NSA-PRISM: UNO SCANDALO FALSE FLAG PER COPRIRE IL BUSINESS

k-bigpicIl modo in cui l’opinione pubblica europea viene “informata” dello scandalo che riguarda la più grande agenzia statunitense di “intelligence”, la National Security Agency, presenta i consueti risvolti ambiguamente celebrativi che caratterizzano qualsiasi notizia proveniente dagli USA. Questo scandalo pare infatti risolversi anch’esso nell’ennesimo “trionfo della democrazia americana”. I media ci dipingono un Obama sotto attacco da parte di un’opinione pubblica americana che si dimostra gelosa delle proprie libertà, mentre il dibattito si sposta sui massimi sistemi, sullo scontro di due diverse idealità: da una parte la tutela della sicurezza dei cittadini, dall’altra la garanzia della loro privacy.

La presa in giro si completa sugli organi di stampa della finta opposizione, come “Il Fatto Quotidiano”, dove vi sono anche commentatori che giungono ad affermare che in Italia la situazione della violazione della privacy sarebbe persino peggiore che negli USA; cioè il tutto viene risolto in un astratto confronto, basato sulla falsa premessa che si tratti di questioni interne ai vari Paesi; questo come se la NSA si limitasse a spiare il territorio statunitense e non tenesse sotto controllo anche noi.
Il problema è che le attuali tecnologie rendono la privacy un’illusione, e questo modo di dibattere sembra più che altro finalizzato all’idea di abituare l’opinione pubblica a rassegnarsi a vivere sotto controllo. Qualche commentatore meno allineato ha fatto notare che questo scandalo sollevato dal quotidiano britannico “The Guardian” costituisce una gigantesca scoperta dell’acqua calda, dato che da anni si sapeva praticamente tutto a riguardo. In effetti, già nel 2009 la NSA fu al centro di una polemica per casi di spionaggio ai danni di alcuni parlamentari statunitensi; pare ci fosse sotto osservazione un deputato del Congresso, non individuato con certezza dai media; e persino il senatore Jay Rockefeller avanzò il sospetto di essere spiato.
Va sottolineato che però in Europa di questo scandalo del 2009 non si seppe a suo tempo praticamente nulla. Meno di nulla i media europei ci hanno detto su una vicenda successiva ancora più clamorosa, che riguardò le rivelazioni di un “insider” della NSA, l’agente Thomas Drake, che subì anche una persecuzione giudiziaria per “tradimento” da parte dell’amministrazione Obama. Alla fine Drake riuscì in parte a scamparla ed a cavarsela con una condanna minore, perché il tribunale riconobbe che le sue informazioni non compromettevano la sicurezza nazionale, ma scoperchiavano il gigantesco giro d’affari, di corruzione e di frodi che avviene all’interno della NSA. A rendere ancora più strano il silenzio dei nostri media, c’è la circostanza che Drake fu intervistato nella più importante trasmissione televisiva di informazione degli USA, “Sessanta Minuti” della CBS.
Anche in altre interviste Drake portò a conoscenza dell’opinione pubblica dei fatti clamorosi. La sicurezza nazionale è diventata negli USA il settore in maggiore crescita, con un’enorme redistribuzione della ricchezza: il solito capitalismo sedicente privato ed imprenditoriale che invece parassita i soldi pubblici. Agli agenti della NSA è data la possibilità di diventare milionari procurando appalti alle ditte private. Drake dichiaravatestualmente: <>.
Da profondo conoscitore del sistema, Drake parlò anche delle tecniche di “false flag”, di depistaggio, usate dall’amministrazione Obama per affrontare il suo caso, cercando di farlo passare per qualcosa che attentava alla sicurezza nazionale. In realtà attentava soltanto ai business ed agli arricchimenti fraudolenti che avvengono sotto l’alibi della sicurezza nazionale. Anche l’attuale scandalo sul sistema di spionaggio informatico Prism sembra proprio inquadrarsi in questo tipo di operazioni di depistaggio e distrazione. Facciamoli pure discutere nei talk show di libertà, di privacy, di sicurezza; l’importante è non parlare di appalti e di corruzione. Tanto ci sarà sempre una parte dell’opinione pubblica disposta ad avallare qualsiasi liberticidio in nome dello stato di necessità, perciò il dibattito si sposterà invariabilmente sull’opinabile. Ci si potrà quindi domandare quale sia stato il ruolo di Apple, Google e Facebook nel sistema di spionaggio Prism, ma non a quale grado sia arrivata la commistione affaristica di queste multinazionali con la NSA.
Nei Paesi sudditi deve rimanere la convinzione che la corruzione e le tangenti siano roba da popoli inferiori, mentre negli USA ci si scontra sul modo più giusto di combattere il terrorismo. Alla beffa si aggiungono il danno e l’ulteriore beffa, poiché le aziende italiane sono diventate terreno di caccia per ex-agenti CIA ed FBI specializzati in presunti servizi anti-hackeraggio; dei “servizi” che in realtà appaiono come la riscossione di un “pizzo” per essere protetti dalle stesse minacce di spionaggio industriale di provenienza statunitense. Con l’immancabile ipocrita arroganza dei colonialisti, questi pseudo-detective informatici affermano anche di fornire alle aziende americane che vogliano fare affari in Italia, delle certificazioni anti-corruzione sugli eventuali partner commerciali italiani.
Il ministro della Difesa Mauro può oggi permettersi di dichiarare che il MUOS in costruzione a Sigonella sarebbe un impianto che serve alla pace ed alla sicurezza globale, e tutto il problema starebbe nello stabilire se sia inquinante o no (e non lo sarà, c’è da scommetterci). Quindi, se i nostri media ci informassero sulle vere funzioni della NSA e di tutto l’apparato della “sicurezza” USA, l’effetto non sarebbe soltanto quello di un banale e consolatorio “tutto il mondo è paese”, bensì lo smascheramento del carattere affaristico-criminale dell’imperialismo, per il quale inventarsi un nemico significa creare appalti e business. Un business, ovviamente, sempre e rigorosamente basato sul saccheggio della spesa pubblica.

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La denuncia di Ida Magli: “I governanti ci vogliono uccidere”

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Minimalista, depressa, costantemente sull’orlo del baratro. E’ questa l’Italia che vuole l’Europa? O è la conseguenza di errori politici? Ne discutiamo con Ida Magli, antropologa e saggista italiana. Nel suo lavoro ha applicato il metodo antropologico alla cultura occidentale, pubblicando i risultati delle ricerche in numerosi saggi dedicati al cristianesimo, alla condizione delle donne, agli strumenti della comunicazione di massa. Ida Magli, nel 1997, con il suo saggio “Contro l’Europa”, ha previsto ciò che oggi sta accadendo in Europa, in Italia.

