Il Sacrificio, Ieri e Oggi

Chac Mool
Il sacrificio, come l’etimologia del nome stesso indica (sacrum facere), rappresenta l’atto più sacro all’interno di ogni religione, l’elemento fondante attorno al quale ogni credo si sviluppa.
Nella religione vedica, tutti gli esseri viventi ebbero origine dal sacrificio di Purusha, l’Uomo Primordiale, smembrato dai Veda nell’atto di creazione del mondo.
Questo smembramento è simbolo del passaggio dall’unità al molteplice, l’atto necessario affinché il mondo materiale possa iniziare ad esistere: si tratta di un passaggio che si ritrova in tutte le cosmogonie religiose dell’antichità, patrimonio comune della conoscenza condivisa dall’umanità delle epoche passate.
Il rito sacrificale, quindi, condiviso dalle religioni del passato e del presente, ricrea e ripete ogni volta quel sacrificio primordiale, il momento di divisione e di sofferenza con cui la realtà ebbe inizio.
Scopo principale del rito è infatti ricreare nel mondo materiale le realtà celesti, e ripercorrere in terra le azioni dei mondi superiori, creando un legame tra le diverse dimensioni dell’essere in un momento in cui il tempo e le distanze cessano di esistere.
Questo elemento fondante non manca nemmeno nel Cristianesimo, la cui dottrina si fonda sul Sacrificio per eccellenza, quello del Cristo Figlio di Dio.
Il Cristo ripercorre col suo gesto il sacrifico originario, ricrea in sé la divisione primordiale che condusse dall’unità al molteplice, ed in una dimensione a-temporale chiude il ciclo della creazione stessa.
Da questo punto di vista, per la religione cristiana non vi potrà più essere alcun sacrificio dopo quello di Gesù, dal momento che nella sua figura si compie il ciclo della divisione originaria, ed in sé il Figlio di Dio ricompone lo strappo dell’inizio dei tempi.

Nelle epoche passate, e anche in quelle presenti, come si vedrà, questo rito oscillò spesso tra un richiamo simbolico ed un crudo realismo, laddove nel tempo diverse culture non esitarono ad “utilizzare” esseri viventi, animali ed anche uomini, per portare a termine il rituale.
Il sacrificio umano era comune nelle popolazioni semitiche dell’antichità, nelle culture precolombiane dell’America centrale, ed anche nelle popolazioni che abitavano il continente europeo prima dell’arrivo delle stirpi indoeuropee.
La commistione tra piano simbolico e piano contingente può infatti avere come esito un approccio confusionale nei confronti del rito stesso, una degenerazione che dal piano religioso porta a quello magico: questo è propriamente ciò che accade in quelle culture che nel ricreare il sacrificio originario dell’ Uomo Primordiale ricorsero a dei sacrifici umani veri e propri.
L’aspetto simbolico lasciò il campo a quello “magico”, e l’atto in sé acquisì una valenza diversa, utilitaristica e “materiale”.
Tale processo rappresenta un aspetto comune in diverse tradizioni, laddove nel termine del loro ciclo terreno all’antica sapienza si sostituiscono il richiamo magico e la superstizione, che come il termine stesso indica rappresenta ciò che rimane di un’antica conoscenza nel momento in cui si smarrisce il suo significato più profondo.

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I Vari Modi di Pisciare

DI ARTHUR SILBER
Power of Narrative

Ecco come William Blum descrive la distruzione dell’Iraq ad opera degli Stati Uniti (citato da Chris Floyd in un post recente)

“La maggior parte della gente non capisce l’importanza di quello che abbiamo fatto qui”, ha detto il Sergente Maggiore Ron Kelley mentre assieme a altri militari si preparava a lasciare l’Iraq a metà dicembre: “Abbiamo fatto qualcosa di grande per questa nazione. Abbiamo liberato un popolo, abbiamo restituito loro il paese.”“È piuttosto eccitante”, è il commento di un altro giovane soldato americano: “Finiremo nei libri di storia, a quanto pare.” (Washington Post, 18 dicembre 2011)Ah, i libri di storia, sì, una bella collana di volumi rilegati in cuoio dal titolo “Le più grandi catastrofi inflitte da un Paese all’altro”. Nell’ultimo volume sarà possibile trovare tutta la documentazione con tanto di foto di come la moderna, raffinata, avanzata nazione irachena fu ridotto a uno stato semi-fallito; di come gli americani, per un motivo o l’altro (tutti pretestuosi) a partire dal 1991 bombardarono il Paese per dodici anni; invasero, occuparono, rovesciarono il governo, torturarono senza farsi scrupoli, uccisero di proposito… di come gli abitanti di quella terra martoriata persero tutto – le loro case, le scuole, l’elettricità, l’acqua potabile, i loro quartieri, le moschee, persero l’ambiente, il lavoro, le ricchezze archeologiche, persero la carriera, le competenze, le aziende pubbliche, la sanità fisica e quella mentale, la sanità pubblica, lo stato sociale, i diritti delle donne, la tolleranza religiosa, la sicurezza, la tranquillità, i figli, i genitori, il passato, il presente, il futuro, la vita… Più di metà della popolazione morta, ferita, traumatizzata, in prigione, evacuata o in esilio… L’aria, il suolo, l’acqua, il sangue e i geni contaminati dall’uranio impoverito…le più incredibili deformazioni alla nascita… ordigni inesplosi disseminati ovunque in attesa di essere raccolti da bambini … un fiume di sangue che scorre a fianco del Tigri e dell’Eufrate … attraverso un Paese fatto a pezzi per sempre …

