “Another brick in the wall”. I ragazzi sono al pari di burattini che vengono del tutto espropriati della loro personalità, costretti a rispondere alle esigenze del sistema. Ridotti a semplici ingranaggi di un’enorme macchina il cui unico scopo è andare avanti nella produzione fregandosene dei dettagli, di tutto quello che c’è al di sotto e che realmente muove il mondo. Così afferma Martha Nussbaum, una tra le filosofe più influenti nell’etica e nella pedagogia contemporanea: “in un mondo che obbedisce alle leggi del mercato, anche la scuola si è dovuta ‘adattare’. L’importante, secondo la concezione della scuola di oggi, non è fornire agli studenti gli strumenti necessari per riflettere e per interrogarsi sul mondo, ma è far andare avanti un sistema a un ritmo sempre più sfrenato. Oggi il sistema scolastico è diventato una sorta di fabbrica che sforna giovani ingegneri, economisti, tecnici, pronti a inserirsi nell’ingranaggio infernale del sistema capitalistico odierno.”

Da tutte queste considerazioni si evince come il sistema scolastico sia il punto nodale attraverso cui è possibile avviare una definitiva inversione di tendenza e ricostruire un nuovo modo di concepire gli altri e il mondo che ci circonda.

Ma un altro errore che troppo spesso in questo periodo si compie è di concepire un modello giusto ed egualitario di società in quanto “omologazione” e abbattimento delle alternative possibili, in modo da appianare le differenze e dare l’impressione che sia tutto in ordine e equamente distribuito.

E’ esemplare quello che sta accadendo in campo politico-economico. Sta sempre più emergendo una tendenza globale, fondamentalmente di stampo capitalista neoliberale, che tende a soppiantare tutte le strade “non convenzionali” e a far apparire il modello di società odierno come l’unico possibile e in cui non può essere apportato alcun cambiamento, pur essendo evidente la sua imperfezione. Citando il professore di filosofia Diego Fusaro: “Il sistema oggi non dichiara la propria perfezione ma si fa vanto della propria imperfezione non pronunciandosi sulla possibilità di trasformazione” e ancora il primo comandamento del modello sociale appare come “Non avrai altra società all’infuori di me”.

Quella che potrebbe sembrare una visione universale, neutrale, aperta alla possibilità di scelta e autodeterminazione delle altre culture in realtà cela in sè una prospettiva discriminatoria e particolaristica di ciò che è la vita buona cosicchè le culture minoritarie od oppresse sono costrette ad assumere una forma estranea. Questo è stato individuato in modo lungimirante dal filosofo canadese Charles Taylor: “la presunta società equa e cieca alle differenze non solo è disumana (perchè sopprime le identità) ma è a sua volta, in modo sottile e inconscio, fortemente discriminatoria. [...] l’idea stessa di un simile liberalismo potrebbe essere una sorta di contraddizione pragmatica, un particolarismo mascherato da universale.”

Un altro esempio di questa tendenza a soppiantare ogni via centrifuga dall’opinione unica e dominante è il continuo ridimensionamento del ruolo della filosofia e dell’arte nell’istruzione. Entrambe infatti aprono le menti alla creatività personale, permettono di esprimere pienamente la propria unicità e trascendono il concetto stesso di giusto e sbagliato, normale o meno secondo l’opinione comune.

Il processo di unificazione del pensiero irrompe con la globalizzazione che, dietro l’illusione di farci sentire più vicini al di là delle distanze geografiche, ci sta rendendo tutti uguali senza una cultura, valori, senza spirito critico. Invece di permetterci uno scambio proficuo di rapporti interculturali ci sta abbassando tutti sullo stesso piano, ossia spersonificati, costretti ad osservare il mondo che ci circonda attraverso una lente che ci viene imposta e costruita ad arte. Dobbiamo invece imparare a rivalutare il potere intrinseco dell’individuo in quanto persona unica e inimitabile, che è speciale proprio per la sua ‘diversità’ e per la sua capacità di manifestare la propria essenza in base alle sue aspirazioni.

Il mondo è bello proprio perchè è vario. Ricordiamolo sempre.

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Quando Bukowski invitava a “non parlare così forte e a leggere Cèline”

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di Francesca Varasano

Ho iniziato a leggere Bukowski in prima liceo, alla fine degli anni ’90 – lo scrittore era venuto a mancare pochi anni prima, nel 1994. Un qualche compagno di classe aveva sentito parlare di Post Officee l’aveva preso in prestito in biblioteca: la versione originale era del 1971 e quella che era arrivata a noi era una ristampa economica, che ci siamo passati di mano in mano, leggendola con avidità (va da sè che nel caso in cui la copia in questione non sia mai stata restituita, ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale).

