La partita dell’energia tra Eni e shale gas

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di Francesco Carlesi

La fratturazione idraulica è una tecnica d’estrazione di gas che sta assumendo sempre più importanza e notorietà in questi ultimi anni. Per ogni pozzo, trenta o quaranta milioni di litri d’acqua, miscelata con sostanze chimiche (coperte da segreto industriale) vengono sparate con una pressione che frantuma la roccia, liberando il gas, che viene catturato e commercializzato. Tutto ciò sta diventando un’impressionante arma nelle mani degli Stati Uniti d’America, i maggiori produttori e consumatori a livello mondiale del cosiddetto shale gas, i cui prezzi rispetto alle risorse  energetiche tradizionali appaiono estremamente competitivi. Non a caso, sono proprio le lobby industriali americane ad opporsi alla vendita verso l’estero dello shale, per mantenere un vantaggio economico non indifferente rispetto ai concorrenti europei e asiatici. Difficile credere che sarà così per sempre.

La questione ucraina si inserisce appieno in questo contesto. Impossessarsi del paese – chiave attraverso il quale passa la maggior parte del gas russo per l’Europa (e quindi l’Italia) avrebbe un valore strategico fondamentale per gli Usa nella “lotta energetica” che anima le maggiori potenze mondiali. A quel punto, infatti, potrebbe essere facile per il paese a stelle e strisce entrare sul mercato con lo shale gas da dominatore incontrastato. I recenti incontri diplomatici di Obama e il tentativo di isolare la Russia nascondono anche questa valenza.

La nota vicenda del South Stream (che “bypassa” l’Ucraina) assume quindi una volta di più carattere vitale per l’Italia, in una partita in cui è l’indipendenza nazionale ad essere in gioco. Centrale per il nostro paese e il suo “braccio armato”, l’Eni di Scaroni, sarà anche la capacità di differenziare le fonti di approvvigionamento energetico. All’ordine del giorno vi è la questione della Tap (Trans Adriatic Pipeline), che  dovrebbe portare gas naturale dall’Azerbaijan all’Italia tramite Grecia e Albania. Questo progetto di Gasdotto Trans-Adriatico prevede la realizzazione di un nuovo metanodotto di importazione di gas naturale dalla regione del Mar Caspio all’Europa, lungo circa 870 km, con approdo sulla costa italiana,  nella provincia di Lecce. Sarà dura però superare le perplessità di ambientalisti e partiti politici (SEL in primis), che si oppongono strenuamente alla realizzazione in questione.

Importante è anche il gas proveniente dalla Libia, in cui ancora subiamo le conseguenze dell’intervento armato contro Gheddafi, grazie al quale Francia e Inghilterra si sono inserite nel paese mettendo in pericolo i nostri interessi. Tornare a essere “matteiani” e recuperare le posizioni in Africa, un continente nel quale oltre alla tradizionale presenza francese si stanno facendo prepotentemente strada attori quali Cina e Brasile, è una delle sfide più importanti che si pongono di fronte alla nostra nazione.

Anche perché, oltre agli Stati Uniti, anche Israele potrebbe diventare un futuro esportatore di gas, se riuscisse a sfruttare a pieno la recente scoperta del maxi-giacimento Leviathan nel Mar di Levante. Stiamo parlando di un paese che che sin dagli anni ’50 tentò di ostacolare le nostre politiche indipendentiste sul piano energetico e delle relazioni internazionali. Riguardo al Leviathan, già si è aperta una lotta, diplomatica e non, tra le potenze della zona come Cipro e Turchia (oltre ovviamente a Russia e Stati Uniti) per trarre massimo vantaggio da una situazione che potrebbe letteralmente rivoluzionare gli scenari.

Come si evince facilmente, le carte in tavola possono cambiare da un momento all’altro. Oltre alle pesanti incognite emerse recentemente riguardo allo shale gas, sia dal punto di vista delle reali potenzialità dei giacimenti che da quello del devastante impatto ambientale, i maggiori nodi da sciogliere per il nostro paese restano legati alla capacità strategica dell’Eni. A Scaroni, impegnato in diversi incontri importanti tra Africa e Washington in questi giorni, il compito di dare voce all’Italia nella complessa rete in cui da sempre si muove la nostra tormentata politica estera.

