LA PRIVATIZZAZIONE DELLA POLITICA E IL MOLOCH DELLO SVILUPPO

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di Francesco Viaro

La tragedia avvenuta in Bangladesh riaccende i riflettori sulla questione delle esternalizzazioni nella produzione di beni da parte dei grandi marchi. La produzione materiale di abiti, macchinari e accessori tecnologici avviene spesso in Paesi del terzo mondo o cosiddetti emergenti; se da una parte c’è l’ovvia e immediata ragione economica (produrre in quei Paesi, dove le telecamere non sono mai accese, a costi ridottissimi e mantenendo in condizioni di semi-schiavitù la forza lavoro), dall’altra c’è anche la questione del marchio.

Il vero marchio trascende il prodotto in sé e diventa un’esperienza di vita, diventa filosofia di vita e parte della vita stessa, trascende il prodotto fisico anzi, il sogno dei grandi guru dei marchi è proprio quello di disfarsi del prodotto e di vendere il concetto, l’esperienza, l’emozione che esso contiene. Diventa difficile parlare di territorialità e di legame con il territorio quando si tratta di questi colossi, e internet diventa quindi lo spazio ideale per i marchi, “liberati dai Paesi del mondo reale dei negozi e della produzione, questi marchi sono liberi di elevarsi, proponendosi non tanto come diffusori di merci o servizi quanto come allucinazioni collettive” (1).

La politica non è da meno e le due amministrazioni Bush Jr. hanno attinto a piene mani dal modello delle hollow corporations, consultando esperti di indagini di mercato e di marchi. Difesa dei confini, protezione civile, intelligence e missioni militari all’estero sono state tutte appaltate a settori privati; il direttore del fondo di finanziamento, Mitch Daniels, ha espresso chiaramente il concetto: “il governo non ha il compito di fornire servizi, ma di accertarsi che siano forniti”. Chealrotte Beers, che aveva diretto diverse agenzie pubblicitarie, venne assunta come sottosegretario alla Diplomazia e agli Affari Pubblici e le critiche per quella nomina furono respinte dal segretario di Stato Colin Powell con queste parole: “Non c’è niente di male ad assumere una persona che sappia vendere. Noi vendiamo un prodotto, e ci serve qualcuno che possa rinnovare il marchio della politica estera e della diplomazia americana”.

La Lockheed Martin, famosa tra le altre cose per la paternità dei discussi caccia F-35, è il più grande appaltatore al mondo della difesa, e un’inchiesta del 2004 del “New York Times” elencava tutti gli ambiti in cui opera, tra cui l’organizzazione del censimento nazionale, la gestione dei voli spaziali e l’assistenza sanitaria. La privatizzazione della politica si estende anche oltre i patri confini: l’occupazione militare dell’Iraq ha visto un consistente impegno di compagnie private quali Blackwater e Halliburton. Quando uomini della Blackwater aprirono il fuoco in piazza Nisour a Baghdad, uccidendo diciassette civili, l’amministrazione statunitense se ne lavò le mani scaricando sugli appaltatori tutta la responsabilità, e la compagnia risorse rinnovando il marchio e assumendo il nuovo nome di Xe Services.

Gli attentati dell’11 settembre 2001 strinsero la nazione attorno al presidente Bush, molto contestato e molto poco apprezzato, e raccolsero molti Paesi europei e non, ostili a quell’amministrazione, attorno agli USA, cosicché l’intervento militare in Afghanistan venne accettato. La guerra all’Iraq fece però scendere nuovamente le quotazioni della Casa Bianca all’estero e a lungo andare anche all’interno della nazione. Il marchio USA era ai minimi storici, finché non arrivò Obama.

Barack Obama, durante la sua prima campagna presidenziale, ricevette più finanziamenti da Wall Street di qualsiasi altro candidato e, una volta eletto presidente, ha confermato nei gangli delle istituzioni economiche e finanziarie persone come Ben Barnake, e continua tuttora sulla strada neoliberista.
Le strategie geopolitiche statunitensi non cambiano: ostilità aperta nei confronti dell’Iran, un uso intensificato dei droni nelle zone di guerra, sostegno incondizionato a Israele (nonostante l’evidente e autentica antipatia di Obama per Netanyahu), opposizione a un blocco europeo unitario, Guantanamo rimane tuttora aperta e funzionante e Obama si è opposto ai processi contro i responsabili di Bush che autorizzarono le torture (2).

Si assiste così a una progressiva privatizzazione dello Stato e della res publica e delle relazioni internazionali. Il liberalismo economico è diventato un modello per i governi occidentali, d’altra parte il capitalismo è anche il portatore di una sua propria antropologia, quella dell’Homo  oeconomicus con la relativa riduzione di qualsiasi cosa a merce, a valore economico con una conseguente tendenza a ridurre i costi. La penetrazione del modello occidentale, che ha come modello gli Stati Uniti  ma che ormai li ha superati e inglobati, passa attraverso la proliferazione dei bisogni di nuovi beni da acquistare.

Il modello dello sviluppo prevede sempre nuovi consumatori e nicchie di mercato in ogni angolo del mondo, poiché ha bisogno di una inarrestabile ed esponenziale crescita. La crisi strutturale che stiamo vivendo e la consapevolezza che questo modello di crescita infinita non si concilia con un sistema chiuso e finito, quale è il nostro pianeta, stanno accelerando e diffondendo ideologie alternative, quali comunitarismo e decrescita.

Inquinamento e sfruttamento dell’ambiente stanno facendo sensibilizzare l’opinione pubblica, senza però mettere veramente in discussione il nostro modello, facendo così parlare di sviluppo sostenibile e di green economy; ma, come scrive Serge Latouche, per tentare di scongiurare magicamente gli effetti negativi dell’impresa sviluppista, siamo entrati nell’era degli sviluppi con l’aggettivo. […] Affiancando un aggettivo al concetto di sviluppo, non si rimette veramente in discussione l’accumulazione capitalista. […] Questo lavoro di ridefinizione dello sviluppo […] si regge sempre su idee di cultura, natura, giustizia sociale. Si ritiene di poter guarire un Male che colpirebbe lo sviluppo in modo accidentale e non congenito. […] Lo sviluppo sostenibile è il più bel risultato di questa arte di ringiovanimento dei vecchi tempi. Illustra perfettamente il processo di eufemizzazione attraverso gli aggettivi volti a cambiare le parole ma non le cose”.

Qual è allora un modello credibile e alternativo a quello dello sviluppo? Il punto è proprio questo: non esiste una grande potenza o un continente, una confederazione di stati e nazioni che possa offrirne uno. Crollato il blocco sovietico, è crollato anche il contrasto tra due grandi modelli e quello sopravvissuto ha invaso il mondo, sia pure con adattamenti particolari. Si tratta quindi di trovare una via che non metta al centro il profitto e i mercati, ma comunità, identità e non veda il pianeta contemporaneamente come una miniera da sfruttare indefinitamente e come discarica.

 

 

* Francesco Viaro è laureato in Lingue e Letterature straniere presso l’Università degli Studi di Padova.

 



(1)N. Klein, No Logo, p. 53

(2) http://www.eurasia-rivista.org/il-marchio-statunitense/18674/

 

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Terrorismo atlantico

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Dall’intervista a Daniele Ganser in Il terrorismo in Europa occidentale. Dalla “strategia della tensione” al giorno d’oggi, a cura di Giacomo Gabellini (collegamenti nostri – ndr).
Daniele Ganser, storico svizzero di prestigio internazionale, è ricercatore presso il Centro per gli Studi sulla Sicurezza (CSS) dell’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia (ETH) di Zurigo.
In Italia, è stato pubblicato dalla casa editrice Fazi il suo libro Gli eserciti segreti della NATO. Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, il più esauriente e dettagliato studio realizzato sull’argomento.