Quando il programma di italiano prevedeva il Dolce Stil Novo, Petrarca e Poliziano, Bukowski era inaspettato, rivoluzionario. Ne parlavamo all’intervallo; quando la ricreazione era finita se ne discuteva nei gabinetti – perché i bagni dei licei italiani come è noto ne sono il salotto letterario e la tribuna politica. Bukowski raccontava addirittura Los Angeles quando non c’era nemmeno Ryan Air a portarci a Londra al prezzo di un paio di jeans nuovi; ne raccontava il degrado, la rabbia e lo faceva con disprezzo o ironia, e noi lo capivamo tutto o così ci sembrava: a sedici anni gli scrittori ci parlano in privato e i libri ci cambiano la vita. E poi: che grammatica, che stile, che punteggiatura! Niente rime, niente metafore, poche lettere maiuscole e molte imprecazioni: Post Office non fu per me che l’inizio di un amore duraturo per l’opera di un autore complesso e prolifico.

Bukowski ha condiviso con i lettori un’infanzia dolorosa (Panino al prosciutto) e una profonda vena poetica; l’alcolismo e la solitudine; il cinismo e la tragica inutilità di molti lavori dell’età contemporanea, la spaventosa chimera della possibilità di carriera. Ci ha messo in guardia contro il cosiddetto successo, ha espresso riserve sulle trappole del posto fisso e l’alienazione delle masse: è stato l’antitesi della gauche caviar e dei benpensanti. In povertà, combattendo per farsi pubblicare, scriveva in una Los Angeles agli antipodi dell’American dream con rabbia e disgusto per alcuni aspetti della civiltà contemporanea (prima di tutto il mercato del lavoro), sentimenti vivi più che mai nell’Occidente riemerso dalla crisi dei mutui subprime.

A vent’anni dalla morte, una biografia celebra la vita e l’opera di Bukowski: Tutti dicono che sono un bastardo (edizioni Bietti), di Roberto Alfatti Appetiti.

Il libro prende in considerazione molti aspetti della vita dello scrittore: dalla travagliata storia familiare al lavoro da postino alle prime pubblicazioni, dal (difficile) rapporto con le donne e il femminismo a quello con la corrente letteraria beat (altrettanto difficile). Ne emerge un ritratto molto umano, lontano dai clichés e non privo di contraddizioni: nel mondo dell’editoria, Bukowski sembra incapace di mantenere rapporti amichevoli anche con quei pochi che lo appoggiano quando non apertamente ingrato e sfacciato, in linea con il titolo del libro. Anche se le donne vanno e vengono (ma per di più vanno), un amore immenso ha caratterizzato la vita di Bukowski – l’amore per la letteratura: profondo e totalizzante, pare essere un sentimento ideale che ammette pochissimi eletti e non risparmia mostri sacri (sì a Dostojevskij, no a Gogol’; sì a Fante, no a Shakespeare).

La visione politica di Bukowski è controversa e radicale, un riflesso della vita e del carattere dello scrittore: Alfatti Appetiti ne fa un resoconto dettagliato, dedicandogli un capitolo apposito.

Essere di origine tedesca nell’America del dopoguerra non era stato facile, nè lo era stato sopravvivere ad un padre dispotico e violento e ad una forte forma di acne giovanile: l’adolescenza di Bukowski pone le premesse per un’esistenza ai margini, da outsider. In questo contesto, una volta all’università, si avvicinerà a gruppi filo nazisti, naturalmente più a suo agio fra i reietti che fra i vincenti. Non legge il Mein Kampf nè si cura di Hitler ma ammira gli eroi di guerra tedeschi e, soprattutto, vuole provocare. Anche più avanti, presto stanco del fanatismo dei nazisti e lasciata l’università, ci tiene a mantenere la fama guadagnata: «una sera venne uno studente a casa mia e dopo alcune birre mi disse: “il mio prof dice che sei un nazista e che venderesti tua madre per cinque centesimi”. “Non è vero, mia madre è morta”». Di certo detesta quanto percepisce come ipocrisia di sinistra e non ha simpatie per il comunismo, ma il credo politico ed umano di Bukowski non è semplicemente un’ideologia: è il disgusto profondo per il politicamente corretto, è l’opposizione alla dittatura del pensiero prevalente, ad ogni costo. Meglio ancora se si può essere additato come nazista, beffandosi dei benpensanti.

Lontanissimo da queste provocazioni, oggi Bukowski è per di più un nome a piè pagina per giustificare aforismi di dubbia provenienza da condividere su Facebook. Una ricerca su Google per citazioni di e su Bukowski dà circa 165,000 risultati – davvero mainstream per un autore che si era trovato a suo agio soltanto con gli emarginati: una biografia sincera e senza reticenze, che raccontasse un Bukowski appassionato, difficile, a volte anche bastardo era necessaria.

Irriverente, irrispettoso, disincantato e ironico, non risparmiava le opinioni – alla fine degli anni ’80, intervistato da una giornalista italiana che gli chiede ovviamente «che cosa vorrebbe dire al pubblico italiano?», risponde: «di non parlare così forte e di leggere Cèline». (da Rivista politica)

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