Dal 1997 lei afferma che l’Europa, questa Europa, è dannosa per l’Italia. Come spiega l’europeismo italiano a tutti i costi?

Sono i governanti, i politici, i sindacalisti, più qualcuno dei grandi industriali per ovvi motivi di allargamento del mercato, ad aver imposto l’europeismo italiano a tutti i costi. Lei fa bene a sottolineare che è ‘italiano’: in tutti gli altri paesi, sebbene i governanti spingano verso l’unificazione europea, non c’è l’assolutezza che c’è in Italia, naturalmente anche a causa dell’obbedienza dei mezzi d’informazione nel tenere il più possibile all’oscuro i cittadini sugli scopi dell’Europa e sui suoi aspetti negativi, un’obbedienza quasi incredibile. Faccio un solo esempio:tanto Mario Monti quanto Emma Bonino sono stati compartecipi del più grosso scandalo avvenuto in seno al governo europeo (La Commissione Santer: Commissione Europea in carica dal 1995 al 1999, quando è stata costretta alle dimissioni perché travolta da uno scandalo di corruzione – ndr) e costretti alle dimissioni con due anni di anticipo dalla scadenza del mandato per motivazioni ignobili quali nepotismo, contratti illeciti, enorme buco di bilancio, come recitala Gazzettaufficiale dell’UE. Ma nessun giornalista lo dice mai e nessuno l’ha mai sottolineato, neanche quando Mario Monti è stato capo del governo e oggi in cui Emma Bonino è ministro degli esteri nel governo Letta.”

Quali sono gli interessi in gioco?

“I motivi di esclusivo interesse per i governanti sono molti, ma mi fermo a illustrarne soltanto due. Il primo è di carattere politico: distruggere gli Stati nazionali e per mezzo dell’unificazione europea, distruggere i popoli d’Europa, ossia i ‘bianchi’, facilitando l’invasione degli africani e dei musulmani per giungere a un governo ‘americano mondiale’. Naturalmente per la grande maggioranza degli italiani, quella comunista, l’universalizzazione era già presente negli ideali marxisti ed è persistita, malgrado le traversie della storia, fino ad oggi in cui vede finalmente realizzati i propri scopi nel governo Letta. Si spiega soltanto così la lentezza e la tortuosità che sono state necessarie per giungere al governo Letta: era indispensabile creare le condizioni che giustificassero il vero governo ‘europeo’, abilitato a distruggere l’Italia consegnandola all’Europa. Il secondo motivo è esclusivamente d’interesse personale: si sono costruiti, spremendo e schiacciando il corpo dei sudditi, un grande ‘Impero’ finto, di carta, che non conta nulla e non deve contare nulla in base ai motivi che ho già esposto, ma che per i politici dei singoli Stati è ricchissimo. Ricchissimo di onori, di benemerenze, di poltrone, di soldi. Governare oltre cinquecento milioni di persone, con tanto di ambasciate aperte in tutte le parti del mondo, fa perdere la testa a questi politici che vengono dal nulla e che non sono nulla e che, quando manca una poltrona in patria, la trovano in Europa per se stessi, parenti, amici, amanti, con un giro immenso di possibilità e libero da ogni controllo. Non c’è praticamente nessuno dei politici oggi sulla scena che non sia stato parlamentare europeo: Napolitano, Bonino, Monti, Prodi, Letta, Rodotà, Bersani, Cofferati e tanti altri ancora, con un ricchissimo stipendio e benefici neppure immaginabili  per i comuni lavoratori. Essere parlamentare europeo significa anche impiegare il poco tempo passato a Bruxelles a tessere i legami e scambiare i favori utili per la futura carriera in patria, godendo anche alla fine di questi ben cinque anni di dura fatica, di una cosa strabiliante: la pensione per tutta la vita.”

In un suo recente intervento ha affermato che non c’è nessuna luce al termine del tunnel della crisi. Il tunnel è dunque la realtà alla quale dobbiamo abituarci?

“Sì, il tunnel è la realtà. Non dobbiamo abituarci, però, anzi: dobbiamo guardarla in faccia come realtà. Niente di ciò che dicono i politici prospettando un futuro miglioramento nel campo economico è vero e realizzabile, perché non possiamo fabbricare la moneta, come fa ogni Stato sovrano (Come fanno in questi giorni il Giappone e l’America per esempio – ndr). Una moneta uguale fra paesi diversi è una tale aberrazione che non è possibile credere a un errore compiuto dai tanti esperti banchieri ed economisti che l’hanno creato, fra i nostri Ciampi e Prodi. E’ stato fatto volutamente per giungere a una distruzione.”

Per distruggere cosa?

L’introduzione dell’euro ha sferrato il colpo di grazia all’economia degli Stati. Se viceversa si fosse trattato davvero di un errore, allora perché, invece di metterli alla gogna, continuiamo a farci governare da quegli stessi banchieri ed economisti che non sopportano la minima critica all’euro? Dunque la situazione economica continuerà ad essere gravissima e il solerte Distruttore si prepara a consegnarci all’Europa sostenendo che mai e poi mai potremo mancare agli impegni presi e che per far funzionare l’euro bisogna unificarsi sempre di più. Questa è la meta cui si vuole giungere. Visto che la moneta unica non funziona, perché sono diverse le produzioni dei singoli Stati, cambieranno forse queste produzioni unificando le banche e le strutture economiche? Bisogna farsi prendere per imbecilli non reagendo a simili affermazioni. L’unica possibilità che abbiamo per salvarci è che sorga qualcuno in grado di organizzare una forza contraria. Io non lo vedo, ma lo spero. Lo spero perché l’importante è aver capito, sapere quale sia la verità, guardare in faccia il nostro nemico sapendo che è ‘il nemico’.”

In Italia, come in altri paesi colpiti da questo nuovo assetto di mercato che tanti chiamano crisi economica, spesso il suicidio è visto come una soluzione. Come si spiega antropologicamente che è meglio morire invece di ribellarsi?