 

Anche paesi membri della NATO come la Germania (strage dell’Oktoberfest) e il Belgio (omicidi del Brabante) sono tuttavia stati pesantemente investiti dal fenomeno terrorista. Pensa che esistano collegamenti tra gli eventi che si sono verificati nei vari paesi? Quale obiettiva perseguivano, secondo lei, gli attentatori?
Si, nel corso della Guerra Fredda si sono indubbiamente verificati attacchi terroristici anche in altri Paesi, oltre all’Italia. Ci sono stati attentati anche in Germania, Belgio, Turchia, Francia e Svezia, dove venne assassinato il primo ministro Olof Palme. Per gli storici, è importante considerare ciascun attacco separatamente dagli altri, perché si tratta di crimini molto complicati. Penso tuttavia che esista un collegamento con gli eserciti segreti dell’apparato NATO-Stay Behind anche per quanto riguarda la Germania, dove nel 1989 si verificò l’attentato all’Oktoberfest di Monaco di Baviera, e il Belgio, scosso dalla campagna terroristica che colpì la regione del Brabante, rispetto alla quale sono emerse prove che conducono a un gruppo di destra denominato Westland New Post (WNP) che era a sua volta legato alla NATO. C’è un modello simile: in Italia, il gruppo di estrema destra Ordine Nuovo al quale apparteneva Vincenzo Vinciguerra, era connesso alla rete Stay Behind, e gli eserciti segreti di Stay Behind erano coordinati dalla NATO attraverso due organi segreti, il Comitato Clandestino Alleato (ACC) e il Comitato Clandestino di Pianificazione (CPC). Lo sappiamo grazie ad alcuni generali italiani che hanno partecipato a diverse riunioni di tali organismi. E’ pertanto possibile immaginare che la NATO e gli Stati Uniti abbiano coordinato gli attacchi terroristici in Europa occidentale sferrati da gruppi di estrema destra supportati dagli eserciti segreti di Stay Behind. Il problema è che fino ad ora noi storici ci siamo potuti basare solo su indicazioni, poiché non disponiamo di prove solide, e la NATO non intende assolutamente parlare del terrorismo che ha sconvolto l’Europa occidentale durante la Guerra Fredda. E’una questione molto delicata, naturalmente. Anche la CIA, che supportava gli eserciti segreti di Stay Behind, non vuole parlare di terrorismo in Europa. E nemmeno il presidente Barack Obama è disposto a trattare l’argomento. Si tratta pertanto di un difficile campo di ricerca, ma ciò non ci distrae dal nostro compito di far luce su questa rete di menzogne e violenza.

La proliferazione del terrorismo in Europa occidentale ha visto in molti casi (Italia e Germania in primis) la responsabilità di gruppi neofascisti. Non è però mancato il terrorismo di matrice opposta, messo in atto da fazioni come le Brigate Rosse e la Rote Armee Fraktion. In Italia, le operazioni compiute dalle Brigate Rosse hanno beneficiato di colossali inadempienze da parte delle forze di polizia, talmente evidenti da portare esponenti politici come Sergio Flamigni a pensare a un supporto attivo dei servizi segreti. Quale è la sua opinione in merito a ciò?
Non mi sono occupato in maniera molto approfondita delle Brigate Rosse e della RAF, quindi non saprei. Ho focalizzato i miei studi sugli eserciti segreti della NATO e sull’Operazione Gladio. Ma è più che plausibile, da quel che ho potuto vedere, che i servizi segreti si siano serviti sia delle frange terroristiche di destra quanto di quelle di opposta matrice. Si tratta di un’idea bizzarra per molti comuni cittadini, convinti che i servizi segreti adempiano al compito di proteggere la democrazia dai terroristi. Naturalmente, vanno effettuate ulteriori ricerche riguardo al terrorismo sostenuto dallo Stato.”

 

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I legami di Washington con i terroristi ceceni

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Wayne Madsen, Strategic Culture Foundation

Scorrendo la lista dei maggiori sostenitori statunitensi del movimento secessionista ceceno, che in certi punti è difficilmente distinguibile dai terroristi ceceni finanziati dagli alleati degli Stati Uniti Arabia Saudita e Qatar, si notano alcuni tra i più noti guerrieri freddi degli Stati Uniti. Le prove si accumulano sull’imputato delle morti alla maratona di Boston Tamerlan Tsarnaev, presumibilmente ucciso durante una sparatoria con la polizia il 19 aprile a Watertown, Massachusetts, che sarebbe diventato un musulmano ‘radicalizzato’ durante la partecipazione ad un programma coperto della CIA, gestito attraverso la Repubblica di Georgia, per destabilizzare la regione russa del Caucaso del Nord… L’obiettivo finale della campagna della CIA era spingere gli abitanti musulmani della regione a dichiarare l’indipendenza da Mosca e a inclinare verso i governi wahhabiti di Arabia Saudita e Qatar filo-Stati Uniti.
I media corporativi occidentali hanno in gran parte ignorato l’importante notizia riportata dale Izvestija di Mosca: Tamerlan Tsarnaev ha frequentato i seminari tenuti dal Fondo Caucaso della Georgia, un gruppo affiliato al think tank neo-conservatore Jamestown Foundation, tra gennaio e luglio 2012. I media statunitensi hanno riferito che durante questo lasso di tempo, di circa sei mesi, Tsarnaev veniva radicalizzato in Daghestan dall’imam radicale ‘Abu Dudzhan’, ucciso in uno scontro con le forze di sicurezza russe nel 2012. Tsarnaev aveva visitato il Dagestan anche nel 2011. Tuttavia, dai documenti trapelati dal Dipartimento controspionaggio del ministero degli Interni georgiano, Tsarnaev veniva individuato a Tbilisi mentre partecipava a ‘seminari’ organizzati dal Fondo Caucaso, creato durante la guerra Georgia-Ossezia meridionale del 2008, una guerra iniziata quando truppe georgiane invasero la Repubblica filo-russa dell’Ossezia del Sud, durante le Olimpiadi di Pechino. La Georgia è sostenuta militarmente e nell’intelligence da Stati Uniti e Israele, e il sostegno statunitense comprende consiglieri delle forze speciali statunitensi sul terreno in Georgia. I documenti segreti georgiani indicano che Tsarnaev ha frequentato i seminari della Jamestown Foundation di Tbilisi. La Fondazione Jamestown fa parte di una rete di neo-conservatori che si sono riciclati, dopo la guerra fredda, da antisovietici e anticomunisti ad anti-russi e “pro-democrazia”. La rete è costituita non solo dalla Jamestown e dal Fondo Caucaso, ma anche da altri gruppi finanziati dall’Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e dall’Open Society Institute di George Soros (OSI).
La Georgia è diventato un nodo dell’aiuto degli Stati Uniti all’opposizione russa che cerca di spodestare il Presidente Vladimir Putin e i suoi sostenitori. Nel marzo 2010, la Georgia sponsorizzò, con fondi di CIA, Soros e dell’inglese MI-6, una conferenza dal titolo “Nazioni nascoste, crimine continuo: i circassi e il popolo del Caucaso settentrionale tra passato e futuro”. La Georgia e i suoi alleati CIA, Soros e servizi segreti inglesi inviavano denaro e altre forme di sostegno al secessionismo delle minoranze etniche in Russia, tra cui circassi, ceceni, ingusci, balcari, kabardini, abazi, tatari, talysh e kumiachi. La conferenza del 21 marzo 2010 a Tbilisi fu organizzata dalla Fondazione Jamestown e dalla Scuola Internazionale di Studi del Caucaso dell’università di Ilia, in Georgia. Se secondo i documenti del controspionaggio georgiano Tamerlan Tsarnaev frequentò le conferenze della Jamestown a Tbilisi nel 2011, forse il russo FSB l’ha rintracciato al seminario sulle ‘Nazioni Nascoste’ della Jamestown, nel marzo 2010? In ogni caso, un anno dopo l’FSB ha deciso di contattare l’FBI sui legami di Tsarnaev con i terroristi.
La prima richiesta russa all’FBI avvenne attraverso l’ufficio dell’addetto dell’FBI presso l’ambasciata statunitense a Mosca nel marzo 2011. L’FBI ha atteso fino al giugno 2011 per concludere che Tamerlan non rappresentasse alcuna minaccia terroristica, ma aggiunse il suo nome nel sistema di controllo delle comunicazioni della tesoreria, o TECS, che monitora le informazioni finanziarie come i conti bancari detenuti all’estero e i bonifici. Nel settembre 2011, le autorità russe, ancora una volta, allertarono gli Stati Uniti sui loro sospetti su Tamerlan. Un secondo avviso giunse alla CIA.  Entro settembre 2011, le agenzie di sicurezza russe erano ben consapevoli che il seminario delle Nazioni Nascoste, tenuto l’anno prima, era stato un evento sponsorizzato dalla CIA e sostenuto dal governo di Mikheil Saakashvili in Georgia, e che si tennero altri simili incontri, e ne furono  pianificati altri, tra cui quello in cui partecipò Tamerlan Tsarnaev, a Tbilisi nel gennaio 2012. Ad un certo punto, dopo il primo avviso russo e introno al secondo, la CIA inserì il nome di Tamerlan nell’elenco Identities Terrorist Datamart Environment (TIDE), una banca dati con più di 750.000 voci gestito dal Centro nazionale antiterrorismo di McLean, Virginia. Leggi il resto dell’articolo

Il controllo dell’opposizione, da Goldstein a Soros e oltre.