Fonte

I veri costi che nessuno taglia sono quelli della sovranità ceduta

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di Gianni Dessi

Poco tempo fa, ho scritto in una nota che il presunto (?) taglio delle commesse legate all’acquisto dei famigerati, e sonori bidoni, Jet “F35”, sarebbe certamente sacrosanto, ma anche decisamente tardivo e non risolutivo in nulla. Un ritardo che ha permesso di buttare più di 3 miliardi già investiti dagli stessi cialtroni che oggi (ad un solo anno di distanza) dicono essere superflui.
(leggi articolo correlato a fondo pagina)
Ho anche già palesato che Il programma “soldato futuro”, come altri programmi militari, e’ certamente rinviabile a fronte delle esigenze impellenti generate dalla crisi attuale.
Ciò che proprio non mi torna, è la volontà dichiarata dal governo: da un lato, di non sostituire con altro le mancate acquisizioni – queste necessarie a tenere in vita un dispositivo accettabile ed autonomo di difesa; dall’altro, di operare un generale piano di dismissione della logistica militare italiana, rinunciando de facto et sine die alla possibilità di avere una politica militare indipendente.
Non torna, perché si mette in discussione la sicurezza, ed esistenza stessa, di una nazione in quanto tale, salvo avere in mente (non essendo loro né pacifisti né ingenui), il definitivo appalto della difesa ad organismi sovranazionali (UE e NATO), slegandola da ogni possibile ultimo trait d’union con la nazione stessa. Parte del più generale piano di liquidazione della sovranità nazionale italiana residua e dismissione dei suoi beni strategici e produttivi.
Questi tagli – questi si, populisti nel peggior senso del termine ed in assenza di una definita diversa e nuova politica estera, oggi completamente assente – rischiano di essere solo un palliativo ancor più dannoso delle spese.
Infine, giova chiedersi :dove andranno a finire questi risparmi? Ai disoccupati, alle famiglie, ai lavoratori, alle PMI? Ovviamente no, anche li si taglia alla grande. La risposta e’ – dati i parametri e gli impegni vincolanti dei trattati europei – andranno a ripianare il debito truffa ed a finanziare progetti UE e USA.
Il gioco delle tre carte sarebbe completo. Il banco vince sempre e noi continuiamo ad agonizzare.
A ben guardare, basterebbe semplicemente riappropriarsi della propria politica estera e sovranità nazionale (su quella monetaria, leggi articolo correlato a fondo pagina), ma questo non è in discussione e guarda caso va nella stessa direzione di quanto sopra esposto
Vediamo nel dettaglio alcune voci.
Iniziamo con il Fiscal Compact, il quale dovrebbe “comportare, ogni anno, tagli alla spesa ed aumenti delle entrate per complessivi 50 miliardi di euro circa. Nel tentativo di ridurre lo stock di debito pubblico, si ridurrebbe ulteriormente il Pil aumentando quindi il rapporto tra stock e debito”.
Per il MES, l’Italia dovrà versare in scaglioni una percentuale del 17,9% del totale, cioè 125,3 miliardi di Euro, sul totale di 700 miliardi di Euro previsti.
Questo, non è messo minimamente in discussione.
Vogliamo parlare della nostra azione “poco diplomatica” in Ucraina e la volontà di aderire alle (auto)sanzioni europee alla Russia? Il nostro volume d’affari complessivo con la Russia si avvicina ai 28 miliardi di euro ( 10 export e 18,5 import), che verrebbero messi a rischio per assecondare i capricci Neo Atlantici di Mr. Obama e le voglie di mercati e materie prime della Cancelliera Merkel. Per non parlare dei danni alla nostra economia, non solo in materia energetica, che potrebbe causare un irrigidimento delle rispettive posizioni.
Insomma, dopo aver autoboicottato la nostra economia mediterranea e vicino orientale, contribuendo attivamente (e finanziariamente) ad attaccare i nostri migliori partner commerciali, facciamo sepuku anche con quello che rimane.
Giova ricordare i danni fatti con le cosidette “primavere arabe” che, per noi e per loro, si sono rivelati bui inverni. Il danno alla nostra economia è ammontato nel 2011 in un calo del 20% delle esportazioni complessive con il Nord Africa. La riduzione è in buona parte dovuta al crollo (-77%) delle esportazioni verso la Libia, a causa della guerra civile che ha interrotto per alcuni mesi il flusso di beni e servizi. Rilevante, ma certamente più contenuto, è il calo delle esportazioni verso l’Egitto (-12%) e la Tunisia (-11%).
Lo scempio portato avanti in Libia è costato da solo circa 2 miliardi di euro in esportazioni (fonte Camera di Commercio Italo Libica) e circa 1 miliardo di spese militari di guerra.
Con l’Iran (- 20% di solo export nel 2012) l’interscambio (import/export) è diminuito – dal 2011 al 2012 – di 3,5 miliardi. Senza valutare le enormi perdite future in termini di “costo opportunità”. Parliamo infatti, di un mercato di 79 milioni di persone, di cui il 70% tra i 15 e i 64 anni di età, in continua evoluzione.
Con la Siria, si è fatto ben di peggio (- 1,16 miliardi di euro) con l’abdicazione al ruolo di principale partner economico europeo e di terzo partner mondiale (dopo Cina e Arabia Saudita) acquisito grazie agli accordi bilaterali siglati da Bashar Assad e Silvio Berlusconi nel vertice del 20 febbraio 2002. Grazie a quegli accordi l’Italia giocava un ruolo da protagonista nell’estrazione del petrolio e delle materie prime e garantiva alle proprie aziende ruoli di primo piano nella realizzazione di infrastrutture collegate.
Volutamente, e non certo per secondaria importanza, sto tralasciando l’aspetto geopolitico ed umanitario (nel vero senso della parola, non usraeliano del termine), che è ben stato affrontato in molte altre sedi. Gli scempi fatti, e ancora in corso, chiedono vendetta davanti a Dio e agli uomini, italiani e non.
A questo fosco quadro, si dovrebbero aggiungere i costi del mantenimento attivo di truppe, uomini e mezzi, in giro per il mondo a combattere guerre per procura.
Dal dopoguerra ad oggi,ma il 90% negli ultimi 30 anni, le nostre FFAA sono state impegnate in 132 missioni internazionali ( 38 ONU, 27 NATO, 23 UE, 43 altre), di cui ben il 40% di peace keeping ed il 17% di peace enforcement. Ossia, di guerra. Ancora oggi, ben 27 missioni sono in corso, al modico costo di 1,5 miliardi annui “in chiaro”(2013).
Non sappiamo, ma ammontano a centinaia di milioni, i costi occulti delle nostre sovvenzioni in termini di intelligence, armi, logistica e fondi per le operazioni di destabilizzazione per conto della NATO, come in Siria. Come è difficilmente calcolabile la “quota parte” italiana, uscita sempre dalle tasche dei contribuenti, che l’UE impiega per ripianare debiti e assistere stati, da portare nell’alveo della dittatura finanziaria europea e del suo mercato drogato. Gli 11 miliardi promessi alla golpista Ucraina sono ascrivibili a questi.
Last but not least, spendiamo ben 3,5 milioni di euro al mese per l’operazione Mare Nostrum, il cui nome nono poteva essere più ingannevole e inappropriato. Qui, per conto della globalizzazione e dei suoi interessi, ci facciamo carico del “prelievo e trasporto a domicilio” di masse di diseredati (vittime come noi, non certo colpevoli) utili al dumping sociale in patria, alle politiche di deportazione forzata per conto delle multinazionali ed ai criminali progetti delle èlite globali di distruzione delle identità e delle culture (di origine ed arrivo).
Si potrebbe anche andare avanti, ma credo che il quadro (equivalente a centinaia di miliardi di euro) possa bastare.
Appare chiaro che, nel nome dell’Europa e del suo prono servilismo agli USA/NATO, abbiamo distrutto una florida economia e decennali (alle volte, secoli) rapporti di parternariato commerciale.
Ora, ci continuano a chiedere dismissioni e privatizzazioni spacciandole come “necessarie”. Ci impongono rinunce salariali, tagli pensionistici e del personale, diritti del lavoro conquistati in secoli di dure lotte, pretendendo il plauso bovino delle masse anestetizzate da una politica assente e da media criminali e compiacenti. Ci vendono le continue cessioni di sovranità, più o meno mascherate, più o meno popolari, come i rimedi ai mali causati proprio dalla rinuncia al ruolo di Nazione e alla nostra esistenza come popolo, indipendente e sovrano.
Insomma, se proprio si vuole perire, almeno lo si faccia senza essere complici prudenti dell’assassino e con la dignità di una Nazione.

Fonti:
ISN
Newsmercati
Camera Italolibica
CCII
ilsole24ore
Difesa

Fonte

Gli americani dietro il Golpe in Ucraina

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di Gianni Petrosillo

Le ingerenze esterne nella sedizione di Maidan vengono a galla con particolari choccanti (non tanto per noi). Dopo la telefonata intercettata dai servizi segreti russi, qui , tra Victoria Nuland, diplomatica americana che ricopre la carica di Assistant Secretary of State for European and Eurasian Affairs per il Dipartimento di Stato USA e l’ambasciatore statunitense a Kiev, Geoffrey Pyatt, nella quale i due decidevano, mandando a quel Paese l’Europa, chi tra le forze golpiste ucraine avrebbe dovuto gestire la transizione, viene rivelata (sempre dall’Intelligence del Cremlino) un’altra comunicazione,  qui , tra la baronessa Catherine Ashton, Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione europea e il ministro degli Esteri estone Urmas Paet.

Quest’ultimo di ritorno da Kiev rivela al politico inglese che “Tanto tra le persone quanto tra i manifestanti ci sono stati morti uccisi dai cecchini. Gli stessi cecchini uccidevano persone su entrambi i fronti. C’è l’impressione sempre più forte che dietro i cecchini non ci sia Yanukovych ma qualcuno della nuova coalizione.” Avete sentito bene. Con tanto di prove fotografiche e dichiarazioni di medici vicini ai manifestanti che hanno soccorso i feriti, Paet mette in guardia i vertici europei su Maidan, che non è quello che si crede, per quanto esista indubbiamente un malcontento popolare verso una classe dirigente corrotta ed incapace di risvegliare l’economia della nazione.

A questo punto non è difficile intuire chi c’è dietro il putsch di Kiev che Bruxelles, nonostante le informazioni in suo possesso, avvalora con aiuto finanziario e sostegno economico. Chi è dunque dalla parte sbagliata della storia, Putin come afferma l’incauto Obama o lo stesso presidente americano? Noi abbiamo segnalato per tempo tutte le “incongruenze” tra la versione dei fatti comunemente accettata dalla famigerata Comunità internazionale e la direzione reale degli avvenimenti in varie occasioni (qui ,  qui qui, qui ). Purtroppo, la nostra voce che sale da un piccolo blog relegato nei meandri della rete viene ricevuta da pochi (ma speriamo buoni).