“La spiegazione si trova in quello che ho detto: i governanti ci vogliono uccidere, lavorano esclusivamente a questo scopo, obbligandoci a fornire loro le armi per eliminarci il più in fretta possibile. Questo è il ‘modello culturale’ in cui viviamo. In base alla corrispondenza e l’interazione fra modello culturale e personalità individuale, chi più chi meno, tutti gli italiani percepiscono il messaggio di condanna a morte che i governanti hanno stabilito per noi in ogni decisione che prendono, in ogni discorso che fanno, in ogni persona che scelgono, in ognuno dei decreti, delle leggi che emanano e delle tasse che impongono. E tuttavia non se ne può parlare: la condanna a morte è chiara ma implicita, sottintesa, segreta, nascosta perché ovviamente l’assassinio individuale così come il genocidio di un popolo, è un delitto e non si può accusarne il governo, il parlamento, i partiti: nessuno. E’ questo il motivo per il quale ci si uccide: l’impossibilità a parlarne, a dirlo chiaramente perfino a se stessi, a fare qualsiasi cosa per evitarlo e ad accusare il proprio ‘padre’. Neanche Shakespeare sarebbe stato in grado di descrivere la tragedia che stiamo vivendo, per la quale stiamo morendo. Qualcuno riesce forse a rendersi conto di che cosa significhi eliminare volontariamente i ‘bianchi’, la civiltà europea, invece che tentare di allontanare il più possibile questa fine, di imprimere nella storia lo sforzo per la salvezza? Qualcuno riesce a concepire un delitto più nefando di questo: che si siano assunti il compito di agevolare  questa morte soprattutto gli italiani, i governanti italiani, quando viceversa avrebbero dovuto essere loro a impedirlo, a voler conservare il più possibile l’immensa Bellezza che gli italiani hanno donato al mondo?

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L’IMPERIALISMO TRANSGENICO DI GEORGE SOROS E BILL GATES

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L’assegnazione del premio Tiziano Terzani al finanziere George Soros possiede una sua intrinseca logica, dato che l’attività giornalistica di Terzani ha rappresentato un fattore di notevole confusione negli anni ’70 e ’80. Può essere indicativo ricordare come Terzani dichiarasse, con la massima disinvoltura, il modo in cui si era costruito un’intera teoria circa i presunti moventi utopistici dei massacri commessi dal regime di Pol Pot in Cambogia; una teoria poi affermatasi come luogo comune inattaccabile. Terzani avrebbe ottenuto questo risultato sulla base di una singola frase all’interno di una breve intervista rilasciatagli dal ministro degli Esteri del governo cambogiano dell’epoca.
In realtà è cosa sin troppo comune confondere le acque sparando frasi ad effetto e slogan idealistici per nascondere motivazioni opportunistiche, meschine o addirittura abiette. Ne sa qualcosa proprio il “filantropo” Soros, il quale ha contribuito anche lui a creare confusione scrivendo un libro sulla crisi, con una particolare attenzione alla questione europea. Soros ha palesato nel libro le sue superiori doti intellettuali, esibendosi in intuizioni fulminanti e originali, come quella secondo cui il progetto monetario dell’euro presentava contraddizioni sin dall’inizio. Certo, chi ci avrebbe mai pensato.
Ma l’ingegnosità di Soros è andata ben oltre. A chi gli contestava le sue responsabilità nell’attacco speculativo alla lira nel 1992, Soros ha risposto che: «La crisi non è degli speculatori, ma sono le norme dei governi a rendere possibili gli speculatori come messaggeri di cattive notizie». Quindi la speculazione finanziaria potrebbe rientrare tra i lavori socialmente utili.
Su “Il Fatto Quotidiano” del 13 maggio, in soccorso delle tesi di Soros è arrivato addirittura l’economista di “opposizione” Alberto Bagnai, a ribadire le esclusive responsabilità della politica nella sopravvalutazione della lira che rese possibile la speculazione del ’92. La sortita di Bagnai appare però eccessivamente ingenua e imprudente nel momento in cui, nell’attuale governo italiano, si riscontra la presenza di una lobbista dello stesso Soros, cioè la ministra degli Esteri Emma Bonino.
Soros però non si è mai accontentato di agire soltanto attraverso il lobbying, ed ha assunto spesso un ruolo politico diretto. Non c’è neppure bisogno di ipotesi di complotto, dato che le operazioni politiche di Soros sono del tutto manifeste, persino ostentate. Nel 1997 Soros, con la sua Open Society Foundation, era in prima linea nella destabilizzazione della Serbia. Le fondazioni private costituiscono uno strumento di penetrazione imperialistica di tipo nuovo e sofisticato, in grado di distruggere le società attraverso il colonialismo di una pseudo-beneficenza che è, in realtà, un veicolo di corruzione e di affarismo. L’impegno di Soros per portare la “democrazia” in Serbia, fu propagandato con entusiastici toni celebrativi in un articolo de “La Repubblica” dell’epoca, dal titolo esplosivo: “I miliardi di Soros sostengono la rivolta”.
L’anno dopo Soros, insieme con la Bonino, era a Dakar per sostenere lafondazione della Corte penale per i crimini di guerra, che avrebbe avuto poi sede all’Aja, in modo da creare nella pubblica opinione un’opportuna confusione con l’altro Tribunale, quello dell’ONU, situato nella stessa città. Quindi Soros, mentre destabilizzava, la Serbia, già si preoccupava di istituire il tribunale con cui avrebbe fatto processare e condannare i leader serbi da lui abbattuti. Un uomo previdente.
Questa corte penale è uno strumento della NATO, ma a scanso di pericoli, il Paese che commette più crimini di guerra, cioè gli USA, non la riconoscono, in modo da non rischiare di essere continuamente denunciato presso di essa. Nelle sedi NATO Soros è regolarmente accolto con gli onori di un capo di Stato, anzi, molto meglio di tanti capi di Stato. Soros può permettersi di andare alla NATO a discutere e pianificare sulle sorti non solo dell’Europa dell’Est, ma del mondo intero, dato che la sua fondazione agisce e mesta dappertutto, anche se con gradi diversi di influenza. Non vi è nulla di segreto a riguardo, poichè è lo stesso sito della NATO ad informarci dettagliatamente sul ruolo atlantico di Soros, definito il “benefattore”.
Durante la manifestazione di Dakar del ’98 pro Corte penale internazionale, Emma Bonino fece appello anche al miliardario Bill Gates per ottenere il suo appoggio nell’iniziativa. Le cronache successive non permettono di stabilire con certezza se questo appoggio vi sia stato, però vi è certamente un campo in cui la collaborazione fra Soros, Gates e la Bonino va a pienissimo regime, e cioè gli OGM. Se la Bonino è una semplice lobbista (almeno per ciò che ne sappiamo), Soros e Gates sono invece fra i principali azionisti della Monsanto, la più tentacolare e aggressiva delle multinazionali del transgenico. La Bill & Melinda Gates Foundation – la più grande fondazione privata del mondo – non è soltanto l’istituzione che maggiormente spinge per l’adozione del geneticamente modificato in agricoltura, ma si è fatta notare anche per i suoi massicci acquisti di azioni Monsanto. I legami finanziari tra Gates e la Monsanto hanno messo in evidenza un clamoroso conflitto di interessi, segnalato anche dal quotidiano britannico “The Guardian”.
Neppure i continui acquisti di azioni Monsanto da parte di Soros costituiscono un mistero, anzi, le notizie si possono trovare tranquillamente nei notiziari finanziari. Le due principali fondazioni private del mondo agiscono quindi come una falange compatta, non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello finanziario.
Con il passare del tempo, il prestigio scientifico e tecnologico degli OGM tende sempre più a decadere, mentre si rivela il loro carattere meramente truffaldino. Infatti gli OGM spesso non rappresentano vere innovazioni tecnologiche, ma solo espedienti per realizzare dei brevetti che permettano di monopolizzare determinate sementi. Ovviamente tutto questo non potrebbe avvenire senza la complicità e la corruzione delle autorità preposte al controllo dell’agricoltura. In Europa il lobbying OGM è in piena attività, e l’aver inserito la Bonino nel governo italiano è certamente un punto a suo favore. Viste le protezioni internazionali di cui beneficia la Bonino, non ci sarebbe da sorprendersi se di qui a poco ce la ritrovassimo davvero alla Presidenza della Repubblica. A sostegno della reputazione di progressista di Soros, molti ricordano il suo impegno per la legalizzazione della marijuana. Soros è effettivamente il maggior finanziatore delle associazioni impegnate a chiedere la legalizzazione della cannabis.
Questo interesse di Soros per la legalizzazione della marijuana potrebbe però essere spiegato considerando il business che costituirebbe il monopolio di una cannabis geneticamente modificata, e quindi brevettata. In base alle informazioni fornite dagli inquirenti, questo tipo di cannabis già esiste. Lo scorso anno il quotidiano “Il Sole – 24 ore” dava la notizia di unmega-sequestro di marijuana OGM proveniente dall’Albania.
Del tutto casualmente, l’Albania è sotto la tutela della “Open Society Foundation” di Soros, che si adopera anche per far ammettere questo Paese nell’Unione Europea.