 

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Nel suo ultimo libro, The Invention of the Land of Israel, l’accademico israeliano Shlomo Sand riesce a fornire prove concludenti sull’inverosimile natura della narrativa storica sionista: che l’esilio ebreo è un mito come lo è il popolo ebreo e anche la terra d’Israele.
Ma, Sand e molti altri affrontano l’argomento più importante: se il sionismo si basa su un mito, come è che i sionisti gestiscono una forma di vita con le loro bugie e per così tanto tempo?
Se “il ritorno a casa” degli ebrei e la richiesta di una casa nazionale ebrea non ha fondamenta storiche, perché è stata sostenuta da tanti ebrei e occidentali per così tanto tempo? Come ha fatto Stato ebreo durante così tanto tempo a festeggiare la sua ideologia razzista e espansionistica a spese del popolo palestinese e arabo?
Una risposta, è, ovviamente il potere ebraico, ma cos’è il potere ebraico? Possiamo fare questa domanda senza venir accusati di antisemitismo? Possiamo discuterne il significato ed esaminare la sua politica? E’ il potere ebreo una forza oscura, controllata e governata da un potere cospirativo? E’ qualcosa da cui gli stessi ebrei fuggono? Contrariamente, il potere ebraico, nella maggior parte dei casi, si sviluppa proprio davanti ai nostri occhi. Come sappiamo, l’AIPAC è lontano dall’essere silenzioso con la sua agenda, con le sue pratiche e obiettivi. L’AIPAC, il CFI nel Regno Unito, e il CRIF in Francia, funzionano in modo aperto di frequente fanno un vanto dei loro successi.
Ancor di più, siamo ormai abituati a vedere i nostri leader democraticamente eletti fare la fila, in modo sfacciato, per inginocchiarsi davanti ai loro padroni economici. I neo conservatori certamente non sembrano sentire il bisogno di nascondere le loro strette filiazioni sioniste. La lega Antidiffamazione (ADL)il cui presidente è Abe Foxman, lavora apertamente per l’ebraizzazione del discorso occidentale, per perseguire e molestare chiunque osi esprimere qualunque tipo di critica a Israele.E, ovviamente, la stessa cosa viene applicata ai mass media, alle banche,a Hollywood. Sappiamo dei molti potenti ebrei che non hanno la minima vergogna per i loro vincoli con Israele e il loro compromesso con la sua sicurezza, l’ideologia sionista, l’unicità della sofferenza ebrea, l’espansionismo israeliano e anche lo sfacciato carattere di eccezionalità ebraica.
Ma essendo onnipresenti, l’AIPAC, il CFI e l’ADL, Bernie Madoff, il “libertador” Bernard Henri-Levy, il difensore delle guerre, Aaronovitch David, il profeta del libero mercato Milton Friedman, Steven Spielberg, Haim Saban, Lord Levy, altri molti entusiasti sionisti e i difensori dell’Hasbarà (propaganda sionista) non sono necessariamente il nucleo o la forza propulsiva dietro il potere ebraico.Il potere ebreo è in realtà molto più complesso che una semplice lista dei gruppi di pressione ebraici o persone che sviluppano abilità altamente manipolatrici. Il potere ebreo ha una capacità unica perché smettiamo di discutere o anche contemplare lo stesso. E’ la capacità di determinare i limiti del discorso politico e della critica in particolare.
Contrariamente al sapere popolare, non sono i “sionisti di destra” quelli che facilitano il potere ebreo. In realtà sono “il Buono”, l’”illuminato”, e il “progressista” che fanno del potere ebreo il potere più efficace e contundente della terra. Sono i “progressisti” quelli che confondono la nostra capacità di identificare le politiche tribali giudeo-centriche incrostate nel cuore del neo-conservatorismo, nell’imperialismo statunitense contemporaneo e nella politica estera. Viene definito “anti” sionista chi fa tutto il possibile per sviare la nostra attenzione dal fatto che Israele si definisce come Stato ebreo e accieca di fronte al fatto che i loro carri armati sono decorati con simboli ebrei. Sono stati gli intellettuali ebrei di sinistra ad affrettarsi a denunciare i professori Mershmeimer e Walt, a Jeff Blankfort e l’opera di James Petra di fronte alla lobby ebraica. E non è un segreto che Occupy AIPAC, la campagna contro la lobby politica più pericolosa degli USA, sia dominata da pochi membri della tribù eletta. Dobbiamo affrontare il fatto che le nostre voci dissidenti sono lontane dall’essere libere. Al contrario, ci troviamo di fronte a un caso istituzionale di controllo dell’opposizione.
In 1984 di George Orwell, forse Emmanuel Goldstein è il personaggio centrale. Il Goldstein di Orwell è un rivoluzionario ebreo, un Leon Trotsky di finzione rappresentato come il capo di una misteriosa organizzazione chiamata “La Fratellanza” è anche l’autore della maggior parte del testo sovversivo rivoluzionario (Teoria e Pratica del collettivismo oligarchico). Goldstein è la “voce dissidente”, è chi dice la verità. Addentrandoci nel testo di Orwell ci rendiamo conto che il partito di O’ Brien “Inner Circle” in realtà è stato inventato dal Grande Fratello nell’ambito di un palese tentativo di controllare l’opposizione e i limiti possibili della dissidenza.
La personale narrazione di Orwell sulla guerra civile spagnola, omaggio a Catalogna, chiaramente anticipava la creazione di Emmanuel Goldstein. E’ stata la testimonianza di Orwell sulla Spagna ciò che un decennio dopo si trasformò in una comprensione profonda della dissidenza come una forma di opposizione controllata. La mia congettura è che, alla fine del 1940, Orwell aveva compreso la profondità dell’intolleranza e le tendenze tiranniche e complici che giacciono nel cuore della “grande fratellanza” della politica e della prassi nella sinistra.
Sorprendentemente, un intento di esaminare la nostra opposizione contemporanea controllata dentro la sinistra e del progressismo rivela che è molto distante dall’essere cospirazionista. Allo stesso modo nel caso delle lobby ebraiche, viene definita “opposizione” mentre cerca di coprire i suoi interessi tribali, il suo orientamento spirituale e ideologico e la sua affiliazione.
Un breve esame della lista delle organizzazioni create dall’Open Society Institute (OSI) di George Soros, presenta un panorama non chiaro. Quasi tutta la rete progressista statunitense si finanzia, in parte o in grande parte, da un sionista liberale, il multimilionario filantropo che sostiene molte cause importanti che sono in grande parte pro sioniste. Esattamente come il sionista Haim Saban, Soros non opera clandestinamente. La sua Open Society Institute offre orgogliosamente tutta l’informazione necessaria riguardo la quantità di shekels (moneta israeliana) con cui finanzia le sue cause.
Quindi non si può accusare Soros o l’Open Society di nessuna oscura ricerca del discorso politico che soffoca la libertà d’espressione, neanche di “controllare l’opposizione”. Tutto ciò che Soros fa è appoggiare un’ampia varietà di “cause umanitarie”: diritti umani, diritti della donna, diritti dei gay, l’uguaglianza, la democrazia, la Primavera Araba, l’inverno arabo, l’oppresso, l’oppressore, la tolleranza, l’intolleranza, Palestina, Israele, contro la guerra, favorevole alla guerra (solo quando sia veramente necessario) e così di seguito.
Come nel Grande Fratello di Orwell,che inquadra i limiti della dissidenza per mezzo del controllo dell’opposizione, l’Open Society di Soros determina anche i limiti del pensiero critico. Ma a differenza di 1984, dove è il partito ad inventare la sua stessa opposizione e scrive i testi, dentro il nostro discorso“progressista”, sono proprio le nostre voci di dissenso, volontariamente e coscientemente, quelle che compromettono i suoi stessi principi.
Soros può aver letto Orwell- e chiaramente credere nel suo messaggio- perché a volte sostiene anche forze oppositrici. Ad esempio finanzia il movimento filo sionista J.Street così come le ONG palestinesi. E indovinate cosa? Non ci mettono molto tempo i beneficiari palestinesi a mettere in discussione i loro preziosi principi per farli incastrare perfettamente alla visione del mondo del loro benefattore. Leggi il resto dell’articolo