I fatti descritti da Blum non sono altro che questo, appunto: fatti. Non questioni da discutere. Ci sono una quantità di articoli e di fonti che lo dimostrano. Nonostante questo Barack Obama – osserva Blum – vuole fare passare ancora una volta la distruzione di un intero paese come “uno straordinario risultato, che ha richiesto nove anni per essere realizzato”.

Questo completo stravolgimento della verità è il frutto di secoli di bugie ininterrotte. Il giorno mutato in notte, la vita in morte – e tutto ciò è, anzi deve essere il bene”. Queste sono le perverse distorsioni della mitopoiesi americana, come la descrivevo già nel luglio 2010 in “The Blood-Drenched Darkness of American Exceptionalism“:

L’invasione e l’occupazione americana non è stata altro che una serie ininterrotta di crimini di guerra. Ciò è fuori discussione. Siccome è fuori discussione, non se ne parla. E non solo non se ne parla, che già di per sé è un crimine. Il mito dell’eccezionalità americana ci racconta che gli Stati Uniti sono unici e unicamente buoni. Non basta ignorare le conseguenze negative delle nostre azioni: dobbiamo trasformarle tutte nel bene assoluto. Il processo è stato seguito alla lettera in ciascuno degli interventi bellici intrapresi dagli Stati Uniti (a partire dalle Filippine, passando per la prima Guerra Mondiale, la Seconda e i molti interventi successivi, fino all’Iraq e l’Afghanistan oggi) e lo stesso identico processo ha funzionato per anni con la guerra in Iraq. [...] Leggi il resto dell’articolo

I Falsificatori di Notizie

DI PATRICK COCKBURN
Counterpunch

Il “rumor” di solito aveva una cattiva reputazione. Nelle opere di Shakespeare, si dava per scontato che i “rumors” fossero in realtà artistiche menzogne e la comparsa di racconti dettagliati, ma falsi, di vittorie e sconfitte. Nessun giornalista potrebbe parlare con credibilità di massacri, torture e detenzioni massicce utilizzando “insistenti dicerie” come unica prova del proprio racconto. Gli editori di qualunque giornale, catena di televisione o emittente radio di un tale giornalista scuoterebbero senz’altro la testa con incredulità per una fonte tanto vaga e dubbiosa, e quasi certamente si rifiuterebbero di pubblicare la notizia.

Ma supponiamo che il nostro giornalista tolga la parola “rumor” e la sostituisca con fonti come YouTube o qualche blogger. Allora, in base alle esperienze recenti, gli editori tenderebbero a dare il proprio assenso, arrivando a elogiare il proprio dipendente per il giudizioso utilizzo di Internet. La BBC e altre catene televisive ci offrono felicemente ogni notte le immagini del caos in Siria, scaricando apertamente la responsabilità sulla loro autenticità. Queste avvertenze si susseguono così di sovente che attualmente hanno lo stesso impatto degli avvisi rivolti agli utenti di un’informazione che potrebbe contenere immagini pornografiche. Il pubblico ritiene, logicamente, che, se la BBC e altre emittenti non fossero convinte della veridicità delle immagini offerte su YouTube, non li utilizzerebbero come fonte principale di informazione sulla Siria.

Le immagini di YouTube potrebbe aver avuto un ruolo determinante nelle rivolte della “primavera araba”, ma la stampa internazionale non si pronuncia, in gran parte, sulla facilità di manipolazione di queste immagini. Fotografata da un angolo particolare, una piccola manifestazione potrebbe sembrare un assembramento di decine di migliaia di persone. Alcuni spari in una strada potrebbe venire utilizzati per la fabbricare l’esistenza di sparatorie in una dozzina di città. Le manifestazioni non dovrebbero essere eventi captati, in modo fortunoso, dalle telecamere dei cellulari da cittadini interessati: di frequente l’unica ragione della protesta è quella di fornire materiale per YouTube. Le catene televisive non rifiutano queste fonti, o non sottolineano che la messa in scena delle stesse è gratuita, drammatica e presa sul momento, e che non sarebbero in grado di produrle con i propri corrispondenti e le proprie squadre di ripresa anche se spendessero un mucchio di soldi.