Tuttavia, non crediate che quanto venuto a galla in questi giorni sia sufficiente a far cambiare opinione ai nostri governanti europei i quali di mestiere fanno i servi della Nato e per hobby i mistificatori dell’evidenza storica. Quindi non aspettiamoci nulla dall’Europa unita, mentre auspichiamo lo scollamento del fronte comunitario a causa dell’emergenza di interessi particolari di qualche membro, come la Germania, che difatti sta timidamente rompendo le righe. Adesso i crucchi temono che l’ “operazione”, alla quale essi hanno partecipato con subdole istigazioni,  finisca con l’avvantaggiare soltanto il partner d’oltreoceano. Inoltre, referenti istituzionali tedeschi come l’ex premier Schröder e l’attuale ministro degli esteri Steinmeier coltivano buoni rapporti con Mosca. Proprio questi legami sono stati stigmatizzati dalla stampa statunitense e dai caporioni di Washington che si sono affidati alla Merkel, il loro “uomo” a Berlino, per limitare l’azione dei suddetti politici troppo vicini a Putin.

E’ ormai innegabile il dato che i destini dell’umanità siano in mano a pessimi elementi, avventurieri del caos e della destabilizzazione globale, come Barack Obama, detentori di Nobel alle intenzioni smentite dai successivi accadimenti. Il Capo della Casa Bianca è l’unico fuori dalla realtà, essendo il capostipite di una cricca predominante che non vuole accettare la trasformazione degli equilibri planetari e l’evoluzione geopolitica della scacchiera mondiale in senso multipolare. Per preservare questo strapotere, fuori da ogni logica evenemenziale, sta trascinando stati e popoli nel disordine e nella guerra. L’Europa che non vuole sganciarsi da questi poteri internazionali, dai quali si fa dettare l’agenda politica e finanziaria, rischia di trasformarsi in un avamposto della crisi sistemica globale dove tutte le tensioni generali verranno a scaricarsi con grave nocumento per i suoi cittadini.

Nel frattempo, dopo quanto appreso, si dovrebbe immediatamente rimuove lady Ashton dalla funzione che svolge. Tale bar(b)oncina incapace che non aveva nessuna esperienza internazionale alle spalle prima di assurgere a capo della diplomazia europea è l’emblema di questa UE senza coraggio e senza spina dorsale. Un vero delitto verso i popoli europei in un’epoca che si annuncia densa di sconvolgimenti.

 

Fonte

Come comprare delle nazioni.

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di Uriel Fanelli

E’ difficile spiegare come mai le crisi finanziarie ci trovino impreparati: l’ultima crisi finanziaria ci ha colti che mentre i membri della classe media erano molto meglio preparati ad affrontare un’apocalisse zombie. E’ come se i dinosauri avessero studiato per dieci milioni di anni come vincere Masterchef, e solo ad un certo momento avessero notato il fottuto asteroide.

Ora, se consideriamo l’esempio dei dinosauri, il motivo per il quale non avevano notato l’asteroide era molto semplice: non avevano gli strumenti per avvistarlo, non avevano l’intelligenza per capirne il pericolo(1), e anche nel caso, non avevano i mezzi per farvi fronte.
Il guaio e’ che le scorse crisi finanziarie hanno colto impreparata la classe media, la quale e’ quella che ha :
  1. La maggiore quantita’ di informazione, e la maggiore propensione ad accettare messaggi anche quando esulano dalla norma, propensione che manca per esempio alle classi alte.
  2. La maggiore flessibilita’ nel pensiero, e la maggiore propensione alla proattivita’, visto che sono ricchi ma non ancora abbastanza da divere di rendita, e la loro posizione, a confronto di quella dei ricchi, e’ in pericolo.
  3. Avevano i mezzi per farvi fronte, dal momento che a perdere i risparmi sono stati loro, ovvero sono stati loro quelli che avevano investito.(2)

 

tuttavia, la classe media ha preferito allenarsi a sopravvivere nel caso di un risveglio dei morti in cerca di cervelli, piuttosto che fiutare l’orizzonte o leggere i segni di un disastro imminente. La prima domanda e’ “perche’?”.
La risposta puo’ essere trovata esaminando le dinamiche notizia-mercato degli ultimi tempi. Prendiamo la Spagna. La Spagna , dicono, si e’ ripresa e se continua su questa strada, vi dicono i giornali italiani, allora sara’ salva. Siete sicuri?
C’e’ qualcuno che ci ha messo qualche fatto, e le cose non stanno esattamente cosi’: http://qz.com/164769/spain-economy-is-in-horrific-shape-but-bond-markets-think-the-crisis-is-over/
Tuttavia, si vedono addirittura articoli su giornali abbastanza rilevanti, riguardo al fatto che la Spagna di qui, la Spagna e’ uscita dal progetto di salvataggio, e la spagna riparte, e blablabla. Strano?
No, c’e’ di peggio. Saprete tutti cosa sia stata la NEP. La nuova politica economica sovietica fu una serie di riforme molto simili a quelle cinesi, che produssero un robustissimo picco dell’economia sovietica. Improvvisamente la propaganda russa, seguita dai giornali comunisti italiani, si mise a parlare di questo boom, la FIAT investi’ in Russia, ENI pure, e la gente faceva i viaggi in Russia, ove venivano confinati in zone per occidentali , e vedevano una bella vetrina costruita appositamente.
Non e’ che non potessero uscire o ci fossero guardie col colbacco attorno a loro: semplicemente, mancando le infrastrutture, visitare l’entroterra sovietico era difficilissimo, e quindi i visitatori stavano nei centri delle grandi citta’, confondendo la bellezza di San Pietroburgo con la potenza sovietica. Insomma, andare a visitare l’entroterra russo e vedere la miseria era possibile, il guaio era che , come succede in Cina, l’entroterra era cosi’ povero ed isolato, specialmente d’inverno, che i pochi visitatori dell’ URSS preferivano starsene nel semi-caldo delle citta’, nei quartieri ove gli occidentali trovavano ospitalita’. Un pochino come in Cina.
E siamo al punto: nonostante l’economia sovietica durante la NEP sia cresciuta, eccome, nessuno credeva agli annunci trionfali del regime comunista, dal momento che , si rispondeva “era tutta propaganda”. Eppure la Russia crebbe davvero durante la NEP, aveva mandato il primo satellite in orbita, il primo uomo nello spazio, il primo oggetto artificiale sulla Luna. MA , si diceva “era tutta propaganda”. Il governo dell’ URSS diceva che stava crescendo del 13/15% annuo, che era materialmente vero, ma tutto veniva liquidato in occidente con uno sbuffo: “propaganda”.

La mia domanda allora e’: se non avete creduto al regime comunista ai tempi della NEP perche’ non diceva la verita’, essendo appunto un regime comunista con una stampa propagandista, per quale motivo avete creduto ai numeri forniti dal regime comunista CINESE, con la sua stampa propagandista?

Voi direte che certamente non e’ possibile simulare una crescita come quella cinese, per cui se crescono del 13%, crescono del 13%. Davvero? Qualcuno sta iniziando ad avere dei dubbi: hanno confrontato la quantita’ di fatture dichiarate dalle aziende cinesi , in uscita verso Hong Kong, con le stesse fatture registrate dalle ditte che poi prendono la merce e la portano in occidente. La differenza e’ di quasi 100 MILIARDI di dollari. Su quanto? Su 400 miliardi. Il 25% di “gonfiaggio”.

Cosa fanno i cinesi? Vi fanno una fattura da 10, ma nel loro programma di contabilita’ scrivono 100. Quando voi pagate in dollari o euro, aspettano la prossima svalutazione, e solo dopo la svalutazione cambiano i soldi, che a quel punto valgono 100. In questo modo, sinche’ non si confrontano le date ed i cambi, avviene una sopraffatturazione enorme.