La sinistra Margaret Thatcher

Thatcher

di Filippo Bovo

Solitamente quando muore qualcuno se ne tessono soltanto le lodi, anche se in vita il suo comportamento è stato tutt’altro che commendevole. Ovviamente è il caso anche di Margaret Tatcher, la “Lady di Ferro”, che s’è spenta ieri mattina a Londra all’età di 87 anni e che subito è stata incensata da buona parte dei media di tutto il mondo come una grande ed insostituibile statista. Eppure anche il cileno Pinochet e l’indonesiano Suharto hanno ricevuto post mortem onori simili, almeno in patria, quantunque la lista dei loro tetri “meriti” fosse fin troppo nota al mondo intero così come alla maggior parte dei loro connazionali. Verrebbe dunque da commentare: “niente di nuovo sotto il sole”.
Nata nel 1925, figlia di un droghiere e laureata in chimica, si fece subito notare già negli Anni ’60 per alcune misure (fu tra i pochi a votare per la depenalizzazione dell’omosessualità maschile e dell’aborto) che la identificavano come un personaggio controcorrente all’interno di quel partito conservatore che un giorno avrebbe egemonizzato. Ministro dell’istruzione nel gabinetto di Edward Heath del 1970, si presentò subito ai cittadini inglesi come “Lady Austerity”, abolendo il latte gratuito nelle scuole per i bambini tra i sette e gli undici anni. Fu subito ribattezzata “Thatcher, the milk snatcher” (Thatcher, la ruba latte). Quando, nel 1974, i conservatori persero le elezioni con una rovinosa sconfitta che spazzò via tutta la vecchia guardia, il partito era virtualmente già tutto nelle sue mani. Un anno dopo, nel febbraio del ’75, ne era già la leader.
Il nomignolo “Lady di Ferro”, col quale sarebbe stata conosciuta per tutta la sua carriera, le fu tributato da un giornale sovietico, dopo che in un suo discorso del ’76 attaccò duramente l’URSS. In quegli anni la sua opposizione al governo laburista di James Callaghan, impegnato in massicce nazionalizzazioni ed alle prese con scioperi, disoccupazione in crescita e progressivo deterioramento dei servizi pubblici, fu molto dura. In un’intervista del ’78 disse che “gli inglesi sono davvero spaventati che questa nazione possa essere sommersa da persone con una cultura differente”. Iniziava la criminalizzazione, politica, mediatica e sociale, di qualsiasi idea che non fosse appartenente all’alveo “liberale”: come vedremo, di lì a poco i sindacati sarebbero stati i primi a farne le spese.
Nel ’79, conquistata la maggioranza alla Camera dei Comuni, dimostrò subito la sua linea monetarista incrementando il tasso d’interesse e l’IVA, dando così segno di preferire la tassazione indiretta a quella diretta. L’industria manifatturiera ne fece subito gravemente le spese e la disoccupazione raddoppiò così nel giro d’un anno. Nel giro di quattro anni i suoi utili calarono d’un terzo e la disoccupazione aumentò di quattro volte. A salvare la popolarità della “Lady di Ferro”, drasticamente in calo dopo solo un anno di (mal)governo, fu l’assalto all’ambasciata iraniana del 30 aprile 1980 da parte di sei terroristi arabi, che chiedevano il rilascio di 91 loro compagni detenuti in Iran. Dopo cinque giorni di dirette televisive col fiato sospeso, la Thatcher ordinò d’attaccare i sequestratori facendo irruzione nei locali dov’erano asserragliati: cinque furono uccisi ed il superstite venne catturato. Probabilmente, complice la grande popolarità guadagnata in quei giorni, nessuno in Inghilterra notò più di tanto il suo contemporaneo e maldestro tentativo di proibire l’uso nelle istituzioni pubbliche della parola “sandinismo” e di tutti i suoi derivati, come risposta all’uccisione dell’ex dittatore nicaraguense Anastasio Somoza Debayle da parte dei sandinisti.
L’anno successivo Margaret Thatcher svelò il suo lato non soltanto ferreo, ma addirittura indifferente e disumano di fronte alla disperata protesta d’un gruppo d’appartenenti all’IRA che avevano iniziato lo sciopero della fame per recuperare lo status di prigionieri politici revocato loro dal precedente governo. Ignorando le loro richieste, lasciò che dieci di essi divenissero degli scheletri e morissero di fame: il primo fu Bobby Sands, di soli 27 anni. Solo dopo 217 giorni, grazie all’intercessione delle famiglie dei prigionieri, lo sciopero della fame cessò ed alcuni dei loro diritti furono reintegrati. Forse anche a causa di questi gesti, a tacere dell’economia traballante e della situazione sociale sempre più disastrosa, la popolarità di Margaret Thatcher era nuovamente in picchiata. A salvarla un’altra volta ci pensò, stavolta, la guerra contro l’Argentina, dove la giunta militare aveva ordinato l’occupazione delle Isole Falkland.
Con un’operazione rapida e di successo, una missione navale inviata dalla Thatcher recuperò le Falkland sbaragliando gli argentini e suscitando una forte ondata di patriottismo in Inghilterra. Che si sia trattata d’una guerra “mediatica”, finalizzata a salvare l’immagine del governo e quindi il futuro politico della “Lady di Ferro” ancor prima che a salvaguardare la sovranità britannica sulle isole contese, lo dimostra il cinismo ed il decisionismo con cui la Thatcher ne gestì personalmente le operazioni. Si pensi all’affondamento dell’incrociatore argentino General Belgrano, avvenuto mentre questi si trovava fuori dalla zona di guerra. Determinante fu anche, per la vittoria inglese sull’Argentina, l’amicizia col dittatore cileno Pinochet, che passò a Londra informazioni riservate e diede il permesso agli aerei britannici di rifornirsi di carburante in Cile. Anche l’amicizia con Pinochet costituisce un ulteriore capitolo oscuro ed infamante nella biografia della Lady di Ferro: anni dopo, nel 1999, Margaret Thatcher s’opporrà a tutti i tentativi di mettere l’ormai ex dittatore cileno sotto processo per i crimini compiuti sotto il suo governo, in particolare quelli ai danni d’alcuni cittadini spagnoli, che configuravano perciò un mandato di cattura europeo. In quell’occasione, la Thatcher visiterà Pinochet, agli arresti domiciliari in una villetta londinese, dicendo d’andare a trovare un amico e di salutare in lui “un vero democratico”.
In ogni caso, la vittoria sull’Argentina e la spaccatura dell’opposizione (col Partito Socialdemocratico che si scisse dal Partito Laburista alleandosi al Partito Liberale) valsero alla Thatcher una trionfale rielezione. Forte del successo appena riscosso, la Lady di Ferro s’impegnò a smantellare l’organizzazione sindacale con l’obiettivo di requisire tutte le conquiste che essa aveva ottenuto nel corso di decenni. Nel 1984 fu varata una legge che rendeva lo sciopero illegale se non fosse stato approvato a voto segreto dalla maggioranza dei lavoratori e rendeva i capi sindacali civilmente responsabili dei danni eventualmente causati da agitazioni non conformi alle regole. Quando il sindacato dei minatori dichiarò lo sciopero ad oltranza in segno di protesta contro la chiusura di molte miniere, la Thatcher non esitò a reprimere i picchettaggi dei manifestanti, incurante delle forti critiche che si levavano nel paese per i metodi usati dalla polizia. Rimarrà nella memoria la “Battaglia di Orgreave”, dove migliaia tra poliziotti e minatori s’affrontarono con un bilancio di 93 lavoratori arrestati e 123 feriti. Nonostante tutto, dopo un anno le Trade Unions saranno costrette a cedere senz’alcuna condizione. Anche lo sciopero dei portuali, che coinvolgerà ben 35mila lavoratori, non produrrà cambiamenti nella linea intrapresa dall’esecutivo.
In quegli anni Margaret Thatcher darà il via ad una massiccia campagna di privatizzazioni che coinvolgeranno le più importanti aziende del paese, fino ad allora in mano pubblica: British Airways, British Gas, British Telecommunication, British Steel. Contemporaneamente appoggerà il Sud Africa dell’apartheid, sostenendo insieme a Reagan il regime di Pretoria in modo determinante in particolare nei suoi tentativi espansionistici a danno dell’Angola, dello Zimbabwe e del Mozambico, sebbene i biografi oggi tendano piuttosto ipocritamente a dire che Margaret Thatcher abbia favorito l’avvento dei “diritti civili” e la fine della segregazione razziale nel paese. La storia, fortunatamente, non cambia neanche se viene riscritta e i sudafricani (e gli angolani) sanno benissimo chi furono i loro veri amici (e nemici). A scanso d’equivoci il suo sarà anche l’unico governo europeo a rendersi complice di quello americano nell’aggressione alla Libia del 1986, con gli attacchi aerei su Tripoli e Bengasi che fruiranno proprio del sostegno inglese in termini di basi aeree e navi portaerei.
Il terzo mandato, cominciato nel 1987, vedrà la Thatcher sempre più euroscettica (già nel secondo mandato aveva ricontrattato con la Comunità Europea l’entità dei fondi da destinare alle politiche agricole), contraria alla fondazione dell’Unione Europea e d’una moneta unica. Nel 1989, tuttavia, la sua popolarità comincerà nuovamente a sprofondare soprattutto a causa della Poll Tax, una tassa calcolata in base alla popolazione, uguale per ogni cittadino residente in Inghilterra, contro la quale fu avviato uno sciopero fiscale a cui parteciparono più di 18 milioni di persone. Pur non arretrando d’un millimetro, Margaret Thatcher cominciò a perdere sostegni anche all’interno del suo stesso partito e il 20 novembre 1990, mentre si trovava alla Conferenza di Parigi, perse le elezioni per la carica di leader del Partito Conservatore per soli quattro voti. Nella notte, rientrata a Londra, dopo essersi consultata con gli stati maggiori del partito, decise di dimettersi da Primo Ministro e di sostenere al suo posto la nomina di John Mayor.
Sin qui la cronaca. Gli ammiratori di Margaret Thatcher affermano che, grazie alle sue politiche economiche, l’Inghilterra sia finanziariamente ringiovanita ritornando ad essere una delle principali potenze mondiali al pari del Giappone e degli Stati Uniti. Ma, esattamente come in questi paesi, il Thatcherismo ha rafforzato gli egoismi sociali in Inghilterra, creando un forte classismo e determinando enormi ineguaglianze tra ricchi e poveri, con quest’ultimi in condizioni d’autentica emarginazione. Non solo, ma ha anche modificato per non dire stravolto il linguaggio politico, snaturando anche il laburismo britannico come dimostrato dall’esperienza dei governi di Tony Blair, e privato l’Inghilterra delle risorse politiche, ideologiche ed intellettuali necessarie a portarla fuori dalle secche iper liberiste nelle quali è precipitata.