Nella stampa scritta, i blogger hanno anche loro vita facile, anche quando non esiste sia prova alcuna che sappiano quello che sta davvero accadendo. Da qui viene la semplicità con cui uno studente statunitense, residente in Scozia, fu capace di farsi passare per una giovane lesbica perseguitata a Damasco [1]. Dalla guerra dell’Iraq, persino i blogger più dichiaratamente parziali sono stati presentati come fonti di informazione obiettiva. Per quanto la loro immagine possa essere già intaccata, ancora mantengono un certo prestigio e una credibilità.

I governi che impediscono l’accesso ai giornalisti stranieri in tempo di crisi, come in Iran e, nell’ultima settimana, in Siria creano un vuoto informativo facilmente colmato dai loro nemici. Essi sono molto meglio equipaggiati per offrire la propria versione dei fatti di quanto avveniva prima della diffusione della telefonia mobile, della televisione satellitare e di Internet. I monopoli statali dell’informazione sono oramai insostenibili. Ma se le opposizioni ai governi in Siria e in Iran si sono impadroniti dell’agenda informativa non significa che quello che riportano corrisponda alla verità.

Agli inizi dello scorso anno mi incontrai a Teheran con alcuni corrispondenti iraniani di pubblicazioni occidentali, le cui credenziali di stampa erano state sospese temporaneamente dalle autorità. Gli dissi che la situazione doveva essere per loro frustrante, ma mi risposero che, se anche avessero potuto presentare le loro notizie – informando che non stata succedendo granché -, i loro editori non li avrebbero creduti. Questi erano stati convinti dai gruppi di esiliati, grazie ai blog e alle immagini di YouTube accuratamente selezionate, che Teheran ribolliva visibilmente di scontento. E se i corrispondenti locali avessero informato che si trattava di un’esagerazione, i loro datori di lavoro avrebbero sospettato che erano stati intimoriti o corrotti dalla sicurezza iraniana.

Non c’è niente di sbagliato o di sorprendente nel fatto che i movimenti rivoluzionari facciano falsa propaganda. Lo hanno sempre fatto in passato e sarebbe incredibile che non lo facessero oggigiorno. Mio padre, Claud Cockburn, che combatté con la fazione governativa nella guerra civile spagnola, una volta si inventò la cronaca di una ribellione contro i sostenitori del Generale Franco a Tetuan, nel Marocco spagnolo. Anni più tardi, fu sorpreso dal’essere stato duramente criticato per quello che lui riteneva che fosse un chiaro colpo propagandistico, come se la disinformazione non fosse stata un’arma utilizzata da tutti i movimenti politici da Pericle in poi.

Questi sotterfugi sono diventati obsoleti con i progressi della tecnologia dell’informazione negli ultimi venti anni. E questo viene di solito considerato come uno sviluppo totalmente benigno e democratico, che ha ispirato le sollevazioni della “primavera araba”. E così è avvenuto, fino a un certo punto. Il pugno di ferro degli stati polizieschi sui mezzi di comunicazione e su altre fonti informative è stato sbaragliato in tutto il Medio Oriente. I governi hanno scoperto che la cruda repressione del passato poteva essere controproducente. Nel 1982, a Hama nel centro della Siria, le forze del presidente Hafez al-Assad uccisero circa 10.000 persone e soffocarono la ribellione sunnita, ma non apparve neppure una foto di un cadavere. Oggigiorno le scene di un simile massacro sarebbero sugli schermi di tutte le televisioni mondiali.

Per questo, gli avanzamenti tecnologici hanno reso più difficile ai governi ’occultare la repressione. Ma questi progressi hanno anche reso più facile il lavoro dei propagandisti. Ovviamente, le persone che dirigono i giornali e le stazioni radiofoniche e televisive non sono stupide. Sono a conoscenza della natura incerta della maggior parte dell’informazione che trasmettono. L’élite politica di Washington e quella europea erano divise, chi a favore e chi contro l’invasione statunitense dell’Iraq, e questo facilitò la dissidenza tra i giornalisti. Ma oggi c’è un consenso opprimente nei mezzi di comunicazione stranieri, secondo cui i ribelli sono nel giusto e i governi sbagliano. Per istituzioni come la BBC, una tendenziosità così smaccata diventa accettabile.

Tristemente Al Jazeera, un media che, dalla sua creazione nel 1996, ha fatto molto per rompere il controllo statale dell’informazione in Medio Oriente, si è trasformata nell’acritico braccio propagandista dei ribelli libici e siriani.