Insomma, quando vanno a fare le statistiche, sotto lo sguardo vigile degli ispettori di IMF , OCSE ed altri enti deputati alla revisione, usano fatture che sembrano coincidere coi versamenti. Solo facendo un confronto tra quanto registrato in USCITA dalla Cina e quello registrato in ENTRATA in un posto come Hong Kong (porta verso parte del mondo anglosassone), si sono trovati 100 MILIARDI di export inventato. E nessuno ha ancora confrontato l’export dichiarato dai cinesi con gli USA e con la UE, rispetto ai dati di import.

Trovate la storia qui: http://qz.com/164743/how-more-than-100-billion-in-secret-cash-was-smuggled-into-china-last-year/

Ora, che cosa significa? Significa che i cinesi sono cresciuti essenzialmente per merito di investimenti occidentali, e che non sono probabilmente mai stati nemmeno vicini al 13% di crescita del PIL che vantavano, e che moltissime delle loro “esportazioni” erano praticamente inventate dagli organi di propaganda, come erano inventati i numeri dell’ URSS. Il tutto aveva come scopo quello di attirare investimenti occidentali, e su quelli (e non sulle vendite gonfiate) si basano i bilanci cinesi.

Ma … come mai l’ occidente si e’ bevuto questa merda coi cinesi e non coi sovietici? Perche’ si e’ (giustamente) preso per fumo negli occhi il trionfalismo sovietico, mentre si e’ accettato come oro colato lo stesso trionfalismo da parte del partito COMUNISTA cinese? Che cosa e’ cambiato?

La risposta e’ semplice: e’ cambiata la geografia dei mass media. Se osservate i mass media degli anni ’70 e li confrontate con quelli di oggi, scoprirete che i piu’ seguiti sono in mano oggi a poche famiglie di finanzieri, sia qui che in USA che ovunque.

In pratica, l URSS non poteva certo promettere ricchezza ai gestori di RAI1 e RAI2 se avessero sponsorizzato gli investimenti in URSS, non potevano corrompere Avvenire o Famiglia cristiana convincendoli a parlare bene della crescita russa, e anche i principali giornali del periodo non erano molto inclini alla finanza.

Molto era sotto il controllo dei partiti, e se escludiamo il PCI che possedeva l’ unita’, per i sovietici c’era poco da comprare, e gli stessi partiti non erano tanto facili da comprare coi rubli.

Ma confrontiamo la cosa con la situazione  di oggi. Ci sono essenzialmente tre famiglie che detengono tutta la stampa italiana, ed essenzialmente tutti e tre i partiti.

  • La famiglia Berlusconi ha Mediaset, Mondadori, e’ proprietaria del centrodestra, quando governa possiede molto di Rai, tranne gli irriducibili di RAI3.
  • La famiglia De Benedetti ha l’universo di sinistra, Repubblica, ed e’ proprietaria del PD, RAI3, e tutto il gruppo l’ Espresso, Huffington post Italia, etc.
  • La famiglia Agnelli/Elkann ha Corriere, La Stampa, (3) e anche politicamente non si fa mancare nulla, con  M5S.

Questa e’ la consueta divisione dei poteri italiana: tre grandi famiglie di finanzieri, tre grandi partiti, tre gruppi massmediatici. Niente di che.

Ma la differenza e’ che un tempo erano i partiti ad essere in cima alla piramide, mentre oggi e’ tutta finanza. E la finanza va dove vanno i soldi. Che significa?

Immaginate che uno sceicco arabo decidesse di investire miliardi e miliardi per islamizzare l’ Italia. Gli basterebbe convincere TRE famiglie. Di finanzieri. Dovrebbe cioe’ riempire di miliardi solo TRE famiglie di finanzieri, e da domani TUTTI i media vi racconteranno di quanto e’ bello l’ Islam, sino a farlo diventare una moda , poi indirizzo politico mediante i partiti collegati alle famiglie di finanzieri, e infine la religione dominante.

E’ un esempio, ma vi spiega in che modo i cinesi siano riusciti dove i sovietici hanno fallito:

il governo cinese aveva capito che gli sarebbe bastato promettere guadagni stratosferici ai finanzieri che controllano i media occidentali (ormai in tutti i paesi i media sono posseduti da fondi e finanzieri) , per ottenere recensioni ottimistiche, ed una certa “cecita’” riguardo alla loro propaganda. Essi hanno detto a questi finanzieri: “se ci aiutate nella truffa, ci guadagnate anche voi”.

Lo scopo dei cinesi era di attirare investimenti in un paese arcaico, privo di infrastrutture ed essenzialmente poco scolarizzato (come all’epoca era: ci vollero 20 anni per arrivare ai ritmi di oggi), e lo fecero semplicemente dividendo una fetta coi finanzieri, che in cambio della fetta dovevano usare i loro media per NON denunciare qualche numero “gonfiatino”: l’export cinese era di qualche decina di punti inferiore, la crescita del PIL magari e’ sempre stata – in realta’ – ad una sola cifra, e cosi’ via.

Basto’ poco: i gruppi finanziari che gestiscono TUTTI i media in occidente sono poche decine. Basta dividere la torta con una decina di gruppi finanziari, e pac: tutti i media non si sogneranno neppure PER SCHERZO di denunciare la propaganda cinese riguardo alla crescita del paese asiatico.

Adesso torniamo alla domanda originale: perche’ la classe media si allenava per l’apocalisse zombie mentre arrivava l’uragano? Per la stessa, identica ragione: i finanzieri possiedono tutti i media. La classe media veniva tenuta in una pacchiana ignoranza nella quale il problema non erano i mutui subprime, ma gli zombie.

Nessuno di noi sa di preciso che diavolo stia succedendo nel mondo, leggendo i media posseduti da grandi gruppi finanziari. Guardate la ripresa USA: tutti dicono che c’e’ ripresa, ma se girate per un social network americano qualsiasi, nessuno sembra concordare. Che succede? Succede che si sta gonfiando la borsa, e chi ha ancora due soldi sara’ spinto ad andarci ancora. Risultato? Entro 2/3 anni, si tirano su le reti e si pesca, e peccato per i fessi che rimarranno in mutande.

Qualcuno sta avvisando gli americani che investono a New York che la crisi non e’ finita davvero, che materialmente non e’ cambiato (quasi) nulla, e che sta per scoppiare la bolla cinese, e che quando succedera’ si dira’ “ehi, scusate, si sono sgonfiate le tigri orientali?” (4) e milioni di americani si troveranno di nuovo in tenda, dopo aver sputato sangue per risparmiare due lire.

In generale, il concetto e’ molto semplice: Matrix e’ tutto attorno a te, in un modo particolare. In rete l’informazione si trova anche, ma appare circa cosi’:

Se avete la fortuna di beccare il simbolino giusto nel bailamme, allora avete l’informazione utile. Ma se non avete questa fortuna, e visto il numero di simboletti che scorrono tale fortuna e’ assolutamente improbabile, non capirete mai che cosa sta per arrivare.

E passerete il tempo a imparare come sopravvivere ad una apocalisse zombie, quando dovreste invece preoccuparvi di come difendere il vostro reddito.

Mentre i dinosauri non avevano alcuna speranza di far qualcosa contro un asteroide, la classe media potrebbe difendersi semplicemente smettendo di affidare a borse che sembrano casino’ tutti i loro risparmi. Dopo qualche anno di segno meno, per invogliare i risparmiatori ad investire, i governi sarebbero costretti a cambiare le leggi e tutelare un minimo i risparmiatori.