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… E Poi Non Ne Rimase Nessuno

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Chi di questi tempi si limita a constatare da una posizione in apparenza ‘sicura’ la disperazione del proprio prossimo, convinto che l’agenda globalista proseguirà a mietere vittime solo tra le categorie meno funzionali al potere, ho idea che presto dovrà ricredersi. La tecnologia infatti si accinge a ridimensionare vasti settori della economia e della società che fino a ieri apparivano intoccabili.

L’evoluzione tecnologica, in abbinamento allo stato di narcosi chimico-mediatica che ottunde ampie fasce di popolazione, va sollevando il potere dalla necessità politica di ricorrere a figure professionali intermedie che fungano da esecutori e tutori dello status quo. Nell’ottica strozzinesca e accentratrice dei burattinai il discorso non fa una grinza: perché foraggiare ancora una classe media caporalesca, inquinante e obsoleta, quando la tecnologia è ormai in grado di fungere da canale di controllo e comunicazione immediato tra il vertice e la base della piramide?

Il grado di obsolescenza delle cosiddette ‘risorse umane’ - come sappiamo - è direttamente proporzionale al livello di sviluppo tecnologico conseguito da una data società (v. correlati).
Fino a poco tempo fa alcune tipiche categorie professionali deputate alla propaganda e amministrazione dello status quo potevano dirsi immuni dal pericolo di concorrenza tecnologica. Industriali, dipendenti pubblici e bancari, operatori delle forze dell’ordine, avvocati, notai, magistrati, giornalisti, commercialisti, medici ed – ovviamente – politici. Da oltre un decennio, però – come già abbiamo avuto modo di osservare (v. correlati) – sta andando in scena una demolizione controllata del vecchio status quo in funzione della instaurazione di nuovi paradigmi sociali, culturali ed economici; di conseguenza diverse categorie un tempo protette dall’egida sistemica stanno per subire la revoca di antichi privilegi apparentemente inestinguibili. Alcune di esse sono destinate a cadere in desuetudine, mentre per altre si profila una profonda riorganizzazione che le decimerà e svilirà. E’ il caso della classe politica. Leggi il resto dell’articolo

Il vero obiettivo è privatizzare il pubblico

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A che serve la crisi europea? Una risposta è che rende inevitabile la privatizzazione delle attività pubbliche, con grandi profitti per i privati. Come mostrano i casi di Spagna, Grecia e Portogallo

L’Europa è avvolta in una spirale senza uscita fatta di ricette controproducenti, mentre la crisi fa il suo lento, inesorabile lavoro. Le famiglie, se possono, risparmiano e contraggono i consumi. Le imprese non investono. Le banche cercano di limitare i danni e riducono il credito. Una crisi di debito estero (prevalentemente privato) è stata spacciata per una crisi di debito pubblico. La spesa pubblica viene bloccata con perfetto tempismo da un trattato internazionale che impone un rozzo vincolo di pareggio di bilancio, senza troppo distinguere se si tratti di spesa per investimenti o di spesa corrente.

Era ben noto che una politica di repressione della spesa pubblica, in presenza di un eccesso d’indebitamento del settore privato e di tassi di interesse già bassi e ai minimi storici, non poteva che avere effetti deleteri. Il crollo della domanda interna ha raggiunto le economie più solide della zona euro, che si avvicinano anch’esse a scenari recessivi. Assumendo l’impossibilità di una follia collettiva di tutte le classi dirigenti europee, resta da chiedersi cui prodest? A chi giova tutto questo?

Non è un caso che le ricette per uscire dalla crisi più in voga si concentrino su un punto: la dismissione del patrimonio pubblico per ridurre il debito. Ovviamente, la sensazione di trovarsi in un vicolo cieco per le finanze pubbliche, con la scelta obbligata di privatizzare enti, beni e servizi pubblici, è la scena classica di un film già visto in tante parti del mondo.

Non ci si arriva per caso, anzi, spesso è uno degli obiettivi neanche troppo nascosti della lunga strategia di logoramento del settore pubblico, la cosiddetta “starve the beast”. La bestia è lo stato, nemico ideologico da affamare, sottraendo continuamente risorse necessarie al suo funzionamento. La qualità dei servizi che esso eroga al cittadino diminuisce. Il cittadino lo nota e incomincia a chiedersi se davvero valga la pena mantenere in piedi con le proprie imposte un servizio pubblico sempre più scadente.