L’opposizione siriana deve dare l’impressione che l’insurrezione sia più vicina al successo di quanto non sia in realtà. Il governo siriano non è riuscito a reprimere i manifestanti, ma questi, a loro volta, sono ben lontani da poterlo abbattere. I dirigenti esiliati auspicano un intervento militare occidentale come avvenuto in Libia, anche se le condizioni sono molto differenti.

Lo scopo della manipolazione della copertura dei media è quello di persuadere l’Occidente e gli alleati arabi che le condizioni in Siria si stanno avvicinando al punto in cui possono ripetere il loro successo in Libia. Ecco la ragione della nebbia disinformativa che bombarda Internet.


Fonte: The Newsfakers

16.01.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Provocare l’Iran perchè spari il primo colpo

DI MICHAEL CHUSSUDOVSKY
Global Research
(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

Introduzione

Mentre la possibilità di una guerra con l’Iran è riconosciuta nei servizi giornalistici degli Stati Uniti, le sue implicazioni regionali e globali sono solo superficialmente analizzate.

Pochissime persone in America sono consapevoli o informate su quanto concerne la devastazione e la perdita di vite umane che si potrebbero verificare nel caso di un attacco contro l’Iran promosso dagli Stati Uniti e da Israele. I media sono coinvolti in un processo intenzionale di mimetizzazione e di distorsione.

I preparativi di guerra secondo il paradigma “Global Strike”, tutto accentrato e coordinato dal Comando Strategico degli Stati Uniti (STRATCOM), non sono presenti sulle prime pagine dei giornali, dove possiamo leggere invece notizie su questioni di interesse pubblico decisamente insignificanti, come quelle su scenari criminali a livello locale o le relazioni gossip dei tabloid sulle celebrità di Hollywood .

La “Globalizzazione della Guerra”, che prevede il dispiegamento egemonico di una formidabile forza militare USA-NATO in tutte le principali regioni del mondo, è irrilevante agli occhi dei media occidentali.

In un più ampio panorama le implicazioni di questa guerra sono banalizzate o sottaciute. Le persone sono portate a credere che la guerra faccia parte di un “mandato umanitario”, e che l’Iran, così come gli alleati dell’Iran, in particolare Cina e Russia, costituiscano una implacabile minaccia per la sicurezza globale e per la “democrazia dell’Occidente”.

Mentre vengono usati i sistemi d’arma tecnologicamente più avanzati, le guerre degli Stati Uniti non sono mai presentate come “operazioni di killeraggio”, che determinano pesanti perdite civili. Mentre l’incidenza dei “danni collaterali” viene riconosciuta, le guerre condotte dagli Stati Uniti sono annunciate come uno strumento indiscutibile di “consolidamento della pace” e di “democratizzazione”.

Questa idea contorta che fare la guerra è per “una giusta causa”, si va radicando nell’intima coscienza di milioni di persone. Un quadro del “bene contro il male” mette in ombra la comprensione delle cause e delle conseguenze devastanti della guerra.

All’interno di questa mentalità, la realtà e i principi sono capovolti. La guerra diventa pace. La bugia diventa verità. Il mandato umanitario del Pentagono e della NATO non può essere contestato.

Nelle parole del presidente Obama, “nessuna opzione può essere presa in considerazione che sia esterna alla nostra agenda, che prevede solo il perseguimento dei cattivi soggetti”. Predomina una dottrina inquisitoria simile a quella dell’Inquisizione spagnola. Alle persone non viene più concesso di pensare.

L’Iran è un paese di quasi 80 milioni di persone. Costituisce un importante e significativo potere militare ed economico regionale. Possiede il dieci per cento delle riserve mondiali di petrolio e di gas, oltre cinque volte quelle degli Stati Uniti d’America.

La conquista delle ricche risorse petrolifere iraniane è la forza trainante che investe l’agenda militare usamericana. Il petrolio e il gas dell’Iran sono il trofeo non dichiarato di una guerra a guida usamericana, che negli ultimi nove anni si trova sul tavolo di progettazione operativa del Pentagono.

Mentre gli Stati Uniti sono sul piede di guerra, l’Iran è stato – per più di dieci anni – attivo nello sviluppare le sue capacità militari, nell’eventualità di un’aggressione promossa dagli Stati Uniti.

Se dovessero scoppiare le ostilità tra l’Iran e l’Alleanza militare occidentale, questo potrebbe innescare una guerra regionale, che andrebbe a estendersi dal Mediterraneo ai confini con la Cina, che potenzialmente potrebbe condurre l’umanità nel dominio di uno scenario da Terza Guerra Mondiale.