Ma costa molto meno comprare i maggiori gruppi giornalistici,  che sono tutti in perdita ma guarda caso rimangono in piedi – ehi, come mai questi investono in aziende decotte come i giornali? – e convincere le persone che in USA e’ iniziato un nuovo boom economico, che la Cina cresce del 13%, per poi passare il tempo a chiedersi come mai le nazioni che resistono a questi squali sono quelle che la musica della propaganda l’hanno gia’ ascoltata – se non inventata con Goebbels – e hanno sviluppato una sana, naturale diffidenza verso questi pifferai magici.

Come mi scrisse un amico slavo:

voi occidentali siete sottoposti ad una propaganda identica a quella sovietica, e ad un controllo identico a quello del KGB, solo che voi credete che la propaganda siano “notizie”, e credete davvero che il controllo “serva a proteggervi”. Anche a noi hanno detto che la propaganda fosse verita’, e che il controllo serviva a proteggerci, ma almeno noi sapevamo di venire imbrogliati. Noi lo avevamo capito.

Ed e’ per questo che in Spagna c’e’ ripresa, ci sono le riforme, e tutto quanto, mentre il 26% delle persone non ha lavoro: le tre famiglie italiane, o almeno una delle tre, hanno interessi in Spagna. Ed e’ per questo che nessuno parla del tracollo cinese che sta avvenendo ormai da un anno: le tre famiglie che possiedono tutti i giornali hanno interessi in Cina.

Siete voi, in queste condizioni, che non riuscite a difendere i vostri interessi. Certo, potete sperare di capirci qualcosa osservando qualche fiume di dati incomprensibili che girano su Internet, ma e’ come per un dinosauro guardare il cielo stellato: magari poteva vedere qualcosa di strano e luminoso in cielo , ma… “chissa’ che diavolo significa”

Uriel

(1) I polli sono una versione evoluta dei dinosauri. Immaginate solo quanto stupidi fossero i dinosauri, se i polli sono un dinosauro migliorato.
 
(2) Pochi valutano il fatto che se la crisi ha colpito la classe media, e’ perche’ era la classe media a fare uso maggiore (confrontato al reddito) di strumenti finanziari speculativi, piu’ di quella alta.

(3) Il gruppo RCS e’ diventato il gestore di contenuti pubblicitari per La Stampa, il che significa che sono due nomi della stessa “revenue”.

(4) Che si sgonfiarono anche nel 1997, dopo una simile speculazione, ma nessuno ha voglia di ricordarlo.

“Greenpeace” va in guerra

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Quasi la metà della trentina di attivisti di Greenpeace arrestati dalla Russia è accusata di pirateria. Su scala più ampia, l’attacco alla piattaforma petrolifera “Prirazlomnaja” dovrebbe essere visto in prospettiva storica. Ora l’incidente ha lasciato il campo delle relazioni pubbliche e sarà trattato dal sistema giudiziario russo come reato. La Corte di Murmansk dovrà scoprire chi tra l’equipaggio dell’Arctic Sunrise sia responsabile e debba meritare una condanna.

La triste tradizione di Greenpeace di mettere in pericolo i complessi impianti energetici è entrata in conflitto con la crescente presenza russa nella regione. Pochi giorni prima dell’incidente sulla piattaforma “Prirazlomnaja“, la Russia aveva annunciato i piani per proteggere i giacimenti offshore, e per ricostruire una base militare nelle isole della Nuova Siberia. Le azioni pericolose di hippy ben preparati, presso la vitale infrastruttura energia di Mosca, non riguarda solo lo scenario artico. Tre anni dopo il famigerato incidente della BP, un gruppo di giovani, ancora una volta, mise in pericolo l’ecologia marina e la sicurezza del personale operativo. Una rapida risposta era inevitabile perché gli ingegneri russi hanno dovuto terminare una fase difficile dei lavori sottomarini. “Qualsiasi cosa poteva succedere. Un errore di manovra o un malfunzionamento tecnico. C’era un pericolo per la vita e la salute del personale. Tali trovate pubblicitarie valgono davvero la pena delle possibili gravi conseguenze che possono creare?“, ha chiesto il Presidente della Russia Vladimir Putin ai partecipanti del forum internazionale sull’Artico in Russia. Questa estate la nave di Greenpeace ha violato la frontiera marittima della Russia diverse volte. Le guardie di frontiera hanno contattato il capitano dell’Arctic Sunrise, che aveva deciso d’ignorare tutti gli avvertimenti sulla navigazione. Se gli attivisti di Greenpeace avessero eseguito un simile attacco a sorpresa contro una qualsiasi struttura statunitense, sarebbero sicuramente finiti a Gitmo con l’accusa di terrorismo.
Le aziende di costruzione di tutto il mondo sono ben consapevoli di questo tipo di minaccia. Gli atti di ecoterrorismo sono spesso coperti dall’assicurazione contro i rischi politici. In prospettiva storica, i governi dei Paesi sviluppati non hanno esitato a fermare l’agenda degli attivisti radicali con tutti i mezzi disponibili. L’affondamento della Rainbow Warrior di Greenpeace fu uno degli esempi più vividi. Nel 1985 il presidente francese François Mitterand aveva tentato d’impedire alla nave d’interferire con un test nucleare pianificato e ordinò di sabotarla in un porto della Nuova Zelanda.  Il fotografo Fernando Pereira, a bordo della Rainbow Warrior, annegò nel rapido affondamento che fece seguito all’esplosione. Il governo francese si scusò, ma Greenpeace non aveva tratto alcuna conclusione dal tragico incidente. Un altro caso interessante. Nel settembre del 1995, 25 attivisti di Greenpeace occuparono la piattaforma Brent Spar della compagnia Shell, per protesta contro il piano di affondare l’impianto di perforazione in acque profonde. La Shell aveva commissionato la consulenza indipendente della norvegese Det Norske Veritas (DNV), per indagare sulle accuse di Greenpeace. Greenpeace ammise che le sue affermazioni secondo cui la Spar conteneva 5.500 tonnellate di petrolio erano “imprecise”. Prendendo parte al conflitto tra società off-shore e onshore, Greenpeace danneggiò gravemente la propria credibilità. Il governo inglese si trattenne da azioni sovversive e optò per l’infiltrazione: agenti di polizia ebbero l’ordine di aderire all’organizzazione verde. The Guardian seguì in dettaglio molte storie di agenti di polizia sotto copertura che posarono per anni da attivisti ambientali. I principali membri di Greenpeace furono profondamente coinvolti nello scandalo.
Dalla “battaglia” del Brent Spar, il ricatto ecologico è diventato un business redditizio e un utile strumento nella lotta per gli affari. Greenpeace gode di generose donazioni da varie istituzioni di beneficenza private negli Stati Uniti. “Esiste negli Stati Uniti una vasta, ben consolidata, altamente professionale industria della protesta alimentata da gruppi d’interesse che cercano di riempirsi le tasche“, hanno scritto Jay Byme e Henry I. Miller nel loro articolo “Aprire gli occhi sull’eco-terrorismo” di “Forbes“. Cosa c’è di meglio degli estremisti verdi da poter vendere sempre  al pubblico quali “bravi ragazzi”, perché l’ambientalismo aggressivo gode di uno status quasi religioso nei Paesi occidentali. Si tratta di una parte sostanziale della nuova ideologia anti-scientifica ostile all’industria energetica e al progresso tecnologico. Alcuni membri dell’equipaggio dell’Arctic Sunrise possono essere idealisti puri. Il loro zelo neo-luddista è solo degno di miglior causa e deve essere qualificato come circostanza attenuante. Più vulnerabili di loro, per esempio, è l’eco-attivista finlandese Sini Saarela che dovrebbe essere curata e medicata. La guardia costiera russa l’ha salvata un paio di giorni prima dalle acque fredde del Mar di Pechora, dopo che non era riuscita a salire sulla “Prirazlomnaja” con materiale alpinistico. Considerando tutti questi fatti, le guardie costiere russe sono improvvisamente apparse come un faro di umanesimo rispetto a coloro che affondarono la Rainbow Warrior come “misura preventiva” o a coloro che inviarono poliziotti a lavorare in Greenpeace. L’intenzione della Russia poteva essere spaventare alcuni membri dell’equipaggio ignari, non punirli penalmente, secondo l’esperto sull’energia russo Konstantin Simonov.
Piccolo test di realtà per i cuori liberali che sanguinerebbero senza mai farsi del male. E’ assai probabile che le guardie di frontiera della Russia abbiano anche ottenuto un applauso silenzioso da ingegneri canadesi, norvegesi e persino statunitensi che lavorano su progetti energetici pericolosi sulle frontiere artiche. Ma gli eco-terroristi professionali come il capitano della Rainbow Warrior e dell’Arctic Sunrise, Peter Wilcox sono assai ben consapevoli di tutte le conseguenze. Sono infatti esperti manager dell’industria transnazionale dell’attivismo verde retribuito che partecipano volontariamente ad azioni illegali per pubblicità. Volevano uno scandalo e ci sono riusciti. Potrebbe essere uno dei motivi per cui i giudici a Murmansk hanno negato la cauzione, al fine di lasciare che gli investigatori scoprano chi siano quelli dell’equipaggio dell’Arctic Sunrise. L’approccio  individuale è davvero necessario nel mantenere i principi di legalità e di proporzionalità della pena.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