Poi arrivano i salvatori della patria, che comprano l’azienda o servizio pubblico a un prezzo conveniente e ne estraggono profitti. Quando va bene, il nuovo proprietario del servizio ex-pubblico lo eroga in modo più selettivo e a costi maggiori per il cittadino. Quando va male, scorpora la parte migliore da quella cattiva, scarica i costi sulla collettività (bad companies), sfrutta gli attivi ancora validi, e poi scappa.

La privatizzazione della sanità negli Stati Uniti ha raddoppiato i costi per i cittadini, escludendo un’enorme fetta della popolazione da ogni copertura sanitaria. Una volta capito l’errore commesso e verificati i costi economici e sociali di tale processo, l’inversione di questa tendenza nefasta è l’atto che Obama considera come il più importante del suo primo mandato presidenziale.

L’esperienza delle “riforme” nell’Europa centrale ed orientale subito dopo la caduta del comunismo ci insegna che le privatizzazioni realizzate per necessità di far cassa si traducono in svendite di beni comuni a vantaggio di pochi privati, che i primi servizi a essere privatizzati sono quelli che funzionano meglio, i gioielli di famiglia, e che questo contribuisce a un notevole aumento delle disuguaglianze.

Altre parti del mondo, come l’America Latina, hanno vissuto esperienze simili, in cui beni e servizi pubblici sono stati ceduti a condizioni vantaggiose solo per l’acquirente. Non è un caso che Carlos Slim, l’uomo più ricco del mondo secondo Forbes, debba la sua fortuna alle privatizzazioni selvagge degli anni ’80-‘90 in Messico, dalle miniere alle telecomunicazioni.

Adesso è il turno della vecchia Europa. Il Portogallo ha chiuso il 2012 privatizzando gli aeroporti, la compagnia aerea nazionale, la televisione (ex) pubblica, le lotterie dello stato e i cantieri navali. In Spagna le privatizzazioni “express” riguardano i porti, gli aeroporti, la rete di treni ad alta velocità, probabilmente la migliore e più moderna d’Europa, la sanità, la gestione delle risorse idriche, le lotterie dello stato e alcuni centri d’interesse turistico. La Grecia è stata recentemente esortata ad accelerare il processo di privatizzazione dei beni e servizi erogati finora dallo stato, come condizione per continuare a ricevere gli aiuti europei.

In Italia Mario Monti, poco prima di dimettersi da Presidente del Consiglio, decretava l’insostenibilità finanziaria del sistema sanitario nazionale, spiegando la necessità di “nuovi modelli di finanziamento integrativo”. L’agenda Monti oggi ci ricorda che “la crescita si può costruire solo su finanze pubbliche sane” e quindi invita a “proseguire le operazioni di valorizzazione/dismissione del patrimonio pubblico”. E sulle prime pagine di alcuni giornali c’è anche chi vede ancora “troppo stato in quell’agenda”.

La teoria economica e l’esperienza del passato ci insegnano che la privatizzazione di aziende pubbliche se da un lato riduce il deficit di un dato anno, dall’altro ha un notevole rischio di aumentare il deficit di lungo periodo, nel caso in cui l’azienda dismessa sia produttiva. Inoltre non basta che la gestione privata sia più efficiente di quella pubblica; il guadagno di efficienza deve anche assorbire il profitto che il privato necessariamente persegue.

Se chi vende (lo stato) ha urgenza e pressioni per farlo, chi acquista (privati) ha un chiaro vantaggio negoziale, che gli permette di ottenere condizioni più convenienti. E se le condizioni della privatizzazione sono più convenienti per il privato, esse saranno simmetricamente più sconvenienti per il pubblico, cioè i cittadini.

Studi recenti dimostrano come i cittadini dei paesi che hanno subito privatizzazioni rapide e massicce negli anni ’90 siano profondamente scontenti degli esiti. I giudizi ex-post sono tanto più critici quanto più rapide erano state le privatizzazioni, maggiore la proporzione di servizi pubblici svenduti (acqua ed elettricità in particolare), e più alto il livello di disuguaglianza creatosi nel paese.

La questione delle privatizzazioni è il punto d’arrivo del processo che l’Europa e l’Italia stanno vivendo. Discuterne più apertamente è fondamentale, se si ha a cuore il bene comune. Le decisioni che si prenderanno in proposito definiranno la rotta che l’Italia sceglierà di seguire nel dopo-elezioni.

 

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DIFENDERE LE IMPRESE STRATEGICHE

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Oliviero Beha “brontola” sui raitre e ne ha ben donde. L’argomento della puntata di alcuni giorni fa del suo talk “Brontolo” era l’Italia in saldo, ovvero lo smembramento del tessuto industriale nazionale a vantaggio di competitors esteri che vengono a fare shopping nella Repubblica trovando scarse resistenze.

Tuttavia, i suoi ospiti non hanno toccato il fulcro del tema, tra chi rivendicava una italianità puramente preconcetta, più di pancia che di testa, e chi riproponeva interpretazioni del problema secondarie o inessenziali, buone per la scena televisiva ma non per lo scenario economico e politico generale. Come quell’ex ministro in studio che di fronte alla perdita di asset strategici del Paese si è cimentato in una serie di distinzioni epidermiche, vedi la differenziazione tra processi d’internazionalizzazione e delocalizzazione, quasi che si potesse avere un fenomeno senza l’altro, soprattutto in quei settori a bassa intensità tecnologica dove operano società costrette dal mercato a posizionarsi nelle località ove i fattori produttivi (la forza lavoro in primis) costano meno. Questi meccanismi, in alcuni casi, sono inaggirabili quindi è inutile tentare di abbassare il livello del mare muniti di secchiello. Del resto, si otterrebbero risultati minimi se non scarsi per lo sviluppo collettivo.

Non si tratta, dunque, d’impedire ai marchi del made in Italy, nei compartimenti calzaturieri o  divanieri, di spostare alcune fasi del ciclo lavorativo in Romania o in India e nemmeno di evocare il protezionismo d’antan per non farsi sottrarre l’industria dolciaria o quella dell’automotive (appartenente ad una passata ondata tecnologica) quanto, invece, di rintuzzare l’aggressività internazionale contro aziende ad elevato impatto d’innovazione, di input ed output, le cosiddette imprese di punta, sui palcoscenici in costante espansione ed elevata profittabilità, laddove si conquista, allo stesso tempo, preminenza finanziaria e proiezione geopolitica. Pensiamo, per l’appunto, alle piazze di competenza di gruppi quali Eni, Finmeccanica, Enel ed altre consimili, anche private. Leggi il resto dell’articolo

Ritorno ad un’ economia per l’ Uomo

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L’economia attuale è costruita come un grande imbuto o un piano inclinato sul quale qualsiasi ricchezza che viene creata inevitabilmente scivola fino a finire in un punto ben determinato.