Il governo russo, in una recente dichiarazione, ha avvertito gli Stati Uniti e la NATO che “se l’Iran dovesse essere trascinato in qualsiasi situazione avversa dal punto di vista politico o militare, questo costituirà una diretta minaccia alla nostra sicurezza nazionale.” In buona sostanza, questo significa che la Russia si considera un alleato militare dell’Iran, e che la Russia agirà militarmente se l’Iran venisse attaccato.

Dispiegamento militareL’Iran è l’obiettivo dei piani di guerra USA-Israele-NATO.

Sono stati messi in campo avanzati sistemi d’arma. Forze speciali usamericane e alleate e agenti dei servizi segreti sono già sul terreno all’interno dell’Iran. Droni militari degli Stati Uniti sono impiegati in attività di spionaggio e di ricognizione.

Armi nucleari tattiche B61 “bunker buster” (distruggi bunker) sono candidate ad essere utilizzate contro l’Iran come rappresaglia per il suo presunto programma di armi nucleari.

Ironia della sorte, nelle parole del Ministro della Difesa usamericano Leon Panetta, l’Iran non possiede un programma di armamenti nucleari. “Stanno cercando di sviluppare un’arma nucleare? No!

Il rischio di un conflitto armato tra una coalizione a guida Stati Uniti-Israele e l’Iran è, secondo gli analisti militari israeliani, “pericolosamente vicino”.

È avvenuto un massiccio dispiegamento di truppe che sono state inviate in Medio Oriente, per non parlare del riposizionamento delle truppe usamericane e alleate in precedenza di stanza in Afghanistan ed Iraq.

Novemila soldati statunitensi sono stati inviati in Israele per partecipare a quella che viene descritta dalla stampa israeliana come la più grande esercitazione bellica congiunta di difesa aerea della storia israeliana. Le manovre, indicate con Austere Challenge 12, sono previste avvenire entro le prossime settimane. Il loro scopo dichiarato “è quello di testare i molteplici sistemi di difesa aerea israeliani e statunitensi, in particolare il sistema Arrow, che Israele nello specifico ha sviluppato con il concorso degli Stati Uniti per intercettare i missili iraniani.”

Rapporti suggeriscono anche un sostanziale aumento del numero di riservisti che vengono impegnati in Medio Oriente. Viene confermato che personale riservista dell’Air Force degli Stati Uniti è stato inviato presso le basi militari in Asia sud-occidentale (Golfo Persico).

Dal Minnesota oltre 120 avieri tra piloti, navigatori, meccanici, ecc. sono partiti per il Medio Oriente, l’8 gennaio. Dalle basi in North Carolina e Georgia, personale riservista “è in attesa di essere dislocato con le proprie unità nei prossimi mesi”. (Vedi fayobserver.com, 18 dicembre 2011)

In Medio Oriente, sono state inviate anche unità della riserva della Guardia Costiera degli Stati Uniti (Riservisti della Guardia Costiera diretti in Medio Oriente military.com, 5 gennaio 2012).

Da questi rapporti locali, tuttavia, è impossibile stabilire il complessivo aumento di riservisti statunitensi dalle diverse divisioni delle forze armate degli Stati Uniti, che sono stati assegnati all’“operazione guerra all’Iran”.

In Medio Oriente sono stati inviati anche riservisti dell’esercito della Gran Bretagna.

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Infiammare la Fame nel Mondo: come l’Industria Globale dei Biocombustibili sta Creando Distruzione di Massa

L’espansione globale dell’industria dei biocarburanti – in cui vengono utilizzati terreni agricoli e colture per produrre carburante per i veicoli da trasporto, piuttosto che cibo per gli esseri umani – è un fattore fondamentale per la drammatica escalation dei prezzi alimentari in tutto il mondo. [1]

In un nuovo libro, Massive Destruction [2], l’autore francese Jean Ziegler [3] mostra come l’industria dei biocarburanti e la più vasta agroindustria minacciano di provocare la fame nel mondo su una scala senza precedenti. Non è un incidente involontario, dice Ziegler. E’ il risultato intenzionale delle politiche attuate dai governi legati a potenti corporazioni agro-alimentari nella loro ricerca del profitto privato. In questo modo, il conseguente aumento dei livelli della fame nel mondo può essere descritto come una forma di “omicidio calcolato”.

Ironia della sorte, l’industria dei biocarburanti viene promossa da società e governi come sostenibile, un’alternativa ai combustibili fossili “sicura per l’ambiente”. In realtà, è solo un’altra forma dello sfruttamento sconsiderato di risorse che deriva dall’insaziabile profitto privato dell’elite nella produzione economica capitalista.
L’industria dei biocarburanti nasce da un connubio delle multinazionali dell’agrobusiness e del petrolio che sanno benissimo che questa nuova impresa globale sta provocando una massiccia distruzione ambientale e sofferenza umana.