 

Fonte

Secondo round.

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di Uriel Fanelli

Era abbastanza ovvio che la vicenda NSA non si sarebbe chiusa cosi’. Certo la Merkel non poteva fare nulla come cancelliera uscente, perche’ posizioni dure sono possibili solo a cancellieri forti. Ma adesso che ha vinto alle elezioni, e a meta’ dicembre si presentera’ probabilmente il governo, la Merkel puo’ riprendere in mano le cose che aveva lasciato.

Il primo punto che si deve capire e’ che non e’ una guerra di spionaggio. E neanche di privacy.
Mettiamola cosi’: io ho una telco. La legge mi obbliga a tenere tutti i tracciati per 3 anni. Mi obbliga cioe’ ad un oneroso lavoro di archiviazione, nel quale non ci guadagno nulla.
Adesso creiamo la NSA, e diciamo che NSA mi paga 3 MILIARDI di euro/anno per quei logs. Ehi… diventa remunerativo! Ehi…. sono aiuti di stato!
Il concorrente americano, per gli stessi dati, riceve MILIARDI di dollari dal governo! Non e’ concorrenza leale.
Quindi, il primo punto da capire e’ che dare un bilancio ENORME all’intelligence per catturare dati , e fare in modo che questo bilancio finisca nelle tasche delle telco, significa AIUTARE le telco, le quali, per fare quello che facevano prima (loggare le chiamate nei CDR) si mettono a guadagnare soldi anziche’ perderne.
Quindi, dovete capire che esiste una lobby dell’ IT che ha un pelino sul Q la storia che NSA ha un bilancio di 52 miliardi di dollari e li spende in IT. Perche’ e’ un bell’aiutino di stato.
Andiamo avanti. Avete presente la storia delle startup e della FED che stampa soldi? La domanda e’: ma dopo che li ha stampati, come li distribuisce? Li butta per le strade? Che fa?
Quello che fa e’ comprare titoli tossici dal mercato, ovvero titoli subprime.
Allora la domanda e’: ma chi produce tutti questi titoli ad alto rischio? Li producono quelle banche che prestano solti ad aziende e privati che hanno un rischio di fallimento alto. E chi sono quelle banche? Sono quelli che fanno venture capital. E chi   finanziano? Finanziano startup del mondo IT. A pioggia. Molti riescono, moltissimi falliscono. Il rischio e’ enorme. Queste finanziarie lo cartolarizzano emettendo bond subprime. Che poi la FED compra. Leggi il resto dell’articolo

Chi e cosa si cela dietro l’immigrazione

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Di Giuli Valli, da: «Il vero volto dell’immigrazione: la grande congiura contro l’Europa», 1993

Un primo consistente indizio per sapere dove andassero cercati i meno occulti promotori di questo grandioso fenomeno ci fu offerto da un articolo apparso sul quotidiano «Alto Adige» del 10 agosto 1989, dal titolo: «Ondata di immigrati africani». Vi si riferiva l’intervista col presidente degli ambulanti trentini aderenti alla «Confesercenti», il quale, tra l’altro, dichiarava: «si calcola che nei prossimi anni, 30-40 milioni di africani verranno in Europa, e i governi centrali, su direttive dell’ONU, (il corsivo è nostro), hanno affidato a Italia, Spagna e Grecia il peso maggiore. 
Sembra che l’Italia, nella spartizione internazionale, debba farsi carico dell’immigrazione senegalese, e si stima in 5 milioni la dimensione numerica: quasi una persona ogni dieci italiani» 
Dunque l’ONU veniva indicata come la centrale da cui è partito l’ordine che è alle origini di questa vicenda e le si attribuiva un preciso programma che non potrà non incidere in maniera sconvolgente sul prossimo avvenire del popolo italiano, i cui destini, al di là dell’amena tavoletta della sovranità popolare, evidentemente sono in mano di lontani e sconosciuti padroni. 
Successive ricerche confermano che la pista era quella giusta: l’Italia, con la legge 10 aprile 1981 n.158, ha ratificato la convenzione n.143 del 1975 della Organizzazione Internazionale del Lavoro (uno degli organi dell’ONU), recante il titolo: «sulle migrazioni in condizioni abusive e sulla promozione della parità di opportunità e di trattamento dei lavoratori migranti». Da qui si vede che già almeno dall’ormai remoto 1975 si venivano addensando sul capo degli ignari italiani fosche nubi foriere di tempesta. In obbedienza a quei patti, il Governo nazionale proponeva e il Parlamento approvava la legge 30.XII.1986 n.943 che sin da allora garantiva (art.1) «a tutti i lavoratori extracomunitari parità di trattamento e piena eguaglianza di diritti rispetto ai lavoratori italiani», nonché il godimento “dei servizi sociali e sanitari” e il diritto “al mantenimento dell’identità culturale, alla scuola e alla disponibilità dell’abitazione”. E all’art.2 prevedeva, proprio come riferito dal citato articolo dell’”Alto Adige”, “accordi bilaterali e multilaterali previsti dalla convenzione dell’OIL n.143 del 24 giugno 1975…per disciplinare i flussi migratori»
Si aprivano, insomma, fin da allora – in nome di una convenzione dell’OIL, e cioè di un istituto specializzato dell’ONU, le porte dell’immigrazione, nonostante che ancora, malgrado le statistiche del CENSIS, il fenomeno non fosse neppur lontanamente così evidente, come è diventato oggi. E, in realtà, l’Italia non era affatto allora, così come non lo è a tutt’oggi, un paese che possa ragionevolmente attirare un consistente flusso immigratorio: di modesta estensione, montagnosa, povera d’acqua e di materie prime, densamente popolata, con grave penuria di alloggi già per i suoi abitanti, grazie anche a mille pastoie burocratiche che ostacolano le nuove costruzioni e persino il restauro di quelle già esistenti, con ancora molti suoi figli emigrati all’estero e una lieve disoccupazione e sotto-occupazione interna, con servizi pubblici e sanitari largamente e spesso drammaticamente inefficienti, e insufficienti anche per la sola sua popolazione, davvero non si vede come potrà fronteggiare i mille problemi posti dalla valanga extracomunitaria. Leggi il resto dell’articolo

L’INDUSTRIA DELLA MENZOGNA QUALE PARTE INTEGRANTE DELLA MACCHINA DI GUERRA DELL’IMPERIALSMO

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di Domenico Losurdo

Nella storia dell’industria della menzogna quale parte integrante dell’apparato industriale-militare dell’imperialismo il 1989 è un anno di svolta. Nicolae Ceausescu è ancora al potere in Romania. Come rovesciarlo? I mass media occidentali diffondono in modo massiccio tra la popolazione romena le informazioni e le immagini del «genocidio» consumato a Timisoara dalla polizia per l’appunto di Ceausescu.