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BUSINESS E LOBBYING SONO ARMI DELLA NATO

100415a-HQ28-007 NATO Headquarters Brussels.

Ogni volta che rimane ucciso qualche componente dei Navy Seals, si viene immancabilmente a sapere che avrebbe fatto parte del commando spedito ad eliminare Bin Laden. Così è nata anche la leggenda giornalistica della maledizione di Bin Laden; ma l’importante è ribadire il solito messaggio-fiaba, cioè che sarebbe esistito un super-terrorista chiamato Bin Laden, e che gli USA in qualche modo lo avrebbero eliminato. Non fa nulla che non esistano riscontri, poiché basta occupare la memoria con l’invadenza del sentito dire.
Due ex Navy Seals sarebbero morti anche nell’attacco contro il consolato di Bengasi in cui rimase ucciso l’ambasciatore USA in Libia. Su quell’attacco ancora non si sa nulla di preciso, e non esiste neppure uno straccio di versione ufficiale a cui fare riferimento. Per mantenere il segreto è quindi utile parlare di Navy Seals, poichè ciò costituisce un espediente subliminale per depistare le coscienze ed indurle ad inseguire il fantasma di Bin Laden, invece di domandare cosa stia davvero succedendo in Libia.
Ci sono poi cose militari che non sono affatto segrete, eppure, misteriosamente, non pervengono mai all’opinione pubblica. Una di queste è la funzione mega-affaristica della NATO, che si incarica addirittura di promuovere ed organizzare il modello di “sviluppo” (?) di intere aree del mondo.
Ad esempio, durante l’Energy and Economic Summit del novembre del 2012, al centro degli interessi del Consiglio Atlantico è stata l’area del Mar Nero con le sue prospettive di sviluppo commerciale. Curiosamente nella stessa pagina del sito del Consiglio Atlantico nel quale ci si intrattiene su questi temi apparentemente pacifici, c’è anche una comunicazione sul come passare dal livello tattico a quello strategico nell’attuale aggressione della NATO contro l’Iran. L’Iran non ha sbocco sul Mar Nero, ma c’è parecchio vicino, perciò l’affinità dei due argomenti trattati sulla pagina del sito del Consiglio Atlantico risulta abbastanza evidente.
Per l’opinione pubblica, la NATO costituisce essenzialmente un’alleanza militare, ed i suoi risvolti affaristici riguarderebbero esclusivamente la vendita di armi. In realtà la NATO agisce come un’agenzia di business e di lobbying per multinazionali di ogni genere, a cui ci si iscrive diventando sponsor del Consiglio Atlantico. Sul sito del Consiglio Atlantico si trovano pagine dedicate all’autopresentazione dei vari sponsor, come, ad esempio, la Corporate Commercial Bank AD, una banca bulgara.
Nell’articolo 2 del Trattato Nord Atlantico del 1949, a proposito delle relazioni tra gli Stati contraenti, si afferma che: “Essi cercheranno di eliminare i conflitti nelle rispettive politiche economiche internazionali ed incoraggeranno le reciproche relazioni economiche.” Ciò vuol dire che la NATO si riserva di scavalcare e soppiantare i governi nazionali nelle loro prerogative fondamentali, come la politica economica, che va resa omogenea agli obiettivi dell’alleanza. Si comprende quindi che anche l’Unione Europea non è altro che un’emanazione della NATO. Ciò ha comportato, ovviamente, la selezione di un personale politico sempre più pavido, servile ed inetto. Nulla di strano, a questo punto, che persino una decisione scontata, come il pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione, diventi un problema insormontabile.
Affari, commercio, finanza, energia sono quindi armi fondamentali della strategia di aggressione globale della NATO. Trarre da questa constatazione la solita banalità secondo la quale la guerra avrebbe cause “economiche”, diventerebbe un modo di giustificare la guerra con un concetto nobile e troppo onnicomprensivo come l’economia. Il problema va in effetti circoscritto ad osservazioni più concrete, e cioè che l’intreccio tra militarismo e affari è inestricabile, e che non soltanto le armi sono affari, ma anche tutti gli affari non legati direttamente al business bellico, diventano comunque armi. Tra gli sponsor del Consiglio Atlantico figurano ovviamente tutte le principali multinazionali, con grandi banche come JP Morgan, Deutsche Bank e Barclays ai posti d’onore. Il lobbying di queste multinazionali del credito trova quindi una base potente nella stessa NATO. Sarebbe un’informazione utile per tutti coloro che si lamentano delle tasse, dei tagli e degli abusi delle banche, poiché potrebbe costituire una remora a scattare sull’attenti ogni qual volta si evoca la minaccia di qualche dittatore.
Nel lessico colonialistico la parola “dittatore” svolge oggi un ruolo fondamentale, poiché esenta dal fornire qualsiasi prova delle proprie affermazioni. Basta attribuire al “dittatore” dei propositi aggressivi per ottenere l’alibi per attuare contro il suo Paese un’aggressione a tutti gli effetti. I bombardieri B-2 statunitensi infatti hanno operato pochi giorni fa un sorvolo della Corea del Nord in risposta alle presunte “minacce” del dittatore Kim Jong Un.
Le minacce del dittatore non le abbiamo potute sentire, in compenso ce le hanno riferite proprio quelli che gli mandano contro i minacciosi bombardieri B-2. Più che la minaccia nucleare del dittatore, ad irritare gli USA pare che sia l’attivismo degli affaristi cinesi nella Corea del Nord, ricca di materie prime e di manodopera, e che sta diventando un paradiso del business asiatico, però con l’ esclusione delle multinazionali statunitensi e canadesi.