Negli ultimi cinque anni, il mondo ha assistito all’aumento vertiginoso dei prezzi del cibo, che sta mettendo altri milioni di persone a rischio di fame – tutto perché semplicemente non possono più permettersi di comprare cibo. Questo è un atto d’accusa sconvolgente ad un sistema economico che pone l’imperativo del profitto privato al di sopra della sopravvivenza quotidiana degli esseri umani. Principale tra i fattori che causano questa inflazione dei prezzi alimentari è la crescita vertiginosa del settore dei biocarburanti a livello mondiale. Allora come si può continuare a promuovere un’industria distruttiva di fronte alle conseguenti sofferenze umane? La risposta breve è che il pubblico è in gran parte inconsapevole delle pratiche politiche ed economiche.

I seguenti sono estratti dal libro del professor Ziegler, tradotto da Siv O’Neall [4], che aiuta a scoprire la realtà del settore dei biocarburanti. Tre fattori principali contribuiscono alla scarsità e al crescente prezzo dei prodotti alimentari.

L’espropriazione della terra per la coltivazione della canna da zucchero e altre piante, soprattutto negli Stati Uniti, per la produzione di biocarburanti (etanolo), è una delle principali cause della scarsità di cibo, in quanto priva i piccoli proprietari terrieri della loro terra e riduce la quantità di cibo per tutti. Anche la perdita di terreni coltivabili, per la produzione di biocarburanti, ha contribuito all’aumento scandaloso dei prezzi alimentari. Meno terra, meno cibo – prezzi più alti. A questo si aggiunge anche il fatto che i biocarburanti aumentano quegli stessi danni alla terra che i suoi sostenitori, ad alta voce e disonestamente, dichiarano di voler ridurre.

La speculazione sui prodotti alimentari e sulla terra arabile deve essere denunciata con forza come un importante fattore dei forti aumenti dei prezzi degli alimenti di base che abbiamo visto dalla metà del 2007. Quindi, non solo i piccoli agricoltori vengono privati ​​della loro terra, spesso senza, o con un minimo, risarcimento, ma, con i prezzi alimentari alle stelle, non possono nemmeno permettersi di comprare il cibo necessario per sopravvivere.

La terza causa è la desertificazione della terra e il degrado del suolo che è unicamente accelerato dalla crescente sostituzione delle fattorie biologiche con enormi monocolture per produrre biocarburanti o coltivare Organismi Geneticamente Modificati che richiedono enormi quantità d’acqua. Fiumi e laghi sono secchi e un sempre crescente numero di persone nel mondo non ha accesso all’acqua potabile.

La menzogna

L'”Oro verde” da diversi anni è considerato come un complemento magico e redditizio all'”oro nero”.

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Il Mondo è già entrato nella seconda fase della Crisi

DI ARMANDO BOITO JR.
Jornal da Unicamp

L’economista francese Gérard Duménil è autore di vari testi e saggi sul capitalismo contemporaneo. Quest’anno ha pubblicato, in collaborazione con Dominique Lévy, il libro “The crisis of neoliberalism” (Harvard University Press, 2011). Dumenil ha tenuto all’Unicamp una conferenza sulla crisi attuale nel Centro di Studi Marxisti (Cemarx) nell’ambito del programma post-laurea di scienze politiche dell’Istituto di Filosofia e Scienze Umane (IFCH) dell’Unicamp. In questa occasione, ha concesso un’intervista al politologo Armando Boito Júnior, professore titolare dell’IFCH.

Jornal da Unicamp – Lei sta analizzando il capitalismo neoliberista da molto tempo. Nella sua analisi, come si caratterizza la fase attuale del capitalismo?

Gérard Duménil – Il neoliberismo è la nuova tappa in cui è entrato il capitalismo dopo la transizione degli anni ‘70 e ‘80. Con Dominique Lévy parliamo di un nuovo “ordine sociale“. Con questa espressione designiamo la nuova configurazione dei poteri tra le classi sociali, delle dominazioni e delle difficoltà incontrate. Il neoliberismo si caratterizza con il rafforzamento del potere delle classi capitaliste in alleanza con la classe dei dirigenti (quadri), in modo particolare quelli che sono in cima alla gerarchia sociale e nel settore finanziario.

Nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, le classi capitaliste videro diminuire il proprio potere e i propri redditi nella maggioranza dei paesi. Semplificando, potremmo parlare dell’esistenza di un ordine “socialdemocratico” durante questo periodo. Le circostanze create dalla crisi del 1929, la Seconda Guerra Mondiale e la forza internazionale del movimento operaio avevano portato all’introduzione di un ordine sociale relativamente favorevole allo sviluppo economico e al miglioramento delle condizioni di vita delle classi popolari, operaie e degli impiegati subalterni. Il termine “socialdemocratico” usato per caratterizzare questo ordine sociale si applica, evidentemente, più all’Europa che agli Stati Uniti.

Con l’introduzione del nuovo ordine sociale neoliberista, il funzionamento del capitalismo venne radicalmente trasformato: fu imposta una nuova disciplina in materia di condizioni di lavoro, potere di acquisto, protezione sociale, eccetera, oltre alla deregolamentazione – fondamentalmente finanziaria – all’apertura delle frontiere commerciali e alla libera mobilità di capitali nel piano internazionale (libertà di investire all’estero). Questi ultimi due aspetti hanno posto i lavoratori di tutto il mondo in una situazione concorrenziale, indipendentemente dai livelli salariali dei diversi paesi.

Sul piano delle relazioni internazionali i primi decenni del dopoguerra, ancora nel vecchio ordine “socialdemocratico”, furono segnati dalle pratiche imperialistiche dei paesi centrali: sul piano economico, con la pressione sui prezzi delle materie prime e l’esportazione dei capitali; sul piano politico, con la corruzione, la sovversione e i conflitti. Con l’arrivo del neoliberismo le forme imperialiste furono rinnovate. È difficile giudicare nei termini di intensità per poter fare paragoni. In termini economici, l’esplosione degli investimenti diretti all’estero negli anni ‘90 moltiplicò certamente il flusso dei profitti estratti dai paesi periferici dalle classi capitalistiche del centro. Il fatto che i paesi della periferia desiderassero ricevere questi investimenti non modifica la natura imperialista di queste iniziative, in quanto sappiamo che tutti i lavoratori “preferiscono” essere sfruttati al rimanere disoccupati.

Quando a metà degli anni ‘90 proponemmo quest’interpretazione del neoliberismo in termini di classe suscitò ben poco interesse. In seguito, l’esplosione delle disuguaglianze sociali ha dato a quest’ipotesi la forza dell’evidenza. La particolarità dell’analisi marxista è il riferimento alle classi più che ai gruppi sociali. Il carattere di classe è inscritto in tutte le pratiche neoliberiste e perfino i keynesiani di sinistra ora si esprimono in questi termini. Tuttavia, rimangono opinioni negative per questa interpretazione; molti non accettano il ruolo importante che noi attribuiamo ai dirigenti e ai quadri nell’ordine sociale neoliberista.

Tra i marxisti si continua a rifiutare l’idea che il controllo dei mezzi di produzione nel capitalismo moderno sia assicurato sia dalle classi capitaliste che da quella dei dirigenti, e che ciò rende quest’ultima una seconda componente delle classi superiori. Questo rifiuto è ancora più sconcertante, considerando che nel neoliberismo gli introiti delle categorie superiori dei dirigenti sono aumentati ancor di più di quelli dei capitalisti.

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La Bufala della “Rivoluzione Islandese”.

Sembra incredibile, ma anche nel 2011 con la piena disponibilità di potentissimi canali per chiunque voglia informarsi, c’è ancora gente che capisce poco o niente di quello che accade e immediatamente sale in cattedra per istruire chi sia messo anche peggio.

Così da tempo circola una ricostruzione di fantasia che vuole che l’Islanda abbia rinnegato il suo debito, rifiutandosi di rimborsarlo. Circola diffusamente e fa danni come tutte le bufale che portano l’opinione pubblica a costruirsi false credenze e a vivere in realtà di fantasia, non meno di quanto accada, ad esempio, ai sedotti dalle sirene del berlusconismo.

 

 

L’Islanda invece i suoi debiti li pagherà, a cominciare proprio da quello con Fondo Monetario Internazionale. I cittadini islandesi in realtà si sono opposti “solo” al rimborso dei debiti della banca (privata) Icesave nei confronti dei clienti esteri, principalmente olandesi e britannici. Il ragionamento sottostante a questo rifiuto è che quegli investitori sapevano di rischiare, visto che erano loro offerti interessi stellari, e che se proprio qualcuno li deve rimborsare tocca ai rispettivi governi. Che in effetti hanno rimborsato i propri cittadini e ora vorrebbero rivalersi sull’Islanda, che però non ha mai garantito il debito delle sue banche private e che quindi sarebbe (forse) tenuta solo moralmente a rifondere i due stati. Tutto qui il rifiuto di pagare il debito degli islandesi, che hanno onorato e onorano invece al 100% il debito sovrano.