1. I cadaveri mutilati

Cos’era avvenuto in realtà? Avvalendosi dell’analisi di Debord relativa alla «società dello spettacolo», un illustre filosofo italiano (Giorgio Agamben) ha sintetizzato in modo magistrale la vicenda di cui qui si tratta:
«Per la prima volta nella storia dell’umanità, dei cadaveri appena sepolti o allineati sui tavoli delle morgues [degli obitori] sono stati dissepolti in fretta e torturati per simulare davanti alle telecamere il genocidio che doveva legittimare il nuovo regime. Ciò che tutto il mondo vedeva in diretta come la verità vera sugli schermi televisivi, era l’assoluta non-verità; e, benché la falsificazione fosse a tratti evidente, essa era tuttavia autentificata come vera dal sistema mondiale dei media, perché fosse chiaro che il vero non era ormai che un momento del movimento necessario del falso. Così verità e falsità diventavano indiscernibili e lo spettacolo si legittimava unicamente mediante lo spettacolo.
Timisoara è, in questo senso, l’Auschwitz della società dello spettacolo: e come è stato detto che, dopo Auschwitz, è impossibile scrivere e pensare come prima, così, dopo Timisoara, non sarà più possibile guardare uno schermo televisivo nello stesso modo» (Agamben 1996, p. 67).
Il 1989 è l’anno in cui il passaggio dalla società dello spettacolo allo spettacolo come tecnica di guerra si manifestava su scala planetaria. Alcune settimane prima del colpo di Stato ovvero della «rivoluzione da Cinecittà» in Romania (Fejtö 1994, p. 263), il 17 novembre 1989 la «rivoluzione di velluto» trionfava a Praga agitando una parola d’ordine gandhiana: «Amore e Verità». In realtà, un ruolo decisivo svolgeva la diffusione della notizia falsa secondo cui uno studente era stato «brutalmente ucciso» dalla polizia. A vent’anni di distanza lo rivela, compiaciuto, «un giornalista e leader della dissidenza, Jan Urban», protagonista della manipolazione: la sua «menzogna» aveva avuto il merito di suscitare l’indignazione di massa e il crollo di un regime già pericolante (Bilefsky 2009). Qualcosa di simile avviene in Cina: l’8 aprile 1989 Hu Yaobang, segretario del PCC sino al gennaio di due anni prima, viene colto da infarto nel corso di una riunione dell’Ufficio Politico e muore una settimana dopo. Dalla folla di piazza Tienanmen il suo decesso viene collegato al duro conflitto politico emerso anche nel corso di quella riunione (Domenach, Richer 1995, p. 550); in qualche modo egli diviene la vittima del sistema che si tratta di rovesciare. In tutti e tre i casi, l’invenzione e la denuncia di un crimine sono chiamate a suscitare l’ondata di indignazione di cui il movimento di rivolta ha bisogno. Se consegue il pieno successo in Cecoslovacchia e Romania (dove il regime socialista aveva fatto seguito all’avanzata dell’Armata Rossa), questa strategia fallisce nella Repubblica popolare cinese scaturita da una grande rivoluzione nazionale e sociale. Ed ecco che tale fallimento diviene il punto di partenza di una nuova e più massiccia guerra mediatica, che è scatenata da una superpotenza la quale non tollera rivali o potenziali rivali e che è tuttora in pieno svolgimento. Resta fermo che a definire la svolta storica è in primo luogo Timisoara, «l’Auschwitz della società dello spettacolo». Leggi il resto dell’articolo