 

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L’ultima batracomiomachia nazionale. La svendita della patria continua

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di Gianni Petrosillo

Non poteva esserci epilogo peggiore per il Governo dei disciplinatori, litiganti in aula come studenti indisciplinati ed un po’ somari che la Storia e l’attualità si sono incaricate di mettere dietro alla lavagna. Ci auguriamo per sempre.

Questi idioti con lampi d’imbecillità, per dirla alla Petrolini, avrebbero dovuto ridare credibilità all’Italia, salvarla dalla crisi, rimettere i conti in ordine e far dimenticare i tempi bui di una partitocrazia incapace e corrotta. Sono riusciti a fare l’en plein ma all’incontrario, non ne hanno azzeccata una, il Paese non ha più una strategia internazionale, l’economia si è inabissata, i bilanci sono a posto solo per le banche salvate dal crack coi denari rapinati al contribuente e siamo piombati in una oscurità epocale dalla quale non verremo fuori nemmeno tra altri vent’anni. Rien ne va plus, les jeux sont faits.
Ci ricorderemo di chi ha autorizzato lo scippo della sovranità nazionale e causato la débâcle su tutti fronti dello Stato, degli ominicchi e dei quaquaraqua che hanno innalzato questa linea (im)Maginot, affinché la resistenza agli affondi della finanza estera e delle cancellerie mondiali fosse unicamente parvenza. Sin dall’inizio avevano in mente di svendere la patria ed in parte ci sono riusciti, altrimenti mai avrebbero chiamato a dirigere l’asta liquidatoria dei beni pubblici e dell’economia nostrana un funzionario del più becero capitalismo finanziario e massonico, molto atlantico ed anche un po’ teutonico, e per questo soprannominato “M’ario” di Merkel.

Ma dove sono finiti i suoi rapporti privilegiati quando ne abbiamo avuto bisogno? Dove le sue entrature straniere che lo avevano fatto preferire al barzellettiere d’Italia? L’India ci ha presi a pesci in faccia e nessuno ha mosso un dito, né Obama, dal quale il nostro Capo dello Stato, che si crede un sovrano da quando il Time lo ha chiamato King “Napoleonitano”, è andato in visita troppo spesso, in momenti delicati della fase politica, oltrepassando il suo mandato costituzionale ed autorizzando ingerenze nelle nostre questioni interne che almeno in precedenza si tenevano nascoste, e nemmeno questa fantomatica Grande Europa unitaria, per la quale stravedono i ciechi di sinistra e i polifemi di destra, esistente sulla carta geografica e monetaria ed assente in quella geopolitica e democratica.
Del resto, non è un caso che l’alto rappresentante della politica estera comune sia la bar(b)oncina Ashton astonished, l’unico diplomatico che abbaia ma non azzanna perché l’Ue è nata per mordersi la coda e masticare amaro.  
Ora Mario Monti, dopo la beffa vorrebbe rifilarci anche l’inganno, vorrebbe darci a bere che Giulio (conto)Terzi, ministro degli esteri e ambasciatore da pena, degno incaricato di questo Esecutivo di pasticcioni, avrebbe fatto tutto di testa sua. Panzane sesquipedali alle quali non crederebbe nemmeno Pinocchio, sotterratore di zecchini d’oro, in quanto lo sapeva lui, ne erano a conoscenza gli altri ministri e pure il Capo dello Stato. Con lo stesso criterio scriteriato, alla carlona e mettendo il Paese alla Berlina, lorsignori hanno gestito per più di un anno Roma in ogni sfera sociale, che da Gomorra quale era è diventata semplicemente masochistica. Più bondage che abbondanza, nonostante le promesse di ripresa.

Con i tecnici abbiamo insomma perduto tutto, compresa la faccia. Ormai sappiamo che per gli americani siamo esclusivamente un richiamo turistico ed un bivacco per la soldataglia, per l’Ue un allevamento di “pigs” e per chi si era avvicinato con qualche speranza,  dai russi ai cinesi, dei referenti inaffidabili e timorosi che non stanno ai patti. Anziché attivare una diplomazia parallela, capace di muoversi nelle contraddizioni del mondo multipolaristico che offre occasioni di creatività strategica e di proiezione internazionale, ci siamo giocati influenza, legami e approcci profittevoli, nel Mediterraneo, in Russia, in Cina e dappertutto.  Mai si sarebbero permessi gli indiani di schiaffeggiarci in questo modo se i nostri sedicenti alleati ci avessero tenuto in considerazione, perché siamo la Cenerentola della Nato,  il settimo nano economico del pianeta, la Farinella d’Europa ed il paese di Pulcinella.
Ma non è finita, perché prima di sloggiare i pro-fessi-onisti provano l’ultimo colpo di mano ai danni dell’Italia, posizionando ai vertici delle partecipate del tesoro, dalla CDP a Finmeccanica – dove comanda ancora, e nonostante qualche odor di scandalo, Vittorio Grilli, già dato per sistemato alla Goldman Sachs, una delle merchant bank americane più implicate nella crisi sistemica globale e accusata d’influenzare le scelte economiche dei governi di mezzo orbe – teste di turco che parlano inglese. Costui sta tentando di mettere i gioielli pubblici nella rete Washington, infatti si parla della nomina di Gianni Castellaneta, ex felucheo negli Usa dal 2005 al 2009, per Finmeccanica e della conferma Giovanni Gorno Tempini, cresciuto in banca Intesa ed ex Jp Morgan, per la CDP). Insomma, se innanzi le mani erano sporche adesso sono anche vuote, come le casse.
Scommettiamo che nessun in Parlamento ed anche fuori da questo avrà nulla da ridire su queste scelte, nemmeno il quasi omonimo di Grilli, ovvero Grillo con orda di grillini al seguito? Tutto andrà come vorranno Oltreatlantico e noi assisteremo all’ennesima batracomiomachia nella quale ad essere fatti a pezzi saranno i cittadini italiani.

 

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La “lotta alla corruzione” è l’arma statunitense per affermare i propri interessi economici nel mondo.

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di S.Moracchi

Nel momento in cui gli Stati moderni si affermavano, veniva sviluppandosi anche l’idea della loro conservazione. La ragion di Stato o interesse nazionale rientrava nella visione politica strategica e attraverso l’uso della tattica metteva con le spalle al muro la questione morale fino a cacciarla del tutto dal proprio orizzonte.