Tutto il resto del debito lo pagheranno eccome. Dire che “ Gli islandesi… evitarono di svendere il loro paese e di metterlo sotto tutela del Fmi“, oltre ad essere ridicolo è platealmente falso, com’è falso scrivere che “Venne allora indetto un referendum che bloccò la nazionalizzazione (delle banche)”, visto che le banche islandesi sono state nazionalizzate senza colpo ferire e che il referendum aveva come oggetto solo il rimborso del debito estero cumulato da Icesave. Eppure si si mettono le parole “islanda+debito+FMI” su un motore di ricerca escono migliaia di voci in italiano che riportano questa bufalaccia, che da noi è particolarmente diffusa, mentre con  ”iceland+debt+IMF” escono articoli e studi aderenti alla realtà, che è quella per la quale proprio il prestito del Fondo Monetario Internazionale è stato uno dei pilastri dell’azione islandese in risposta al fallimento delle proprie banche.

Quello che è successo in Islanda è poi molto più rilevante del (presunto) rifiuto di onorare i debiti, visto che in Islanda i moti popolari hanno determinato prima la cacciata del governo, poi pesanti processi per i banchieri più spericolati e infine una riscrittura della costituzione volta ad evitare che si ripeta lo stesso tipo di crack e che gli operatori finanziari possano tornare a operare senza limiti e senza responsabilità. Se succedesse lo stesso in Europa e nel mondo, molti agglomerati finanziari non potrebbero più operare come fanno ora e come continuerebbero a fare dopo un “semplice” default del debito sovrano. Decisamente più rivoluzionario di un default che lascia tutto come prima e che fa comunque pagare la crisi solo a chi non ne è responsabile.

Tutte cose facilmente verificabili con qualche click, eppure non passa giorno senza che si leggano fantasie come quella per la quale l’Islanda ha deciso di non pagare il suo debito. Ci sarà certamente un buona percentuale di semplici cretini che alimenta la diffusione di queste sciocchezze, ma in tutta evidenza c’è una serie di personaggi che campa sull’ignoranza e la credulità del suo pubblico di riferimento, esattamente come da anni lo rinfaccia a Berlusconi.

E non è un caso che chi mescola disinvoltamente la crisi islandese con le scie chimiche” (!!!) abbia letto quest’anno la partenza dei funzionari del Fondo Monetario Internazionale come una loro cacciata dal paese, nonostante la stessa fonte che cita spieghi chiaramente che il FMI ha “compiuto la sua missione” e che nell’occasione:

Il Ministro dell’Economia e del Commercio Arni Pall Arnason ha parlato in maniera più personale, dicendo che molte persone erano preoccupate della cooperazione tra FMI e Islanda, che il loro welfare state – altro elemento di vanto e di efficienza – sarebbe stato tagliato duramente e che sarebbero state prese misure drastiche, basate sui diktat classici utilizzati dal Fondo Monetario nei suoi interventi in Estremo Oriente e in Sudamerica. Army crede che la ragione per la quale tutto questo non si è verificato in Islanda è perché i prestiti forniti dall’FMI al governo Islandese hanno permesso a quest’ultimo di prendere più tempo per fissare budget e obiettivi.

Baggianate ripetute dall’estrema destra sempre in cerca di utili tarocchi, come da altri  che s’atteggiano a sinistra. No, l’Islanda non è quella che ” Qualcuno invece ha il coraggio di dire no. Si tratta dell’Islanda, che da due giorni è fuori dal Fondo Monetario Internazionale“.

L’Islanda ha accettato i prestiti del FMI, che le sono serviti eccome, e ha semplicemente trattato con il FMI condizioni molto differenti da quelle che lo stesso imponeva o provava a imporre ai paesi sudamericani e africani negli anni ’90.  L’Islanda ha detto sì al FMI, che ora se ne va perché non serve più, perché le sue stesse analisi hanno dimostrato l’avvenuta stabilizzazione dell’economia islandese. E se ne va con i ringraziamenti degli islandesi, non certo inseguito da vichinghi furiosi armati di torce e forconi.

 

 

 

Che poi personaggi del genere si spaccino per paladini del popolo e grandi disvelatori d’inganni è la logica conseguenza di tanto darsi maldestramente da fare, da sempre i populisti campano sugli ignoranti costruendo versioni semplificate e farlocche della realtà, che puntano opportunamente il dito là dove non duole ai poteri e nemmeno questo caso non fa eccezione. Meglio cianciare di debito e blandire il popolo con queste fantasie, che annoiarlo con analisi complesse o mettersi davvero in conflitto con certi poteri, can che abbaia non morde. Non per niente il mainstream si guarda bene dallo smentire con forza queste fantasie, che continuano a circolare copiosamente nonostante la loro natura fantastica sia facilmente verificabile.

 

Fonte: http://mazzetta.wordpress.com

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