Il sistema odierno si fonda sullo squilibrio che viene sapientemente creato e mantenuto con cura maniacale per essere sfruttato al momento giusto, per approvvigionarsi di materie prime e sfruttare manodopera a basso costo, per avere sempre una produzione a costi inferiori, conseguendo così vantaggi incolmabili e sempre maggiori rispetto agli altri attori del mercato.

Lo schema classico è produrre a poco e vendere a tanto sfruttando gli squilibri; e questo si ripete all’infinito, ma sempre con differenti modalità per non essere facilmente individuato, allargando la sfera di azione ogni volta che un mercato inevitabilmente si esaurisce. Un esempio di casa nostra è la pretestuosa arretratezza del sud Italia che è servita strumentalmente in un primo periodo per avere manodopera e successivamente per “delocalizzare” produzioni ed ottenere sostanziosi aiuti economici dallo stato. Finita la festa e trovati altri luoghi nel pianeta dove massimizzare il profitto, si abbandona tutto lasciando in eredità a chi rimane solo inquinamento, distruzione, povertà, tanta sofferenza e malavita.


L’ attuale globalizzazione ha solo questo scopo e niente più.

Solo così si spiega il miliardo e duecento milioni di persone che soffrono ancora la fame, aumentate del 9% solo nell’ultimo anno ed i livelli di povertà profonda di alcune zone del pianeta, quando invece si sarebbe in possesso di tecnologia e ricchezza sufficiente per dare benessere e alimentare con tranquillità tutta la popolazione mondiale.


Il debito infinito

Lo strumento usato per creare questi necessari squilibri è il debito infinito. Uno strumento che getta l’intera umanità, per il solo fatto di partecipare al suo gioco, dentro l’incantesimo della scarsità, facendola confrontare ogni giorno con le sue più profonde paure e fragilità, trasformando quello  che  potrebbe  essere  un  paradiso  in  un  inferno  e  soprattutto  riducendola  in  schiavitù; una  schiavitù  moderna  senza  sbarre  o  costrizioni  fisiche,  ma  forse  per  questo  più  dolorosa  e difficilissima da smascherare. Leggi il resto dell’articolo

SACCOMANNI RICONVERTE LA SCUOLA ALL’ASSISTENZIALISMO PER BANCHIERI

MINISTRO ECONOMIA E FINANZE FABRIZIO SACCOMANNI/SPECIALE

La morte di Giulio Andreotti avrebbe potuto essere un’occasione per ridimensionare e demitizzare non solo l’immagine di “Belzebù” del personaggio, ma anche il complesso della sua storia di uomo di governo, e ciò proprio alla luce degli avvenimenti successivi al suo tramonto politico. La vicenda della cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, protrattasi per tutti gli anni ’90, ha dimostrato infatti che la dibattuta questione del rapporto delle istituzioni col crimine organizzato non riguardava le scelte di questo o di quell’uomo politico, e neppure di questo o quel partito, bensì il contesto internazionale. In questi giorni la lotta al super-impianto radar che gli USA stanno installando in Sicilia, ha dimostrato ancora una volta che la mafia ha ben altri protettori che i nostri uomini politici, visto che nella costruzione dell’impianto MUOS sono utilizzate imprese edilizie che hanno una ben nota copertura mafiosa.
Al contrario, alle scontate operazioni nostalgia di alcuni, hanno fatto riscontro, da parte di commentatori di “opposizione”, operazioni ancora più improbabili, le quali, per giungere alla condanna politica e morale di Andreotti, hanno finito per coinvolgere nella condanna l’intera Storia italiana. Si tratta di un approccio pseudo-storiografico che ha riguardato a suo tempo anche una parte dell’antifascismo, che finì per santificare il fascismo stesso, considerandolo lo sbocco inevitabile delle contraddizioni del Risorgimento italiano. Antonio Padellaro – che è un commentatore che a volte esprime persino dei momenti di lucidità -, stavolta è arrivato al punto di contrapporre al cinismo guicciardiniano di Andreotti il presunto “idealismo” della Thatcher, cioè una fiaba propagandistica bella e buona, costruita su misura per conferire un alone di credibilità ad una sfacciata lobbista delle multinazionali legate al business dell’importazione del carbone dall’estero. Con la chiusura delle miniere britanniche, imposta dalla Thatcher, il Regno Unito è infatti diventato il Paese maggior importatore di carbone del mondo, con circa cinquanta milioni di tonnellate all’anno.
In realtà nessuna nazione è una monade, tanto più se si tratta di una piccola-media potenza, e non è serio trattare le sue vicende come se avessero soltanto un’origine interna. Gli Stati sono sempre inseriti in una gerarchia coloniale, e i loro governi si barcamenano in questo contesto. Il problema è che la fine dell’Unione Sovietica, e del suo contrappeso politico-militare, comportò un azzeramento dei margini di manovra dell’Italia in politica estera, perciò anche la troppo mitizzata scaltrezza di Andreotti, di fronte a questi nuovi scenari, si rivelò del tutto insufficiente. La fine degli equilibri di potenza ha comportato la fine della politica.
In questo senso, anche chi rimpiange il presunto professionismo politico degli Andreotti o dei Craxi, dovrebbe domandarsi come mai proprio quel ceto di governo consegnò l’Italia alla morsa del Trattato di Maastricht, cioè allo strapotere delle lobby delle privatizzazioni e della finanziarizzazione. Se oggi ci ritroviamo al ministero dell’Economia un lobbista come Fabrizio Saccomanni lo dobbiamo anche al servilismo di quel ceto politico.
Qualche giorno fa sono stati pubblicati i dati di una ricerca, da cui risulterebbe che l’Italia ha il maggior numero di “unbanked”, cioè di cittadini ancora privi di un conto corrente e di una carta di credito. Quindici milioni di unbanked italiani da inserire a forza nel sistema dello sfruttamento finanziario, costituiscono un bel business. L’aspetto più interessante della ricerca è che fra gli unbanked vengono considerati anche i minorenni tra i quindici ed i diciotto anni, cioè dei ragazzi, che vanno precocemente addestrati a versare l’elemosina ai banchieri.
Forse è per questo che l’attuale ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, è da parecchi anni un fervido sostenitore dell’educazione finanziaria nelle scuole superiori; un progetto da lui caldeggiato in varie iniziative ed interviste, promuovendo accordi di collaborazione tra il Ministero dell’Istruzione e la Banca d’Italia. C’è di che sospettare che la ministra Maria Chiara Carrozza stia lì solo come diversivo, come distrazione, e che alla Scuola in realtà provveda Saccomanni.
Nel giugno del 2011, Saccomanni infatti scrisse di persona un articolo per il “Sole-24 ore”, nel quale ribadiva questa importanza del portare l’annuncio della buona novella finanziaria agli unbanked; ed ovviamente, già allora, gli studenti della Scuola superiore erano al centro dei suoi pensieri e dei suoi desideri.
L’assistenzialismo per banchieri è il denominatore comune di tutte le iniziative di governo e di tutte le “riforme strutturali”, e per accorgersene basta appena scostare il velo della retorica ufficiale. Il lobbismo finanziario è infatti diventato sempre più aggressivo, invadente ed evidente, e l’arrivo al governo del banchiere Saccomanni ne costituisce un’ulteriore dimostrazione. Saccomanni proviene dalla Banca d’Italia, ma la sua formazione è dovuta al Fondo Monetario Internazionale, che, insieme con la Banca Mondiale, ha l’inclusione finanziaria dei poveri unbanked come obiettivo prioritario da imporre ai governi.
L’inclusione finanziaria è strettamente connessa all’abolizione del contante ed all’adozione dei mezzi di pagamento elettronici. A livello mondiale il più illustre nemico del contante non è Milena Gabanelli, ma il miliardario Bill Gates. Non si diventa miliardari a caso: il trucco consiste nel trattare la povertà non come un problema, ma come un business. Bill Gates infatti promuove la diffusione dei mezzi di pagamento elettronici persino fra i poveri del continente africano, dove ha in corso un esperimento-pilota localizzato in Kenia.
In questo tipo di scelte di “inclusione finanziaria” c’è da riscontrare una continuità che va oltre il succedersi dei ministri, e che configura un contesto di obblighi coloniali. Nell’aprile del 2010 la ministra Gelmini andava a Piazza Affari per garantire agli operatori della finanza che la Scuola era a loro disposizione per l’allevamento di futuri clienti.
Ma il primo protocollo d’intesa tra Banca d’Italia e Ministero dell’Istruzione per il progetto di educazione finanziaria nelle scuole fu siglato nel 2007, dal ministro Fioroni durante il governo Prodi. Insomma, se Saccomanni è il messia dell’educazione finanziaria nella Scuola, ha pur avuto parecchi Giovanni Battista ad annunciarne la venuta.