Gli Stati che hanno conservato la ragion di Stato sono quelli che hanno conservato il primato della politica. Non è quindi un caso che gli Stati come il nostro, dove a prevalere è la questione morale, attraverso un uso alquanto disinvolto della lotta alla corruzione, tanto meschino quanto miseramente rivolto contro l’interesse nazionale, la politica sia stata del tutto spogliata delle sue prerogative principali.

Il discorso “politico” sulla lotta alla corruzione dura oramai da più di vent’anni e nonostante il disastro che ha provocato sull’economia nazionale ancora si fa fatica a concepire questa “pratica” in chiave di strategia politica in uso alla nazione dominante o “liberatrice”.

Il Foreign Corrupt Pratices Act del 1977 è un atto legislativo partorito dal Congresso statunitense intrapreso per mette fuorilegge pratiche di strategia aziendale non gradite all’interesse nazionale.

L’attacco che è stato sferrato all’Eni rientra appunto in questa strategia e la filosofia spicciola che si è sentita su tale questione non rientra affatto nel motto di Federico II: “la filosofia ci insegna a fare il nostro dovere, a servire fedelmente la nostra patria anche con il sangue, a sacrificarle la nostra quiete anzi la nostra intera esistenza”.

Già nel 2010 l’Eni era finita nelle maglie della “giustizia americana” e dovette sborsare 125 milioni di dollari alla Sec in via extragiudiziale e 240 al Dipartimento di Giustizia. Oggi è di nuovo nel mirino degli Usa. Stesso discorso per Finmeccanica.

Come pure molte questioni che attengono alla strategia cinese dove, come è risaputo, le società sono costrette a risolvere trattative commerciali con agenti stranieri dove il termine “corruzione” non solo è controverso ma spesso diviene un pretesto per applicare il FCPA.

E’ il caso, ad esempio, dell’IBM costretta a pagare 10 milioni di dollari per risolvere una causa originata dalle disposizioni del FCPA, a seguito di pagamenti “illeciti” nei confronti di manager cinesi. Solo nel 2010 sono state 74 le azioni legali attuative delle norme FCPA. Larry Breuer, assistente dell’Attorney General, ha annunciato “una nuova epoca per l’applicazione del FCPA”.

Bene, con questa pratica gli Usa non solo controllano e distruggono a proprio piacimento le aziende strategiche di altri paesi ma ci fanno pure ottimi affari. Nel solo 2010 la Sec ha incamerato la ragguardevole cifra di 529 milioni di dollari, 20 dei quali derivanti da sanzioni civili e 509 da pagamento di interessi in sede stragiudiziale e dalla restituzione di utili indebitamente acquisiti. Anche il Dipartimento di Giustizia nel solo 2010 ha riscosso ben oltre il miliardo di dollari in sanzioni penali. Nel 2004 la cifra era di 11 milioni di dollari.

La Convenzione OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) in merito alla legge sulla corruzione ha visto la ratifica del nostro paese il 29 settembre del 2000.

Al capitolo “Finalità” la Convenzione OCSE recita:

“La penalizzazione della corruzione dei funzionari stranieri nell’ambito di operazioni del commercio internazionale è un orientamento che si è ormai imposto a livello internazionale, quale espressione di una “governance” fattiva di determinati aspetti della globalizzazione dell’economia mondiale. Questo impegno è pienamente condiviso dall’Italia insieme a tutti gli altri paesi industrializzati (e non solo questi), oltre che essere attivamente sostenuto dalle istituzioni multilaterali quali la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Si vuole così reagire a pratiche diffuse in certi ambiti che distolgono risorse importanti destinate ad aiutare i Paesi in Via di Sviluppo nella loro crescita economica e sociale, e che sono distorsive della concorrenza internazionale tra le imprese esportatrici sui mercati mondiali”.

Nei tribunali statunitensi sono state processate e condannate persone fisiche e giuridiche per aver intrattenuto rapporti con Paesi ritenuti non in linea con il FCPA. Le condanne sono arrivate anche contro quei soggetti le cui azioni non si sono svolte sul territorio statunitense.

L’intento di agire attraverso una legislazione con effetti extraterritoriali, senza tener conto della violazione della sovranità nazionale, mostra un disprezzo mal celato.

Se si guarda alle attività svolte attraverso il FCPA si noterà che la maggior parte sono state effettuate al di fuori del territorio Usa. Basti pensare al caso della Lockheed. Nel 1995 l’azienda si dichiara colpevole e accetta di pagare una multa di 24,8 milioni di dollari. Una cifra che corrispondeva al doppio del guadagno! Se si pensa che il caso Lockheed coincide temporalmente con il rapimento e l’uccisione di Moro si può facilmente immaginare come il FCPA sia un’arma politica determinante a livello internazionale.

Nel 1996 la Securities and Exchange Commission iniziò ad indagare sulla Montedison. La Montedison era iscritta al Sec in quanto vendeva ADR (American Depository Receipts). Nonostante non vi fosse alcun collegamento, diretto o indiretto, con gli Stati Uniti le autorità continuarono ad indagare tranquillamente. Alla fine, la Montedison venne condannata non per corruzione ma per aver manomesso i registri contabili. L’operazione servì comunque ad influenzare negativamente gli equilibri economici del nostro paese.

Nel 1996 in Italia abbiamo il governo Prodi e Antonio Di Pietro come Ministro dei Lavori Pubblici.

Non è quindi un mistero che gli Usa puntano moltissimo sull’arma della “lotta alla corruzione” sia in una prospettiva unilaterale attraverso il FCPA sia multilaterale grazie all’imposizione della Convenzione OCSE.

Durante la presidenza Clinton (1992-2000) l’azione unilaterale è stata affiancata da una robusta strategia multilaterale sia nell’ambito dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) come pure dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) al fine di ottenere un cambiamento fondamentale nel panorama geopolitico internazionale.

C’è da dire che gli Usa hanno spesso desistito dall’applicare il FCPA quando non gli faceva comodo motivandolo con il segreto di Stato. E’ il caso di James Griffen, il petroliere banchiere americano, accusato di aver pagato tangenti per 80 milioni di dollari al Presidente del Kazakhstan Nursultan Nazarbayev e assolto con la motivazione di aver agito “nell’interesse strategico degli Stati Uniti”.

In un Paese sottomesso come il nostro non è neppure immaginabile.

 

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La Nato economica al lavoro

eu_us_flagDi Manlio Dinucci

«L’amore statunitense per il popolo italiano, che ospita così tante basi militari Usa sul proprio territorio..»: lo ha dichiarato il presidente Obama ricevendo alla Casa bianca il presidente Napolitano «l’indomani di San Valentino». Perché tanto amore? Il popolo italiano«accoglie e ospita le nostre truppe sul proprio suolo».
Accoglienza molto apprezzata dal Pentagono, che possiede in Italia (secondo i dati ufficiali 2012) 1485 edifici, con una superficie di 942mila m2, cui se ne aggiungono 996 in affitto o concessione. Sono distribuiti in 37 siti principali (basi e altre strutture militari) e 22 minori. Nel giro di un anno, i militari Usa di stanza in Italia sono aumentati di oltre 1500, superando i 10mila. Compresi i dipendenti civili, il personale del Pentagono in Italia ammonta a circa 14mila unità. Alle strutture militari Usa si aggiungono quelle Nato, sempre sotto comando Usa: come il Comando interforze, col suo nuovo quartier generale di Lago Patria (Napoli).
«Ospitando» alcune delle più importanti strutture militari Usa/Nato, l’Italia svolge un ruolo cardine nella strategia statunitense che, dopo la guerra alla Libia, non solo mira alla Siria e all’Iran ma va oltre, spostando il suo centro focale verso la regione Asia/Pacifico per fronteggiare la Cina in ascesa.
Per coinvolgere gli alleati europei in tale strategia, Washington deve rafforzare l’alleanza atlantica, anche economicamente. Da qui il progetto di un «accordo di libero scambio Usa-Unione europea», riproposto da Obama nell’incontro con Napolitano. Accordo che riscuote l’incondizionato appoggio del presidente italiano ancor prima che sia scritto e ne siano valutate le conseguenze per l’economia italiana (soprattutto per le pmi e le aziende agricole). Si tratta, sottolinea Napolitano, di «un nuovo stadio storico nei rapporti tra Europa e Stati Uniti, non solo economicamente ma anche da un punto di vista politico».
Si prospetta dunque una  «Nato economica», funzionale al sistema politico-economico occidentale dominato dagli Stati uniti. Sostenuta dai grandi gruppi multinazionali, come la potente banca statunitense Goldman Sachs. Il nome è una garanzia: dopo aver partecipato alla truffa internazionale dei mutui subprime e aver così contribuito a provocare la crisi finanziaria che dagli Stati uniti ha investito l’Europa, la Goldman Sachs ha speculato sulla crisi europea, istruendo i suoi principali clienti su come fare soldi con la crisi e, subito dopo, piazzando al governo in Italia (grazie a Napolitano) il suo consulente internazionale Mario Monti.
Il cui governo è stato subito garantito dal segretario del Pd Bersani come «autorevole e a forte caratura tecnica». Lo stesso Bersani, intervistato da America 24, dichiara ora che, «nella tradizione di governo del centrosinistra di assoluta fedeltà e amicizia con gli Stati uniti, siamo assolutamente favorevoli a che fra Europa e Stati uniti si creino meccanismi di libero scambio». Comunque vada il voto, l’adesione dell’Italia alla Nato economica è assicurata.