LA MERKEL AL SERVIZIO DEL MERCATO TRANSATLANTICO

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Vai a sottovalutare l’intelligenza delle persone. Il segretario di Stato USA, John Kerry, ha detto che Assad è come Hitler. Ma come gli sarà mai venuto in mente un paragone così originale?
Però, anche senza un Hitler, nel Sacro Occidente sappiamo farci rispettare. Che bisogno abbiamo noi di tiranni e dittatori? Si sa che da noi comanda l’Elettore, il Santo Elettore, e che la cancelliera Angela Merkel non muove un passo senza prima sondare gli umori degli elettori della Vestfalia e del Brandeburgo. Eppure la Leggenda del Santo Elettore non tiene conto del fatto che costui non ha mai sentito neppure nominare il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), il nuovo mercato comune che unirà le due sponde dell’Atlantico nel 2015. Non se ne è discusso in nessuna campagna elettorale europea, sebbene sarebbe stato interessante sapere cosa ne avrebbero pensato, ad esempio, gli agricoltori tedeschi; ma in questi anni sono stati intrattenuti a baloccarsi su questioni futili o inesistenti, come pagare o meno i debiti dei “PIIGS”. La propaganda ufficiale è riuscita a diffondere anche in Germania, Olanda e Finlandia la fiaba leghista del Nord che mantiene il Sud, e gli elettori vengono ridotti davvero come bambini che vogliono riascoltare sempre la stessa fiaba. Intanto, nel giugno scorso, la Merkel riceveva a Berlino, in pompa magna, il presidente Obama per dare l’annuncio dell’avvento del mercato transatlantico, cantando come al solito le lodi della “concorrenza” (nome in codice delle multinazionali), foriera di milioni di posti di lavoro e di benessere per tutti. In realtà si tratta di un’integrazione dell’economia europea in quella statunitense, ed al livello degli standard sociali e produttivi degli Stati Uniti.
Neanche in Germania la notizia del TTIP è stata molto rilanciata, ed anche lì la maggior parte della gente continua a non saperne nulla. Forse perché la supina accettazione del TTIP contrasta con l’immagine rampante ed aggressiva che oggi i media vorrebbero imporre della Germania. Fu infatti la stessa Merkel, nel 2007, nella sua veste di presidente del Consiglio Europeo, a firmare il primo accordo con l’allora presidente USA, Bush. Il TTIP venne spacciato per un “accordo bilaterale”, ma in effetti si poneva nella stessa linea dettata dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio/WTO dal 1995, e ne costituiva una diretta e logica conseguenza. Infatti non c’è mai stata una vera discussione a riguardo e, solo per aver proposto di escludere dall’accordo TTIP il settore degli audiovisivi, il presidente francese Hollande si è beccato l’epiteto di “reazionario” dal presidente della Commissione Europea, Barroso. Come sorprendersi se adesso il povero Hollande vuole andare a bombardare la Siria per potersi sentire di nuovo qualcuno?
Ma la Francia non la prende sul serio nessuno, mentre è la Germania, secondo molti commentatori, a tenere per le palle l’Europa tenendo stretti i cordoni della borsa. Non c’è dubbio che la Germania abbia tratto sinora enormi vantaggi dall’euro, sino ad instaurare un vero e proprio fenomeno di sub-colonialismo sui Paesi del Sud Europa. Come è ormai arcinoto, la Germania può permettersi di pagare interessi più bassi sui propri titoli di Stato, poiché sono i Paesi con titoli “rischiosi” come l’Italia, la Spagna o la Grecia a pagare i maggiori interessi agli investitori. Allo stesso modo, l’eccessivo valore dell’euro ha penalizzato le esportazioni di concorrenti tradizionali della Germania, come l’Italia. La Bundesbank ha saputo certamente fare i propri interessi presentando l’ammissione degli altri Paesi europei al club dell’euro come un onore ed una concessione; e, probabilmente, era persino convinta che così fosse.
Sull’altare dell’Europa, un ceto politico italiano in preda alla libidine di servilismo ed all’autorazzismo, ha perciò sacrificato anche industrie in grado di infastidire i giganti tedeschi. Ciò dimostra ancora una volta che le cosiddette “borghesie nazionali” sono un mito, e che esistono solo ceti affaristici locali incapaci di concepirsi al di fuori della servitù coloniale. L’Alfa Romeo era una delle poche case automobilistiche che potevano insidiare il mercato di Mercedes e BMW, e la privatizzazione/”fiattizzazione” operata da Romano Prodi, l’ha ridotta ad un semplice marchio. Anche parte della siderurgia pubblica italiana è stata svenduta alla multinazionale tedesca ThyssenKrupp, che ci ha ringraziato ammazzando un po’ di operai italiani, adesso persino con l’avallo dei nostri giudici di Appello.
Sta di fatto però che anche il debito pubblico tedesco sta toccando sempre nuovi record. Nell’aprile scorso il debito tedesco ha sfiorato il livello dell’82% del PIL. Il motivo? Ci sono da pagare le quote dell’ESM, il Meccanismo Europeo di Stabilità, quel fondo salva-banchieri che ha appena elargito sessanta miliardi di euro alle banche europee in crisi. Nonostante la diceria che la Germania tenga stretti i cordoni della borsa, in realtà sta versando all’ESM oltre centonovanta miliardi di euro.
L’ESM impegna anche l’Italia a versare qualcosa come centoventicinque miliardi di euro, e ciò nell’ipotesi che la stessa Italia un giorno abbia bisogno di farsi prestare quei soldi (sic!). L’ESM è un Fondo Monetario Internazionale in versione europea, che sinora ha riservato le sue piogge dorate ai banchieri. Anche nel suo statuto l’ESM confessa questa sua complementarietà e dipendenza nei confronti del FMI, il quale, come si sa, ha sede a Washington. A gestire direttamente la crisi finanziaria in Europa infatti è lo stesso FMI, che appena una settimana fa ha intimato alla Grecia di trasferire definitivamente la gestione dei suoi beni immobiliari ad una holding europea con sede in Lussemburgo, che porti a compimento quel programma di privatizzazioni che ridurrà i Greci alla stregua di immigrati clandestini nel proprio Paese.
Non contento, il FMI – dissimulato sotto la voce di “Troika”, come se fosse un’invasione sovietica -, ora impone alla Grecia anche di disfarsi delle sue agenzie militari con tutti i dipendenti, senza indennizzi. In tal modo il FMI si rivela come il braccio finanziario della NATO, che diventerebbe l’unico controllore del territorio greco. Pare proprio difficile pensare che il caso greco non c’entri nulla con l’aggressione contro la Siria, ed ancora più difficile escludere che quest’aggressione rientri nel quadro di un’ulteriore stretta della sottomissione coloniale dell’intero Mediterraneo.
Se la Germania non comanda neppure in Grecia, tanto più risulta improbabile un dominio della Merkel sulla politica italiana. Non si capisce infatti su quale potere di pressione potrebbe contare la Germania, dato che le sue banche non sono neppure i principali detentori del debito italiano. Anzi, dal 2011 il debito pubblico italiano si è andato sempre più “italianizzando”.
Ma per tanti commentatori, e persino “oppositori”, fare l’antidesco oggi è sicuramente più “igienico” che fare l’antiamericano. Non è la Germania infatti non il Paese che ci occupa militarmente. Anzi, tra i suoi attuali privilegi sub-coloniali, la Germania può vantare anche la possibilità di non partecipare ad avventure militari. Bisognerà vedere però cosa rimarrà di questi privilegi quando il mercato transatlantico sarà stato avviato.

 

Fonte

Il prezzo della dignità (parte prima): la guerra del Kosovo

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di Costantino Ceoldo

Il 1989 può essere considerato una data epocale. La caduta del Muro di Berlino e l’unificazione delle due Germanie suggellano, di fatto, la fine dello status quo della Guerra Fredda e della suddivisione del mondo in sfere di influenza ben definite.
La Russia si ritira dall’Europa dell’Est e di lì a poco inizia a soffrire della crisi economica dovuta al cambio di sistema politico ed economico. A Gorbaciov succede Eltsin e la politica estera dell’ex Unione Sovietica si mostra ondivaga, a tratti perfino subalterna nei confronti di quella americana.
Gli Stati Uniti la fanno da padroni un po’ ovunque, come è loro abitudine.
La crisi della Jugoslavia si consolida proprio in quegli anni e le Guerre Balcaniche vengono combattute prima nella forma di “pacifiche” manifestazione di piazza, poi di tumulti, poi di attacchi a posti di blocco della polizia o dell’esercito ed infine di vere e proprie battaglie campali che vedono l’intervento anche della NATO con bombardamenti aerei contro le posizioni occupate dai Serbi, unica tra le parti in causa ad avere sistematicamente torto. Ai bombardamenti dall’alto seguono i dispiegamenti di truppe occidentali, per sancire la definitiva secessione della Bosnia, della Croazia, della Slovenia dal resto della oramai defunta Jugoslavia.
La costituzione voluta da Josip Broz Tito prevedeva la possibilità di una secessione unilaterale delle Repubbliche componenti la Federazione Jugoslava ma non delle regioni autonome, come quella del Kosovo allora parte della Serbia.
La Serbia guardava al Kosovo con grande spirito nazionalista che veniva fatto risalire alla sconfitta contro i Turchi subita dal principe serbo Lazar Hrebeljanovic nella battaglia della Piana dei Merli nel 1389, vicino all’odierna Pristina. Pieno di monasteri ortodossi oltre che di moschee, il Kosovo rappresentava l’anima profonda della Serbia e Belgrado non era incline a discutere della sua secessione.
L’autonomia della regione kosovara venne così revocata dal governo serbo nel 1989 e vi seguì un generale repulisti di figure politiche, militari, economiche albanesi sostituite da analoghe serbe. Fino al 1995 la parte albanese della popolazione, rappresentata dall’intellettuale Ibrahim Rugova e dal suo partito LDK, mise in atto una campagna di resistenza non violenta contro il governo serbo di Slobodan Milosevic rivendicando l’indipendenza del Kosovo ed il suo innalzamento al rango di Nazione sovrana.
Una Nazione sovrana estesa quanto può esserlo un francobollo, per inciso.
Il movimento irredentista kosovaro UCK, formato da un misto di delinquenti tagliagole e reduci dalle campagne bosniache, acquistò via via importanza su quello più prettamente politico guidato da Rugova ed iniziò azioni militari contro la minoranza serba, obiettivi civili e militari facili da colpire.
Oramai, con il senno di poi dovuto all’infinita serie di rivoluzioni colorate, di velluto, delle rose e quant’altro, è fin troppo semplice scorgere il modus operandi di Gene Sharp e del suo thinktank.
Il governo serbo probabilmente non sapeva che si trovava vittima di un protocollo ben studiato: all’inazione verso le provocazioni, sarebbe seguito un loro progressivo inasprirsi mentre una qualsiasi reazione governativa sarebbe stata presentata sempre come eccessiva, anche se in realtà moderata.
Il destino della Jugoslavia era cioè già stato deciso: prima che dai popoli della Federazione, dalle Cancellerie occidentali (da quella tedesca in particolare) e dagli Stati Uniti. Leggi il resto dell’articolo

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