 

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E se volessero privatizzare ENI e Finmeccanica?

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di Filippo Bovo

Vale la pena sottolinearlo: il governo Letta è una riedizione riveduta e corretta del precedente governo Monti. La sua funzione consiste nel riuscire laddove questi aveva fallito. Per esempio nella svendita dei “gioielli di famiglia”: ENI e Finmeccanica in primis. Monti era partito in quarta ma s’era poi arenato di fronte ad evidenti e stringenti logiche politiche e geopolitiche; anzi, nei limiti del possibile aveva pure proseguito le politiche amichevoli del precedente governo Berlusconi, soprattutto con la Cina. Per il “partito americano”, suo grande patrocinatore, Monti s’era quindi rivelato un fiasco completo. Letta ha la funzione di dare, in tutto questo, un giro di vite, d’imprimere un cambio di rotta. Non a caso s’è scelta, come ministro per gli affari esteri, una personalità come quella d’Emma Bonino: con lei, visti i suoi trascorsi politici, non vi sono dubbi che i rapporti con Cina e Russia saranno più tesi. E quando parliamo di rapporti con la Russia, non possiamo non citare il “dossier energetico”.
L’ENI, tradizionalmente grande strumento non soltanto economico ma anche diplomatico nelle mani dei governi italiani, potrebbe perciò subire un ridimensionamento d’influenza e d’importanza. Da sempre canale strategico dei rapporti italo-russi, potrebbe subire da parte del nuovo governo quei colpi d’ascia che ne farebbero una realtà aziendale meno strategica e più marginale. Il disarmo dell’ENI potrebbe e sarebbe quindi il primo passo d’una strategia che culminerebbe nella sua alienazione da parte dello Stato.
Del resto non dimentichiamoci che, già in tempi non sospetti, Letta s’era espresso a favore d’una cessione da parte dello Stato delle quote in ENI, ENEL e Finmeccanica: per la precisione in piena campagna elettorale, quando probabilmente ancora non sapeva che un giorno sarebbe stato prescelto per ricoprire il ruolo di primo ministro in un governo dalla maggioranza bypartisan. L’intervista, rilasciata nel corso d’una conferenza aperta al pubblico, è facilmente reperibile in internet. Alfano, espressione del PDL quanto Letta lo è del PD, ha da sempre sostenuto questa stessa posizione, che del resto è presente anche nel programma elettorale del suo partito: almeno in linea teorica, quindi, i due principali partiti della maggioranza non dovrebbero litigare su una cessione dei “gioielli di famiglia” che li vede entrambi concordi.
Noi di Stato e Potenza ovviamente c’auguriamo che tale piano non s’avveri; già in passato, con una manifestazione, abbiamo sostenuto la necessità che l’ENI resti italiana ed in mani pubbliche. Non arretreremo mai da questa posizione.

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Soros, lo speculatore nemico dell’Italia