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Indiani inurbani

Agusta_Westland_AW101_by_NorwegianBlackWolf

di Alessandro Lattanzio

Mentre Finmeccanica cola a picco per siluramento giudiziario (si pensi a quanti magistrati si sono candidati per il redde rationem elettorale del 24-25 febbraio), il presidente Hollande, in rappresentanza di un ex-grande Stato europeo che, oggi, chiede l’elemosina per le strade di Doha e Dubai, vola a New Delhi a prendersi quello che la stupidità tardo-patriottica, e tipicamente stracciona, di Roma gli ha concesso, infastidendo l’Unione indiana con il gran baccano intorno alla vicenda della coppia di marò imbarcati, con contratto di diritto privato, sulla petroliera Enrica Lexie. Certo, anche la magistratura indiana ha avuto la sua parte, bloccando per sospetta corruzione l’accordo tra Finmeccania e il governo indiano per l’acquisto di 12 elicotteri VIP AgustaWestland AW-101, un affare da 556 milioni di euro andati in fumo.
E sempre memori del patriottismo alla pastasciutta, del tipo “vi faccio vedere come muore un italiano” (da italiano recatosi in Iraq con documenti israeliani addosso), il ministro della Difesa indiano A.K. Antony mette fine a ogni prospettiva futura, dichiarando che “Finmeccanica potrebbe finire sulla blacklist e la commessa essere annullata”, ribadendo che avrebbe agito “non appena avremo i risultati della nostra inchiesta“.
Intanto la Eurocopter, filiale francese del consorzio europeo aerospaziale EADS nel settore degli elicotteri, conclude un accordo da 40 milioni di euro per la fornitura di elicotteri EC-135 all’India, un viatico per l’acquisto di ulteriori 197 elicotteri per le forze armate indiane. Un affare da oltre un miliardo di euro.
La procura di Busto Arsizio ha ordinato l’arresto del presidente di Finmeccanica Giuseppe Orsi e dell’amministratore di AgustaWestland Bruno Spagnolini per corruzione internazionale e per  “gravi rischi di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove“. Secondo il Gip di Busto Arsizio, Orsi avrebbe intrapreso “contatti con ambienti del CSM per ottenere la nomina del nuovo dirigente dell’ufficio inquirente procedente e, dunque, per escludere dall’indagine il magistrato“. Sempre per il GIP, “Pagare tangenti era una ‘filosofia aziendale’, … Orsi rivela il suo disincanto per la pratica tangentizia e il suo convincimento che la stessa sia un fattore naturale della pratica aziendale“. In realtà, lo è a livello globale. Ma lasciamo stare i virginei moralismi, di cui la magistratura al riguardo è l’ultima a potere dare lezioni, non è vero Demagistris e Dipietro?
37 perquisizioni hanno colpito le sedi di Milano e Roma di Finmeccanica, e le sedi di AgustaWestland, Alenia Aeronautica e Alenia Airmacchi, in seguito all’inchiesta iniziata dalla magistratura di Napoli e poi riassegnata a Busto Arsizio. I pm campani, Piscitelli e Woodcock, avevano sostenuto nell’aprile 2011 che una parte di una tangente da 51 milioni di euro sarebbe stata usata “per soddisfare le richieste di alcuni partiti politici italiani, la Lega Nord e Comunione e liberazione, in particolar modo la Lega Nord, che lo avrebbero appoggiato (Orsi) per la sua nomina ad amministratore delegato di Finmeccanica“.
Intanto Finmeccanica, che ha 68mila dipendenti e 438mila azionisti, controllata dal ministero dell’Economia per il 30,2% del capitale, subisce una serie di ribassi azionari. L’azienda, inoltre, attraversa dal 2011 un processo d’indebolimento delle proprie posizioni sul mercato internazionale; una deriva probabilmente avviata, o quanto meno aggravata, dall’aggressione alla Libia, la cui distruzione ha danneggiato seriamente l’apparato industriale-economico strategico italiano. Nel 2011 le commesse ricevute dalle imprese di Finmeccanica furono pari a 17,43 miliardi di euro, circa 5 miliardi in meno rispetto al 2010 (-22,4%), mentre nei primi tre trimestri del 2012, gli ordini furono pari a 10,65 miliardi, dovuti dall’assottigliamento del portafoglio ordini per le fabbriche. Inoltre, in tale quadro Finmeccanica vede crescere il proprio indebitamento. Al 30 settembre 2012 i debiti finanziari netti avevano raggiunto i 4,853 miliardi, 4% in più rispetto al settembre 2011.
Tutto ciò incoraggia il processo di smantellamento dell’holding pubblica. Ansaldo Energia (per il 55% di Finmeccanica), il cui AD Adinolfi venne gambizzato nel maggio dell’anno scorso dalle presunte Brigate Rosse, o qualcosa del genere, dovrebbe essere acquistata dalle coreane Samsung e Doosan, o forse dalla tedesca Siemens. Un’operazione che aveva suscitato perplessità perfino nel segretario del PD Pier Luigi Bersani, perplessità messe da parte dopo la vicenda dei Monti di Paschi di Siena; a sua volta un’operazione mirata ad eliminare gli inopportuni dubbi di eventuali recalcitranti?
Il vice di Bersani, Letta, nipote d’arte, non avanza dubbi e fa proseliti per sbarazzare Finmeccanica, in pieno stile british, anzi Britannia; mentre quei simpaticoni dei francesi della Thales mostrano interesse oltre che per la Waas (ex-Whitehead), altra azienda Finmeccanica, leader nella realizzazione dei siluri, anche per l’Ansaldo Sts (sistemi  ferroviari) e la SuperSelex, o Selex Es, una società creata nel 2012 per eliminare sovrapposizioni e disordine nel settore dell’elettronica e dell’avionica italiana. Selex, che rappresenta l’avanguardia dell’industria della difesa italiana, ha realizzato 3 miliardi di euro di ricavi ed impiega oltre 18mila dipendenti.
Infine vi sono Alenia Aermacchi, i cui impianti di Grottaglie e Foggia sono impegnati nella produzione di componenti per il Boeing 787 Dreamliner, ordini che rappresentano il 16% del portafoglio ordini dell’azienda, ovvero 8,945 miliardi di euro; e la statunitense DRS acquistata nel 2008 per 3,4 miliardi di euro. Ma Finmeccanica non ha mai ottenuto l’accesso a molti dei programmi a cui partecipa DRS, essendo stati dichiarati top secret dal Pentagono, e senza che Finmeccanica possa farci nulla.
Nel frattempo, l’italietta accende lumini per gli eroici tiratori di pescatori e si sorbisce l’insulsa kermesse pesudomusicale sanremese in salsa piddina, che solo di contratto per i due presentatori di regime, costa la modica cifra di 950mila euro.

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