La paranoia israeliana

 

A Burgas, enclave bulgara sul Mar Nero situata a circa 400 km da Sofia, dove un’esplosione ha dilaniato un autobus su cui viaggiava una comitiva di turisti. Dopo una breve indagine, la polizia bulgara ha avallato pubblicamente la tesi dell’attentato, mentre il primo ministro Benjamin Netanyahu non ha perso l’occasione per affibbiare la responsabilità dell’atto terroristico all’Iran – che avrebbe organizzato l’operazione affidando ai miliziani di Hezbollah le relative mansioni esecutive – nonostante sul corpo del principale indiziato sia stata trovata una patente rilasciata nel Michigan.
Tale attentato va ad aggiungere un’ulteriore anello alla catena di attentati (quasi tutti falliti) che secondo le autorità di Tel Aviv sarebbero riconducibili all’Iran. Esso va a sommarsi allo sventato attentato all’ambasciata israeliana a Tbilisi, all’esplosione di un’autobomba a pochi passi dalla porta dell’ambasciata a Nuova Delhi, all’arresto di una ventina di attentatori azeri intenti a piazzare una carica di esplosivo presso l’ambasciata israeliana di Baku – che secondo Tel Aviv sarebbero stati assoldati dai Pasdaran – e al lancio di una granata contro dei poliziotti israeliani che sorvegliavano la propria ambasciata a Bangkok da parte di presunto attentatore iraniano. Le accuse contro l’Iran rivolte da Netanyahu potrebbero essere confinate al campo dell’irrilevanza, perché prive di alcun solido fondamento, se non fosse per un eloquente precedente storico capace di illustrare piuttosto fedelmente il modus operandi israeliano di fronte a casi simili. Nell’estate del 1982, l’attribuzione all’oscuro miliziano palestinese Abu Nidal dello strano attentato a danno dell’ambasciatore israeliano in Gran Bretagna Shlomo Argov funse da classico casus belli di cui Israele si servì per invadere ed occupare il Libano. Malgrado non sussistesse alcuna prova tangibile che inchiodasse Abu Nidal – personaggio estremamente ambiguo e doppiogiochista –, il primo ministro israeliano Menachem Begin non indugiò a sferrare l’attacco, finalizzato a disintegrare il movimento di resistenza palestinese guidato da Yasser Arafat e le forze libanesi sue alleate. Quell’evento innescò una reazione a catena che provocò l’eccidio di Sabra e Chatila, le dimissioni di Ariel Sharon (che in qualità di ministro della difesa aveva delle enormi responsabilità riguardo alla strage), la fondazione di Hezbollah, l’esilio di Arafat in Tunisia, lo scoppio della prima Intifada e la deflagrazione della sanguinosa guerra civile libanese, che perdurò fino al 1990 lasciando sul terreno decine di migliaia di vittime. E’ quindi probabile che la strumentalizzazione di questa oscura catena di attentati sia rivolta al tentativo di fregiare di ulteriori crismi legittimatori l’eventuale aggressione all’Iran.
Il fatto, inoltre, che l’attentato in Bulgaria si sia verificato nel diciottesimo anniversario dell’attacco condotto contro un centro ebraico di Buenos Aires – che provocò la morte di 85 persone e il ferimento di altre 300 circa – è suscettibile di colorare di tinte emotive alquanto irrazionali la “scena del crimine”. Cosa che a Netanyahu non dispiacerà affatto, dal momento che nel mese di marzo, dinnanzi ai membri della potentissima lobby ebraica American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) appositamente riuniti, il primo ministro israeliano Netanyahu ha affermato solennemente che «Nessuno di noi può permettersi di aspettare ancora a lungo. In quanto primo ministro di Israele, non permetterò mai che il mio popolo viva nell’ombra dell’annientamento». Nel corso della riunione, Netanyahu si è spinto addirittura a rievocare lo spettro della Shoah, leggendo alcuni passaggi di una lettera, risalente al 1944, attraverso la quale il Dipartimento della Guerra statunitense aveva declinato l’offerta dei caporioni sionisti internazionali relativa al bombardamento di un tratto ferroviario che conduceva al campo di concentramento di Auschwitz. Il primo ministro israeliano intendeva stigmatizzare la “mollezza” di Barack Obama accusandolo, attraverso il parallelo con la Shoah, di portare avanti un linea politica analoga a quella propugnata dai suoi predecessori, che non avrebbero fatto abbastanza per impedire lo sterminio degli ebrei. La paventata “distruzione del popolo israeliano” e le istantanee accuse di anti-semitismo rivolte contro qualsiasi voce critica rappresentano i triti slogan di cui i dirigenti di Tel Aviv si servono continuamente per immunizzare Israele da qualsiasi genere di contestazione.
In compenso, nessun rappresentante politico (sorvolando sugli organi informativi) si prodiga di chiedere spiegazioni riguardo al “Decapitation Programme”. Sotto la direzione di Meir Dagan (uno dei principali oppositori all’opzione militare), il Mossad predispose e mise in pratica tale operazione volta al sabotaggio del programma nucleare iraniano. Nell’ambito di questa operazione si verificarono fughe di gas tossici, esplosioni scatenate da materiali difettosi ed agguati di vario genere che provocarono la morte dei fisici ed ingegneri nucleari iraniani Ali Mahmoudi Mimand, Daryoush Rezaie, Majid Shahriari, Hassan Moghaddam, Abbassi Davani e Mustafa Ahmadi-Roshan. Senza dimenticare che nell’agosto 2008 un aereo decollato da Biskek, in Kirghizistan, e diretto a Teheran si schiantò al suolo causando la morte di 44 scienziati iraniani. Alle reiterate accuse mosse dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e dalle numerose autorità di Teheran contro Israele non fu concessa alcuna eco mediatica, poiché occorreva costruire l’immagine della piccola nazione indifesa minacciata dallo “Stato canaglia” per antonomasia, in modo da alimentare le correnti guerrafondaie che stentano a prendere il sopravvento. Gran parte della dirigenza politica israeliana e una porzione non trascurabile di quella statunitense intendono forzare la mano ad Obama, spingendolo a sferrare un attacco nucleare contro la Repubblica Islamica. Israele e stati Uniti, potenze nucleari conclamate che rifiutano qualsiasi controllo od ispezione da parte dell’AIEA, mirano ad aggredire l’Iran, che ha ratificato ed applica il Trattato di Non Proliferazione, accetta i controlli degli ispettori dell’AIEA e (ufficialmente) non dispone della bomba atomica ma è accusato di volerla fabbricare. Orwell non avrebbe saputo fare di meglio. «Il governo israeliano del primo ministro Benjamin Netanyahu – scrive il professor Michel Chossudovsky –, non solo costituisce una minaccia nucleare, ma anche una minaccia per la sicurezza del popolo d’Israele, il quale viene indotto in errore per quanto riguarda le implicazioni di un attacco USA-Israele contro l’Iran. La compiacenza dell’opinione pubblica occidentale – tra cui segmenti del movimento contro la guerra negli Stati Uniti – è inquietante. Non è stata espressa alcuna preoccupazione a livello politico per le probabili conseguenze di un attacco USA-NATO-Israele contro l’Iran, usando armi nucleari contro uno Stato non nucleare».

 

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