Soros

di Andrea Angelini

Il fatto incredibile non è che esistano gli speculatori che sono un tutt’uno con il capitalismo finanziario. L’incredibile è che in un Paese come l’Italia alcuni di questi criminali vengano pure gratificati di premi e di lauree honoris causa. Come venti anni fa all’Università di Bologna e giorni fa al Premio Terzani.
È il caso di George Soros uno dei peggiori criminali in circolazione che si muove perfettamente a suo agio in quel mondo di gangsters legalizzati che nulla hanno da invidiare ai mafiosi o ai narcos.
Soros, il finanziere ungherese-americano è infatti uno dei tanti discepoli, si fa per dire, dell’altrettanto sopravalutato e famigerato filosofo Karl Popper, il fautore della “società aperta” e al tempo stesso il sostenitore più accanito dal punto di vista teorico della tesi che il sistema liberal-liberista rappresenti il migliore dei mondi possibili e che il Libero Mercato non potrà che portare benefici a tutti i Paesi del mondo. Un grande Mercato sul quale potranno muoversi “liberamente” materie prime, merci, prodotti finiti, ovviamente capitali e dulcis in fundo, si fa sempre per dire, lavoratori.
Tutto fisiologico, tutto previsto.
Insomma il lavoro ridotto a merce con uomini e donne trasformati in semplici strumenti della produzione e consumatori.
Individui lasciati a se stessi e senza più legami e radici con la propria terra di origine e di nascita. Come appunto Soros che non riesce a non tenere conto che il padre fu uno dei più accesi sostenitori di quella non lingua che è l’esperanto che doveva, nelle intenzioni dei suoi ideatori, abbattere le frontiere e fare venire meno tutte le differenze culturali tra i popoli.
Un’unica grande melassa multiculturale unita ovviamente, perché è lì che si finirà, da interessi economici “comuni” e amministrata da un governo mondiale in grado di imporre la propria volontà a tutti i popoli.
Il ruolo dell’esperanto in realtà è stato già assunto dall’inglese… Qualcuno si rende conto di avere già sentito questa canzone? L’hanno interpretata personaggi come i neocons di Bush che di fatto hanno i loro consequenziali epigoni anche nell’attuale amministrazione democratica di Barack Obama, uno dei peggiori maggiordomi di Wall Street che siano arrivati alla Casa Bianca?
L’aspetto incredibile dei riconoscimenti che Soros ha ricevuto in Italia sta nel fatto che la laurea dell’ateneo di Bologna gli venne assegnata due anni dopo la sua massiccia speculazione, ottobre 1992, contro la lira che provocò una svalutazione del 30% dopo che l’allora governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, pressato dalla Repubblica di Scalfari, aveva prosciugato le riserve valutarie di Via Nazionale peredifendere un cambio della lira che era nei fatti indifendibile. La laurea honoris causa gli venne concessa per la sua attività filantropica nei Paesi dell’ex Europa dell’est comunista. Per aver contribuito, tramite le sue fondazioni, alla diffusione delle idee di democrazia e di libertà. Ossia del Libero Mercato. Una attività che è stata funzionale all’entrata dei capitali “occidentali” in quei Paesi e ala loro colonizzazione.
Una attività che il criminale di Wall Street ha continuato pure dopo finanziando le varie “rivoluzioni” che si sono verificate in Jugoslavia, Ucraina, Georgia.
E più recentemente in Egitto dove i giovani del Cairo erano andati a scuola dai colleghi serbi di Otpor, i primi della serie, per imparare come si gestiscono i moti di piazza. Otpor è finanziata appunto da Soros.
Anche l’assegnazione del Premio letterario Tiziano Terzani fa venire i sudori freddi perché, presumibilmente, è stato attribuito non soltanto al suo ultimo libro ma per avere cercato di migliorare la comprensione tra i popoli. Sì certo, convincere tutti i popoli del mondo che il migliore dei mondi possibili è e resta sempre quello occidentale fatto di libertà e di democrazia. E pazienza se la libertà, come la dittatura che lo ha preceduto, viene imposta con la forza delle armi a quei popoli che non ne vogliono sapere.
Con una notevole faccia di bronzo, e senza pensare di apparire contraddittorio, il gangster di Wall Street ha detto di non essere pentito del suo attacco alla lira del 1992 (“Fu una buona speculazione”) dal quale gli azionisti del Quantun Fund, ora sono soltanto suoi famigliari, ottennero enormi guadagni. Le crisi finanziarie, ha sostenuto, sono la conseguenza dell’operato delle Autorità regolatrici dei Mercati, come le Banche centrali, che creano regole sbagliate che danno spazio agli speculatori. Insomma, se mi offrite l’occasione di essere quello che sono, un bandito, perché non dovrei approfittarne? Gli speculatori sono soltanto portatori di “cattive notizie”. Quanto all’Italia, non se la passa bene ma può risollevarsi. Pure l’Europa deve fare la sua parte, allentando i vincoli di bilancio e le regole di austerità che hanno trasformato l’Unione in un gruppo tenuto su da una relazione tra creditori e debitori. In ogni caso, la crisi attuale lavora per il ritorno di Berlusconi. Se l’Europa vuole riprendersi, a suo avviso, deve puntare sulle Piccole e Medie Imprese alle quali la Bce e le banche ordinarie devono preoccuparsi di fare arrivare finanziamenti e non darli soltanto ai grandi gruppi industriali.
Inoltre, i Paesi europei devono cedere completamente la propria sovranità ad una Autorità Centrale che gestisca le entrate fiscali e le spese in uscita. Una Autorità che si muova di concerto con la Banca centrale Europea in modo che funzionino allo stesso modo del Tesoro e della Federal Reserve negli Stati Uniti.
Poi, si potrebbero unire gli organismi, dall’una e dall’altra parte dell’Atlantico e realizzare quel governo mondiale che è il sogno dell’Alta Finanza,delle multinazionali e dei politici loro servi.

Germania. Fondo salva-banche Soffin in attivo nel 2012
Per la prima volta dalla sua fondazione, nel 2008, l’anno passato il fondo tedesco salva-banche Soffin ha chiuso il bilancio in attivo. Lo ha reso noto ieri l’autorità federale per la stabilizzazione del mercato finanziario (Fmsa), che gestisce il fondo. Nel 2012 il bilancio di Soffin ha segnato un attivo di 580 milioni di euro. Solo nel 2011, anche a causa del taglio del debito greco in mano ai privati, il fondo aveva chiuso con perdite per 13,1 miliardi di euro. Attualmente la partecipazione di Soffin a istituti salvati dallo Stato è scesa di 1,7 miliardi di euro a 6,3 miliardi. Contemporaneamente le banche interessate hanno restituito l’87% delle garanzie statali, mancano ancora 3,7 miliardi di euro.

Cipro. Ue dà il via libera a prima tranche “aiuti”
L’Ue ha sbloccato la prima tranche di aiuti a Cipro. Il fondo salva-Stati Esm ha versato ieri nelle casse del Paese due miliardi di euro, un altro miliardo dovrebbe essere versato entro il 30 giugno. Lo ha deciso l’Eurogruppo.

Parigi e Berlino lanciano un piano contro la disoccupazione giovanile
Il quotidiano tedesco Rheinische Post ha rivelato che Francia e Germania sono pronte a lanciare entro fine mese un piano europeo contro la disoccupazione giovanile. “New deal for Europe”, questo il nome dell’iniziativa, sarà presentata a Parigi il 28 maggio dal ministro del Lavoro francese, Michel Sapin e dal collega tedesco Ursula von der Leyen. Secondo le indiscrezioni il piano prevede prestiti per miliardi di euro dalla Banca europea degli Investimenti alle aziende che si impegneranno ad assumere o a formare giovani

Fitch: il peggio non è passato
Il peggio della crisi del debito nell’Eurozona non è affatto passato. Un sondaggio fra gli investitori condotto dall’agenzia di rating Fitch, sostiene che dai mercati è arrivata soltanto una tregua, non supportata “da una stabilizzazione economica e da progressi verso l’unione bancaria”. L’estate resta il periodo più critico.

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